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Full text of "Le vite dei filosofi"

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Le vite dei filosofi 

Diogenes, Luigi Lechi 




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LE VITE 



EI FILOSOFI 



DI 



DIOGENE LAERZIO 



VOLGARIZZATE 



CONTE LUIGI LECHI 



V SOCWLfS %\ 



MILANO 

TIPOGRAFIA MOLINA 

1842. 



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Je suis bie n marry que noos n'ayons une 
» douzaine de LAERTIUS , ou qu'il ne 
h toit plus estendi) ou plus entendu. » 

MOVTAICKE, L. II, C. IO. 




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CONSACRO 



QUESTO MIO LIBRO 



ALLA CARA MEMORIA 



DEL C. PAOLO TOSI 

DA CHE PER SUBITA MORTE 
NON GLI POTÈ ESSERE TESTIMONIO DELL'AFFETTO 



CHE DA TRENTA CINQUE ANNI GLI PORTAVA 
IL SUO LECHI. 



La sera del dieci gennajo, questo raro amico mi congedava, affet- 
tuoso ed ilare come di solito , scherzando su' miei barboni - cosi 
chiamava i laerziani filosofi - La mattina dell' undici io mi poneva 
a scrivergli, continuando lo scherzo, perchè e' volesse, come di uso, 
porre il suo nome sotto un'epigrafe colla quale io gli intitolava 
questo mio libro. Un comune amico venne, ohimè! in su quel 
punto, ad annunciarmi piangendo che il buon Tosi non era più - 
che sin dall' un' ora dopo mezza notte la città , da lui largamente 
beneficata , avea perduto 1' ottimo de' suoi cittadini. 

Brescia, i? gennaio, 1842. 




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CENNI 

DEL TRADUTTORE. 



Diogene Laerzio, venuto in qualche fama col 
tempo e per solo difetto di libri migliori (1) , fu 
tante volte lodato e vilipeso da uomini lettera- 
tissimi (2) che a conciliarne i giudizii e a dar ra- 
ti) Massime filosofici, dei quali il pio grande adottamento 
perì colla biblioteca d'Alessandria. Atolli per inconsulto fer- 
vore , come dice Bmcker , ne distrusse il Magno Gregorio, 
neir abbruciare que* dei gentili; molti Al-Mawun , per di- 
sperdere, sotto pretesto di raccorle, le fonti dell' araba filoso- 
fia. Ultima peste, e la maggiore cni soggiacquero, dopo quella 
del tempo, fu il bisogno di pergamena che indusse i frati a 
raschiare i codici e ad iscriferfi le loro opere teologiche o 
ditole. 

(2) F. Ambrogio chiama Diogene scrittore poco diligente; 
scrittore dottissimo Scaligero. Mediocre ingegno lo dice Par- 
cker; il Curio filosofo dei primi, Slruvio giudica il suo libro 
fondamento di tutta la storia filosofica; Stollio Io crede sfug- 
gito al pizzicagnolo, solamente perchè perirono le opere da 
coi fu tratto. Bayle lo critica amaramente in molle parti del 
suo dizionario; de Mauperlui lo loda come dei più dilettevoli 
ed utili. — Uno spiritoso francese qualificò Laerzio il Ribade- 
neira del suo secolo. 



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Vili CENNI DEL TRADUTTORE. 

gione dei molti studii che vi si spesero intorno è 
giuoco forza sequestrare senza più l'autore dal 
libro. Questo modo ci conduce di leggieri a ravvi- 
sare nel buon Laerzio V uomo non affratellato 
colla critica, non avvezzo a seguire per filo un 
sistema , non abile a pesare autorità e dottrine 
eh* e reca in mezzo senza avvedersi talora di 
mutilarle o frantenderle, senza mai darsi briga di 
collegarle o vestirle con arte e modi appropria- 
ti (1); ma a tenere il suo libro per una selva di 
fatti importantissimi, per una raccolta assai pre-f. 
ziosa di brani cavati da gran numero di scrittori 
che più non esistono (2), per una congerie di 
nomi, di dommi, di sentenze, di epoche, cercate 
con diligenza, offerte con ischiettezza, senza sco- 
po per trasandarle, senza malizia per alterarle (3). 

(1) Non chiarezza; non purità di stile; non ombra di at- 
ticismo. Diogene, dice Le Clerc , inesatto scrittore, usa di 
quello stile che i Greci appellano idiotico, proprio delle per- 
sone prive di lettere. 

(2) Louvrage de Diogéne , dice Schcell , est un de plus 
précieux de lantiquitè par la quanti té des fails et des notices 
quii nous fournit, et par un grand nombre de passages (Vau^ 
feurs perdus quii nous a conserve*. Sono più di quattrocento, 
e nessuno quasi è giunto a noi. Quante vite e quanti domm^ 
non si ignorerebbero ! 

(3) Il suo libro non lo appalesa nè attico , nè cristiano , 
ne platonico, nè epicureo, o di una setta qnalunque, se pure 
ad alcuna appartenne, conT altri pretese. 



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CENNI DEL TRADUTTORE. !X 

Questo libro , se m' appongo , meritava di essere 
tradotto. 

Pur chi fu Laerzio e quando visse? -Alla pri- 
ma dimanda nuli' altro rispondono gli eruditi se 
non che Laerzio fu l'autore anche di un libro di 
epigrammi, chiamato Pammetro (1), che in gran 
parte travasò nelle Vite; all'altra, che Sopatore 
facendo menzione di Laerzio, e Laerzio dicendo 
la setta eclettici .di Potamone da non molto intro- 
dotta, e' fu anterfore^ al primo, contemporaneo del 
secondo, e visse in sullo scorcio del terzo o al 
principiare del quarto secolo. 

I manoscritti, le edizioni, le traduzioni, i co- 
menti delle Vite sono in buon dato. Enumeran- 
doli qui ripeterei senza frutto ciò ch'altri scris- 
se (2). Toccherò di una versione italiana e dei 

testi di cui mi sono giovato, 
i 

(i) Pammetro (di ogni misura), cioè raccolta di poesie 
. dì fario metro. - Di codesti epigra mmacci, peggiori anche della 
sua prosa, alcuni si troiano nel compendio di Esichio, nelle 
j Ch 'iliadi di Tzetze , nelP Antologia di Plaunde ; Brnnck gli 
] escluse da' suoi A naie Mi; perchè, dice J acobs, pancissitna sunt 
\in iis tollerabilia , longe plurima autem vekementer inepta et 
frìgida^ nec sermonis elegantia, nec mtmcronim bonitate com- 
mendanda. E questi epigrammi che sono ben suoi rendono 
testimonianza baste?ole dell' ingegno di Laerzio per {sconfor- 
tare chiunque volesse purgarlo di quelle colpe eh' altri amò 
attribuire agli amanuensi, al tempo, ec. 

(a) Possono i lettori in proposito consultare l'edizione del 




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X 



CENNI DEL TRADUTTORE. 



L'anno 1545, preceduta da due altre versioni 
italiane, una del sunto di Laerzio, fatto dal Bur- 
ley, una di trenta vite, pur dal latino (1), appar- 
ve l'intiera, della quale teniamo discorso. Essa, 
rimasta anche sola finora (2), è fattura di due 
fratelli Rosetini di Pralboino, i quali vi pon- 
gono innanzi la dichiarazione, di che difjìcultà 
sia t interpretar cT una in un altra lingua , guanto 
più tra se sono lontane ; e Y eccitamento a chi non 
ne fosse soddisfatto di far conferire il testo volgare 

Westenio, ma più che tulio V introduzione dottissima delPav. 
Pietro Menin premessa ad una versione italiana delle vite di 
Laerzio (Venezia^ 1826) che non oltrepassò quella di Pittaco. 

(1) L' una verisimilinente di Antonio Cartulario, nobile 
padovano, morto nei 1440, stampata in Venezia da Bernar- 
dino Celerio da Luere Tanno 1480, in 4. 0 ; ristampata poi 
molle volle; l'altra di un anonimo che dà a sè stesso il fi' 
folo di ozioso, e che scelle dalla traduzione di frale Ambro- 
gio trentasei vite, a lui sembrate le più dilettevoli, le traspor- 
tò in italiano. Anche questa fu stampata in Venezia senza 
anno e nome di tipografo; ina forse, secondo V avv. Manin, 
al principiare del secolo XV f. • 

(2) Quella dell' Astolfi è un compendio, - Salvini non 
tradusse che il libro sesto. - Un Viaroli la vita di Teofra- ' 
sto. - Spiridione Blandi la vita di Eraclide Pontico. - Gae- . 
tano Carcano gli epigrammi inseriti da Plannde nella sua 
antologia. — La traduzione francese al solilo ; uè migliorata 
nelle moderne ristampe ! -Buona, per quanto mi si disse, la 
tedesca del Boreck. Non conosco le inglesi. 




CENNI DEL TRADUTTOBE. XI 

col greco, & onde e stato cavato! - Or bene, i fra- 
telli Rosetini neppure salutarono il testo da lunge, 
anzi voltando dal latino e da una edizione scor- 
rettissima di frate Ambrogio, fecero opera così 
spregevole da lasciare il libro di Laerzio peggio 
che non traslatato (1). 

(i) Lo diranno i pochi raffronti cbe la natura di que- 
ste note concede. - Diogene : egli aveva primo aggiunto una 
niente alla materia. - Rosbtim : Anassagora primo fu che 
può se mente a la materia che si chiama yle. - Affermava 
costui principio ed elemento essere V infinito. — Pose co- 
stui per principio essere questo elemento immenso et in- 
finito. - Nato cretese, di G dosso, non ne aveva l'aria per la 
lunga capellatura. - Di patria candiotto , nato da Gnosso , 
dove per la natura del castello dicesi aver mutata effigie. - 
1 rovo il modo di fare con minuti legni ben capaci vaselli. - ' 
Trovò il legno con che si janno i vasi gonfi a guisa <f una 
ponza ben gonfia. - Compiacere altrui della propria bellezza. - 
Donar via la sua specie ad un altro. - La presunzione chia- 
mava un impedimento al progresso. - Diceva che era una 
immaginazione lo impedimento al partire. - Quando si corcava 
cacciatasi in mano una palla di bronzo, sopponendovi un bacile, 
affinchè, cadendo la palla uel bacile, e 1 fosse desto dal re- 
more. - Quando si metteva a riposarsi, trava in su una balla 
di ferro pigliandola or con una mano or con r altra ivi sot- 
toposta la conca. - Jerofante. - Inquisitor delle eresie. — 
Diogene cinico. - Diogene canino. - Di tutti guida , amplis- 
simo Platone. - Fra questi andava altiero il gran capitano 
Platone. — Navigò in Sicilia per vedere l'isola e i crateri. - 
Per vedere f isola e le tazze III - Tre edizioni, tutte di Vc- 



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XII CENNI DEL TRADUTTORE. 

Il testo sul quale io condussi da prima la mia 
versione fu il Westeniano reputa tissimo (1), ma 
prescelto a mia disperazione se non fossero ve- 
[nuti in soccorso l'Aldobrandino e quello di E. 
Stefano. Conosciutone, assai tardi, scorrendo a 
caso il Brunet, uno di Lipsia (2), procacciato- 

nezia, ebbe questa versione, una del 1 5^5, una del 1 56 1, ed 
una del i566, in 8°. - I Roseli ni protestando sempre di vol- 
tare dal greco, tradussero anche Aristofane, ma servendosi 
della versione latina di Andrea Dino di Capodistria, tacciato 
di non sapere nè greco nè latino, pubblicarono, col sopra ssello 
della propria ignoranza, un altro libro che il Gamba chiama 
miserabile e puerile. 

(ì) I giudizj degli uomini escono spesso come le peco- 
relle dal chiuso! L'edizione del Westenio fu detta buona ^ 
forse perchè magnifica - e tutti, senza più, ripeterono eh* era 
buona non riflettendo che poca confidenza doveva inspirare 
a* dotti il nome di M. Meibomio ! ~ Odasi V ultimo editore 
di Laerzio : « Veruni is cui curam delegaverat , H. Meibo- 
» mius , non ille boni viri fide cum librario egit , sed inge- 
» nio malo pravoq. abusus est ad Diogeoem eiusq. interpre- 
ti tem Ambrosium turpiter corrumpendum atq. interpolandum. 
» Temeritas auleta Meibomii tantopere grassata est, ut quid- 
» quid ipsi in mentem venirci tamquam aliter esse non posset, 
» ita statim reci perei, ut neque rationem adderei nullam, neq. 
» adnotaret quara fecissct mutationem. Adnotationum vero offi- 
» cium ila explevit, ut si ab una Epicuri vita discesseris, per- 
ii paucas daret ad reliquorum vitas philosophorum ; in quis 
» sane ita lapsus est, ut modo miscrandus, modo irridendus 
» esse vi dea tur. » Huebnerus. 

(2) Diog. Lacrtii de vitis etc. Graeca tnendaiiora edidit, 



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CENNI DEL TRADUTTORE. XIII 

melo e ripassato anche su questo il mio lavoro, 
come una lunga epatite mi consentì, lo consegnai 
finalmente alle stampe. 

E tu, o Lettore, ch'io vorrei cortese e non 
dotto - i dotti hanno sul Diogene altre lautezze 
che il mio povero lavoro - aggradisci la schietta 
fedeltà di un volgarizzamento che non fu senza 
fatica, poche note raggranellate alla fine di cia- 
scun libro per dichiararti qualche passo del te- 
sto odammannirti qualche dottrina ed alcune ap- 
pendici alla fine dell' opera per integrare o ricor- 
dare sistemi o monchi od al tutto preteriti dal- 
l'Autore, accennando all'uopo, brevemente ed in 
iscorcio , le principalissime vicende della filosofia 
che precedette o susseguì la greca (1), a solo 

notai ione emendalionum, latina Allibrasti interpretatione casti' 
gala , . appendice critica ala» indici bus instruxit IJenr. Gust. 
Huebnerus Lipsiensis. Lips. C. F. Koehlerus , 1828, in 8.°, 
voi. IV. - 11 lavoro dell' Huebtiero è dotto e coscienzioso. 
Confessa egli di aver sempre consultato , massime pe' versi , 
r eruditissimo Gof. Hermanno; e di avere fatto assai poco per 
congettura propria. La sua appendice critica rimasta sospesa, 
per morte, alla fine del Jib. Vili, fu compita da Car. Jaco- 
bitzio. 

(i)IMi sono giovato di Menagio, Casatibuono, Bruckero, Ja- 
cob*, Conio, Rossi, Uebnero, Visconti, Cousin, Salinis, ec, ec. 
ma più che di tutti di Hitler, la cui storia dell'aulica filosofia 
mi parve pregevolissima per ogni rispetto. Valgami siffatta 



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XIV 



CENNI DEL TRADUTTORE. 



in te adi mento di mostrare qual parte avesse anche 
neir opera della sapienza un .popolo privilegiato > 
che più di qualunque sentì le impressioni del bello, 
ne riprodusse le immagini colle meraviglie del- 
l'arte, e se non fu, come spaccia il buon Laerzio, 
di ogni cosa inventore, ogni cosa tuttavia penetrò 
colla potenza dell'ingegno. 

dichiarazione anche o?' io non accennassi le fonti alle quali 
ho attinto per questa compilazione, che tale soltanto, e non 
altro, io la reputo, per non dare, come alcuni sogliono, a sì 
fatte maniere di studi i, che lo Scarron chiama sapere per in- 
dices , maggior peso di quello che e' meritano iu tanta ab- 
bondanza libri e di indici. Il perchè iY ordinario ho anche 
creduto inutile, non trattandosi di discussioni, citare alla ma- 
niera dei forensi, il libro e la pagina. 



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LE VITE 

DEI FILOSOFI 

B I 

DIOGENE LAERZIO 



PROEMIO, 

I. Vlia chi dice primi i barbari aver dato opera alla 1 
filosofia ; e che presso i Persiani furono i Magi , presso 

i Babilonesi e gli Assiri, i Caldei , i Ginnosofi&ti presso 
gì' Indiani , presso i Celti ed i Galati que' che s' appel- 
lano Druidi e Sennotei , secondo afferma Aristotele nel 
Magico e Sozione nel ventesimo terzo della Successione^ 
e che Oco fu fenicio, trace Zamolsi , libico Atlante ; e 
gli Egiziani dicono , che figlio di Nilo fu Efesto, da cui 
ebbe incominciamenlo la filosoGa , della quale erano 
capi i sacerdoti e i profeti. 

II. Da costui ad Alessandro il macedone essere a 
corsi tjuaranl' otto mila ottocento sessauta tre anni, ed 
essere in quel tempo accadute trecento sessanta tre 
eclissi di sole , ottocento trenladue di luna. Dai Magi , 

PIOGENE LAERZIO. I 



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a PROEMIO. 

dei quali fu capo Zoroastre persiano, Gno alla presa di 
Troia , Ermodoro platonico, nel libro delle Discipline^ 
dice essere corsi cinque mila anni, Xanto lidio poi, da 
Zoroastre al passaggio di Xerse dice sei mila $ e dopo 
di quello esservi stati successivamente molli altri Magi, 
gli Ostani, gli Aslrassichi, i Gobrii , i Pacati , finche 
V impero dei Persiani fu distrutto da Alessandro. 

III. Ma costoro, attribuendole a' barbari, discono- 3 
scono le egregie opere dei Greci, dai quali non sola- 
mente la filosofia, ma sì Human genere ebbe principio. 
E veramente nacque Museo fra gli Ateniesi , fra i Te- 
bani Lino , e dicesi cbe quello , figlio di Eumolpo , sia 
stato il primo a comporre in versi una Teogonia e una 
Sfera, e ad affermare che tutte le cose si generino da 
uno ed in quello si risolvano. Mori a Falera e gli fu 
posta quest'iscrizione elegiaca: 

Deir estinto Museo, cara d* Eumolpo 

Prole t serba le spoglie 

// federico suolo in questa tomba. 

E gli Eumolpidi , presso gli Ateniesi , ebbero il nome 
dal padre di Museo. Dicesi poi che Lino fosse figlio di 4 
Ermete e della musa Urania , che abbia scritto in versi 
una Cosmogonia , il corso della luna e del sole", e la 
generazione degli animali e delle frutta. Questo è il 
principio de' suoi poemi : 

Tutto Ju un tempo generato insieme. 



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PROEMIO. 3 

Da coi tracollo Anassagora affermò, tutte le cose es- 
sere state create in un punto, e sovraggiunta la Mente 
averle ordinate. Lino mori in Eubea saettato da Apollo, 
e gli si fece quest' epitafio : 

11 teban Lino, delia musa Urania 

Ben coronato figlio, 

In questa terra si rinchiude estinto. 

E così ebbe principio da' Greci la filosofìa, il cui nome 
stesso è lontano da ogni forma barbarica. 

IV. Ma que' cbe ue assegnano I 9 invenzione a non 5 
Greci si fanno in mezzo col trace Orfeo, dicendo ch'e- 
gli era filosofo ed antichissimo. Per me non so se deb* 
basi chiamar filosofo chi divulgò ciò cV ei racconta in* 
torno agli Iddii , e non perdonandola ad essi d' ogni 
umana passione gli aggrava , perfino di quelle turpis- 
sime libidini che alcuni uomini di rado commettono. 
Spacciasi la favola che e 9 fosse dalle donne fatto perire} 
ma V epigramma eh' è in Dio di Macedonia dice che 
fosse fulminato, così: 

Il trace auricetrato Orfeo le Afuse 
Qui seppellir, cui Giove altipotente 
Uccise Colt igni/era saetta. 

V. Quelli che vanno dicendo avere la filosofia in- 6 
cominciato dai barbari , espongono del pari quai modi 



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4 PROEMIO. 

in essa teoesse ciascuno. E dicono, i Ginnosofisti ed i 
Druidi enimmalicamente aver filosofato per sentenze $ 
adorare gli Iddii ; non far nulla di male ; mostrar co* 
raggio ; e perciò stesso Glitarco nel dodicesimo libro 
afferma i Ginnosofisti dispregiare la morte. 

VI. I Caldei essere dediti all' astronomia ed ai va* 
ticinii. I Magi occuparsi del cullo, dei Numi , dei sagri- 
fici , delle preci ; quasi non fossero che e' soli gli ascol- 
tati ; dichiararsi intorno 1' essenza e generazione degli 
Iddii, e per tali avere il fuoco, la terra e l'acqua; con- 
dannare i simulacri , e massime coloro , i quali dicono 
gli Dei essere maschi e femmine ; tenere discorsi sulla 7 
giustizia , e stimare un 9 empietà il seppellire col fuoco ; 
reputar lecito il mescolarsi colla- madre e còlla figlia , 
siccome scrive Sozione nel ventesimo terzo libro; eser- 
citare la divinazione e la predizione , affermando ad 
essi comparire gli Dèi ; e l'aere essere pieno di spettri , 
i quali siccome vapori ché s'innalzano feriscono gli oc- 
chi di chi acutamente vede; interdire l'uso degli orna- 
menti e dell' oro ; bianche le costoro vesti, letto la via, 
cibo camangiari e poco pane, e per bastone una canna, 
sulla quale, dicesi, infilzano il formaggio onde avvicinar- 
selo e mangiarlo. Che ignota ad essi fosse la divinazione 8 
per via d'incantesimi, si assevera da Aristotele nel Ma» 
gico e da Dinone nel quinto delle Istorie. Il quale dice 



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PROEMIO. 5 

pure the interpretandosi il nome di Zoroastre significhi 
adoratore degli astri; e ciò stesso scrive Ermodoro. 
Aristotele, nel primo libro della Filosofia^ crede i Magi 
anteriori agli Egizii. Due secondo essi essere i principi!, 
il genio buono ed il genio cattivo \ V uno chiamarsi 
Giove ed Oromasde ; V altro Plutone ed Arimanio ; lo 
che si afferma anche da Ermippo nel primo libro dei 
Màgi, da Eudosso nel Periodo e da Teopompo nel- 
V ottavo delle Filippiche. Il quale dice, che gli uomini, g 
secondo i Magi, e riviveranno e diverranno immortali, 
e che tutte le cose serberanno le loro denominazioni ; 
ciò racconta anche Eudemo rodio; ed Ecateo, che e* 
tenevano gli Dei essere stati generati. Glearco da Soli 
nel libro della Disciplina dice , i Ginnosofisti essere 
discesi dai Magi $ e da essi secondo alcuni esserlo an- 
che i Giudei. Inoltre que' che scrissero dei Magi con- 
dannano Erodoto : chè né Xerse lanciò in alto saette 
contro il sole, nò gettò ceppi nel mare, i quali per Id- 
di! si hanno dai Magi; ma però a buon diritto distrusse 
le immagini. 

VII. La filosofia degli Egiziani intorno agli Iddii e io 
sulla giustizia è fama che fosse questa : esservi ^ secon- 
do essi , prima la materia > dalla quale si sceverarono 
poi i quattro elementi ^ e si formarono alcuni esseri vi- 
venti \ Iddii essere il sole e la luna , quello Osiride , 



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6 PROEMIO. 

questa chiamata Iside, significandoli coperchiente per 
mezzo dello scarafaggio 9 del serpente, dello sparviere 
e di altri animali , siccome attestano Manetone nelP e- 
pitome delle Fisiche, ed Ecateo nel primo libro intorno 
alla Filosofia degli Egiziani. Innalzare templi e statue 
a quelli per non sapere la forma del Dio. Il mondo ge- 
nerato, corruttibile, sferico; gli astri esser fuoco, e pel 
loro temperamento nascere quant' è sulla terra» Eclis- 
sarsi la luna quando cade nelP ombra della terra. L' a- 
.nima sopravvivere e trasmigrare; prodursi le piogge 
pe' mutamenti dell* aria. Queste ed altre cose ragiona- 
vano sulla natura , al riferire di Ecateo e di Aristagora. 
Ordinarono leggi anche sulla giustizia, le quali ad Er- 
mete attribuivano. Tra gli animali i più utili reputavano 
Iddii. Si tengono poi siccome gli inventóri della geo- 
metria , delP astrologia , e dell 9 aritmetica. Così circa 
P invenzione. 

Vili. La filosofia primamente ebbe il nome da Pi- 
tagora , che sé chiamava filosofo , conversando , in Si- 
done , con Leonte tiranno dc'Sicionii, o Fliasii, come 
narra Eraclide pontico nel suo libro Ae\V Esanimata ; 
imperocché, diceva, nessun uomo esser sapiente, fuori 
di Dio. Prima chiamavasi sapienza (*•$**) , e sapiente 
(#*?•*) chi la insegnava, e chi P acume delP ingegno con 
. gran cura esercitato vi avea ; amico della filosofia 
(f iA«r«?« f ) chi P abbracciava. 



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PBOBMAO. 7 

», IX. I ta pienti si^^amiivimo anthe«^r( ;*«t«rw 
nè flessi «oli , ma sofisti li pcteti peiandiey accènda Cra* 
titto itegli Archihohif il quale fapéndo P cibgio d'Onte» 
ro é di Esiodo così li» chiama, SI leooerò ^poi per. san i3 
pienti qtleÀi : Calete , Sobné , Periaudro , Oeobulo , 
Gbilone, Biante*, Fi Mac a. A) novero di costoro aggitm- 
gopo Anacarsi io sei!*, Misone il cheneo, Ferecidc il • 
•iwoy Epimonidé il" cretese. Alenai anche il tiranno 
PisisUaU. p questi sono i sapienti. i f 

' X» La 6foeo6a ebbe due principi! ^ eoo «la ?AnassU 
roandro , V allin da Pitagora. Il prima fu discepolo di 
Tdcte, di Pitagora fa maestro Peeectde* Quella si chia- 
mò» filosofia Ionica, poiché Talete£ che era. iònio («e*do 
di Milefto ) fu maestro di Anass in s aodio } questa Italica^ 
da Pitagora, perchè seggtorpò quasi tempre in italia> 
FkA la (ottica tn Ctitomaco, Crisippa e&cofcssto; PlAa^ 14 
Kca in Epicuro» E penò a Tatete successe AMsstman« 
dro^ a' questo Anatesipiene, a «petto Anaa«tgora> ad 
Anassagora Archelao* ad Archelao Socrjrteùblroduitore 
deli' Etica. Starassero a Socrate alt^i Sacratici e 'Pia* 
tolte, il quale istituì Jdt Vecchia Accademia, A Platone 
Speusippo è Xéuocrateyai questo Polemoae, a. Poictnonfe • 
Crantore e Guato, a questo ^cetllao istitutore *]eU\Ào» 
eademia Jtietaanar; ad Areesilaò Lacide istttortoie della 
nuova 3 a Lacide Garheade , ed a Cameade Glitomacoi 



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8 pwmao. 

Coftin CKtomaco. F*M io Cristo eosL Stfccelse a i5 
Socrate A o listane , a quésto ; Diogene il Cinico , a ì|ihh 
sto Grate tcbano, a questo Zenone cittieò, a questo 
■ ; Gitante , a Cleante Crisippo. Per tal modò finì in Teo- 
{Vasto: à Platone tenne dieUo Aratotele, ad Aristotele 
Teofratto. E in siffatta manièra fini la Ionica. Così M* 
'lalica: a Ferecide successe Pitagora , a* questo. il figlio 
Teknge ,; a questo Senofane , a questo Parmenide, « 
questo Zenone l' elètte, a questo I^etfippQé, a Leu- 
cippo ' Democrito , molti a costui , e nominatamente 
ffaoiifane e Naucide , e a questi Epicuro, 

XI. Dei filosèfi alcuni sono Dogmatici (faytetvao) 16 
«lesini Dubitativi > Dogmatici quanti dimo- 
strano le coie siccome comprensibili: Dubitativi poi 
quanti sospendono il loro giudizio intorno a quelle, sic- 

1 come iocomprensibili, Altri lasciarono le proprie me* 
morie} akri non iscrissero affatto 4 come, secondo at> 
fe«ni, Socrate y Stilpone, Filippo v Meuademo , Pirrone, 
Teodoro, Cameade, Brisone*, secondo altri , Pitagora,, 
Aristone chio, da poche lettere in fuori, Alcuni scrissero 
un 9 opera sola , come Melisso,' Parmenide, Anassagora; 

- Zcoooe diverse; molle Xeqotaoev snelle Democrito, 
molte Aristotele, molte Epicuro, molte Crisippo, 

XII. Alcuni $loso6 furono nominati dalle città* 4ic<* 17 
come gli Elisici , i Megarici , gii Erétrici , i Cirenaici 3 



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«iridar luoghi 9 cw gli Accnd«m^i e gli Stqiqi * aj- 
mpi d^lU wCQS^nat , camp, i J^ripajelici' ( Pussvg* 
gf#k>ri)ì alcuni da' motti ***iri<i, cop(ie i, Cibici (Ctmi^ 
•Urinali* fero affezioni, *iceprpe g)i E^epuyiici 
alici 44 torp presumersi, come i Filateti ( 4rW* */A* 
tvrar* )r , ; gU Glenctjci ( &>*rqegfop*) * # Analpgetici 
ItfàgfoWtwiiì^WW dai mae/tfri^c^qw? i Sqc$a^icj f 
gli (T EjHjpwri > *> *wwU-. QacJiU « Mt»xw!hi!?q tatjwrna 
aVf pastura iooq detti Fiaiqii fpdh ph* ai costinjri, 
Elici j dialettici quanti si perdane 4*^o> spjuigliezw 
dei decorsi. , . I » , » 

XJIJ. Pui;^ tre iqoa le Pfw# {Mia Wwftf 1 £Ì¥ C *> ^ 
Jfclicf jB Dialettica- Pel mpndo e <3i <ji^n^p in esso si 
comprende , (ratti |# Fi*i*a > tratta tfejla Wta, * (W <M 
«he ci *Ugjard^ P Etica t la Plastica le ragioni & £U* 
trambe ditatnina, §i^o^4 ArpM*# ^ noapteqn* Ja.Fiftqai 
PEticfcpoipe è ^e^eH^e principio da Soci-pt^ da 2*na- 
ne eleate la Eclettica. Rfcci «ette 'nacquero dall'Etica 
H Accade wca ^ la Cirenaica, l'Eliaca, la Aftegarica, la 
Cinica, r JEretj^ica , U Dialettica* la, Peripatetica, la 
Stoica e PEpicurea. ^a veccia Accademia adunque ebbe 19 
* capo, Platone v la Qie^na Acoe^ilao ; la nuova La- 
cide j la, Cirenaica ArUtippp cireneo } ISPUac* Fedone 
citate; Ja Megarica Euclide megarese; la Cinica Anii* 
ftaiyr AtfQiffC i Pfreirica W«M4WftO e retricse j la Dia- 



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IO rftOfttftO. 

lettura Clitomaco cartaginese s la Peripatetica Aristotile 
sta giri la} la Stoica Zenone èittieo ; l'Epicurea Epicur# 
dal quale fu nomala. Ma fppobofO nel mio libro sutU 
Sette dice che nove erano le sette e le istituzioni. rVimà 
la Megarica , seconda P Eretricd , terta: la Cirenaica , 
quarta l'Epicurea ? Quinta 1* Aniàicerfa , sesta la Teodo- 
ria, settima ra 7.6 ironia e la Stoica , attiva l'Accado 
mica vecchia, nona ra Peripatetica. Non la Cinica, : nou 20 
l'Eliaca, non la Dialettica. Dai più non si ammétte, per 
la sua oscurità , hi Pirronica 5 aftri afternìano per al*- 
cun che parer loro esser setta, per alcuno, no. Poiché 
dicono, se chiamiamo setta quelta ché a Id ri ri e opinioni 
intorno ai fenomeni o segue o sembrai seguire, à buon 
diritto la Scettica può essere appellata setta \ se poi per 
setta intendiamo uba tendenza a dogati, che abbiano 
fra loro un collegamento, non potrassi tlènominar setta, 
poiché non ha dogmi. Questi furono i prmeipii é le 
successioni } queste le parti è le sette delfa Biosofia. 

XIV. Più , da non molto, anche V Eclettica ; un» ai 
setta introdotta da Potamone alessandrino, trascerto ciò 
che gli piaceva da ciascuna setta. r^arvegli, siccome af- 
ferma nelle sue- Istituzióni,' óve essere i criterH della 
verità : - l'uno dà cui nasce il giudizio, ed é il principale, 
l'altro per meazo del quale egli nasce , cioè un 1 esat- 
tissima rappresentazione dell 9 obietto; principio dV&gtii 



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PROEMIO. f t 

cosa essere la materia, P agente, Fazione ed il luogo} 
di che, da cui, come e dove ; essere il fine cui tutto mira 
una vita perfetta per Ogni virtù, non esclusi i beni na- 
turali del corpo e gli esterni. Ma è a dirsi ornai degli 
stessi filosofi e priina di Talete. 



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Diogene- Laerzio T. I pag. j3 




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LIBRO PRIMO 



CAPO PRIMO, 

TlLETB. 

I. Talete , siccome affermano Erodoto, Duri e De* aa 
mocrito ebbe a padre Esamio , a madre Cleobnlina , 
schiatta dei Telidi, che tra Fenici! , al dire di Platone, 

è nobilissima discendenza di Cadmo e di Agenore. Fu 
il primo che si chiamasse sapiente, sendo arconte d'A- 
tene Damasio, sotto del quale anche i sette furono 
nomati sapienti, come narra Demetrio falereo nel Ga- * 
talogo degli arconti. Fu ascritto tra i cittadini di Mi- 
leto, quando vi giunse con Nileo , fuggito di Fenicia; 
ma tengono i più che fosse nativo milesio e di stirpe 
illustre. 

II. Posta da un canto la politica si applicò alla con- a 3 
tcmplazione della natura. È opinione di alcuni che nulla 

ei lasciasse di scritto, poiché V Astrologia nautica ^ che 
gli si attribuisce , dicono essere di Foco samio (Calli- 



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l4 CAPO PRIMO 

maco il fa ritrovatore dell'Orsa minore dicendo ne'suoi 
giambi : 

È fama che del carro i picchi astri 
Notasse , che a* nocchier fenici è scorta.) 

È opinione di altri che due soli trattati e'scrivesse, so- 
pra i solstizii e gli equinozi!, stimando tutto il resto es- 
ser facile a comprendersi. Credono alcuni ch'ei fosse il 
primo ad occuparsi di astrologia e predicesse gli eclissi 
del sole ed i solstizii 9 siccome afferma Eudemo nella 
sua storia dell' Astrologia $ ond 9 è che ne lo ammira- 
rono e Xenofane ed Erodoto} e ne fecero testimonianza 
Eraclito e Democrito. 

III. V ha chi dice , primo aver egli chiamate im- 24 
mortali le anime} e fra questi è il poeta Cherilo ; primo 
aver egli ritrovato il corso del sole da solstizio a solsti- 
zio; e la grandezza del sole dimostrata settecento venti 
volte maggiore della lunare, come altri dice; primo aver 
dato il nome di trentesimo all'ultimo del mese; primo, 
secondo alcuui, aver discorso sulla natura. Aristotele ed 
Ippia dicono ch'egli concedesse un'anima anche alle 
cose inanimate coughictturando dalla pietra magnetica 
e dall' ambra. Apprese geometria dagli Egizii, al riferire 
di Parafila ; primo descrisse in un cerchio il triangolo 
rettangolo , e fece il sagriBcio di un bue. Altri ciò rac- 25 
contano di Pitagora , e di questi è Apollodoro l'aritme- 
tico. Egli accrebbe d' assai le scoperte , che Callimaco, 
ne' suoi giambi , attribuisce al frigio Euforbo, cioè i 
triangoli scaleni e tutto che spetta alla teorica delle linee. 
Sembra che nella politica fosse ottimo consigliatore, 



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TALETE. 1 5 

poiché a Creso che mandò cercando l'alleaoza dei Mi* 
lesii , egli si oppose; ciò che, sendo Ciro vincitore, salvò 
la città. Clito però , come narra Eraclide , dice eh' vi 
vivesse solitario e ritirato. 

IV. Tengono alcuni che fosse ammogliato, e avesse 26 
un Chibisso per figlio ; altri eh 9 e 9 restasse celibe e che 

il figlio della sorella adottasse; e che interrogato per- 
chè non generasse figliuoli, rispondesse : per amore de* 
figliuoli. E raccontasi che eccitato dalla madre ad am- 
mogliarsi , dicesse : per Giove non è ancor tempo; poi, 
già declinando a vecchiezza e più fortemente stretto : 
non è più tempo , rispondesse. 

V. Narra Geronimo da Rodi nel secondo delle sue 
Varie Memorie , che volendo dimostrare quanto sia 
facile V arricchire, avendo antiveduto che vi sarebbe 
stata abbondanza di olive, prendesse a pigione i fattoi, 
e un'infinita quantità di danari raccogliesse. 

VI. Principio di tutte cose egli affermò essere V a- 2 j 
equa , e il mondo animato e pieno di spiriti. Dicono 
eh' ei trovasse Je stagioni dell'anno, e in trecento ses- 
santacinque giorni il dividesse. Non ebbe istitutori; se 
non che ito in Egitto conversò con que' sacerdoti. 
Narra Geronimo aver egli misurato le piramidi, os- 
servandone esattamente 1' ombra , quando era di pari 
grandezza. Minie afferma ch'ei visse anche con Tra* 
sibulo tiranno dei Milesii. 

VII. Intorno al Tripode è noto che rinvenuto da 
pescatori, fu dal popolo di Miltto mandato in giro ai 
sapienti. Poiché raccontasi che alcuni giovani ionii , 28 
comperata da pescatori milesii una retata, e tratlòne 



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l6 CAPQ PRIMO 

fuori un tripode, v' ebbe contesa , finché i Milesit spe- 
dirono a Delfo , e il Dio rispose così 2 

Chiedi a Febo del tripode , o milesia 

Prole ? Il tripode a quello 

Che primo è a lutti in sapienza, addico. 

E però si diede a Talete } da questo ad altro, e da 
altro ad altro , fino a Solone , il quale disse primo in 
sapienza essere il Dro , e lo mandò a Delfo. Ma Galli» > 
maco ne' suoi giambi racconta la cosa in altro modo, e 
come la prese da Leandro milesio. Che un certo Ba- 
ttale arcade lasciò una guastada ingiugnendo che fosse 
data al primo dei sapienti} che data a Talete, e ita in 
giro, tornò di nuovo a Talete, il quale la mandò ad *9 
Apollo Didimeo , così dicendo secondo Callimaco 1 

Me , cui Talete di virtude in premio 
lEbbe due volte , sacra 
M-reggUor del popolo Nileo. 

Che così sta iu prosa: Talete di Esamio, milesio, con* 
sacra ad Apollo Didimeo il premio della virtù, eli ebbe 
due volle dai Greci. Quello poi che portò in giro la 
guastada era figlio di Baticle e chiacnavasi Tirione , 
siccome racconta Eleusi uel libro intorno ad Achille, 
ed Alessandro mindio nel nono delle Favole. Ma Eu- 
dosso gnidio , ed Evante milesio dicono , un amico di 
Creso aver avuto dal re una. tazza d' oro , perchè la 
desse al più sapiente dei Greci , e che data a Talete 3o 
pervenisse a Chiloue , il quale interrogata la Pitia , chi 
di lui fosse più sapiente , ne avesse in risposta , che 



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VALETE* 17 

Misone , del quale diremo. Costa! viene posto da Eu- 
dosso invece di Cleobulo , e da Platone invece di Pe<- 
riandro. Intorno a lui qnesto rispose il Pitio : 

Dico un eteo Misone in Chene nato 

Più di te alla prudenza atta ha la mente. 

E chi lo interrogò fu Ànacarsi. Dedaco platonico e 
Clearco dicono che la guastatila fosse spedita da Creso 
a Pittaco, e così andasse in giro. Androne nel Tripode, 
che gli Argivi per premio della virtù al più sapiente 
dei Greci stabilissero un tripode , e che fosse aggiudi- 
cato allo spartano Aristodemo , il quale lo cedesse è 
Chitone. Anche Alceo fa menzione di Aristodemo così: 3i 

Poiché fama è che un tempo Aristodemo^ 
Certo non senza acume, abbia in I sparla 
Ragionato tai detti : 

La ricchezza fa V uom , ma col mendico 
Nulla stassi di buono e <f onorato. 

Alcuni dicono che da Periandro fosse spedita a Trasi* 
buio tiranno dei Milesii una nave carica; e che avendo 
questa fatto naufragio nel mar Coo, fu poi da certi pe- 
scatori rinvenuto il tripode. Fanodico afferma che rin- 
venuto nel mare ateniese si trasportasse in Atene, e a* 
donato il popolo, si spedisse a Biante. Del perchè, 3 2 
quando di Biante- si terrà discorso. Altri narrano che 
il Iri p ode fabbricato da Vulcano donato fosse dal Dio 
a Pelope che si maritava ; che in seguito pervenuto a 
Menelao, e insieme con Elena rapito da Alessandro, 

DIOGENE LAERZIO. 2 



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l8 CAPO PRIMO 

fosse dalla Spartana gettato nel mare Goo , dicendo 
che diverrebbe cagione di risse ; che dopo qualche 
tempo certi Lebcdiesi presa colà in affitto una rete rin- 
vennero anche il tripode; che però nata contesa co'pe- 
scatori , salirono intanto verso Coo , donde nulla otte- 
nendo portarono la cosa a Milejo , eh 1 era metropoli ; 
che i Milesii spedirono legati, i quali accolti con dispre- 
gio, si venne alle mani con que'di Goo; che molti ca- 
dendone da ambe le parti uscì l'oracolo di doversi dare 
al più sapiente; e che entrambe le parti convennero in 
Talete, il quale, dopo che fu ito in giro, V offerì ad 
Apollo Didimeo. Il responso fatto a 1 Coi è di tal ma* 
niera : 

•Non pria tra gli lonii e i Me rapi cedrassi 
Cessar la guerra , che f aurato tripode , 
Cui già Vulcano in mar gettò , non renda 
La cittade a colui , che appien conosce 
Ciò eh' è , ciò che sarà , ciò eh' ami è slato. % 

Quello a' Milesii : 

Chiedi a Febo del tripode , o A/desia 
Prole ? ecc* 

Come innanzi è detto, E cosi di ciò. Ermippo, nelle Vite, 
riferisce di lui ciò che alcuni raccontano di Socrate. 
Soleva dire cioè , 'cosi narra , che di Ire cose sapeva 
grado alla fortuna : la prima — Peivkè e 1 fosse nato 
uomo e non bestia; poi — Perchè uomo e non donna; 
la terza — Perchè greco e non barbaro. 

Vili. Raccontasi che condotto fuor di casa da una 



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TALETE. I9 

vecchia, perchè osservasse le stelle , cadde ia una fossa, 
e che dolendosene , la vecchia dicesse: Come mai, o 
Talete , se tu non puoi vedere le cose cfie hai treppiedi 
pensi conoscere quelle che sono in cielo? Anche Timone 
il vide occuparsi di astronomia, e lo loda ne* Siili, di- 
cendo : 

Astronomo fra i sette sapienti 
Qual fu Talete sapiente. — 

Le cose che da lui furono scritte , al dire di Lobone 
argivo, aggiungono a dugento versi. Così era scritto sotto 
V immagine di lui : 

V toniti Miìeto crebbe, ed a Sofia 
Diè il più vetusto astronomo , Talete. 

JX. Fra i detti poetici di lui sono questi: 35 

Non è di senno indizio il parlar molto — 
Con prudenza aleuti che ricerca ; eleggi 
Alcun che di preclaro ; e, molte lingue 
Farai tacere <f uomini loquaci. 

Vanno intorno come sue queste sentenze : Dio V anti- 
chissimo degli esseri , perchè non generato — Bellis- 
simo il mondo , perchè opera di Dio — Grandissimo 
lo spazio , perchè tutto comprende — Velocissima la 
mente, perchè discorre ogni cosa — Fortissima la ne- 
cessità, perchè tutto vince — Sapientissimo il tempo^ 
perchè tutto discopre — Diceva in nulla differire dalla 
vita la morie. Perchè non muori tu dunque , chiese nn 
tale ? Ed egli: peivhè non Sè differenza ~ Interrogato 3g 



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20 CAPO PRIMO 

se prima fosse stata la notte o il giorno : La notte, ri- 
spose , un dì prima — Alcuno gli chiese: se ignoto agli 
Dei fosse l'uomo quando commette peccato ? Nè quando 
lo pensa, rispose — Un adultero lo interrogò, se polea 
giurare di non aver commesso adulterio; Non è lo sper» 
giuro, disse, peggiore dell'adulterio? — Interrogato, che 
cosa fosse diffìcile ? disse: Conoscere se stesso — Che 
facile? Consigliare gli altri — Che soavissima ? Conse- 
guire — Che Dio? Quello che non ha nè principio, nè 

fine — Che cosa fosse difficile a vedersi ? Un tiranno 
vecchio , disse — Come uom potesse la sventura com- 
portar di leggieri? Se vegga il nemico in peggior condi- 
zione di sè — Come meglio e giustissimamente vivere? 
Se ciò che riprendiamo negli altri , per noi non sì fac- 
cia — Chi fosse felice ? Colui che ha sano il corpo 37 
la fortuna seconda ; ben istrutto lo spirito — Diceva , 
doversi ricordare degli amici presenti e lontani — 
Non azzimarsi , ma esser bello regolare i costumi — 
Non arricchire ) diceva, malvagiamente, nè le sugge» 
stioni ti muovano contro quelli cui commettesti la tua 

fede — Que* soccorsi , disse, che avrai recato a 1 geni* 
tori aspettali anche tu stesso dai figli — Diceva cre- 
scere il Nilo , quando le efesie che gli sono contrarie 
ne respingono le correnti. 

X. Scrive Apollodoro nelle Croniche che Talete era 
nato il prim 1 anno della trentesima quinta olimpiade , 
morto d' anni seltantotto , o , come dice Sosicrate , di 38 
novanta , perchè era morto nella cinquantesima ottava 
olimpiade. Visse a tempi di Creso , cui promise di far 
passare V Ali senza ponte , deviandone il corso. 



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TALETE, 21 

XI. Vi furono, come racconta Demetrio magnesio 
negli Omonimi, altri cinque Taleti. Il primo, retore 
calanziano, pessimo imitatore; il secondo, da Sioione, 
dipintore valoroso; il terzo, antico assai, contempora- 
neo di Esiodo, di .Omero e di Licurgo \ il quarto , del 
quale fa menzione Duri nel suo Trattato della Pittura; 
il quinto più moderno , senza nome, del quale fa men- 
zione Dionisio nei Critici. 

XII. Morì Talete il sapiente dal caldo, dalla sete 3g 
e dal languore-, mentre già vecchio contemplava un gin- 
nico certame. Quest' iscrizione fu posta sul suo monu- 
mento : 

// monumento breve e Palla fama 
Ecco del prudenlissimo Talete. 

Avvi pure sopra di lui , nel primo libro degli EpU 
grammi, o Pammetro , questo nostro epigramma : 

Dallo stadio rapisci , p Giove Eleo , 
Talete il saggio , che il veduto torna 
Ginnico agone a contemplar. Sia lode 
A te che presso tei locasti ; il vecchio 
Più* mirar non polca gli astri da terra. 

XIII. È suo il motto: conosci tè stesso, che An« ^ 0 
tistene nelle Successioni dice essére di Femonoe ed 
averselo appropriato Chilone. 

XIV. Intorno ai sette sapienti — poiché stimo op- 
portuno farne qui menzione in generale — girano sif- 
fatti discorsi. Damone cireneo che scrisse dei filosofi , 
tutti gli accusa e più i sette. Tutti Anassimeae li 



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,21 CAPO PRIMO 

chiama dediti alla poesia. Dicearco afferma che non 
erano nè sapienti , nè filosofi , ma uomini assennati e . 
legislatori. Archetimo siracusano scrisse il loro congresso 
presso Cipselo , al quale dice eh 9 egli pure si era abbat- 
tuto-, Euforo, quello presso a Creso , da Talete in fuori. 
Altri dice ch'ei convennero e nel Pamonio e in Corinto 
e in Delfo. V'ha discrepanza anche sulle loro sentenze, 4 
e P una si tiene per quella delP altro , come questa : 

// savio lacedemone Misone 

Queste cose dicea : Nulla di troppo; 

Tutto è bello a suo tempo — 

c circa al numero è pur disparere. Poiché Leandrio in- 
vece di Cleobulo e di Misone annovera Leofante di 
Gorsiade , lebedicse od efesio , ed Epimenide cretese ; 
Platone in Protagora, Misone invece di Periandro ed 
Euforo in vece di Misone AnacarsJ. Alcuni vi ascrivono 
anche Pitagora. Dicearco ce ne dà quattro , che tutti 
assentono , Talete , Biante , Pittaco , Solone ; poi ne 
nomina altri sei , 'da' quali ne sceglie tré: Aristodemo, 
Parafile , Chilone lacedemone, Cleobulo , Anacarsi, Pe- 
riandro. Alcuni vi aggiungono Acusilao di Caba, o Sca- 
bra, argivo. Ermippo nel suo libro intorno i Sapienti ne l\ 
annovera diciassette , dai quali altri in altra maniera 
scelse i sette; e sono: Solone, Talete, Pittaco, Biante, 
Chilone, Misone, Cleobulo, Periandro, Anacarsi, Acu- 
silao, Epimenide, Leofante, Ferecide, Aristodemo, 
Pitagora , Laso di Cai-mantide o di Sisimbrino , o , 
secondo Arislosseno , di Cabrino, ermioneo, Anassa- 
gora. Ippolito invece nel Catalogo dei Filosofi nomina: 



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TALBTE. a3 

Orfeo , Lino y Solone, Periandro , Anacarsi , Cleobulo, 
Misone v Tale te, Biante, PiUaco, Epicarrae, Pitagora. 
Di Talete vanno attorno anche queste lettere : 

TALBTE A FBRECIDE. 



XV. « Sento che tu, primo fra gli lonii , sei per 43 
9* pubblicare discorsi sulle cose divine dei Greci. E forse 
» con più sano pensiero bai deposto nelle mani di tutti 
» lo scritto, di quello che a chicchessia con6dare la cosa 
39 senza alcun vantaggio. Il perchè se V è a grado, vo- 
» glio essere a parte di ciò che tu scrivi , e quando ti 
9 piaccia , verrò da le in Siro. Stolli veramente sa- 
79 re maio e io e V ateniese Solone, se, dopo di aver 
99 navigato in Creta per istruzione e dopo di aver 
99 navigalo in Egitto, per conversare con tutti quei 
99 sacerdoti ed astronomi, appo te poi non navigassimo; 
» chè anche Solone verrà se il concedi — Tu affezio- 44 
99 nato al paese, di rado ti rechi nella Ionia, né hai 
99- desiderio di persone straniere ; e come ci fai sperare, 
99 ti applichi del solo scrivere. Ma noi che nulla seri- 
9» viamo , percorriamo la Grecia e P Asia. » 



TALBTE A SOLONE. 



XVI. « Volendo tu ritirarti da Atene, parmi che 
99 non potresti prendere più convenevole abitazione che 
91 in Mileto presso nostri coloni; chè nessuna molestia 
99 vi avrai a sopportare. Che se ti dorrà che anche i Mi- 
r. lesti siano soggetti alla tirannide — perchè tu odii ogni 



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24 CAPO PRIMO, TÀLETE. 

» governo di re — ti sarà grato d 1 altra parte vivere 
» con noi in compagnia di amici, Anche Biantc ti scrisse 
» di recarti in Priene. Ove ti piacesse meglio di colà 
» Abitare la città de'Prienesi, e noi ci verremo ad abi- 
li, tare con te. » 



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Diogene La^rw T.J pag . bS 




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*5 



CAPO II. 

SOLONE. 

I. Solone di Esecestide salamioio fu il primo a in- 45 
Irodnrre fra gli Ateniesi il Discarico^ che era il riscatto 
della persona e dei beni. Imperciocché e si pigliava ad 
usura impegnando la persona, e molti costretti da; pol- 
verìi servivano a prezzo. Sendogli per un credito pa- 
terno dovuti sette talenti , li rilasciò il primo, indu- 
cendo gli altri a fare lo stesso. Questa legge fu chiamata 
Discarico e n'è manifesto il perchè. Dopo 
fece altre leggi cui sarebbe lungo il riferire, e le collocò 
sovra tavole di legno- 

II. Ma ciò eh' ei fece di più importante si fu che 46 
disputandosi fra gli Ateniesi ed i Megaresi il possesso 

di Salamina, patria di lui, e spesso ne 9 combattimenti 
sendovi strage di Ateniesi, per cui il popolo decretò la 
pena di morte a chi avesse consigliato ancora di guer- 
reggiare per Salamina , egli Ontosi pazzo , e incorona- 
tosi , entrò precipitosamente in piazza. Colà fé 9 leggere 
agli Ateniesi, per mezzo del banditore, un'efficace ele- 
gia intorno a Salamina che al tutto li commosse, e di 
nuovo li recò ad azzuffarsi co 9 Megaresi, avendone, per 
cagion di Solone, vittoria. Ciò che dell' elegia toccò di 47 
più gli Ateniesi, era questo: 



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26 CAPO II 

Ah folegandrìo almeno o stoini te 
Foss'io , mutata patria, e non (V Alene ! 
Già tale un grido fra le genti sorge: 
Ecco un Attico , un uom che si f uggia 
Da Salamina — 



e dopo : 



A Salamina andiam ! la sospirata 
Isola si combatta , e ornai si tolga 
Da noi tanta vergogna — 



Di poi li persuade ad impadronirsi della Chersoneso 
in Tracia: ed affinchè non sembrasse òhe per sola vio- ^8 
lenza, ma anche per diritto si fossero impossessati di 
Salamina, fatti scavare alcuni sepolcri, mostrò èssere i 
cadaveri rivolti alP oriente, eh' era il costume di seppel- 
lire degli Ateniesi} e che anzi gli stessi sepolcri guarda- 
vano il levante, e vi erano intagliati i nomi delle tribù, 
com' è proprio degli Ateniesi. V ha chi dice ancora 
aver egli, nel catalogo d' Omero, dopo 



inserito 



Aiace conducea da Salamina 
Dodici navi — 



— e presso le ateniesi 
Falangi pose il campo. — 



III. D'allora in poi così egli ebbe affezionalo il popò- 
Io, che questo di buon grado lui avrebbe voluto anche a 
tiranno. Ma egli noi sostenne, cbè anzi avendo ciò so-* 3 
spettato di Pisistrato, suo congiunto, siccome narra So- 



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90L0NR a 7 

sicrate, ne lo impedì. Imperocché Tenuto in certa adu- 
nanza colla corazza e collo scudo, in quella i disegni di 
Pisistrato disvelò, e ciò non solo, na sé essere pronto 
al riparo, così dicendo : Cittadini ateniesi, io sono e 
più saggio di alcuni, e più animoso di (diri: più sag* 
giù di guanti non avvisano le frodi di Pisistrato , più 
animoso di chi, sapendole , per paura si tace. Ma il 
senato eh' era tutto per Pisistrato il chiamò pazzo. Il 
perchè cosi disse : 

Dimostrerà tra breve a cittadini 

La mia pazzia 9 dimostreralta il vero 

Quando fia giunto in mezzo. 

L'elegia sopirà la tirannide di Pisistrato , ch'egli avea 5o 
predetta, era questa: 

s Neve apportati le nubi e impetuosa 
Grugnitola; dal fulgido baleno 
Nasce il tuono ; rovinan le cittadi 
Sotto ai potenti ; e nel servaggio , stolta 
Cade la plebe a? un che solo impera. 

IV. E per non obbedire a costui che già imperava, 
depose le armi innanzi al palazzo dello stratego , e 
detto: O patria , io ti ho soccorso colle parole e coi 
fatti, navigò per l'Egitto ed a Cipro, e venne da Creso. 
Qoando interrogato da lui: Chi a te pare felice? Tello 
ateniese^ rispose, e Cleobi e Bitone, col resto che tutti 
sanno. — Raccontano alcuni che ornatosi , Creso, di ogni 5 1 
maniera, e collocatosi sul trono lo interrogasse : scegli 
mai spettacolo più bello veduto avesse? e eh* e'gli di* 



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28 CAPO II 

eesse : / galli, i fagiani ed i pavoni, ornati di grazia 
naturale, e le mille volte pià belli. Partitosi di là venne 
in Cincia e fabbricò una città, che dal suo, nome ap- 
pellò Soli, e vi pose ad abitare alcuni pochi Ateniesi , 
i quali col tempo, imbarbarita la lingua, furono detti 
solecizare^ e questi qui sono Solesi, Solii que 7 presso a 
Cipro. 

V. Ora, appreso che già Pisistrato si era fatto tiranno, 
queste cose scrisse agli Ateniesi : 52 

Se per vostra cagion soia cotanti 
Mali soffrite , non dovete parte 
Imputarne agli Dei. Voi lo innalzaste, 
Dandogli possa ; e vii servaggio or voi 
Per ciò n'avete. Della volpe segue 
Ciascun di voi le tracce ; uniti poi 
Siete ìeggier di mente; chè alla lingua 
E alle scorte parole di costui, 
Nè badale al^oprar che ne consegue. 

Così Solone. 

VI. Ed a lui fuggitivo questa lettera scrisse Pisi- 
' strato. 

PISISTRATO A SOLONE. 

« Nè io solo dei Greci ni' impossessai della tirati- 53 
»nide, nè come di cosa che non m'appartenesse, sendo 
» della schiatta di Codro; poiché riprendo ciò che gli 
» Ateniesi, concesso con. giuramento e a Codio e alla 
» sua stirpe, avevano ritolto. Del resto io non commetto* 
» peccato alcuno o contro gli Deij o contro gli uo- 



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k SOLOMS 29 

9» mini; e persino lascio governare alle leggi che In hai 
* dato agli Ateniesi , le quali mèglio al certo ci reg<f 
y> gono che in democrazìa, lo non permetto che ad al- 
w cuno si faccia ingiuria; e, come tiranno, nulla ottengo 
99 di più di una maggior dignità e dell'onore; e di quello 
99 ricompense che erano fissate a chi prima aveva re- 
99 gnato. Ogni Ateniese paga la decima de' suoi fondi 4 
99 non a me, ma per la spesa che si fa ne' pubblici sa- 
99 grificii, od in altro di comune, o nelle guerre che ci 
» soprarrivano. Nè io voglio lagnarmi di te,, perchè hai 54 
99 fatto palese il mio pensiero; chè amore alla città 
n piuttosto che odio verso di me hai mostrato; e la 
» ignoravi ancora come mi sarei condotto nel coman* 
99 do; altrimenti, saputolo, avresti forse comportato il 
99 mio innalzamento, nè saresti fuggito. Ritorna dunque 
99 a casa, credilo a me anche senza eh 9 io il giuri, nulla 
y> di sgradevole sarà per patire Solone da Pisistrato. E 
99 sappi che nessuno de 9 miei nemici n'ebbe a soflerirc 
v di sorta. Che se stimerai a proposito di essere uno dei 
99 miei amici, sarai tra' primi, chè iu te non iscorgo nè 
99 frode, uè perfidia; se di abitare altrove che in Atenei 
99 il farai ad arbitrio, e per cagion nostra non ne sarà 
» privarla patria 99. 

VII. Così Pisistrato — Solone disse termine del- 55 
fumana vita i settantanni — Bellissime si stimano 
anche queste sue leggi: Chi non alimenta i genitori, sia 
infame — Sia tale chi fonde la paterna sostanza — 
L'ozioso sia soggetto a render conto disè a quanti vor- 
ranno accusarlo — Lisia però nelP orazione contro 



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3o CAPO 11 

Nicia dice, arar Bracone scrilla questa leggo, Solone 
posta in uso — Interdisse la bigoncia a' bagascioni. 

Vili. Moderò anco i premii degli atleti nei giuochi, 
stabilendo pe' vincitori olimpici cinquecento dramme ; 
cento per gli istmici, e in proporzione per gli altri; 
sendo stoltezza a costoro preparar premii , e non sol- 
tanto a quelli ebe morivano in guerra, i figli dei quali 
si doveano educare e mauteoere dal pubblico. Quindi 56 
per emulazione riuscivano forti e valorosi nelle batta- 
glie; come Potiselo, come Cinegiro, come Callimaco, 
come tutti coloro che pugnarono a Maratona ; ed an- 
che Armodio e Àristogitone e Milziade ed altri senza 
numero. Ma gli atleti, mentre si esercitano, costano as- 
sai; sono di danno quando vincono, e s'incoronano piut- 
tosto contro la patria, che contrò gli antagonisti» Dive- 
nuti poi vecchi, secondo Euripide : 

Abbandonali logori mantelli 
Consumano la trama — 

Ciò preveggendo, Solone vi pose modo. 

IX. Bellissime cose sono queste ancora : Che il cu- 
ratore non possa abitare colla madre dei pupilli — Nè 
esser curatore colui, al quale perviene la sostanza mo- 
rendo i pupilli — E queste — Non sia permesso allo 57 
intagliatore cT anelli serbare T impronta delY anello ven- 
duto — Si strappino i due occhi a colui che acciecò 
chi ne aveva uno — Non torre ciò che non hai posto, 
altrimenti pena la vita — - L'arconte sorpreso ubbriaco 
sia punito di morte — Ordinò che i poemi di Omero 



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SOLOPfE. 3l 

fossero alternatamente cantati dai rapsodi, cioè che dove 
il primo cessava là iucominciasse il successivo» Meglio 
adunque Solone illustrò Omero di Pisistrato, al dire di 
Dietu&ida nel quinto àvMegaricL Erano in particolare 
questi i versi : 

Que che Untano Atena — ec. 

e ciò che segue — - Primo Solone chiamò il giorno tren*- 
t esimo del mese vecchia e nuova luna ("f *«' 58 
primo fece uu concilio di nove arconti che giudicassero 
uniti, come afferma Apollodoro nel seoondo dei Legi- 
slatori— una sedizione, egli non si p06e nft con 
que' della città, nè con que' della campagna, e uè pura 
con que 9 della marina. 

X. Diceva, essere il discorso immagine delle opere —* 
il re fortissimo per possanza — le leggi simili ai ragna* 
tefi, poiché se alcuno debole e leggiero v'incappa, ne è ri- 
tenuto, se più potente , lacerandoli se ne va. — - Diccra 
parimente, doversi sigillare il discorso dal silenzio, il 
silenzio dall'opportunità — Diceva, i potenti che stanno 5a, 
presso a? tiranni essere simili ai sassolini, coi quali si 
calcola che ognuno di essi or più or meno rappre- 
senta; del pari i tiranni fare ognuno di costoro or 
grande ed illustre, ora spregevole — Interrogato, per- 
chè non avesse fatta una legge contro il parricida? ri* 
spose — Poiché sperava che non si desse — e, come 
potrebbero gli uomini commettere meno ingiustizie? Se 
parimente, rispose, se ne graveranno e quelli che le ri* 



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3a capo il 

cevono , e quelli che non le ricevono — e , Dalia rie* 
chezza nascere la sazietà; dalla sazietà V insolenza. 

XI. Stimò egli a proposito che gli Ateniesi rego- 
lassero i giorni secondo la luna. Vietò a Tespi di re- 
citare e d'insegnare tragedie , siccome inutili mento* 
gne $ e quando Pisistrato feri sè stesso, da quelle, disse, 
nascere tai cose. 

XII. 1 consigli che dava agli uomini, come afferma 60 
Apollodoro nel suo libro intorno alle sette dei filosofi, 
erano questi: Abbi più fede alla probità che al giura- 
mento — Non dire menzogna — Medita le cose pre- 
clare — Non essere sollecito a procacciarti amici ; 

i quali se ti sarai procacciati non dispregienti — Co- 
manda , prima imparando a obbedire — Consiglia , 
non le cose che piacciono più, ma quelle che sono mi* 

gliori — Fatti guida la ragione Non conversare 

ed 1 malvagi — Onora gli Dei — Rispelta i genitori. 

XIII. Raccontasi di lui , che avendo scritto Mi* 
mnermo : 

Senza cure moleste e senza morbi 
Il mortai fato al sessagesimi anno 
Me sorprendesse almen — 

egli riprendendolo dicesse: Gì 

Ora s 9 hai fede in me , togli cotesto, 
Nè invidiarmi se meglio io di te parlo! 
Ma ricomponi con baldanza e canta: 
Il mortai fato ali 9 ottantcsirn anno 
Me sorprendesse almen — 



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80LOWE. 33 

XIV. Fra i suoi delti poetici v' hanno questi : 



Da ogni uom ti guarda — • vedi non asconda 
V odio Ch'ha in pitto, e in lieto voltò parli; 
E la duplice lingua non risuoni 
Per negra cura — 

È noto aver egli scritto leggi, aringhe, avvertimenti a sé 
stesso, elegie; e sopra Salamina, e sul governo degli 
Ateniesi cinque mila versi, e giambi, ed epodi .— Sul* 6a 
V immagine di lui fu posta quest'iscrizione: 

Sàlamina r che fé t ingiusto oltraggio 
Cessar de* Medi, questo 
Solone partorì sacro legista. 

XV. Fiorì intorno , alla quarantesima sesta olim- , 
piade, il terz'anno della quale, al dire di Sosicrate, go- 
vernò gli Ateniesi, e diede anche le me leggi. Cessò di vi- 
vere di ottantanni in Cipri , ingiugnendo a 9 suoi fami- 
gliari di trasportare le sue ossa in Salamioa, e incene- 
ritele seminarle pe* campi. E di questo parla Cattino nel 
Chirone^ facendogli dire cosi : 

L'isola, come è fama, abito, sparso 
Dintorno a tutta la città <f Aiace. 

e v 9 è anche un nostro epigramma nel succitato Pam- 63 
metro, in cui sovra quanti morirono segnalati per sa- 
pere vi sonò epigrammi e versi d' ogni misura e ritmo, 
che è così : 

Sovra lido straniero arse la salma 
Di Solon cipria fiamma. Salamina 

DIOGENE LAERZIO. • 3 



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34 CAPO II 

N' ha t ossa, e le stia ceneri le spiche. 
Dritto ni del dalle tavole Ju addotto 
Lo spirto. Agevol cosa — egli p* impose 
il lievissimo pondo di sue leggi. 

XVI. È fama eh' e' dicesse questa sentenza: niente 
di troppo — E di lui narra Dioscoridc ne* Commen» 
far/i, che piangendo egli un figlio morto , di coi non 
abbiamo memoria, a chi dicevagli : Ma a nulla ti gio- 
va j rispondesse : Piango per ciò slesso che non mi 
giova. 

XVII. Vanno attorno anche queste sue lettere. 

SOLONE A PERI ANDRO. 

« Tu mi scrivi che molti congiurano contro di te. 64 
* Se lo volessi torli di mezzo tutti , non ti verrebbe 
» fatto. T'kisidierebbe forse chi meno hai in sospetto, 
» o temendo per sé, o disprezzandoti per non esservi 
91 cosa di cui tu non tema, o immaginandosi di gratifi- 
» care efila città col deporti , anche se a lui non sarai 
» in sospetto. Meglio è adunque che tu ti astenga dalfa 
» tirannide, affinchè si allontani il sospetto. Che se a 
» ogni modo vuoi essere tiranno, pensa al come tu 
» abbia forze straniere maggiori di quelle che sono 
fi nella città $ e nessuno più sarà temibile a te , nè tu 
» farai che sia tolto di mezzo alcuno ». 

SOLONE AD EP IMENI DE. 

XVIII. « Nè al certo le mie leggi saranno per giovare 



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SOLONE. 35 

» gran fatto agli Ateniesi, né il tuo puri6care la città 
99 giovò ad essi ; perocché e gli Dei e i legislatóri non 
99 possono per sè stessi giovare gli stati. Bensì cqloro 
» che sempre conducono la moltitudine come più loro 
9» è a grado. Ond' è che e i Numi e le leggi, se la con- 
n ducono al bene, sono profittevoli } a nulla giovano , 
» se malamente la conducono. Né a me sono utili , né 65 
» a tutti le leggi eh* io feci. E cotesti arbitri nocquero 
» al cornane non facendosi ostacolo a Fisiatra to che 
99 mirava ad usurpare la tirannide. Né io che il predi* 
9» cava era creduto. Più si credeva a costui , piaggia* 
* lore degli Ateniesi , che a me veritiero. Finalmente 
» deposte le armi dinanzi al palazzo dello stratego , 
« dissi , cV io- era più prudente di chi non s'accorgeva 
n che Pisistratp aspirava alla tirannide, e più forte di 
99 chi non osava resistere, e dessi la credettero una paz- 
99 zia di Solone. Partendo protestai : Oh patria! questo 
99 Solone però è pronto a soccorrerti col consiglio e 
99 coli* opera, e a costoro invece sembro impazzire. On- 
99 *f io mi parto da voi, io, solo nemico di Pisistrato ; 
99 e costoro se vogliono siano anco i suoi difensori — 
» Oh amico! tu conosci l'uomo che con tanta scal- 
ai trezaa si è messo ad occupare la tirannide. Cominciò 66 
9» a farsi amico il popolo ; poscia feritosi da sè stesso 
99 si presentò agli Eliasti, e gridando sciamò : ciò aver 
99 patito per opera de' suoi nemici, ed essere conve- 
99 niente che una guardia di quattrocento giovani gli 
99 stesse da presso. Non mi si ascollò : ebbe gli uomini 
99 da presso e armati di lancia ! E dopo abbattè lo stato 
99 popolare. Tornò quindi inutile eh 9 io m' affrettassi 



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56 CAPO II SOLONE. 

p d'affrancare i poveri dalla schiavitù mercenaria, se 
» ora tulli insieme servono al solo Pisistrato ». 

«OLONE A PISISTRATO. 

XIX. « Credo che per cagion tua io non avrò a 
» patire alcun male, poiché prima della tirannide io 
n era amico tuo, e ora non ti sono più avverso di al- 
» cuni altri Ateniesi ai quali non garba la tirannide. Se 

ad essi torni più ùtile V essere governati da uno, se 
debbano reggersi a popolo, creda ognuno a sua po- 
sta. Confesso che. fra tutti i tiranni tu sei il migliore. 
Ma non parmi ben fatto eh 9 io ritorni in Atene,, onde 
non siavi chi mi accusi, che stabilita tra gli Ateniesi 
V eguaglianza politica, e, presente, considerata come 
indegna di me cotesta signoria tirannesca , ora , 
tornando, io approvi ciò che tu fai ». 

SOLONE A CRESO. 

XX. « Aggradisco la tua benevolenza verso di me; 
e, per Minerva, se sopra ogni cosa io non amassi vi* 
vere in democrazia, torrei più tosto di starmi appo 
te in un regno , che in Atene , violentemente tiran- 
neggiata da Pisistrato. Ma a noi è più dolce il vivere 
ove tutto è giustizia ed eguaglianza. Però io ne verrò 
a te, affrettandomi di essere tuo ospite ». 



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Diagene Laerzio T.T. pag 3p 



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CAPO IH. 



Chilon*. 

I. Chilone di Demagetò fa spartano. Compose un'e- 68 
legia di dugento versi — Diceva : La previdenza delle 
cose future , comprensibili alla ragione , essere virtù 
deir noma — A suo fratello , che mal comportava di 
non essere eforo, sendolo egli, disse : Io so tollerare 

le ingiurie, e tu no *— Fu eforo intorno alla cinquante- 
sima quinta olimpiade — intorno alla setta, dice Pan- 
fife — e, secondo Sosicrate, fa primo eforo sotto Enti- 
demo ; e fu il primo a persuadere che si aggiugnessero 
gli efori ai re — Secondo Satiro fu Licurgo - — Erodoto, 
nel primo libro, racconta che sagrificandq Ippocrate in 
Olimpia, e . le caldaie di per sé stesse bollendo, Chiloue 
lo consigliasse a non ammogliarsi, o, avendo donna, a 
rimandarla ed a rifiutare ~i Ggliuoli. 

II. È fama che avendo egli chiesto ad Esopo: che 6g 
cosa Giove stesse facendo, costui gli rispondesse : Àb+ 
bassa le cose alte, e le basse innalza — Chiestogli in 
che differissero i dòtti dagli ignoranti? Disse: Nelle 
buone speranze — - Che cosa fòsse difficile ? Tacere le 
cose segrete — Usar bene dell' 1 ozio — Poter compor- 
tare le ingiurie — Anco questi precetti sono suoi: Con* 
tieni la lingua, massime né* conviti — Non din male 



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38 capo ni 

dei vicini^ altrimenti udiivi da essi cose che ti attriste- 
ranno — Non minacciare alcuno; che è da femmina — 70 
Accorri più presto alla sventura degli amici che alla 
buona fortuna — Fa nozze assegnate — Non dir male 
di un morto — Onora i vecchi — Guardati da te 
stesso — Scegli piuttosto lo scapito che il turpe gua- 
dagno, poiché quello una sol volta ti affliggerà, que- 
sto per sempre — Non burlarti dello sventurato — Chi è 
fòrte sia mansueto, onde coloro che gli stanno presso 
lo rispettino piuttosto che noi paventino — Impara a 
governar bene la tua casa — La lingua non precorra 
alla mente — Comanda alla tua collera — Non es- 
sere avverso alla divinazione — Non desiderare l'im- 
possibile — Non affrettarti per via < — Parlando non 
dimenare le mani, che è da pazzo — Obbedisci alle 71 
leggi — Usa il riposo. Tra i suoi detti poetici il più 
riputato e questo : 

Prova del V oro fan la sassee coti; 

E chiari segni ei dà — f oro dimostra 

Degli uomini la mente, o buoni , o tristi. 

III. Narrasi che una volta, sendo egli già vecchio , 
dicesse che la sua coscienza noi mordeva per aleuua 
ingiustizia che in sua vita avesse commesso 5 ma che 
aveva un dubbio su di una. Poiché un giorno, dovendo 
giudicare un amico, lo condannò bensì secondo giusti- 
zia, ma persuase gli amici ad assolverlo, onde entrambi 
fossero salvi e la legge e V amico. 

IV. Grande celebrità ebbe, particolarmente ap- 
presso i Greci, per una sua predizione, intorno a Gite- 



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CHILOWB. 39 

ra , isola de Lacedemoni. Poiché conosciutane la na* 
lura: OA, disse, non fosse mai stata; o tosto nata, som* 
tnersaì E bea preride! imperciocché Damavate, iuggito y% 
dai Lacedemoni, consigliò Xerse a raccogliere le navi in 
qoelP isola; e forse la Grecia sarebbe stata 'sorpresa, se 
Xerse Io avesse ascoltato. Da ultimo , Nicia, durante la 
goerrà peloponnesiaca, sottome$*a quell'isola-, e po- 
stovi entro presidio ateniese, moltissimi danni faceva ai 
Lacedemoni. 

V. Chitone èva stringato bel discorso; il perchè Ari* 
stagora milesto appellò ChiUmia quella maniera. Ed 
era por quella di Branco ; di colui che fabbricò il tem- 
pio eh 1 è ne' Branchidi. Era già vecchio intorno alla 
cinquantesima seqpnda olimpiade , quando fioriva Esopo 
il favolatore \ e morì, come narra Ermippo, in Pisa ab- 
bracciando il figliuolo vincitore olimpico nel pugilato. 
Questo gli avvenne e per V eccesso della gioia e per la 
debolezza dell' età grave. E quanti erano a quel solenne 
convegno, gli fecero grande onoranza di esequie. V ha 
sopra di lui un nostro epigramma : 

A le grazie, o lucifero Polluce , 
Se del verde oleastro al pugilato 
il serio cinse di Chitone il figlio ! 
Che se per gioia si moriva il padre 
Mirando il figlio incoronato, sdegno 
Non n'abbia — Ah potessi io così morire I 

Sia scrino anche sotto V im^gine di lui : 

V inclita Sparta generò Chitone 
De 9 sette savii in sapienza il pr imo. 



73 



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40 CAPO III CHILOHB. 

è suo l' apotegma : alla mallbvbeia sta premo il 
Dino. 

VI. È Mia anche questa breve lettera : 

CBILOMB E PE1IÀNDRO. 

« Tu mi avvisi la spedinone che sei per fare con- 
» tro i fuorusciti, cui tu stesso vuoi anche seguire. In 
» quanto a me, come monarca , tengo per mal sicure 
» eziandio le cose dimestiche ; e stimo felice quefr li- 
ft ranno il quale, in casa, da per sò stesso muore ». 



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JJiogene Laerzio T.J. pag. 4* 




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4« 



7: capo iv. 

PlTTACO. 

I. Pittaco figlio di Irradio era mililèneo — per altro 74 
afferma Dori che tao padre fosse trace — Egli di com- 
pagnia coi fratelli d' Alceo abballò Melancro tiranno 

di Lesbo, e quando, Ateniesi e Mitilenei , combattendo 
pel territorio Acbillitide, egli era capitano, e degli Ate- 
Diesi Frinone pancratista vincitore olimpico , stabilì di 
venire a duello con lui ; e con Una rete che avea sotto 
Io scudo, avviluppò furtivamente Frinone e l'uccise, sal- 
vando il territorio. Però, dice Apollodoro nelle Chm» 
niche, ebe in seguito nata* conlesa fra gli Ateniesi e i 
Mitilenei per quel territorio , fu la causa portata a Pe- 
«*iandro, il quale lo aggiudicò agli Ateniesi. 

II. Per la qual cosa allora, forte onorandolo i Mi- j5 
tilenei, gli posero in mano il principato. E' lo tenne 
dieci anni ; e messo ordine alla costituzione depose il 
comando. Sopravvisse altri dieci anni , e con sagriceli ' 
consagrò il campo che gli assegnarono i Mitilenei e ebe 
ora nomasi Pittacio. Racconta per altro Sosicrate^ che 
no poco e 9 ne distaccasse, affermando, essere la metà 
maggiore del tutto. E anche non accettò le ricchezze 
che gli offeriva Creso, dicendo , averne il doppio più 



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4 % CAPO IT 

eh' ei non bramava : poiché morto il fratello senza fi- 
gliuoli ne era stato V erede. 

III. Narra Pamfile nel secondo delle Memorie, che 76 
il figlio di Ini Tirrca, standosi a Coma seduto in una 
barbieria, fu da certo calderaio, che gli gittò contro una 
scure, ucciso e che i Cumani mandarono V uccisore a 
Pittaco, il quale saputa la cosa, lo lasciò in libertà, di- 
cendo : Il perdono essere migliore del pentimento — 
Eraclito in vece racconta, che avendo nelle sue mani 
Alceo, ne lo rilasciasse col dire : // perdono essere mi- 
gliore della vendetta — > Stabili per leggi : Che V ub- 
briaco» se commetta delitto, abbia doppia pena, onde, 
producendo V isola molto vino , non vi fossero • ub- 
briache 

IV. Diceva: CKera difficile serbarsi prodi; U qual 
cosa ricorda Simonide cantando: 

Davvero eh 9 è difficile esser buòno ; 
Senienia Pittacea — 

ricorda ciò stesso anche Platone in Protagora — Che 77 
nè pure gli Iddìi cozzano colla necessità — E: Che il 
principato fa veder P uomo — Interrogato una Volta: 
che vi fosse di ottimo ? Far bene le cose presenti — 
E da Creso: quale fosse il maggiore imperio? Quello, 
rispose, del vario legno, indicando le leggi — Diceva 
ancora: Le vittorie doversi ottenere senza sangue — 
À Foeaico, che andava ripetendo, doversi cercare no 
uomo dabbene: Per quanto il cerchi, disse, noi tro+ 
verni — A chi il richiese, che cosa fosse grata? rispose, 
// tempo — Che oscura ? IS avvenire — Che fedele? 



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FlTTACO. 43 

La terra — Che infedele ? // mare — E elicerà : Gli 78 

uomini prudenti, prima che nascano le avversità, prov- 
vedere perchè non nascano; i forti, quando sono nate, 
convenevolmente accoglierle — Non dir prima ciò che 
vuoi fare; imperciocché, non riuscendo, si riderà di te — 
Non oltraggiare alla sventura, se hai timore deW ira 
divina — Restituisci il deposilo ricevuto — Non dir 
male deW amico; ma neppure del nemico — Esercita 
la pietà — Ama la temperanza — Sia teco la verità; 
la fede ; T esperienza ; la sagacità ; T amicizia ; T ac- 
curatezza — 

V. Tra i versi di lui vanno celebrati in particolare 
questi : 

Aver teco dèi Varco e la faretra 

Serbatrice di strali, allorché ad uomo 

7* accompagni malvagio. Il vero mai 

Per quella bocca non parlò sua lingua 9 ( 

Sa duplice pensiero il petto asconde. 



Compose anche uu' elegia di seicento versi , ed una 
prosa sulle leggi, indiritta a' cittadini. 

VI. Fiori intorno alla quarantesima seconda olim* 
piade, e Panno terzo della cinquantesima seconda olim- 
piade, sotto Aristomene, morì già vecchio, avendo cam- 
pato oltre i settantanni. Sul suo monumento fu scritto 
così: 

Con cittadine lagrime 

Lesbo, cui generò, depose il figlio, 

O Pittaco > d 9 Irradio in questa tomba. 

L' apotegma di lui è : conosci 4L tempo. 



79 



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44 CAPO IV 

VII. Vi fu un altro Pittaco legislatore, di cui parta 
Favol ino nel primo delle Memorie , e Demetrio negli 
Omonimi^ il quale anche è appellato il Minore. 

VI IL Narrasi che una volta il sapiente, ad un gio- 
vine che lo consultava intorno al matrimonio 9 dicesse 
ciò che Callimaco racconta negli epigrammi. 

Uno stranier d' Alarne interrogava 80 
Così il milileneo figlio d' Irradio, 
Pittaco : doppie nozze, o caro vecchio, 
Mi fanno invilo ; una ragazza pari 
A me per la ricchezza e pei natali; 
Mi vince un'altra*, quaV è meglio? via,- 
Qual delle due, consigliami, conduco 
In matrimonio ? — Il suo boston , senile 
Arma, innalzato, gli rispose : Vedi 
Là chi dir alti là parola intera — 
Eran garzoni che pe 9 larghi trivH 
Velocemente fean colle percosse 
Le trottole girar — Segni le tracce 
Di costor, disse. Ei v' andò presso, ed essi 
Dicean: Tira alla pari — Udito questo 
Lo straniero s* astenne d' impalmarsi 
frel pili ricco casato, dei garzoni 
Seguendo il grido : e in picei ol casa addusse 
f Una sposa mediocre come JuL 

Fa lo stesso tu ancor — Tira alla pari. 

Sembra che la propria condizione gli facesse dire queste 81 
cose; poiché sepdo la donna sua piti di lui nobile, so- 
rella com' eradi Oracone di Pcutilo, Io trattava con 
eccessiva alterezza. 

IX. Alceo chiama Pittaco : Piedi-largo \w*t*wi*, 



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PITTACO. 45 

r«f04r*f), perchè avea larghi piedi e li strascinava; 
Piedi-fesso feufwfa) y perchè avea delle fessure ( p*- 
ymJmt ragadi) ne' piedi , le quali si chiamano setole 
(z**t*J*t); Vanitoso poi , perchè senza cagio- 

ne inorgogliva; Panciuto e Goloso 

perchè corpacciuto. Lo chiamava inoltre Cena-al-buio 
(£«$«Af»-iA»), perchè non usava lucerna. Sporco (*r«- 
perchè infingardo e sordido — Al dire del filo- 
sofo Clearco , esercitavasi a macinar frumento. 
X. È sua anche questa breve lettera. 

PITTACO A CUSSO. • ' ' 

« M' inviti a recarmi in Lidia per vederè le tue rie- 
» chezze. Maio sono persuaso, anche senza vederle', 
» che il figlio di Aliatte sia per oro il ricchissimo dei 
fi re. Nè col recarci a 1 Sardi il saremmo noi dawan* 
» faggio, poiché di oro non ho bisogno, anzi posseggo 
» quanto basta anche pe' miei amici. Verrò nulladi- 
» meuo onde aver famigliarità con un uomo ospt* 
n tale ». 



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46 



CAPO V. 



BlAttTB. 



I. Biante di Teutamo prienese fu da Satiro prefe« g 2 
rito agli altri sette. Alcuni lo fanno ricco. Duri afferma 
che fosse straniero. Racconta Fanodico che avendo egli 
riscattato alcune donxelle messenie prigioniere di guer- 
ra , le allevò come figlie, le dotò inoltre e le mandò ai 
attoi perenti in Messene \ che qualche tempo dopo in 
Atene, come si ò toccato di sopra, rinvenuto da pesca» 
tori il tripode di bronco 3 con sopravi lo scritto ; al 
safieate, comparse, secondo Satiro , le donzelle — , se- 
condo altri, come Fanodico, il padre di quelle — nel- 

V adunanza, il sapiente dissero essere Biante, raccon- 
tando ciò che ad esse era avvenuto} che il tripode gli 
fu mandato, ma che vedutolo Biante dichiarò che il sa- 
piente era Apollo e non volle accettarlo. 

II. Altri dicono chVIo dedicasse in Tebe ad Ercole, 83 
poiché discendeva da coloni tebani spediti a Priene \ 
ciò afferma anche Fanodico. Si racconta che Biante , 
sendo Priene assediata da Aliatte, ingrassati due muli, 

li spinse fuori agli accampamenti ; che Aliatte veggendo- 
li , fu colpito da maraviglia, come sino agli animali si 
estendesse lo stato prospero di quella, e consigliatosi di 
far tregua, spedì un messaggi ero} che Biante coprì alcuni 





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CAPO V BIAKTE. 47 

mucchi di arena spargendovi sopra frumento , e glieli 
mostrò \ e finalmente che ciò saputosi da Àliatte, con- 
chiuse la pace coi Priencsi, e tosto mandò per Biaute 
onde yenisse da lui, il quale: Io esorto Aliotte, gli dis- 
se , a mangiar cipolle (tutt* uno che piangere). 

III. Dicono eh' ei fosse abilissimo nel trattar cau- 
se, tuttavia non usava la forza del discorso che a prò dei 
buoni. II perchè Demodico alerio a ciò fece allusione 
quando disse: Se ti accadono liti piatisci atta maniera 
prienese. E Ipponatte del pari : Quegli che ha perorato 
assai meglio di Biante prienese. 

IV. Egli moti in questo modo : Recitava, già decre- 
pito, un 9 aringa a favore di un tale \ dopo aver cessato 
il discorso, inchinò il capo sul petto del figlio di sua 
figlia. Peroratosi anco dall' avversario, e i giudici dato 
il voto a quello che Biaute aveva difeso , si rinvenne , 
sciolto il giudizio, morto tra le braccia di suo nipote. 
La città il seppellì magnificamente e gli pose quest' iscri- 85 
zione : 

Onor degli Ioni : P inclita Priene 
Crebbe Biante, e questo sasso il chiude* 

E poi pure: 

Qui si cela Biante alt Orco addotto 

Placidamente da Mercurio 9 bianco 

Per etade canuta. Ei mentre orava , 

Patrocinando d? un amico i dritti , 

Il capo fra le braccia declinato 

1/ un fanciullo > avviassi al lungo sonno. 



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4& 04*0 V 

Vi. Cantò dell* Ionia; In qual moda particolarmente 
poteva essere felice, due mila versi. Tra le poetiche sen- 
tenze di Ini questa era celebre : 

Studiali di piacere a 9 cittadini 
Tutti delta ciltàde in che soggiorni 
Se rC ha favor ; chè perniciosa spessa 
£ cagion di rovine è V arrogatila, 

E : Che opera della natura è P essere robusto { ma il 86 
poter dire ciò che giova la patria è proprio delP ani- 
mo e della prudenza — Che nei più P abbondanza 
del danaro pivveniva anche dalla fortuna — Diceva : 
Essere infelice chi.non sapeva comportare la sventura^ 
ed essere malattia dell ) anima desiderare P impossibile , 
e dimenticare i mali degli altri — Interrogato, che .cosa 
fosse difficile? Più di tutto, rispose, tollerare nobilmente 
i mutamenti — Navigando .una .volta in compagnia di 
alcuni empii ed essendo la nave sbattuta dalla tempesta, 
costoro invocavano gli Dei : Tacete, disse, perchè non 
s* accorgano che voi navigate qui entro — Interrogato 
da un uomo irreligioso, che fosse la pietà , tacque. E 
chiestogli da quello la cagione del silenzio: Taccio, ri- 
spose, perchè nC interroghi di cose che non ti perven- 
gono affatto — Interrogato, che fosse più doke agli gj 
uomini? La speranza, rispose — Diceva eh 9 eragli più 
a grado giudicare tra nemici, che tra amici } poiché de- 
gli amici taluno diverrà al tutto nemico , m» degli 
inimici taluno amico. — Interrogato a che l'uomo at- 
tendesse con diletto? rispose : Al guadagno — Diceva: 
Doversi misurare la vita come se si avesse a vivere e 



4 



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BIANTE. 49 

poco tempo e molto; 6 così amare come se fossimo per 
odiare, molti essendo i malvagi — Ed era solito dare » 
questi consigli : Pon mano lentamente alle cose da farsi; 
nelle intrapr-ese serbati fortemente costante — Non par- 
lare in fretta, che dimostra stoltezza — Ama la pru- 
denza — Circa i numi, dì che sono — - Non lodare Fuo- gg 
mo indegno in grazia delle ricchezze — Togli persua- 
dendo, non colla violenza * — Se fai qualche cosa di 
buono riferiscilo agli Dei — Dalla giovinezza alla 
vecchiaia prendi per viatico la sapienza, eh? è il più 
stabile degli altri beni. 

VI. Fa menzione di Biante, siccome abbiam veduto, 
anche Ipponatte; il difficultoso Eraclito il commendò 
in particolare scrivéndo : In Priene nacque Biante il 
figlio di Teutamo , del quale si fa più conto che non 
degli altri ; e i Prienei gli dedicarono un pezzo di 
terreno cui nomarono Teutamio — Disse il motto : i 



più' sono cattivi. 



DIOGENE LAERZIO. 



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5o 



CAPO VI. 



Cleobulo. 

I. Cleobulo figlio di Evagora era lindio di Caria, 89^ 
siccome afferma Duri. Altri la schiatta di lui fa salire 
sino ad Ercole : essere stato per beltà e robustezza rag- 
guardevole : avere in Egitto apparala filosofia. Ebbe 
uua figlia Cleobulina poetessa di enitnmi in esametri, 
della quale fa menzione anche Cralino nella favola dello 
stesso nome, scritto al numero . del più. Rinnovò il sa- 
crato di Minerva eretto da Danao. 

II. Compose canzoni e indovinelli (vptQw) sino al 
numero di tre mila versi ; e alcuni dicono fattura di lui 
quest'epigramma sopra Mida : 

Son di bronzo la vergine che giace 

Sul sepolcro di Mida. In fm che V acqua 

Scorre; verdeggian l'ampie selve; il sole 

Brilla nascendo , e la splendente luna; 50 

Finché corrono i fiumi e il mar dilaga ; 

Di lui sul lacrimato avel posata 

Dico a chi passa — qui sepolto è Mida. 

Ne arrecano a testimonio la canzone di Simonide, dove 
è detto : 

Chi loderà , se pure ha senno , il lindio 
Cittadino , Cleobulo , che ai fiumi 



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CAPO VI CLEOBOLO. 5| 

Ognor scorrenti ; ai fior di primavera; 
Alle fiamme del sole; alV aurea luna; 
Ai vortici marini opporre osava 
Virth di monumento ? Ai numi tutto 
È inferiore. Spettano le pietre 
Anco braccia mortali. È d' uomo stolto 
Consiglio questo — 

L 1 epigramma, cP altra parte, non può essere d'Omero, 
il quale, dicono, di molli anni fu anteriore a Mida. 

III. Si riporta ne' commentai j di Pamfile anche 
questo suo euimma : 

Dodici figli ha un padre ed ognun d* essi 91 
Due volte trenta figlie , eh' han diverso 
V aspetto : queste bianco ; nero quelle. 
Sono immortali , eppur ciascuna muore* 

Egli è Panno. 

IV. Le sentenze di lui che più hanno grido sono 
queste : Gli uomini, per la maggior parte, sono igno- 
ranti e ciarlieri; ma soccorre F occasione — Medita 
alcun che di pregevole — Non essere vano, ingrato — 
Diceva poi , doversi accasare le figlie per età fan- 
dulie, donne per senno; insinuando con ciò che 
si avessero da educare anche le fanciulle — E diceva: 
Doversi beneficare gli amici perchè sieno più amici; 
i nemici per /arsegli amici; onde evitare il biasimo 
dei primi, e le trame dei secondi — E : Quando al- 92 
cuno esce di casa , vegga prima ciò che è per fare ; e 
quando vi entra di nuovo, esamini ciò che ha fatto — 

. Consigliava ad esercitare bene il corpo — ad esser* 
più amanti dello ascoltare che del parlare — adama- 



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5 a capo vi 

re più lo studiò che T ignoranza — ad usare la lin- 
gua in dir bene — ad essere famigliare colla virtù , 
alieno dal vizio — a fuggire V ingiustizia — a pro- 
porre alla città le cose migliori a frenare la voluttà 
— a nulla fare colla violenza — a educare ifgli — 
a comporre le nimicizie — a non blandire la moglie , 
ne aver contesa con lei in faccia ad estranei , chè runa 
accenna stoltezza , F altro pazzia — a non punire il 
servo ubbriaco, per non sembrare di esserlo — a me- 
nar donna di pari condizione , poiché , diceva , se la 
torrai di maggiore, acquisterai a padroni i parenti — 
a non deridere quelli che sono ingiuriati , perchè ti si g3 
faranno nemici — a non superbire ne 1 prosperi eventi} 
negli ineerti a non avvilirsi — a saper comportare no- 
bilmente i mutamenti della fortuna. 

V. Mori vecchio avendo vissuto settant' anni : e gli 
fu posta quest'iscrizione: 

Cleobulo il sapiente estinto piagne 
Lindo sua patria che dal mare ha vanto. 

VI. Disse l'apotegma: ottima cosa k la misura — - 
E scrisse questa lettera a Solone: 

Cleobulo a Solone. 

» Tu hai certo molti amici e da per tutto una casa: 
99 ma io affermo, la democratica Lindo essere per tor- 
n nare opportunissima a Solone. L'isola è in pien mare, 
» e tu abitandovi nulla avrai a temere da Pisistrato, e 
» gli amici accorreranno a te da ogni dove. » 



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Diccene Laerzio T.L pag. 53 




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53 



CAPO VII. 
Pbmaudro. 

L Periandro figlio di Cipselo, corintio, fa della 
schiatta degli Eraclidi. Sposò una Liside, da lui chiamata 
Melissa, figlia di Prode, tiranno degli Epidauri e della 
Eristenea figlia di Aristocrate, sorella di Aristodemo, i 
quali di quasi tutta V Arcadia erano signori. Ebbe da 
essa due figli, Cipselo e Licofrone: il più giovine assen- 
nato, stolto il più vecchio. Dopo alcun tempo, in un 
impelo di collera, gettandola per terra ed a calci uc- 
cise la moglie pregnante, indottovi dalle concubine, le 
quali poi fece ardere} e il figlio per nome* Licofròne, 
che piangea sulla madre, relegò a Gorcira. 

II. Poi, fatto già vecchio, mandò per lui onde rasse- g5 
gnargli la tirannide; ma i Corciresi lo prevennero ucci- 
dendolo. A che adiratosi, spedì i loro figliuoli ad Aliatle, 
perchè li castrasse. Avvicinatasi però a Samo lar nave 
e supplicato a Giunone furono salvati dai Samii; ed 
egli accoratosene morì, essendo già nell'anno ottante- 
simo. Dice Sosicrate eh 9 e 1 morì quarant' un anno in- 
nanzi Creso, prima della quarantesima nona Olimpiade. 
Erodotto nel primo libro racconta che fu ospite di Tra- 9^ 
sibulo tiranno dei Milesii. E Aristippo nel primo delle 
Delizie antiche afferma questo di lui: che cioè, scudo* 



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54 capo va 

sene innamorata sua madre Cratea, segretamente gia- 
cesse con lui, ed egli vi assentisse ; che fattosi palese , 
pel dolore di essere slato scoperto , divenisse a tutti 
grave. Narra poi Eforo che avendo egli fatto voto 
d'innalzare una statua d'oro, se vinceva in Olimpia 
colla quadriga^ e uscitone vincitore, ma difettando di 
oro, in una certa festa nazionale vedute le donne in 
gala ne prese tutti gli ornamenti, e spedì P offerta. 

III. Dicono alcuni, ch'egli, volendo che il suo sepol- 
cro non fosse conosciuto, si valesse di quest'arte. Or- 
dinò a due giovani, mostratagli una certa strada, che di 
notte tempo vi s' avviassero , e quello che incontras- 
sero, uccidessero e seppellissero. Poi contro questi man* 
dò altri quattro per ucciderli e seppellirli; e contro co- 
storo, di nuovo, molli più; e ch'egli poi, abbattutosi 
ne 9 primi , fosse da quelli ucciso. I Corinzii scrissero 
quest'epigramma sul suo cenotafio : 

Chiaro per oro e sapienza, serba 

Questa patria Corinto, 

Periandro, nelle sue spiagge marine. 

Ed è nostro : 

Non t'accorar se alcuna cosa mai 
Non t* accade, ma siati caro al pari 
Ciò che i numi t' accordano. V affanno 
Spense il saggio Periandro, perchè a lui 
Un bene che bramò non accadea. 

IV. È suo il : Non jar nulla per danari, poiché è 
mestieri trar profitto da cose profittevoli — Compose 



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PERIANDRO. 55 

precetti sino al numero di due mila versi. E diceva , 
che chi volea regnare sicuramente, dovea torsi a guar- 
dia la benivoglienza e non le armi — E interrogato 
una volta , perchè persistesse nella tirannide } rispose : 
Perchè riesce pericoloso e il rinunciarvi spontanea- 
mente, e Tesserne spogliato — Disse anche queste cose: 
Bello il riposo — Mal certa la temerità — Turpe il 
guadagno — La democrazia migliore della tirannide — 
Le voluttà corruttibili, immortali gli onori — 5#Y mo- 
derato nelle prosperità, nelle sventure prudente — Co- g8 
gli amici, sì avventurati che sfortunati, serbati lo stes- 
so — Attieni quanto hai promesso — Fa che non si 
disvelino i discorsi segreti — Gastiga non solo quelli 
che peccano, ma quelli ancora che si dispongono a 
peccare. 

V. Egli fu il primo che a^sse guardie ; e tramutò 
la magistratura*, e chi voleva non lasciava vivere in città, 
come affermano Euforo ed Aristotele. 

VI. Fiorì intorno la trentesima ottava olimpiade e 
fu per quarantanni tiranno. Sozione, Eraclide, e Pam- 
file, nel quinto dei Commentarii, dicono che due furono 

i Periandri; Puno tiranno, l'altro d'Ambracia. Anzi, seri- gg 
ve Neante ciziceno ch'erano fra loro cugini. Aristotele 
dice che il sapiente era corinzio*) Platone il niega - Di 
lui è: lo studio fe tutto - E volle tagliar V Istmo. 

VII. Si recano come sue anche le lettere: 

Pebianoro ai Sapienti. 

» Molte grazie sieno al Pizio Apollo se riuniti in- 
» sieme le mie lettere vi condurranno anche a Corinto. 



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6 c*ro vn PERI ANDRO. 

Io vi accorrò, come voi vedrete, popolarissimamente. 
So che V anno scorso vi trovaste raccolti presso i 
Sardi in Lidia; or dunque non temete di venire an- 
che da me , tiranno di Corinto : chè i Corinzii del 
pari vi vedranno con piacere venire nella casa di 
Periandro. 

Periandro a Procle. 

Vili. » Involontaria fu la nostra colpa verso la 
spos£; e tu commetti ingiustizia se deliberatamente i 
mi rendi avverso il 6gIiuolo. Il perchè o fa cessare 
V inumanità di mio figlio, o prenderò V armi contro 
di te. Ch' io già vendicava tua figlia , col far ardere 
ad essa le vesti di tutte le Corinzie! 

IX. E scrisse a lui anche Trasibulo così: 

Trasibulo a Periandro. 

» Nulla risposi al tuo araldo ; ma lo condussi in un 
campo di frumento, e mentre mi seguiva, troncai, per- 
cotendole colla verga , le più alte spiche. E ti dirà , 
se gli dimanderai, ciò che ha udito e veduto da me. 
Fa lo stesso anche tu, se vuoi raffermarti nel coman- 
do: togli di mezzo i principali fra i cittadini sia eh' e* 
ti paiano nemici, sia che no. Ad uora regnante ta- 
luno eziaòdio degli amici è sospetto. » 



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CAPO Vili. 



Anacarsi lo Scita. 

I. Anacarsi Io scita era figlio di Gnuro, fratello di 101 
Caduide re degli Sciti; ond'era bilingue. 

II. Compose intorno alle costumanze, che, e presso 
gli Sciti e presso i Greci risgnardano la frugalità della 
vita e le cose della guerra, ottocento versi; e per essere 
libero parlatore diede motivo al proverbio : Detto alla 
scitica. 

III. Sosicrate racconta eh 9 egli si recò in Atene nella 
quarantesima settima Olimpiade , sotto V arconte Eu- 
crate ; ed Ermippo che essendo venuto alla casa di So- 
lone, ordinò ad alcuno dei servi di avvisarlo , essere a 
lui venuto 'Anacarsi e desiderare di vederlo e di farsi , 
se era possibile, suo ospite. Che il servo recata V amba- 
sciata, ebbe da Solone il comando di rispondergli, che 102 
gli ospiti si facevano nei proprii paesi. Che in quella 
entrato Anacarsi avea detto, ora esser egli in patria, e 
spettare ad esso di far gli ospiti. E che Solone, mara- 
vigliato della disinvoltura, lo aveva accolto e fatto suo 
grandissimo amico. 

IV. Tornato dopo qualche tempo nella Scizia mirò, 
stando molto in sul vivere alla greca , a raddolcire le 
patrie costumauze; ma in una caccia, saettato dal fra- 



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58 ckpo viti 

tello, perì, sclamando che mercè il discorso era uscito 
salvo di Grecia , in patria era fatto perire per invidia. 
Alcuni dicono eh 9 ei fu ucciso mentre celebrava un sa- 
grificio alla greca. E nostro l'epigramma sul medesimo: 

Quando Anacarsi dal vagar suo lungo 
Nella Scizia tornò, di Grecia a modo 
Viver tutti inducea. Sul labbro ancora 
- Era imperfetta la parola ; e pronto 
Volante dardo lo rapisce in ciclo. 

. V. La vite, diceva egli, produrre tre maniere di 
grappoli: il primo del piacere} il secondo delVubbru*- 
chezza; il terzo del disgusto - Diceva: Meravigliarsi 
come presso i Greci venissero a concorrenza gli arti* 
sii, e giudicassero poi i non artisti — Interrogato co- 
in' uora potesse non essere amico del bere ? Se in- 
nanzi gli occhi, rispose , abbia le sconcezze degli ub- 
briachi — Diceva : Meravigliarsi che i Greci fatte 
avendo leggi contro gli offensori, onorassero poi gli 
atleti , che si percuotono gli uni gli altri «— Avendo 
saputo essere di quattro dita la grossezza delle navi : 
Tanto , soggiunse , i naviganti distano dalla morie — 
Chiamava Poglio, farmaco di pazzia, perchè gli atleti, 
ungendosi d'oglio, più impazzavano fra di loro — Come 
mai, diceva, coloro che proibiscono di mentire, nelle 
taverne dicono apertamente la bugia ? — E meravU 
gliarsi , diceva, come i Greci, in principio, bevessero 
in piccole tazze, satolli poi in grandi — È scrìtto sotto 
le immagini di lui: Contieni la lingua, il ventre , Ta- 
more — Interrogato , se nella Scizia erano flauti , 



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ANACABS1 LO SCITA. 59 

rispose , ma nè pur viti — Interrogato da un tale , 
quali fossero le navi più sicure ? rispose : Quelle che 
sono ritratte in porto — Questo pure, diceva, aver 
veduto' di assai .maraviglioso prèsso i Greci, che il 
fumo lasciavano nei monti, e le legna trasportavano 
in città — Interrogato qual dei due fossero più, i vivi 
od i morti? rispose: Tra cui poni i naviganti? — Rin- 
facciandogli un Attico eh 9 e 1 fosse scita , gli disse : La 
patria disonora me, e tu la patria — Interrogato, qual. xo5 
cosa , negli uomini , fosse e buona e cattiva , rispose : 
La lingua — Meglio, diceva, avere un amico di molto 
pregio , che molti di nessun pregio — Chiamava le 
piasse luoghi destinati per ingannarsi e soperchiarsi 
a vicenda — Essendo ingiuriato da un giovinetto a ta* 
vola, disse : Giovinetto , se giovine come sei non porti 
il vino , quando diverrai vecchio porterai V acqua. 

VI. Trovò, per gli usi della vita , e V ancora e la 
ruota de'vasai , al dire di alcuni. 

VI. E scrisse una lettera così : 

A n ac ah si a Creso. 

» Io , o re dei Lidi , mi sono recato in Grecia per 
» conoscere i costumi di que'popoli e le istituzioni. Di 
» oro non ne abbisogno affatto, ma bastami di ritornare 
» agli Sciti uom migliore. Vengo dunque a Sardi , per* 
» cbè faceto gran caso di esserli in favore. » 



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CAPO IX. 



MlSONB. 

I. Misooe Gglio di Striatone, come afferma Sosi- 106 
crate allegato da Ermippo, nativo cheneo, di un borgo 
etaico (Otrmtuns) o laconico , si novera fra i sette. Di- 
cono che il padre suo era tiranno. Narrasi da un tale 
che avendo Anacarsi interrogata la Pizia, se alcuno 
fosse di lui più sapiente, gli rispondesse, come prima fu 
detto nella vita di Talete, parlando di Chitone : 

Io dico che un eleo Mi so ne , nato 
In Chene, abbia di te nella prudenza 
Perspicacia maggior. 

Che, mosso anche da curiosità, venne al borgo, e lo tro- 
vò d' estate che adattava la stiva ad un aratro, e gli 
disse: Ma non è questo, o Misone, tempo baratro! e 
gli rispose. Sì certo d 1 apprestarlo. Altri affermano il 107 
responso essere cosi: Dico di certo Eteo (Hm«r) — 
e cercano poi che sia Eteo. Parmenide adunque dice 
essere una tribù laconica , donde era Misone ; Sosi* 
crate, nelle Successioni, lo chiama eteo per parte di 
padre, per parte di madre cheneo; Eutifrone , il figlio 
di Eraclide ppntico, dice ch'era di Creta, poiché Etea 
è città di Creta \ Ànassilao, d'Arcadia. 



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CAPO IX M180NE. 6l 

II. Fa menzione di Ini anche Ipponalle, dicendo : E 
Misone , cui apollo proclamò il più sapiente di tutti 
gli uomini. Àristosseno poi nelle Varie Istorie scrive, 
che non era lontano dai costumi di Timone e di Apa- 
mante , perchè odiava gli uomini. Certo è eh 9 ei fu ve- 
duto a Lacedemone rider solo, in un luogo solitario; 108 
e ad un tale che lo sorprese ali 9 improvviso e lo inter- 
rogò, perchè senza che alcuno fosse presente ridesse , 
rispose: Per ciò stesso — Narra Àristosseno che non 

fu riputato anche per questo motivo, che non era di 
una città ma di un borgo, e di un oscuro borgo; ond'è 
che per la mancanza di riputazione le cose sue da al- 
cuni si attribuivano a Pisistrato il tiranno, dal filosofo 
Platone in fuori, il quale fa menzione di lui e* nel 
Protagora lo pone invece di Periandro. 

III. Era solito ripetere, non doversi nelle parole ri- 
cercare le cose, ma nelle cose le parole; poiché le cose 
non si conducono a fine per mefezo delle parole, ma 
si le parole per mezzo delle cose. 

IV. Finiva la vita di novanta self anni. 



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6» 



CAPO X. 
Epimbnidb. 

I. Di Epimenide , come dice Teopompo e altri 
molti, era padre Feslio — » alcuni dicono Dosiade; al* 
cuoi Agesarco — Nato cretese, diGnosso, non ne aveva 
Paria per la lunga capellatura. 

II. Costui mandato una volta dal padre in villa per 
una pecora, declinando in sul mezzo giorno dalla via, 
dormì cinquanta self anni in una grotta. Svegliatosi 
cercava dopo la pecora, pensando di aver per poco 
dormilo^ e nou rinvenutala, ritornò alla villa,* ma tro- 
vandovi ogni cosa mutata d' aspetto ed i beni in pos- 
sesso di un altro, lutto dubbioso venne di nuovo in 
città. Ivi, entrar volendo in sua casa, s'abbattè in al- 
cuni i quali gli dimandaro chi fosse \ sino a che scon- 
trato il fratello più giovine, allora già fatto vecchio, 
tutta da lui apprese la verità. 

III. Se ne sparse il grido tra'Greci, e si tenne eh 1 e' 
fosse amatissimo dagli lddii. Otid'è che gli Ateniesi tra- 
vagliati una volta dalla peste, e avuto dalla Pizia il re- 
sponso di puriGcare la città , spedirono in Creta una 
nave e Nicia di JNicerato, per chiamare Epimenide. Ven- 
ne esso , la quarantesima sesta olimpiade; purificò la 
città, e fece cessare la peste in questa maniera. Prese 



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CAPO X EPIMENIL^. 63 

delle pecore nere e bianche, le condusse presso l'Areo- 
pago , e di là lasciolle andare ove vollero, ordinando 
a guardiani, che nel luogo in che ciascuna di quelle si 
ponesse a giacere, si sagrificasse ad un nume partico- 
lare. E così cessò il male. Per la quat cosa anche ora 
vien fatto di trovare, per le tribù degli Ateniesi', are 
senza nome, in memoria delle purificazioni praticate 
una volta. Alcuni affermano che il delitto Gilonio fosse 
cagione della peste, la quale ne significasse V espiazio- 
ne 5 e perciò, morti i due giovani, Gratino e Ctesibio, 
cessasse anche la calamità. Gli Ateniesi decretarono di m 
dare ad esso un talento, e la nave che il riconduceva 
in Creta. Ma ricusato il denaro promosse l'amicizia e 
V alleanza dei Gnossi e degli Ateniesi. 

IV. Ritornato a casa dopo non molto, morì, come 
dice Flegone, nel libro intorno I lungamente vissuti, di 
cento cinquanta sette anni 5 come dicono i Cretesi , di 
trecento meno uno; come Xenofane colofonio dice 
aver udito, di cento cinquanta quattro. 

V. Scrìsse la generazione dei Cureti e dei Cori» 
bariti e una Teogònia, versi cinque mila — La costruì 
tura della nave Argo e la navigazione di Giasone in 
Coleo , versi sei mila cinquecento — Scrisse anche in 112 
prosa intorno i sagrificii e il governo dei Cretesi f e su 
Minosse e Radamanto, in versi, quattro mila. 

IV. Fabbricò presso Atene un sacrato all'Euraenidi, 
siccome racconta Lobone argivo nel suò libro dei Poeti. 
Ed è pur fama avere il primo purificale case e campi , 
ed eretti sacrati. 

VII. V ha chi afferma nou aver egli dormito , ma 



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64 CAPO % 

essere andato qua e là per alcun tempo occupandosi a 
raccoglier radici. 

Vili. Va intorno una sua epistola a Solone il legi- 
slatore concernente alla costituzione, la quale Minosse 
avea data ai Cretesi. Ma Demetrio magnesio, nel libro 
Dei poeti e degli scrittori dello stesso nome, cerca di 
confutare quell'epistola, siccome recente e non dettata 
con frase cretense ma attica , ed anche nuova. 

IX. Io per altro ho trovato un 1 altra epistola che 
è così: 

Epimenidb a Solone. 

» Sta di buon animo, o amico! poiché, se mentre 
fi gli Ateniesi erano schiavi e privi di .buone leggi , 
» surto fosse Pisistrato, avrebbe anco, riducendo a 
p servitù i cittadini, il comando avuto per sempre. 
» Ora non uomini vili ha fatto schiavi costui, ma que- 
» gli che rammentandosi gli avvisi di Solone, si dorran- 
» no per vergogna dei ceppi, e non comporteranno ti* 
» ranni. Che se tuttavolta Pisistrato ritenesse la città, 
n spero, il costui potere non verrà certo nei figli } es- 
» sendo cosa difficile assai eh 9 uomini i quali godono li- 
n bertà fra ottime leggi divengano schiavi. Tu poi cessa 
» di andar vagando, ma vieni in Greta da noi, ove non 
n avrai paura di monarca. Che Se a caso ti scontrano 
fi per via gli amici di lui temo alcun che di grave tu 
» non abbi a patire. 

X. Così Epimenide — • Dice Demetrio che alcuni 
raccontano , com' egli riceveva non so qual cibo dalle 



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EPUCEIflDE. 65 

Ninfe, e il serbava in un'unghia di bue; e che prenden- 
done a poco a poco nessuna secrezione espelleva, ne'mai 
fu veduto mangiando. Fa menzione di questo anche Ti* 
meo nella seconda. 

XI. Narrano alcuni che i Cretesi a lui sagrificava^ 
no come a Nume; poiché è fama che avesse grandissi- 
ma conoscenza , e che veduta presso gli Ateniesi Mu- 
nichia dicesse , ignorare eglino di guanti mali sarebbe 
ad essi cagione quella fortezza; altrimente la distrugge- 
rebbero co* denti. Queste cose diceva assai tempò in- 
nanzi. Raccontasi, com'ei prima fosse appellato Eaco, 
e predicesse ai Lacedemoni che sarebbero sottomessi 
dagli Àrcadi; e fingesse molte volte di essere rivissute/.' E 
narra Teopompo ne* Mirabili, ché fabbricando Epime- n5 
nide il sacrato delle Ninfe, questa vote uscisse dal cie- 
lo: Epimenide! Non delle Ninfe, ma di Giove f e che 
predicesse ai Cretesi la disfatta dei* LàCederiaoni pdr gli 
Arcadi, siccome è detto innanzi, i quali anche li sor- 
presero di fatto ad Orcomeno. ' 

XII. E che invecchiasse fri tanti giorni, quant' anni 
area dormito. E questo pute asserisce Teopompo. Mi- 
roniano ne? Simili dice che t Cretesi lo appellavano Cu- 
rde. Il corpo di lui, come narra Sdsibló làcohico, ser- 
bano v Lacedemoni presso di lòrd , per non so quale 
oracolo. • 

XIII. V'ebbero due altri Epimehfdh it genealogi- 
sta, ed m ter»*, chef scrisse in Dorico so^a Rodf. 



DIOGENE LAERZIO. 5 



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66 



CAPO XI. 

FftRECIDB. 

I. Ferecide figlio di Babio, da Siro, come dice Ales- i 
sandro nelle Successioni^ fu uditore di Pittaco* 

II. Narra Teopompo eh 1 egli il primo scrisse pe' 
Greci Della Natura, e degli Iddìi. Motte cose mirabili si 
raccontano di lui: che passeggiando lungo il lido sa- 
mio, e veduta nna nave viaggiare con prospero vento, 
disse che fra non molto sarebbe affondata , e che, Ini 
veggente , affondò — che bevuta dell' acqua tratta da 
un pozzo, predisse che fra tre giorni sarebbe stato tre* 
muoio, e che fu — che ritornato da Olimpia a Messe- 
ne, consigliò a Perilao suo ospite di sloggiare eolla 
famiglia, che non se ne persuase, e che Messene fu presa, 

III. Scrìve Teopompo no? Mirabili, che e 1 diceva a i 
Lacedemoni di non apprezzare aè Poro, ne P argento ^ 
che a lui ciò aveva ingiunto Ercole in sogno, il quale 
la stessa notte aveva comandato anche ai re di credere 

a Ferecide. Altri queste cose attribuisce a Pitagora. 

IV. Narra Ermippo the essendovi guerra tra Ma- 
gnesii ed Efesii , Ferecide , desiderando vincessero gli 
Efesii , interrogò uno che passava , donde e* fosse? e 
rispondendo che da Efeso, soggiunse: Strascinanti dun- 
que per le gambe e pontini sulle terre de* Magnesii e 



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CAPO XI FBRECIDE. 6j 

annunzia a 1 tuoi cittadini, che dopo' che avranno vinto, 
mi seppelliscano colà. Annunziò costui queste cose che 
avea ingiunte Ferecide; ed essi il dì seguente, fatta in- u8 
cursione, vincono i Magnesii, e ricercato Ferecide 
con gran curiosità, lo seppelliscono nel luogo stesso e 
magnificamente lo onorano. 

V. Alcuni affermano però cbe ito a Delfo, precipi- 
tasse sé stesso dal monte Coricio. Àristosseno, nel libro 
ove tratta di Pitagora e de' suoi famigliari, dice , che 
ammalatosi , fu da Pitagora sepolto in Delfo. Altri che 
finì di vivere consumato da 9 pidocchi, e che quando Pi- 
tagora gli s'accostò e lo interrogò come stesse, facendo 
passare il dito dalla porta, rispose: La pelle ilmanìfe* 
sta. E d'allora in poi quella, frase dai filosofi si pone 
a significare le cose peggiori: e chi ne usa in meglio 
s'inganna — Diceva pure che gli Dei chiamano tuoron tt y 
($9* fé*) la mensa. 

VI. Androne di Efeso afferma cbe due furono i Fe- 
recidi da Siro: V uno astrologo, V altro teologo, figlio 
di Babio, cui era dedito Pitagora. Eratostene uno solo, 
ed un altro ateniese, genealogista — * Si serba del Si- 
rio il libretto che e'coih pose, il quale principia: -Giove 
certo e Crono e Tellure erano sempre ; // nome 
di Terrena poi (X$#mj) venne alla Terra (r*) dopo che 
Giove le diede premio — e serbasi ueil' isola di Siro 
anche il quadrante. 

VII. ' Duri nel secondo libro Dei Confini narra che 
fu scritto sul suo sepolcro quest' epigramma : 

Tutta finisce in mb la sapienza — lao 
Di queste cose , se di più ne vuoi f 



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68 capo x 

A Pitagora mio , che a latti è primo 
Per V ellenica terra — lo qui non mento. 

E di lui dice Ione da Cirio : 

Di virtù mi pari e di pudore ornato 
Pur morta ha vita f anima soave ! 
Di Pitagora al par , verace saggio 
Vide e studiò degli uomini i costumi 

E nostro è questo in metro Ferecrazio : 

Delt illustre Ferecide , cui Siro 

Già partoriva , è detto che , i pidocchi 

Il primiero mutatone sembiante , 

Tosto imponesse sul magnesio suolo i 2 1 

& esser deposto , onde C efesio avesse 

Popolo generoso alfin vittoria — 

imperocché V oracolo , eh* ei solo 

Conoscea , queste cose aveva imposto — 

E moriva colà — Giovevol dunque 

È il verace sapiente e vivo e morto. 

VI IL Nacque nella cinquantanovesima olimpiade , 
e scrisse quest' epistola : 

Fbbbcidb k Taletb. 



« Oh muoia tu bene , quando il destino li soprav- 
» venga ! La malattia mi aveva già sorpreso al rice- 
si vere delle tue lettere. Tutto io formicolava di pidoc- 
» chi , ed aveva la febbre continua. Ingiunsi adunque 
a 9 miei schiavi, sepolto che mi avessero, di recarli 
» le cose eh' io ho scritto. Tu , se cogli altri sapienti 



1 22 



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FEREC1DE. 69 

» le approverai, le melterai in luce, se non le approverai, 
» non le farai vedere, chè a me pure non piacevano. Nes- 
si suna certezza v' ha delle cose ; ne io prometto o co- 
li nosco la verità. Chi trascegliesse le teologiche, è me- 
n stieri che congetturi il resto , poiché tutto è oscura- 
» mente detto. Io sono sempre più tormentalo dal 
» male , né ammetto alcun medico , nè gli amici. A 
* quelli che mi assistevano alla porta e m'interrogavano 
» compio stessi, fatto passare il dito dalla loppa, ino- 
99 slrai come fosse il male feroce, e loro annunziai che 
9 alla dimane venissero ai funerali di Ferecide. » 

E questi sono coloro che si appellano capienti , ai 
quali alcuni ascrivono anche Pisistrato. Ora è mestieri, 
parlare dei filosofi ; e prima dobbiamo incominciare 
dalla filosofia Ionica, della quale fu istitutore Talete , 
di cui era discepolo Anassimandro. 



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ANNOTAZIONI 



PROEMIO 



Le Fife dei Filosofi ec— Ai iftoK lunghi e svariati che 
portano le diverse edizioni (fedi il Menagio nella Westehia- 
na e l'Huebiiero in quella di Lipsia l83i) patemi di so- 
stituire questo brevissimo, siccome altri fece colle vite di 
Plutarco. 

I. Barbari — C«fC«f #r — propriamente chi pronunciava 
male, o parlando guastata alcuna lettera. Così si appellarono 
dai Greci i forestieri , anzi tutto che non era greco. 

Magi — pmyèf, al dire di Apuleio, significava nella lin- 
gua dei Persiani ciò che nella sua sacerdote. — Veggnsi anche 
Plinio e Porfirio. — Come osservatori degli astri e interpreti dei 
libri sacri, la scienza e la religione erano nelle loro mani ; come 
educatori dei re« avevano parte nei pubblici negozj. Il loro 
culto era quello del fuoco non senza mescolanza di sabeismo 
e di astrologia. — I magi, spesso confasi coi Caldei , furono 
istituiti da Hom od Homanes. Zoroastro li riformò. 



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J2. ANNOTAZIONI. 

Caldei — X*\8*ft — I Casdim o Caldei furono i domi- 
natori di Babilonia dopo il giogo assiro; la condizione del loro 
paese gli indusse forse ad adorare gli astri, Una casta si de- 
dicò air astronomia ed ebbe esclusivamente il nome di Caldei, 
sia che il traesse dal paese o , com' altri vuole , dall' arte , 
che ai tempi di Alessandro spacciavano di esercitare da oltre 
quaranta mila anni. 

Ginnosofisti — rr^*M*#^#r*#, filosofi o meglio sapienti- 
ignudi — nome che davano i Greci ai filosofi indiani che 
ignudi si aggiravano per le sei? e , e di cut tante cose narra- 
vansi. Quando Alessandro li visitò ne era capo Mandani o 
Dardanide. Calano , uno di costoro , accettò le offerte di A- 
lessandro e lo seguì, portando seco l'abboni inazione de' suoi 
colleghi. Finì coli 1 abbruciarsi tifo per cessare V infermità. 
Racconta Plinio che i Ginnosofisti tolleravano, fra r altre 
cose, di mirare con occhi/ermi il sole dal nascere al tramonto, 
e di tenere tutto il di ora f un piede or f altro sulle arene 
bollenti. — I moderni santoni all' Indie fanno simili e mag- 
giori prpove. , 

Druidi o Senno tei — Eraqo, po' Celti ciò! che i Magi, i 
Caldei, i Ginnosofisti per altri popoli. — Osserva il Kfthoio 
che T appellazione di Druidi ( V etimologia di questo some 
derivò dalle querce) convenisse a tulli, filosofi , teologi e poeti 
.galli ; ma che i teologi specialmente fossero detti 
(onoranti Dio) r* oijìim*»™. £t<«t. Vedi una lunga dota 
di Meoagio. Tulle le .nazioni celtiche ebbero i loro Druidi, 
e gli Eubagi, i Bardi , i Saronieti, i Sanniti o Senootei non 
, erano che sette diverse od una medesima chiamata con nome 
.diverso. I Celli, poi erano una molto estesa nazione, anzi di- 
verse nazioni, come a dire Germani „ Galli., Ispani, III ini , 
Traci ecc. Gli scrittori romani li chiamavano: Celti germani, 
Celti transalpini , Ce) li cisalpini. Diodoro afferma che tutti si 
appellavano Gallio e ne deriva il nome da Calala figlio di 



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ANNOTAZIONI. 7 3 

Ercole, jUrabone li crede così detli per la chiarezza e no* 
bikà della stirpe da y«A«{ latte, quasi dall' imitarne il can- 
dore. Il primo scrittore che usasse del nome di Galati per 
iodicare i Celti fu Callimaco in- uno de' suoi inni. I^a reli- 
gione <iei Galli ( Gaulois ) ci è nota poco più di quanto ne 
racconta Cesare. Le donne sotto nome di Divideste divide- 
vano co 9 Druidi le cure del culto, ed anche quelle del go- 
verno. Si sa che offerivano vittime umane; che le Deridesse 
coglievano il sacro vischio dalle querce , ma si, ignora quali 
fossero i loro numi. Due. secoli avanti Ve- v. ammisero nella 
loro mitologia gli dei astronomici che tutti i popoli civiliz- 
zali adoravano. Ma sagri fica odo a' nuovi numi cercavano di 
farlo almeno sotto . una quercia, in memoria di Esus , il dio 
terribile > come il , Dio degli Ebrei e degli Sciti ; e lo 
adoravano in tutte le cose non prodotte dalla mano del- 
l'uomo, i laghi, gK stagni , i fiumi* PUaio dice , che grande 
analogia era tra il rito de' Galli e quello dei Persiani ; e 
S. Clemente d" Alesa*, che come quella dei Persiani, la reli- 
gione dei Galli era una religione d? filosofi. — Forse da prhir 
cipio non adoravano che un sòjo .dio , Esus, e credevano air 
r immortalità dell'anima. La loro legge si conservava per tra* 
dizione ; come i Magi vestivano bianco e precedevano i po? 
poli alla guerra. 

Oco — — Certo è voce ewàta, ohe nessuno, fuori 

di Snida, ricorda questo nome. Alcuni eruditi tengono doversi 
leggere M#£«t +-r Qtf9 il Kfìhnio. Un Mosco, avanti la guer- 
ra di Tròja, fu' tra Feuicii iL maestro della dottrina degli 
atomi. 

Zamolsi — Zè/m*i*9 — la Erodoto i migliori codici e lo 
Schvfeighaeuser leggono Z«Ap«(<r. Nella lingua dei Traci uih- 
mas significa pelle (Torso, e secondo Porfirio gli venne que- 
sta appellazione , perchè di una pelle iY orso fu coperto na- 
scendo. Erodoto lo chiama or dio , or genio, che promiscua- 



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^4 ANNOTAZIONI.' 

mente, come Ornerò, usa i «lue nomi. Secondo Esitino i 
Traci lo onoravano per Saturno, secondo lamblie© come Er- 
cole; alcuni ne fanno un Greco che insegnasse a* Geli le ini- 
ziazioni, altri nn serro di Pitagora. Forse era più antico. 
Vedi Clem. Alessandr. , Luciano, Laerzio. Tra tutte le nar- 
razioni , dice M usto* idi , quella di Erodoto spicca come la 
più ingenua. 

Atlante — Molte favole spacciate intorno a costui noil'al- 
tro significano se non eh* e* tenevasi per l'inventore dell' al- 
strologia ed era forse un ente cosmogonico. 

Éfesto — Hfnimt , fuoco, fiamma — Uno dei nomi ili 
Vulcano. 

Sacerdoti e profeti — I soli sacerdoti, e forse pochi tra 
essi , erano gli interpreti dei libri sacri , i possessori e cu- 
stodi del sapere e dell 1 intimo segreto. Tutti gli altri ingan- 
nati con dottrine plebee. I sacerdoti egizi i rasi il capo, 
vestivano di lino, calzavano scarpe di papiro, si lavavano 
quattro volte il dì, s' astenevano dal vino, da alcuni cibi, 
ed in, particolare dalle fave. Il sommo sacerdote era il pri- 
mo magistrato dopo il re, gli altri giudici e medici, è si 
dicevano possessori , per mandato di Iside, di una terza parte 
delle terre , onde il regio potere veniva da essi infrenato. Co- 
loro che volevano partecipare a' loro segreti dovevano sotto* 
mettersi a pruove durissime, e \ forestieri persino alla circon- 
cisione. 

II. Da costui ad Alessandro il Macedone ec., ec. — L'E- 
gitto paludoso e malsano fu certo abitato dopo altri paesi : 
pure quei sacerdoti spacciavano una sapienza antichissima, e 
fanciulli , al paragone, solevano chiamare i Greci! Racconta 
Erodoto che di trecento dei loro re serbavano t corpi; e Mela 
che di tredici mila anni avevano annali sicuri , e memorie 
scritte che da che erano egiziani , quattro dei loro corsi ave- 



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ANNOTAZIONI. <]5 

vano malato le stelle, e due volte era tramontato il sole dorè 
allora sorgerà. 

Zoroastre — Racconta Plinio che per privilegio al solo 
Zoroastre accordato fra tutti gli uomini, aveva riso il di 
stesso che nacque; ed è fama che la sna morte avvenisse, 
com'egli avea desiderato, per mezzo del fuoco celeste. Por- 
tenti che sempre accompagnano gli introduttori di nuove re- 
ligioni ! E tale fu Zoroastre , uomo intorno a cui la tradi- 
zione accumula gran numero di fatti. Forse v'ebbero più Zo- 
roatlri. Volney lo dice contemporaneo di Nino (1200 A. C.) 
altri di Dario; e chi più antico d'assai, e chi più recente. 
A lui si attribuisce il Zend— A vesta (parola vivente ), libro 
che i dotti non giudicano apocrifo , ed alla cui morale, che 
fu modello a molte altre, si tributano lodi particolari. Spic- 
ca fra le sue massime la bellissima: net dubbio che un'a- 
zione Sìa buona o cattiva, astientene. Il Zend-A vesta, perla 
maggior parte liturgico, lascia presentire qualche dottrina spe- 
culativa ; ma forse quest'ultima non aggiugne l'antichità deHa 
prima, e i diversi frammenti di cui sembra composto, e le 
differenti lingue in cui è scritto, accennano diverse epoche. 
> Ostani, Astrasskhi ecc. — Ostane fu uno dei più gran 
magi dopo Zoroastre. Forse in onore di costui gli stessi magi 
si nominarono Ostani. Si ricordano da Plinio due Ostani , 
ano che seguì Xerse nella spedizione di Grecia, un altro, 
Alessandro, l'ulti i qui nominati sono magi che fiorirono 
nella scuola persiana. 

III. Non solamente la filosofia, ma ec. — Anche il nostro 
buon Diogene volle darci un tocco di greca jattaoza ; chè d'al- 
tra parte venne in Europa il sapere e il genere umano; e la 
Grecia fu traila dalla barbarie da popoli stranieri. I poeti 
poi, dice il Tennemann, presa dalla religione quella parte 
che offeriva maggiore allettamento e curiosità agli spiriti, sta- 
bilirono una specie di educazione estetica ed intellettuale che 



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^6 ANNOTAZIONI. 

servì come iV introduzione agli studj scientifici — Museo e 
Lino furono tra questi — Ma la scienza progressiva non na- 
cque se non quando i Greci riuscirono a strapparla dal san- 
tuario. 

Da cui traendo Anassagora — •S-i » A»C* r At *$*yp+t ec. — 
Fermo che nulla potesse venire dal nulla, ammise una ma- 
teria allo stalo di caos, ma fece che uno spirito, una mente 
(mv#) vi stabilisse queir ordine eh' ei contemplava nella na- 
tura. Non altro significa il d<«»«rp«ff0i che in ordinem addii- 
cere. E il mondo di che altro consta che di ordine? Aldobr. 

Turpissime libidini èc. — Vedi là nota del Casaubono e 
l'appendice critica dell' Huebnero. Forse «j«£f«vpyi* scrisse 
Diogene senza più. 

VI. Adoratore degli ositi « — Z*f*rrp9* *rrpé$wm* 
A*Tf$vTvs che adora, che sagrifica, ch'arde incensi agli 
astri. Brochart vorrebbe «rrf «^utrif , contemplatore degli astrk 
Ma Auquetil du Perrou, traduttore dei libri di Zoroastre, ci 
fa sicuri appartenere questo nome alla lingua Zend, nella quale 
Zoroastre si scrive 25erethoscftró. Ora in quella lingua zéré 
significa d'oro o di color aureo; e thaschré è il nome di 
una stella il . cui elogio si trova nel libro Jesckts. Essa è quella 
che credesi distributrice di piove ; essa vinse i due cattivi 
geuii che riel cominciamento delle cose volevano privarne la 
natura. Quindi Zoroastre vale alla lettera astro color <f oro, 
astro brillante. V. Pasq. Borelli priricip. di etimologi 

EwtKXirtrtec. — L'Holstenio voleva si leggesse ivisvsAffttt, 
e traduceva : rcs omnes suis revolutionibus permanere. Carpen- 
tario diceva : nulla doversi mutare , e traduceva : omnia per- 
mansura in sua appelUitione ; cioè in sua forma, da cui de- 
ducesi r appellandone : nella qual cosa convengono le opinioni 
dei magi. V ha chi interpreta questo luogo : res omnes eorum 
invocationibifs permanere. Menag. — Ea auae simt ipsorum 



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Casaubono. 

VII. Kmrmr»tpm^t$f £i *y**/A*r* — Leggo col Casaub. 
e coITQuebn. *«r«r». 9§ *vr«*r, cioè a quegli animali cui 
adoravano. 

E«-i£«*ttfffit ««< piTtpC*ifttr — 'Riesce oscuro l'Aldobran- 
dino traducendo: animarti et permanere et emigrare. Piuttosto 
corpori stipereste et ex alio in aliud migrare. Kùhnio. 

Vili. Nel libro dell esanimata — Plinio fa ricordanza di 
questo libro di Eraclide in cui si racconta <T una femmina 
che per sette di fu esanime, poi richiamata di nuovo a vita. 

X. Quella filosofia ionica, questa italica — Eusebio, nelle 
Prmpar. evang., dice essere state tre le filosofie, l'italica, l'io- 
nica , Teleatica. Menagio reca un passo di Temistio che ne 
novera quattro; ma non di stirpi filolofiche parla Temistio 
in quel passo, bensì delle parti della filosofia cui Platone rac- 
colse e collegò. Quindi Terrore di Menagio — Vedi Rossi 
Comment. Laert. 

XIT. Eudemonici — Ari &i#£m#?, ab iis, quibus afficie- 
bant animo s. Cioè questi filosofi promettevano ai loro disce- 
poli iv£«<p«f««t, la felicità, e da questa &j«&irt«, {lisposi- 
zìone , affezione di coi volevano eh' ei fossero imbevuti , % fu- 
rono cosi chiamati - KOhnio. 

Correttori — EAi^*r**«é — Dal confutare le cose degne 
di confutazione. Kdhnio — E«At«r#s«i leggono altri. 

À»aA©yfn«#< — Dal considerare, ragionare, cercare Tana- 
logia delle cose. Ciò che in ogni setta rinvenivano di consono 
raccoglievano, e si costruivano un'analogia della filosofia — 
Kùhnio — AtmXèyt<rrtx9t corresse Enrico Stefano — A»oA»- 
9tri*r<, leggeva Giuseppe Scaligero: iAiy*r*x*< ««< mw\*m» 
*#«•*, cioè, contraddienti , opponenti, e difendenti , rispon- 



XIII. Clitomaco cartaginese — Il Rossi, nelle sue Comment. 



denti. 




78 ANNOTAZIONI. 

LaerL, legge in rece di K.Aiir«/4*£«f K«p£«£«r*«r, ànfvwt 

K* A e soggi agne: come dopo tanti filosofi che fiori* 

rono nelle dialettiche ; dopo tanti Megarici, che vendicarono 
a sè il nome di dialettici ; dopo tanto tempo che questa setta 
esisteva, farne autore Clitoraaco? Nulla di ciò ne* vecchi lir 
bri ; nulla nella vita di Clitotnaco dello stesso Laerzio* Forse 
gli cadde dalla penna Clitomaco per Dionisio, il quale no» 
mina dialettico nel S. 98 del Uh. II, e da cui la setta, che 
prima Megarica fìi appellala, si disse Dialettica. 

Non si ammette, per la sua oscurità, la Pirronica r*# 
L'oscurità non era un titolo per rigettare nna setta. 
Forse era scritto: «p*r<«r, continenza dal pronunciare; precetto 
pi rro ni co. Non ammettevasi la pirronica , perchè nulla affer- 
mava; non islimaiido»i essere setta quella che non a?e?a 
dogmi — Rossi. 

XIV. Potamone — « Già Antioco aveva offerto il primo 
11 esempio di un eclettismo indipendente e ragionato. Dopo, 
» Strabone \\ geografo associò le dottrine di Zenone a quelle 
11 di Aristotele ; Sozione il giovine tentò di unire le pri- 
» me alle antiche idee di Pitagora; un Ammonio stabilì tra 
11 Platone e Aristotele un concerto più facile, in uno, e piò 
» utile. Potamone, che Suida colloca sotto il regno d'Augn- 
* sto e Laerzio in un' epoca poco anteriore a quella io cui 
» viveva egli stesso, sembra essere stato il primo a dare al- 
11 T eclettismo una forma regolare e sistematica. Parca eh' ei 
» cercasse di conciliare le dottrine degli stoici con quelle di 
» Aristotele, e che non ammettesse le idee di Platone. Così può 
n dedursi dal frammento di Diogene, pel quale soltanto ci è 
» nota questa sua impresa — Degerando — ». 
/ Due essere i criterii della verità : T uno da cui nasce il 
giudizio ec. — « L 1 uno de 1 quali risiede nella stessa facoltà 
» che giudica, cioè a dire nella ragione che presiede a tutto 
» il sistema delle funzioni intellettuali ; V altro consiste nelle 



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ANNOTAZIONI. 

» percezioni che servono di mezzo o di strumento per le co- 
» noscenze, cioè a dire nella certezza e nella evidenza delle 
» impressioni ricevute — Deaerando — ». 

Principio <T ogni cosa ec. — Su questi quattro principii 
riposerebbe , secondo Laerzio, la metafisica di Potamene, la 
materia, cioè» la causa efficiente, la qualità e il luogo. — Del 
resto Diogene e Snida soli tra gli antichi hanno fatto men- 
zione di costui, le coi opere sono da lungo tempo perdute, 
nè pare facesse egli gran fortuna. Tengono i dotti che Porfirio 
non accenni a Potamone. 



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8o 



ANNOTAZIONI. 

LIBRO PRIMO 



CAPO PRIMO. 
Talete. 

Il ritratto di Talete è tolto, siccome gli altri che adbr- 
nano quest' opera, dall', Iconografia greca di E. Q. Visconti. 

I. Ma tengono i più che fosse nativo Milesio — Tra que- 
sti è Plutarco che senza addurre ragioni combalte l'opinione 
di Erodoto ; perchè i Greci mal comportavano che il primo 
de' loro sapienti fosse un barbaro. 

II. Posta da un canto la politica ec. — Forse quando #a' 
suoi concittadini fu rigettata l'idea ch'egli primo concepì 
e propose di uno stato federativo : idea benefica che assai 
ne appalesa la Tastila del suo ingegno. 

Callimaco il fa trovatore dell Orsa minore. — L'Hueb- 
nero omette la parentesi. Altri crede il passo fuor di luogo. 

Stimando tutto il resto esser facile. — Così traducono i 
più; ma Scaligero e Casanbono congetturano do?ersi leggere 
»»«r«A«*-r« , incomprensibili. 

Predicesse gli eclissi di sole. — L' eclissi che dicesi pre- 
detta da Talete accadde a no?e di luglio dell'anno Giuliano 
proleptico 597 dell'E. V. secondo il Petafio. Erodoto attesta 
il fatto, il quale è parimente riferito da Eudemo discepolo 
d'Aristotele. I dubbi proposti dal Dodwello paiono senza fon- 
damento al Visconti. 



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ANNOTAZIONI. Si 

III. Primo aver egli chiamate le anime immortali. — 
Talele non poterà essere inventore di una dottrina già anti- 
ca, ed ecco in proposilo una nota del Visconti: Quest'errore 
derivò , credo , dalT abuso dei sinonimi. Primo Ju Taletg a 
riguardare le anime umane come sempre esistenti , cioè non 
aventi nè principio , né fine, «ftitr, eterne: ma qttestofyaca-] 
bolo equivalendo talvolta ad «£«t*r«r, immortale , in luogo 
di cui si usa frequentemente, si è sema ragione sostituito* 
quest'ultimo, ec, ec. 

Da solstizio a solstizio. — «*• rfxns «*< rf**t», pro- 
priamente da rivolgimento a rivolgimento , quindi, secondo il 
Montuck scopri anche V eclitica. 

La grandezza del sole dimostrala settecento venti volte 
maggiore della lunare. — L 1 abate Canaye correggeva, *y*r«r 
ré ru iXiw féiy%B-ét rw «. r. A. Altri riA«p*j*f 

Vedi la nota delP Huebnero. — Ed anche Bayle che 
a quello proposito reca un passo di Apuleio. — Il citato 
Montucla dice doversi intendere dell' orbila lunare , la quale 
è poco lunge dall' essere la settecen ventesima parte del dia- 
metro apparente del sole. — Stor. delT astron. 

Primo aver discorso sulla natura. — Sebbene V orìgine 
della filosofia greca, secondo il Ritter, appartenga più al do- 
minio della tradizione che a quello dell 1 istoria , tuttavia il 
più degli scrittori greci ne riferiscono il principio a Talele. 
Ciò particolarmente lo differenzia dagli altri sapienti. — Ta- 
lete abbandonò il soprannaturale, le cause invisibili, e inter- 
rogata la natura , fece uscire il suo slato preseute dalle sole 
condizioni del suo slato anteriore. Quindi Tertulliano lo chiama 
il primo dei .fisici. Collo sbarazzare la scienza dalla teologia 
naturale e alalia metafisica, pare, osserva il Degenerando, a- 
tere il nostro filosofo presentito sino d' allora il celebre voto 
di Newton : oh fisica , salvami dalla metafisica. 

DIOGENE LAERZIO. 6 



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8l AHROTÀEIOHI. 

Apprese geometria dagli Egìzi!. — « Partito I 1 Egitto e 
» dato a sorte a ciascuno un egual quadralo — te il fiume 
» sminuiva a taluno la sortita pottione — il re toriata quei 
» «he vedessero e misurassero di quanto si era menomato il 
» campo — ed a me pare che di qua trovatasi la geome- 
» tria, ec. » Erodoto. 

Descrisse in un cerchio il triangolo rettangolo. — Pro- 
prietà del cerchio , per cui tutti i triangoli aventi per base 
il diametro e dei quali V angolo opposto aggiugne la circon- 
ferenza , hanno qtiest' angolo retto. — Montitela. 

I triangoli scaleni e la teorica, delle linee. — Cioè , la 
descrizione ( apparentemente geometrica ) del triangolo e le 
proprietà delle figure ec. — Montitela. 

VI. Per amore de* figliuoli. — £** IjA*ti*vj«». Altri 
corresse 9è «^*A«rt«v per disamore. — « Solone visitando 
» Talete meravigliò di vederlo circondato di famiglia non sua, 
» e di non aver mai voluto procreare figliuoli. Non -rispose 
» Talete, ma finse che uno straniero giungesse da Alene ed 
» annunziasse la morte di un giovane figlio di un illustre 
a Ateniese allora assente. Infelice padre « sclamò Solone , e 
» ne richiese il nome. A sentirsi ripetere il suo, Solone diede 
» nelle più violenti smanie. Allora Talete : ecco ciò che mi 
» ha distolto dall' aver figli, a — Plutarco. 

V. Prendesse a pigione i fattoi ec. — Cicerone dice eh' e' 
comperò tutte le olive prima della fioritura , omnem oleam 
aniequam florere empisset. — Plinio ciò racconta non di Ta- 
lete ma di Democrito. 

VI. Principio di tutte cose affermò essere t acqua. — 
Questa dottrina di Talete, generalmente riconosciuta per sua, 
sembra, al dire di Ritler, riferirsi all'antica opinione, essere 
cioè la terra sostenuta dall' acqua. Per tal modo anche la fi- 
losofia di Talete verrebbe a ricongiugnersi colla tradizione. 
Ma s'egli ha realmente filosofato, la sua dottrina doveva e- 



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ANNOTAZIONI. 83 

mergere da considerazioni generali sol mondo, e queste con- 
siderazioni sono chiaramente espresse nei principii che ser- 
vono di base alla sna dottrina; lotto alimentarsi dall'umido; 
il caldo stesso provenirne e mantenersi, e seme di ogni cosa 
essere V umido ; però V acqua origine della natura umida, da 
cui tutto proviene e si nutrisce , principio primitivo di tutte 
cose — Aristotele* — Questa dottrina, segue il Hitler, è 
collegata coi fenomeni della natura vìvente, colla nutrizione 
e col nascimento per via di seme. Pare non aver Talele con- 
siderato il mondo che come un ente vivo, il quale fosse 
uscito da uno stato di seme imperfetto; seme, neli' idea del 
nostro 6Ioso4b, di una natura umida o dell' acqua, principio 
di tutte le esistenze individuali e proprio alimento a se stessa. 
Questo modo di considerare V universo animandolo , e che 
consiste a non vedere nel mondo che uno sviluppo del seroe 
primitivamente esistente della vita si mostra del pari in altri 
punti di dottrina, che con certezza si possono attribuire a 
Talele. E- quindi ei scorgeva la vita nell' apparenza della 
morte; credeva animata la pietra magnetica e l'ambra, per- 
chè Si movevano ; e diceva in generale animato e pieno dì 
spiriti o genii il mondo. 

VII. Chi lo interrogò fu ÀnacarsL — E prima aveva 
detto Misone. Congettura il Rossi essere questa una glossa in* 
Ir usa vi da qualche amanuense. Laerzio, nella vita di Misone, 
tati' altrimenti ci racconta il fatto , e forse Si confusero le 
due narrazioni. 

Aristodemo — Spartano che scaduto dalle ricchezze e fug- 
gilo dagli amici , proferì questa dura sentenza ! 

IX. Crescere il Nilo quando le efesie ne respingono le 
correnti. < — Piacque al nòstro Arici di accennare all' opinione 
di Talele scrivendo nelle sue fonti, questi bei versi: 
JKi, o che deiranno a certi tempi abbondi 
La niliaca riviera , e tra le ripe 



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84 . AWNOTAZIOHI. 

Mot contenuta le soverchi e passi: 
O che rimpetto il mar gonfio le sorga 
Là dove mette capo e la contrasti, 
( Chè spirando t efesie aure* soavi 
Contro aquilone, allentano e a ritroso 
Sospingon r acque a la sorgente , oneT elle 
Gittansi al largo e immobili ristanno. 

Altre opinioni correvano fra gli antichi , che noi non rac- 
conteremo, e che si possono leggere in una nota dello Al- 
dobrandino. Per far cadere quella del nostro filosofo basta 
F ossecrare che P etesie cominciano a soffiare qnando è già 
sol finire il crescere del Milo. — Omero nel IV dell' Odiss. 
chiama il Nilo 9t'iw$ms , e quindi primo di ogni altro seppe 
doversi il crescere di quel fiume alle piogge estire che ca- 
dono in Abissinia. Lo struggersi delle neri e le piogge dentro- 
pici sono cagione colla loro regolarità del crescere periodico 
non del Nilo soltanto , ma del Niger , dello Zair , del Rio 
della Piata, e di altri fiumi. 

X. Talete era nato il prim anno della trentesima quinta 
olimpiade. — Osserva il Ritter non doversi gran fede alla 
cronologia di quest'epoca. Una tradizione generalmente sparsa 
assegna a Talete una più alta antichità, ed è quella che gli 
fa predire P eclisse di sole che pose fine alla guerra tra i 
Medi ed i Lidii. Altri il dice vissuto poco dopo. Certo è 
solo eh 1 ei visse quando la sua patria fiorente e libera faceva 
un esteso commercio per mare e per terra. 

Visse ai tempi di Creso cui promise ec. — Altri lo ha 
per favoloso. Così la pensavano Plutarco e il Bruckero e 
il Menagio e il Freret e lo stesso Erodoto, in cui si potrà 
leggere il modo che si spacciava tenuto da Talete per de- 
viare quel fiume. Il chiar. Mustoxidi adduce in conferma del 
fatto di Talete lo scoi, d' Aristofane nelle Nuv. e Luciano 



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ANNOTAZIONI. 8$ 

nel? Ippici, il quale v'aggiugne di soprappiù, che ciò facesse 
senza sussidio di macchina, e colf unica forza dell 1 ingegno, 
in una sola notte ! 

XIII. E suo il motto : conosci te stesso. — Questo apo- 
temma leggevasi scritto nel tempio di Delfo ; e forse, osserva 
Cousin, ri fu trasportato dall' oriente , foggiandolo alla Gre- 
ca — dai sensi allo spirito — dai simboli alle spiegazioni. 
Significava ciò che gli specchi ieratici ne' templi egiziani. Se non 
che V Egitto, dice Olimpiodoro, mostra sempre le cose a frri- 
verso r enimma del sìmbolo ; la Grecia alla luce Mia pa- 
rola scritta; — Ma non tutti attribuivano questo motto a Ta- 
lete; anzi i più lo fanno autore dell'altro, EITTÀ ITAPA 
A* ATA la sfortuna viene dopo gli impegni ; la malleveria ha 
presso il danno, che parimente era scritto sulle pareti del 
tempio di Delfo, e che nel viaggio d'Anacarsi, come osserva 
il Visconti, s'interpreta in un modo affatto diverso: La sven- 
tura ti segue dappresso. Vedi anche una lunga nota del Me- 
nagio. 

XIV. Intorno ai sette sapienti ecc. — Stesse incerte tradi- 
zioni che sul conto di Talete. — Filosofia politica chiama 
il Bruckero quella eh' e' professavano. Distinti per virtù e per 
sapere; spesso legislatori delle loro patrie; legati fra loro di 
schietta amicizia potevano costoro ri sguardarsi come i deposi- 
tar] del sapere di quel tempo (584 a « c ' rca prima dell' e. ▼.)• 
La pratica saviezza che raccomanda sovra tutte le virtù pub- 
bliche, riferendole al più generoso amor patrio, era da essi 
insegnata per via di brevi sentenze, chiare e profonde, onde 
ebbero il nome di gnomici o sentenziosi. Furono detti an- 
che pianeti dai molti viaggi che intraprendevano in cerca di 
sapienza. Per generale consenso erano questi i sapienti : Fe- 
riandro — Solone — Brinate — Talete — Cleobulo — FU- 
taco — Chitone. — Sebbene Talete, al dire di Cicerone e di 
Apuleio, avesse nome del più saggio fra i sapienti, forse vin- 



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86 ANNOTAZIONI. 

cencio gli altri in dottrina , nessnno dei setto era primo od 
ultimo per responso deJT oracolo , il quale ordinò che i loro 
nomi fossero scolpiti in giro. Uso che le convenienze teatrali 
riserbarono ai moderni Tirinosi ! ! — Il convito dei sette sa- 
pienti di Plutarco non è un frammento storico, ma una sem- 
plice novella. Ei li raccoglie presso Periaodro. 

Di Talete vanno attorno anche queste lettere. — Sooo 
d'accordo gli erodili nel credere supposte e queste due let- 
tere di Talete, e quelle di Solone, dì Piltaco, di Democrito, 
che dallo stesso Diogene si riportano. 

CAPO II. 
?6lone. 

Il ritratto di Solone tolse il Visconti da un busto che ai 
conserva nella galleria di Firenze. Ha la testa cinta di una 
benda eh' è il simbolo di apoteosi : ed il Gali vi osserva l'or- 
gano della sagaci là comparativa assai prominente. 

I. Discarico. — « Ora in quanto a ciò che asseriscono 
» gli autori più recenti, cioè che gli Ateniesi, coprendo con 
» buone e piacevoli denominazioni quelle cose che cattive e 
» dispiacevoli sono per se stesse, urbanamente le ingentilir 
» scono, appellando le meretrici amiche , le gabelle contribuì 
» &10/11, custodie i presidii delle città , e abitazione la car- 
» cere ; io credo che se ne abbia a riferire V origine ad un 
» artificio da Solone praticato , il quale chiamò discarico Ta- 
li bolizione dei debiti ; imperciocché questo fu il primo suo 
» istituto, ordinando che rimessi fossero tulli quei debiti che 
m allora esistevano, e che alcuno per l'avvenire non desse ad 
» usura sopra de' corpi, quantunque vogliano alcuni scrittori, 
» eh' egli non assolvesse già totalmente i poveri dal pagare 
» i loro debiti, ma che solo alleggeriti li abbia nelle usure, 



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ANNOTAZIONI. tj 

» da lai renda te più moderale, onde i poveri stesti, restati* 
» dooe molto soddisfatti e contenti, chiamarono discarico que- 
» sto tratto di amanita. » — Plutarco* 

Fece altre leggi e le collocò sovra tavole di legno. — 
Nane ergo ingresso* scribe ei super buxum ec Isaia, ux, 8. 
]1 testo dice ta?ola di legno. — Tzelze, nelle sue Chiliadi, 
ci insegna: che avanti t invenzione della caria le leggi si 
scrivevano sovra tavole a* legno ec. — Ciò attesta Simma- 
co; ciò stesso Cassiodoro ed Isidoro che cosi si esprime nel 
suo etimologico : Ante cartai et membranarua^ usum in do- 
lati* ex tigno codicillis epistolarum eloquia scribebantur. — 
Schedai crani asseres sive tabella! non absimiles scandulis 
quibus tecta, tegularum vice, in quihusdam locis leguntur, di- 
eta mw tw i dal fendere, segare, dividere. — Anche 
i testamenti, sino a certa epoca, si scrissero sul legno, onde , 
Y operare contra tabulas era lo stesso che fare contro il testa- 
mento. — Rotoli di legno, traduce il Borheck. 

II. Folegandrio o Sicinite. — Folegandro era un' isola tra 
le Spqradi ; Sicino un 1 altra presso Creta. 

III. / disegni di Pisistrato disvelò. — « La madre di So- 
li Ione era cugina di queHa di Pisistrato. — Fra l'uno e Tal- 
li Irò passava da principio una grande amicizia si per ca- 
li gione della loro parentela, e sì ancora per cagione dell' in- 
* dole e delle eleganti fattezze, che sortite aveva dalla natura 
» Pisistrato, io grazia delle quali cose (come vogliono alcuni) 
9 erane Solone innamorato. » — Plutarco. — Pisistrato di più 
chiedeva che il suo amico Solone fosse colmato di onori , di- 
chiarando di voler condursi secondo il parer suo: ma le finzioni 
dell' astuto non valsero a sedurre l'amico, e ne denunziò al- 
tamente le trame, e lo palesò come pubblico nemico ; e per- 
chè il popolo era affascinato ed il male già fatto,, trattato da 
pazzo, sebbene rispettato, abbandonò volontariamente la pa- 
tria, lasciando a Pisistrato il comando ch'ei prima avea ri- 



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88 ANNOTAZIONI. 

fiutato. Ciò accadde 56o anni prima dell' e. v. Fisiatra to aveva 
destrezza nel maneggio dei pubblici affari, moderazione, virtù 
domestiche, e gli Ateniesi lo avrebbero adorato se si fosse 
potuto cancellare V immagine della libertà. 

IV. Navigò per T Egitto ec. ecc. — In Egitto soggiornò 
presso Canopo, ali 1 imboccatura del Nilo, e quivi conversò 
con que' sacerdoti, i quali gli narrarono ima meravigliosa isto- 
ria sull'isola Atlantide, che parvegli bel soggetto di poema. 

Venne da Creso. — Tutti sanno il famoso colloquio avuto 
con quel re ; ma v' ha chi pone in forse il viaggio di Lidia. 

VII, Chi non aliihenta i genitori sia infame. — Un'altra 
legge avea fatta per la quale dichiarava : non essere il figliuolo 
obbligato ad alimentare il padre se questi insegnato non gli 
abbia una qualche arte. 

Interdisse la bigoncia a? bagascioni. — Certo a chi pro- 
stituitasi per mercede. — « Che Solone poi forte non fosse 
« contro i bei giovani e che resistere non sapesse ed amore 
n arditamente come lottator valoroso 'quando viene alle mani, 
i» pipò ricavarsi e dalle sue stesse poesie (alcune delle quali 
» si dissero licenziose), e da quella sua legge, la quale proi- 
» biva a chi servo fosse di ungersi e di amar fanciulli , an- 

* noverando un sì fatto amore fra le applicazioni più belle 
« e più decorose , ed esortando in ùn certo modo a queste 
» cose coloro che degni ne erano, nel tempo medesimo che 
» le vietava a quelli che ne erano indegni. » — Plutarco. 

IX. Meglio Solone illustrò Omero di Pisistrato. — Pi- 
si strato ordinò i libri di Omero e ne diede una compita edi- 
zione: Solone, osserva l'Aldobrandino, fece più comandando 
che regolarmente si recitassero in pubblico. — Vedi una nota 
del Menagio. — Rossi lo ha per un passo intruso. 

Vecchia e nuova luna. — « Osservando Solone la disu- 

* Iwtìglianza de' mesi e il moto della luna , che non si ac- 
» corda interamente nè col nascere nè col tramontare del 



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ANNOTAZIONI. 89 

» sole; ma spesso lo raggiunge e oltrepassa in un giorno me- 

» d'esimo, determinò che nn tal giorno si chiamasse vecchia 

» e nuota lana, riposando che quella parte di giorno, eh" è 

» aranti la congiunzione di que'dne pianeti, appartenga al mese 

» che termina, e la parte dopo al mese che già incomincia. 

» Probabilmente però fu egli il primo che intese bene il si- 

» gnificato di quel passo di Omero, che dice parlando di un 

11 giorno solo: 

« Finendo un mese e incominciando T altro* » 

« 11 dì seguente poi chiamò novilunio; e dopo il dì vi- 
li gesimo non seguirà già contando con aggi ag nere al numero 
n i nuovi dì che renirano, ma levandone ria di giorno in giorno 
» ano di qoe' dieci che in quel mese restarano, secondochò 
» Tederà andar pure decrescendo il lume della luna fino al 
» dì trentesimo. » — Plutarco. — II mese greco compone- 
rasi di tre decadi: principiante , mezzana, declinante. «La de- 
clinante si numerava a rovescio, e però il ventesimo primo 
dì chiamavasi decimo della declinante , il ventesimo secondo 
nono, e così di seguito sino al secondo che era il ventinove- 
simo; il trentesimo còme è detto sopra vecchia e nuova lu- 
na. — Infrante mense; exeunte mense hanno gli scrittori del- 
l' xi sino al xiv secolo. Dall' uno al quindici numeravasi re- 
golarmente ed era V infrante mense : dal sedici sino al trenta 
a rovescio, e il sedicesimo appellatasi quindici exeunte men- 
se ecc.) il ventesimo nono ed il trentesimo penultimo ed ul- 
timo. Vedi Rollandino. E ciò pratica vasi anche in Brescia, 
come si scorge da una nostra cronaca, ed era, secondo il Dtt- 
cangio, generalmente in oso io Italia ed in Francia. Nel 1400 
si tornò alla romana. 

Nata una sedizione ecc. — Qui è manifesta contraddi- 
sione con un'altra legge di Solone la quale ordina: « che 
» sia tenuto infame chi iu occasione di sedizione non si di- 



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gO ANNOTAZIONI, 

» chiarì nè per V una nè per V altra parte, volendo che in 
» riguardo agli affari pubblici non se ne stesse alcuno con 
» indolenza ed insensibilità per aver posto in sicuro le cose 
» sue proprie, nè si gloriasse di non essere quindi a parte 
» nè dell'afflizione nè della malattia della patria, e fuor d'o- 
» gni rischio aspettando che vinca l'una o l'altra fazione. » — 
Plutarco, — A similitudine di quegli angeli 

— che non furon ribelli « 
Nè fur fedeli a Dio,jna per sè foro, 

che il difino Alighieri pose tra i perduti che l'inferno ri- 
fiuta! Guai se questo peccato avesse gastigo a dì nostri 1 — 
Del resto il Meursio lo tiene che sia un errore di memoria. Vedi 
una nota del Menagio. 

XJ V. È noto aver egli scritto — elegie — giambi ed epodi 
—-ed anche un poema t V Atlantide. — Di Solone ci riman- 
gono molti frammenti poetici, tutti ripieni di morale sapienza, 
ed in particolare delle sue elegie che dir potrebbonsi elegie 
politiche. — Solonis Jthen. carminum quas supersunt, pras- 
missa commentai ione de Solone poeta — Dispos. ala. anno» 
tat. instruxit JP. Bachius Bonn, Weber, 1825, in 8.°. 

XV. Fiorì intorno alla quarantesimasesta olimpiade ec. 
ecc. — Era nato Fa. 629, circa, avanti Te. v. e mori, dicesi, 
in Cipri alla corte di Filociro l 1 a. 359. — « Della filoso- 
» fia morale attese principalmente a quella parte che risguarda 
* la politica , come fa cenno moltissimi de' sapienti d' allora. 
» Ha nelle cose fisiche egli era molto semplice ed imperito. » — 
Plutarco. — Alcune sue leggi furono censurale, e lo slesso 
Plutarco dice che vi sono molti assurdi in quelle che riguar- 
dano le donne. Io non ho fatto, così Solone, le migliori leggi 
che si potesse, ma buone tanto quanto gli Ateniesi comportar 
le sapessero. 



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ANNOTAZIONI. 



9* 



CAPO III. 
Cbilonb. 

« Il ritrailo di Chitone delineato, benché imperfettamente, 
» sopra un frammento di pari mento in mosaico, è P unico 
» monumento che ci abbia consertato V immagine del sapiente 
» di Lacedemone. Si Tede a Verona nella biblioteca capito- 
» \are: V ab. Bianchini arricchì la sua patria di qnesto im- 
» portante frammento scoperto a Roma sull'Aventino nel 
» principio dello scorso secolo. » — Risconti. — Questo 
ritratto più non esiste nell' indicata biblioteca: noi ne chie- 
demmo ad uno di quo' buoni Canonici , il qnale nulla ci 
teppe dire uè di Chitone, nè del musaico, nè della sorte che 
potea averlo cólto* 

I. Primo eforo sotto Eutidemo. Hf*r$9 t^tftr. • — « Non 
» è verisimile, come per alcuni fu detto, eh 1 egli abbia nel 
» tempo della sua magistratura cercato di estendere l'auto- 
» rilà degli efori, scemando quella dei re. — Questa opinione 
» del Menagio non è fondata che sulla violeuta interpreta- 
» zione da lui data a questo luogo di Diogene : qnesto luogo 
» per chi ben lo considera, non contiene altro che lo sbaglio 
» pigliato da alcuni scrittori , i quali, avendo letto che Chi- 
» lene era slato il primo eforo, intesero questa frase, come 
» se importasse che fosse stato il primo degli efori, ossia V i- 
» stitutore di quella magistratura. — Risconti. 

HI. Dovendo giudicare un amico ecc. — Seguo la cor- 
rezione deirHoebnero , del quale vedi la nota, e quella del 
Menagio. 

V. E suo r apotegma: alla malleveria sta presso it dan- 
no. — Il succitato musaico portava scritto il motto I*$aei 
CaYTON* conosci te stesso, che al Bianchini ed al WinckeU 



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/ 



ANNOTAZIONI. 

man area già fatto ravvisare in quel monnmento il nostro fi- 
losofo : tnttavolta , osserva il Visconti , queir apotegma , che 
scrìtto leggevasi nel tempio , di Delfo, non fu attribuito a Chi- 
Ione senza contraddizione. Que* medesimi che glielo appropria- 
no sono d'avviso che il sapiente non abbia preso che una rì- 
sposta datagli dalV oracolo. Checché ne sia, i più degli anti- 
chi ne fecero onore a Chitone. 

CAPO IV. 

PlTTACO. . 

Il ritratto di questo sapiente fu dal Visconti tratto da 
una medaglia eh 1 ha nel rovescio quello di Alceo. Così la 
gloria nazionale, dice il sommo archeologo, e la celebrità let- 
teraria hanno fatto congiugnere sopra un monumento di po- 
che linee d* estensione due emuli, che non potevano star bene 
insieme nel loro paese natio. — Le salire del poeta non of- 
fuscarono la gloria del sapiente, il quale avuto per sorte di 
guerra nelle mani il sedizioso , gli accordò un generoso per- 
dono. 

I. Con una rete che avea sotto lo scudo avviluppò furtiva- 
mente Forinone. — A tempi di Pittaco tutto era concesso a 
difesa della patria. — Dolus an virtus quis in hoste requi- 
retì — Lo stesso Plutarco ammira lo stratagemma della rete 
nascosta, e tnlta V antichità cita con plauso ciò che i moderni 
chiamerebbero un'indegna superchieria , dimentichi delle reti 
che da' nostri politici si vanno ponendo in pratica tuttodì! — 
Da questa astuzia è opinione di alcuni che sieno nati i re- 
tiarii romani. — Polien. stratag. ecc. 

VI. Morì già vecchio ec. — L'andò 570 Innanzi l'era 
Tolgare. 



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ANNOTAZIONI. 



9* 



VII!. Eran garzoni che pe* lunghi trivii 
Velocemente fean colle percosse 
Le trottole girar — Segui le tracce 
Di costor, disse — Ei Sondò presso, ed essi 
Dicean: Tira alla pari — ecc. 

•< wXnyifwt Sé *s fitftfiiHMt fiorir 

*W» ^it i£f<« * pi* •«•irm 

wXnw$$9 • si & i>iy«r • r»? *«r« r«vr«» f A«« 

Cf^»Cf| — f/y«An#v • pmwTtyt rrft Q*wn •* *-«4&tr ». c. A. 

Strumento che fanno girare i fanciulli colla sferza ecc. — 
Suida — Vedi ancora Esichio, stessa parola. Dunque la no- 
stra trottola e non la ruzzola, come traduce il Pagnini. Ha 
come giuocando alle trottole ri sta il rnt ««r* r«»r#» t A« , 
il Uhi parem agita ? Non nT avvenne mai di udire che i no- 
stri fanciulli gridassero tira alla pari, chè così tutti i tradut- 
tori voltano il passo. Forse sarebbe stato meglio: batti, tira, 
tocca su quella (trottola) che è più vicina a te; se questo modo 
di dire fosse particolare al nostro giuoco piuttosto che a qua- 
lunque altro. — Pare che anche il Borheck nella sua tradu- 
zione tedesca siasi trovato nello stesso imbarazzo. Fattomi in- 
terpretare il passo, mi si disse aver così traslatato il testo: Ivi 
erano fanciulli che lanciatami pel trivio in vorticosi giri, 
stringendosi pari con pari. Or segui T orme di costoro, disse; 
ed ei si fece vicino ad essi. Pari con par disposti ! gridavano 
gli uni agli altri i fanciulli ecc. Ed ecco, se m'appongo, il 
giuoco della trottola mutato nel nordico valtz ! Che dunque 
conchiuderne ? che troppo si è detto per uua fanciullaggine. 




94 



ANNOTAZIONI. 



CAPO V. 
Biante. 

I. Che il tripode gli fu mandato ec. — Secondo la Ira- 
dizione più accreditata fa dato a Biante che il consacrò nel 
tempio d 1 Apollo ismenio a Tebe. — La città di Priene era 
in origine una colonia tebana. — Prima di tutti pubblicò il 
Visconti una medaglia di bronzo di quella città , rappresen- 
tante da un lato il busto di Minerva e nel rovescio la figura 
di Biante ritta e dietrovi il tripode. 

II. Biante coprì alcuni mucchi di arena spargendovi so- 
pra frumento. . — Erodoto racconta questo stratagemma come 
usato ad Aliatte da Trasibulo a Mileto. Forse Diogene fu 
tradito dalla memoria ; giacché Priene era già stata prima 
espugnata da Ardi. — Mustoxidi. 

V. Circa i numi, di che sono. — Sanctius ac reverentius 
fisum de actis Deorum credere, quam scire. — Tacilo. 

VI. I più sono cattivi. — Questa massima si collega 
colla superiore : amare come se fossimo per odiare , molti 
essendo i malvagi, altamente disapprovata da Cicerone. Tri- 
stissimo vero, sclama il Visconti che la pratica del foro e la 
civil società gli avranno persuaso — Rousseau diceva : Vuomo 
è buono, ma gli uomini sono cattivi. 

C A P O VI. 
Cleobclo. 

II. Compose cantoni e indovinelli. «— ypiQus » propria- 
meute reti da pescatore ; cosi chiamavansi le quislioni enig- 
matiche che si proponeVano ne 1 conviti. — Intorno alle varie 
maniere di grifi è a ?edersi Ateneo. 



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ANNOTAZIONI. 



Capo vii. 

Periaudro. 

ii L'erme che rappresenta qqesto sapiente è di una perfetta 
» conservazione, e le papille espresse dalla scultura danno un 
» carattere alla fisonomia più animalo, che d'altrcr canto ci fa 
» conoscere un uomo risoluto e fermo. » — Risconti. 

I. Da lui chiamala Melissa. — « Vedutala con una sem- 
» plice tonaca alla peloponnesiaca che versava U bere agli ope- 
» rai innamorossene e la sposò — e le impose il nome di Me- 
» lissa (dpé), forse per la dolcezza che in lei ravvisava nel fa- 
» vellare, o net graziosi costumi. » — Mustox. 

VI. Fiorì intorno la trentesima ottava Olimpiade ecc. — 
I dotti non sono d' accordo né sulP epoca nè sulla durata del 
suo regno. Larcher ne fissa il principio al quarto anno della 
trentesima sesta Olimpiade, 633 prima dell 1 e. la Nauze 
della quarantesima ottava , 5o8 a. c. Secondo lo stesso Lar- 
cher tenne il regno settanf anni ; secondo Aristotele, ed è l'o- 
pinione dei più, anni quaranta quattro. Finì in lui la dina- 
stia dei CipselidL 

Vi. Lo studio È tutto. — Quasi tutti gli antichi attri- 
buiscono il motto a Periandro; ma nn anonimo poeta greco 
lo dice autore di questo: «/«tu*», contenersi neirira. 

Ed il primo fu anche altramente interpretato, come si può ve- 
dere in un epigramma dell' antologia latina nel verso: 

Ille nihil rerum fieri jubet immediatum. 

Ove, al dire di Visconti , il /«iAit* , in dialetto dorico, 
si credette aver forza di pi A imi , ciò che mutandone il si- 
gnificato fece dire a Periandro, non far cosà? senza essérvi 
preparato. Del resto V iscrizione scolpita sull'erme di Pe- 



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g6 ANNOTAZIONI. 

riandrò non lascia alcun dubbio , e conferma la frase del 
nostro biografo che ha espressa questa massima coir articolo 
fttXim rè «-«?. 

'Periandro. Le cose raccontate dal nostro Diogene, e che 
per la maggior parte hanno la testimonianza di Erodoto, se 
sono vere, fecero con ragione esclamare al Bayle, nell'articolo Pe- 
riandro, che: on aurati eu plus de raison de le ranger parmi 
le plus méchans hommes qui aleni jamais été. Il solo nome 
di tiranno, che i Greci davano ai re i quali governava- 
no non infrenati da una costituzione, doveva escludere Pe- 
riandro da quel nobile consesso. £ per vero altri, vi pose in 
sua vece Chitone e Lasso; e Luciano lo bandì dall'Eliso. — 
Osserva il Visconti che quantunque i sapienti fossero tutti 
coetanei, Periandro era il più vecchio. 

CAPO Vili. 

x Anacabsi lo Scita. 

II. Detto alla scitica. — Scjticus sermo. Non tanto, 
com' altri volle, maschio e nervoso, quanf aspro e vero. 

IV. Mercè il discorso era uscito salvo di Grecia. — « Non 
» video, quo ista, A*«/ti»r«» x*y i» rns EAA*3«f r*3*»«« 
» s. r. A. pertineant, nisi ita acci pianini* : sed oh gracum 
» sermonem, seu, quem cum Graecis aut a Graecis, habuisset, 
» saluterà consequutum eundem oh inviiliam, quam in patria 
* subiisset, perire. Est porro vis et acumen in verbo r*B-i9*i, 
» quod Anacharsis ad animum refert quum ««-#Atr£«4 quod 
» illi respondet, de corpore dicatur. » Ross., Com. Laert. — 
II Heibomio voltò, sermonis et disciplina gratia ec. l'Àldo- 
brandini, propter sapientiam. 

V. Nelle taverne dicono apertamente la bugia? — if t#<«> 
x«*iMf«*f. Propriamente Farle del taverniere, ***n*tt* — 



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AJMIOTAZlOtlfc 97 
Corregge nella versione: in caupona exercenda, l'Huebneros — 
In mercaturis faciendis , V Aldobrandino. Forse dal mentire 
che fanno gli osti a preferenza ; onde il chiedi alt oste se ha 
buon vino. Borheck Iradoee come F Aldobrandino. 

/ Greci che il fumo lasciavano nei monti ecc. — II Me- 
nagio assente ai Casaubuooo che pensa doversi intendere delle 
legna ridotte a carbone perchè non facciano forno. Altri vi 
scorge no senso metaforico e vorrebbe per fumo intendere le 
antiche capanne, o in vece di ««rrn (fumo) leggere %*sw9 
(frutto) e per esso la ghianda , intendendo avere U nostro fi- 
losofo fitte le maraviglie perchè i Greci, negletti i favori 
della natura, non, come gii Sciti, vivessero alla campagna ec ec. 

VI* Trovò, per gli usi della vita e f àncora e la ruota 
de* vasaio al dire di alcuni. — L' àncora e la ruota de' vasai, 
vantano un' antichità assai maggiore. — Borhekc traduce: egli 
trovò la vita, come alcuni dicono, simile ad wi àncora e ad 
una ruota da vasi. 

VII» Scrisse una lettera eci — - Si stamparono a Parigi 
alcune lettere di Aristippo Gr. Lat. i55*, in 4. 0 egualmente 
apocrife, 

CAPO IX. 

MlSOHE. 

«r Quelli cui piacque di escludere Periaadro dai* nu- 
» mero dei sapienti, vi sostituirono Misone lacedemone o cre- 
» tese o arcade eh 9 egli si fosse, e per avere un uomo puro 
» dai peccati o dalle tacce di Periandro, misero in i scena 
ii questo Misone, che era un agricoltore e uu misantropo, il 
» quale non rideva mai' se non quando era solo ». Agata- 
pisto Crpmauano. 

DIOGENE I.AEBZIO. 7 



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9* 



ANNOTAZIONI* 



CAPO X. 
Èpimmide, 

IH. Venne in Atene la quarantesima sesta Olimpiade. — 
Sul -conto di costai latto è oscuro. Antichi autori , dice il 
Barthelemi, lo dono venire in Atene sei cento anni prima 
dell' e. t. Platone cinque cento soltanto ; ciò divise le opi- 
nioni dei moderni, e si disse alterato il testo di Platone, e 
due gli Epimenidi. Forse visse assai vecchio, e fece due viaggi 
in Atene; e forse Platone s'inganno» 

Purificò in città. — Non solo purificò Atene con cerano» 
nie religiose» ma pei riti che v* introdusse si può considerare 
rome uno dei legislatori di quella città , avendola preparata 
a ricevere le leggi di Solone. L' impostura, servendo a fini po- 
litici, non era oggetto per ancora di vile mercimonio. 

Si sacrificasse ad un -nume particolare. — re «m 
3t» : peculiari dea, Huehnero — propicio deo F. Ambrogio — 
proprio, Aldobrandino — Il porsi a giacere delle pecore a 
caso sembra togliere ogni reiasione col nome cui si doveatio 
sagrificare, e le are senza nome ce Io dicono abbastanza. Per- 
che nessun nome rimanesse senza culto si eressero altari an- 
che agli dei ignoti. 

Delitto cìlonio. — CHone occupò la rocca d' Atene. Gli 
Ateniesi, nemici d'ogni tirannide, ve lo assediarono e co- 
strìnsero a fuggire ; ma i rimasti, riparatisi presso l'ara della 
veneranda dea, furono trucidati. — Vedi Tucidide e Plu- 
tarco. 

Decretarono ad esso un talento. — Sei mila dramme ; 
cinque mila e quattrocento circa delle nostre lire — e il 
profeta non chiese per se che un ramuscelto deH' olivo con* 



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ANNOTAZIONI. C)<) 

•aerato a Minerva , e per Caciaio sua patria V amicizia degli 
Ateniesi!! 

V. Scrisse la generazione dei Cureii ec. — Di queste 
soe opere non rimane che qualche Terso citalo dagli antichi, 
e il dubbio che appartengano ad altri Epimentdi. — Anche 
Paosania chiama %w* le poesie di Epimenide cioè versi eroici* 
ma il Siebdis erede che t*n siano piuttosto forinole in versi 
per le purgazioni , e cita Strabene , il quale dice aver (atto 
Epimenide rat s«S*#p*f A* r»» •«•*>». 

CAPO XI. 

Femcimu 

I. Da Siro. — Isola oggi detta Sira , una dette Cidadi. 
Poiusmet de Sivry afferma, ma con poco fondamento, essere 
Ferecide nna cosa stessa con Cadmo. Lo si fa autore della 
metempsicosi e della perpetuità degli animi. 

V. Gli dei chiamano tnoron la mensa. — Alludesi ad 
nna lingua particolare ai numi, della quale si tocca in Ome- 
ro, in Platone ed in altri. 

VI. Serbasi neW isola di Siro anche il quadrante — di 
cui si tenne inventore Ferecide. L' {strumento con cui que- 
sto filosofo faceva le sue osservazioni, crede il Bailly che 
fosse un gnomone. Se non che un passo di Omero assegne- 
rebbe al quadrante di Siro una data più antica. 

Vili. Nacque nella cinquantanovesima Olimpiade. — Anni 
600 prima dell' e. v. 

Scrisse quest epistola. — Apocrifa la dimostrò il Salma- 
sio nelle sue note al Solino» 

E questi sono coloro che si appellano sapienti. — Pia- 
cerai a proposito dei sapienti di soggi ugnere alcune parole di 
Bitter : a Ora non avvi persona , la quale sapendo far di- 



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lOO ANNOTAZIONI. 

» stiniione tra la filosofia e le altre produzioni dello spirito, 
» volesse parlare della 61osofia dei setti sapienti, se ne eccetr 
» toi Talete. Essi ciò nulla meno hanno potuto tursi uua 
» specie di filosofia pratica tratta, dalie relazioni sociali cogli 
» altri uomini, e consegnarla alla tradizione sotto forma di 
» sentenze* Noi non siamo inclinati a supporre é a ricercare 
a in essi una saggezza più profonda ; e neppur crediamo po- 
li terne inferire un menomo che sul senso morale dei Greci 
» del loro tempo , poiché questa raccolta di sentenze offre 
» poca autenticità, e la riunione dei sette sapiènti in società, 
» sul nome dei quali non si ò neppure d'accordo, appartiene 
» alla tradizione e non all'istoria ». — La storia della filoso- 
fia greca comincia propriamente dal secondo libro di Dio- 
gene, alla cui testa dee intendersi collocata la vita di Talete, 
al quale, come è detto* la maggior parte degli scrittori greci 
Canno risalire V origine della filosofia» 



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I 



LIBRO SECONDO 



CAPO PRIMO. 

Anassimandro. 

L Anassimandro di PrassSade era milesio. t 
IL Affermava costui : principio ed elemento essere 
r infinito \ non determinando V aria , o V acqua o che 
altro; e mutarsi bensì le parti, ma il tutto essere im- 
mutabile \ e la terra starsi nel mezzo, situata in luogo 
eentrale, di forma rotonda $ e la luna splendere di falsa 
luce ed essere illuminata dal sole; e il sole non minore 
della terra e purissimo fuoco. 

III. Primo trovò anche il gnomone, e a Lacedemone 
lo pose in siti da prendere l'ombra, secondo racconta 
Favorino nella Varia istoria $ e segnò i solstizi e gli 
equinozj, e costruì orologi : e primo delineò V ambito % 
della terra e del mare ed inoltre costruì la sfera. 
Delle sue dottrine poi fece un' esposizione sommaria, 
la quale venne alle mani anche dell' ateniese Apollo* 
doro. 



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102. CAPO PRIMO) ANASSIMANDRO. 

IV. Questi afferma nelle Civnache che nel secondo 
anno della cinquantottesima Olimpiade egli ne avea ses- 
santaquatlro ed era morto poco dopo , essendo princi- 
palmente fiorito sotto Policrate tiranno di Samo. Nar- 
rano che cantando egli, alcnni fanciulli lo deridessero 
e che saputolo dicesse : Meglio dunque noi dobbiamo 
cantare pei fanciulli. 

V. Vi fu un altro Anassimandro istorico che , pur 
di Mileto, scrisse ionico. 



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u*3 



CAPO li. 

AlUSSIMEHR. 

I. An assi mene di Eurislrato milesio fu uditore di 3 
Anassimandro. Dicono alcuni eh 1 egli udisse anche Par- 
menide. Costui affermò essere principio Varia e rin- 
fittito ; muoversi gli astri non sopra la terra, ma in» 
torno. — Usò V idioma ionico schietto e sema super* 
finità} e nacque (al riferire di Apollodoro) la sessante- 
sima tersa Olimpiade, e mori allo incirca quando Sardì 
fa presa, 

IL Altri due ve ti' ebbe lampsaceni 5 V oratore e 
F istorico , il quale era figlio della sorella dell' oratore 
e scrisse le gesta di Alessandro. 

III. Il filosofo scrisse anche questa lettera cosi: 

AncLssimene a Pitagora. 

« Talete di Esamio non morì felice in vecchiezza. 4 
» Uscito a notte di casa, come e' soleva con una fante, 
» per osservare le stelle, dimentico del sito, s' abbattè, 
» contemplando, in un precipizio e vi cadde. I Milesii 
» tengono ora che per tal modo finisse V investigatore 
9 della cose celesti. Noi suoi discepoli, e i figli e disce- 
» poli, nostri, ricordiamoci di tant'uomo; accogliamone 



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io4 



CAPO II , AEfASSIMBRB. 



n ancora le dottrine; e il priucipio d'ogni discorso ri- 
» feriscasi a Talete 99. ' 
IV. E di nuoro: 

Anassimene a Pitagora. 

« Meglio di noi avvisasti trapiantandoti da Samo a 5 
» Crotone; vivrai quivi in pace. I 6gli d' Eaco fanno 
99 mali incancellabili, e i Milesii non mancano di tiranno 
fi eletto dal popolo; e formidabile ci è anche il re dei 
99 Medi se non vogliamo essergli tributarii ; e sebbene 
99 per la comune libertà sieno gli Ionii per pòrsi in 
99 guerra coi Medi, postisi, non vi sarà speranza di sa- 
99 Iute per noi. Con qual animo adunque potrebbe 
99 Anassimene applicarsi allo studio delle cose celesti, 
99 stando nel timore della morte o della schiavitù? Tu 
99 sei caro ai Crotoniati, caro agli altri Italioti, ed an- 
99 che di Sicilia ti arrivano discepoli *• 




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io5 



CAPO III. 



Anassagora. 



I. Anassagora clazomenio era figlio di Egesibolo od 6 
Babaio. Egli aveva adito Anassimene, e primo aggiunto 
ana mente alla materia, còsi incominciando il 

suo libro , che è dettato con eleganza e sublimità : 
Tutte le cose erano insieme ; di poi venuta la mente, 
quelle dispose. Il percbè fu soprannomato Mente*, e 
così Timone parla di lui ne' Siili : 



II. Anassagora era illustre per nobiltà e dovizie , 
Via più per elevatezza di sentimento. Egli abbandonò 
a'snoi il proprio retaggio; poiché sendo da costoro ac- 7 
cagionato di negligenza, disse: A che dunque non, ne 
prendete -cura voi altri? Da ultinlo si partì e si diede 
aHa contemplazione delle cose naturali, non occupan- 
dosi d&He pubbliche : il perchè ad uno che gli disse , 
nulla { importa della patria , rispose: Lodami cHan&i 
molto rn importa della patria, mostrando il cielo. 



Dove è fama Anassagora si stia 



lì, fòrte eroe, la Mente; ehè la mente 
È sua, che tosto insieme unendo tutto 
Ciò che dianzi confuso era, compose. 




io6 CAPO III 

III. Raccontano che al passaggio di Serse avesse 
venti anni, e ne vivesse settantadue. E Apoliodoro dice 
nette Cronache, che e 1 fosse nato nella settantesima O- 
limpiade, e morto il primo anno della settantottesima. 
Cominciò ne 9 snoi vent' anni a filosofare in Atene sotto 
Callia, secondo afferma Demetrio Falereo nel Catalogo 
degli arconti} ed è fama che vi soggiornasse trentanni. 

IV. Affermava egli : // sole essere una massa con- *8 
dente per fuoco e più grande del Peloponneso. — Al- 
tri ciò riferisce a Tantalo. — La luna avere abitazióni, 

e di più colli e valli. — / principii particelle similari 
(ìpèffHii**); poiché siccome T oro consta di quelle che 
noi chiamiamo raschiature, così delle piccole paiiicelle 
similari dei corpi si compone r universo. E la men- 
te principio del moto. — E dei corpi, i gravi, come 
la terra, tenere il luogo basso} i leggieri, come il fuoco, 
Fatto. Quindi sulla terra ove è piana si regge il mare, 
disciogliendosi dal sole t umidità in vapori. — E gli 9 
astri da principio aver girato a guisa di vòlta, di modo 
che sopra il vertice della terra sempre apparente fosse 
il polo , da poi ricevuta r inclinazione. — E la via 
lattea essere un ri/lesso di luce solare, non risplendi» 
mento di astri. — E la cometa un concorso di stelle 
erranti che mandano fiamme, le quali trapassano 
come scintille lanciate dalV aria. — / venti nascere 
daWaria diradata dal sole. — // tuono urto di nati; 
sfregamento di nubi il lampo. — // tremuoto aria che 
si caccia sotterra. — Gli animali generarsi dall umi* 
do, dal calore, e dalla terra ; dopo fra di fow, da man 
ritta i maschi, le femmine da mancina. 



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ANASSAGORA. IO7 

V. Raccontano eh 9 e 9 predicesse la caduta della pie- io 
Ira che atra» ne presso il fiume Ego, la quale, disse, sa- 
rebbe caduta dal sole. — 11 perchè anche Euripide , 
ch'era suo discepolo, nel Fetonte, chiamò il sole massa 
(Toro. — E che ito in Olimpia vi sedesse coperto di 
pelle, come fosse per piovere, e accadde. — Ad uno che 

gli chiedeva, se i monti di Lampsaco, quando che fosse, 
sarebbero mare, dicono aver risposto : Si certo, quando 
il tempo non mapchi. 

VI. Interrogato una volta perchè fosse nato 7 Ri- 
spose, per la contemplazione del stole, della luna , del 
cielo. — A chi gli disse, tu se' privo degli Ateniesi; 
non io per verità, rispose, ma essi di me. — Vedendo 
il sepolcro di Mausolo, sclamò: Un sepolcro sontuoso 

è F immagine di ricchezze tramutate in pietra, — Ad 1 1 
uno che mal comportava di morire in terra straniera r 
da ogni dove, disse, la discesa alT inferno è eguale. 

VII. Pare eh 9 e 9 fosse il primo, secondo racconta Fa-, 
vorino nella Varia istoria, a .far vedere che i poemi di 
Omero si aggirano intorno la virtù c il giusto : opi- 
nione sostenuta davvantaggio da Metrodoro lampsaceoo, 
suo famigliare, il quale parimente il primo si giovò di 
quel poeta per gli studj fisici. 

Vili. Primo poi Anassagora diede faori anche un 
libro da sè composto. E narra Sileno , nel primo delle 
Istorie, che sotto V arconte Lis..... cadde dal cielo 
una pietra molare , e che Anassagora affermò , come 1 2 
lutto il cielo era composto di pietre, che rattenute dal 
rapido aggirarsi, cessando, sarebbero precipitate. 

IX. Intorno la sua condanna si raccontano diverse 



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108 CAPO Ili 

cose. Poiché Sostane, nella 1 Successione dei filosofi, dice, 
eh' e' fu accasato d' empietà da Cleone, per a?er chia- 
mato il sole una massa candente per fuoco ; e che di- 
feso dal suo discepolo Pericle, fu condannato in cinque 
talenti ed alP esiglio ; ma Satiro, Nette vàe, che fu ac- 
cusato da Tucidide ch'era, nel governo, del partito op- 
posto a quello di Pericle ; e non solo di irreligione, ma 
anche di tradimento, ed assente fu sentenziato a morte. i3 
E che quando ad un* tratto gli fu annunziata la sentenza 
e la morte dei figli , per riguardo alla sentenza disse , 
che cerio e gli accusatori e lui da gran tempo la na- 
tura avea giudicati; per riguardo ai figli, che e' sapeva 
di averli generati mortali. Alcuni riferiscono ciò a So- 
lone, altri a Senofonte *, e questi avergli anco seppelliti 
colle proprie mani raccontasi da Demetrio Falcreo nel 
suo libro della Vecchiezza. Narra Ermippo Nelle vite, 
che chiuso in carcere per essere posto a morte ; Peri- 
cle presentatosi, domandò se avevano qualche cosa da 
rimproverargli circa la sua condotta ; e nulla avendo 
risposto: Ed i>, soggiùnse , sono suo discepolo /' non 
vogliate adunque, eccitati dalle calunnie, perdere que- 
sC uomo , ma persuasi da me rilasciatelo. E fu rila- 
sciato. Che però non comportando V affronto, s' uccise 
da sé. E Geronimo, nel secondo de 1 suoi spiarsi Coni" 14 
mentarj , dice che Pericle lo condusse innanzi al tribu- 
nale esausto e dimagrato da malattia in modo che per 
compassione, più che per altro, fosse dimesso il processo. 
E le cose intorno la sua condanna sono coteste. — Si 
tenne poi chV serbasse inimicizia con Democrito, per* 
chè si rifiutò di conversare con lui. 



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ANASSAGORA. IO9 

X. Da ultimo ritiratosi a Laropsaco , quivi mori. 
E quando gli arconti della città gli chiesero cbe cosa 
voleva che si facesse per lui, rispose, concedersi ogn an- 
no, nel mese che sarebbe morto, di gìuocare a* fanciulli. 

E quel costume serbasi anche ora. Morto finalmente, i i5 
Lampsaceni lo seppellirono onorevolmente, e gli posero 
questa iscrizione. 

Qui Anassagora giace ; egli che tanto 
Il vero spinse oltre il confiti del cielo, 

Ed è nostro sul medesimo: 

Perchè disse Anassagora che il sole 
Era un'ardente massa ebbe a morire; 
Pericle amico il salva. Ei da sè stesso 
Per languor di sapienza esce di vita. 

XI. Vi furono ire altri Anassagora ; affatto da nulla: 
uno oratore, seguace d'Isocrate^ uno statuario, di cui 
fa menzione Antigono; l'altro grammatico, discepolo di 
Zenodoto, 



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no 



CAPO IV. 



Archelao. 

I. Archelao ateniese o milesio, nato, per padre, da 16 
Apoliodoro , e secondo altri da Midone , fu discepolo 

d' Anassagora, maestro di Socrate. 

II. Primo costai traportò dalla Ionia in Atene la na- 
turale filosofia e fu appellato fisico, anche perchè in Ini, 
introdottasi da Socrate V etica, fini la naturale filosofia. 
Sembra per altro che pur V etica abbia attinto, da che 
filosofò intorno le leggi e V onesto e il giusto. Socrate 
che pigliando da lui V ebbe aumentata , ne fu tenuto 
inventore. * 

III. Affermava, due essere le cagioni della genera- 
zione, il caldo e il freddo $ e gli animali generarsi dal 
limo; e il giusto e V ingiusto essere non da natura, ma 
per legge. Il suo discorso è questo : Vacqua, dice egli, 1 7 
addensata dal calore, in quanto comprimendosi ha con- 
sistenza sformare la terra; in quanto scorre intorno , 
produrre F aria; il perchè quella saltarla mantenersi, 
questa sul fuoco aggirantesi intorno. Nascere, dice, gli 
animali dal calore della terra , la quale stillò quasi 
alimento un limo simile al latte; e così essere fatti an- 
che gli uomini — Primo affermò la voce generarsi 
dair aria percossa — formarsi il mare né* profondi 



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ARCHELAO. 1 1 I 

trapelando dalla terra — essere il sole il massimo 
degli astri} e f universo infinito. 

IV. Vi furono anche tre altri Archelai : il coreo- 
grafo dei paesi percorsi da Alessandro; quello che poetò 
sulla duplice natura; e P altro, oratore, che scrisse dei* 
P arte. 



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112 



CAPO V. 



Socrate» 



L Socrate figlio di Sofronisco tagliapietre e della 18 
Fenarete mammana, come dice anche Platone nel Tee- 
tete, era ateniese , del popolo alopeceose. 

II. Si tenne eh' e' fosse di aiuto ad Euripide, e però 
Mnesiloco dice così: 

Son di Euripide i Frigi, un nuovo dramma, 
A cui soppose Socrate sarmenti. 

E un* altra volta : 

Socrate-chiodo, a* Euripide - 

E Callia ne 9 Captivi : 

Già ti gonfi e così pensi a gran cose, 
— E 9 mi lice; n 9 è Socrate cagione. 

Aristofane nelle Nubi: 

Quello poi che aV Euripide compone 

Le tragedie, è colui eh' ha sempre in bocca 

La sapienza. — 

III. Udito Anassagora, secondo alcuni, e secondo 19 
Alessandro nelle Successioni, anche Damone , dopo I* 



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SOCRATE. 1 1 3 

eoodfltina di lui, fu discepolo di Archelao il fisico , del 
quale, dice Aristosseno, fu pur mignone. 

IV. Duri afferma aver egli e servito e lavorato in 
pietra ; ed altri che sue sodo le Grazie vestite, poste 
nella cittadella. 11 perchè Timone né* Siili: 

E da quclU è venuto il tagliapietra ; 
Lo spaccia- leggi ; il ciurmator dà Greci; 
V ostenta sottigliezze ; il derisore; 
Il retore ; il mezz* attico ; t infinto. 

,V. Perocché al dire di Idomeneo era abile nelle 
rettoriche; ma i trenta, secondo Senofonte, gli vietarono 
d'insegnare Parte del dire. Ed Aristofane lo punge , 20 
come colui che col discorso le cose minime ingrandiva» 
Ed anche Favorino nella Varia istoria dice, oh'ei pri* 
mo col suo discepolo Eschine apprese a far l'oratore — 
e ciò ne' libri intorno a* Socratici pur si assevera da 
Idomeneo — ebe primo disputò sulla vita; e primo tra 
i filosofi mori condannato. Racconta Aristosseno figlio /* 
di Spintaro eh 9 egli procacciava anche di aver danari ; 
poiché, preparata una borsa, raccoglieva là piccola mo* 
seta che vi gettavano , e spesa quella ne poneva una di 
nuovo. Demetrio bizantino dice, che Gitone il tolse dal* 
V officina e lo educò , avendolo in affezione per la gra- 
zia dell'animo. . . 

VI. Conoscendo però che la contemplazione della 21 
natura a nulla -profittava per noi, ti pose a filosofare di 
cose morali, in sulle officine e nelle piazze ; e a ripetere 
doversi ricercare: 

Quel clC hai di buono e di dattlvo in casa. 

PI OGB fi E LAERZIO, 8 



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1 14 capo " 

Spesso nelle questioni, disputando con maggior calore , 
si dava dei pugni , si strappava la barba, e molli 
spregiandolo lo deridevano; e lolle queste cose e' tol- 
lerava pazientemente. Ond'è che percosso di un calcio 
ed alcuni meravigliando perchè il comportava, disse: 
Se un asino mi avesse dato un calcio , dovrei io muo- 
vergli contro una lite? — Così Demetrio. 

VII. Non ebbe mestieri di viaggiare, siccome la mag- aa 
gior parte, fuor quando gli convenne fare il soldato. Rima- 
nendo il resto del tempo nello stesso luogo, contenzioso 
com'era, disputava co' suoi famigliari, non per distorli 
dalla propria opiuione , ma perchè sforzavasi di cono- 
scere a fondo la verità. — Dicono che Euripide, dan- 
dogli un'opera di Eraclito, gli chiedesse: Che te ne pare? 
ed esso aver risposto : Eccellenti le cose che ho com- 
prese; e ciò penso anche di quelle che non ho com* 
prese: se non che vi è bisogno in qualche luogo di un 
palombaro di Deh, —> Curava anche gli esetcsai* del 
corpo, ed era di buona complessione. Militò quindi ad 
Amfipoli-, e nella battaglia presso Delio raccolse e salvò 
Senofonte che era caduto da cavallo ; e mentre tutti 23 
gli Ateniesi fuggivano, si ritirò a passo lento, rivolgen- 
dosi tranquillamente indietro , parato a resistere, se al- 
cuno fosse sopravvenuto^ e militò anche per mare in 
Potidea, poiché la guerra ostava che si potesse a piedi} 
nel qual tempo raccontano che e' sia rimasto un'intera 
notte nella stessa positura) e che siasi mostrato valorosi** 
simo ivi cedendo il pregio del valore ad Alcibiade, il qua- 
le, dice Aristippò, nel quarto delle Delizie antiche, era 
anche amalo da lui. Che però giovinetto, in compagnia 



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SOCRATE. 1 I 5 

di Archelao, peregrinasse a Santo afferma Ione da Ohio, 
ed a Pitone , Aristotele; cosi parimente all'Istmo, se- 
condo Favorino nel primo de 9 Commentarti. 

Vili. Era di animo fermo e democratico, siccome è *4 
palese e dal non aver ceduto ai segnaci di Crizia, i quali 
gli ordinarono di condurre innanzi a loro Leonte da 
Salamina uom ricco, per farlo morire, ansi di aver 
dato ei solo il voto in favore dei dieci generali*, e dal 
non aver voluto , potendo, fuggire ei stesso dal carcere; 
e rimproverati quei che piangevano per lui; e stando in 
catene, tenuti ad essi bellissimi discorsi. Era frugale e 
venerando. - 

IX. E una volta ad Alcibiade che gK offeriva , ^r.o* 
me racconta Parafile nel settimo dei Commentarti , un 
sito spazioso perchè vi fabbricasse una casa, disse: & 
s* io abbisognassi di scarpe, e tu mi tiessi il cuoio per- 
chè facessi le scarpe a me stesso, sarei ridicolo rice- 
vendolo. Spesso agguardando alla moltiplicità delle cose 2 5 
che si vendono, diceva tra sé : Di queste cose io non 
ho bisogno. E del continuo andava ripetendo quegli 
iambi: 

V argenteria, la porpora son cose, 
Utili alla tragedia e non al vivere. 

Spregiò altamente anche il macedone Archelao, e Scopa 
cranionio ed Euriloco di Larissa, non ricevendo danari 
da essi, né andando da loro. Era sì regolato nel modo 
di vivere , che avvenute molte pestilenze in Atene 9 et 
solo non infermò. 

X. Dice Aristotele aver egli menato dne donne: pri- 26 



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n6 



CAPO V. 



ma la Santippe , dalla quale ebbe Lamprocle ; feconda 
la Mirto , figlia di Aristide il giusto , eoi prese senza 
dote, dalla quale generò Sofronisco e Menessenò. Altri 
affermano , che prima sposasse la Mirto; altri cbe in- 
sieme le avesse entrambe ; tra i quali è Satiro e lero- 
nimo da Rodi. Poiché si racconta , che avendo voluto 
gli Ateniesi, per {scarsezza di cittadini , far crescere il 
popolo, decretarono che si sposasse bensì una cittadina, 
ma cbe si procreassero figliuoli anche con altra. Però 
questo aver fatto aucbe Socratb, 

XI. Sapeva guardare con ispregio quelli òhe il mor- *7 
devano; e si piccava di economia; e non esigeva alcun 
salario; è diceva che chi mangia con molto sapore non 
ha mestieri di companatico ; e chi bee con molto sa- 
pore, non aspetta la bevanda che non è presente; e che 
chi abbisogna di pòchissimo è assai vicino agli dei. Ciò 
può trarre, cui piace, anche dagli autori comici, i quali 
col fine di vituperarlo , senza accorgersi , lo lodano. E 
però così Aristofane: 



Àmipsia che lo introduce con un mantello lacero, dice 2,8 
così : 



Oh dell 9 alia sapienza uom giustamente 
Desideroso ! Quanto esser /elice 
Potrai cogli Ateniesi e cogli Elleni; 
Chè tu sai ricordare, meditare, 
E travagliarti collo spirto ; e quindi 
Non ti pesa lo stare, il camminare ; 
Non soffri molto il freddo^ nè i conviti 
Desideri; del vin, del molto cibo 
Ti contieni, * dell* altre cose stolte. 




SOCRATE. 



II 7 



Socrate, di poch 9 uomini migliore 
E più vano di molti, a noi tu pare 
fieni, e il comporti con pazienta ? Donde 
- il imo mantello avesti? Questo mah 
Per malizia accadea dei conciatori* 
Anco affamato e 9 non potè adulare. 

E questa sua alterezza e magnanimità fa vedete Io stesso 
Aristofane così dicendo : 

Che orgoglioso t f aggiri per le vie, 
Getti gli occhi qua là , cammini scaho , 
Molti mali sopporti e venerando 
Mostri fra noi V aspetto. — 

Talvolta però s' accomodava alle occasioni , e ponea 
vesti splendide; come nel convito di Platone, quando 
si reca da Agatone. 

XII. Era abile dal pari ad esortare e a dissuadere, 29 
come, allorché , disputando della scienza, al riferire di 
Platone, rimandò Zeetete quasi ispirato da un nume; e 
distolse Euiifronte dal denunziare il padre dell' uccisior 
ne di nno straniero, ragionandogli alcune cose intorno 
la pietà; e colle esortazioni fece Lisia costutnatissimo — 
cbè sapea trovar parole accomodate alta bisogna — e 
mutò al tutto il figlio Lamprocje, irritato contro la ma- 
dre, come in qualche luogo è detto da Senofonte; e, 
come dice lo stesso Senofonte, fé 1 cessare la voglia a 
Glaucone , fratello di Platone , di amministrare la re- 
pubblica, perchè era incapace; e per converso v'indusse 
Carotide, che vi avea attitudine. Eccitò poi anche l'ar* 3o 
dire dello stratego Ificrate, mostrandogli i galli del bar* 



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1 18 CAPO V. 

bier Mida che in faccia a que' di Callia colle ale si bat- 
tevano i fianchi. E Glaucopide stimava che la città do- 
vesse serbarlo come fagiano o pavone. — Diceva egli , 
meravigliarsi, che ognuno poteva raccontare facilmente 
le cose che possedeva, e dir poi non sapeva il nome di 
quanti amici si era procacciati; tanto poco si dava 
briga di quelli. — Veggendo Euclide studioso di di- 
spute contenziose: Oh Euclide, «clamò, co 1 sofisti cer- 
tamente tu potrai usare, ma per nessun modo cogli uo- 
mini. Imperocché credeva che fossero inutili quelle ma- 
gre disputazioni , siccome afferma anche Platone nel- 
F Eutidemo. 

XIII. Dandogli Carmide dei servi perchè ne avesse 
profitto, non volle riceverli. Secondo alcuni dispregiò 
la bellezza di Alcibiade. 

XIV. Lodava V ozio come il più bello dei possedi- 
menti* secondo narra anche Senofonte nel Convito $ e af- 
fermava, esservi un solo bene, la scienza', un solo male, 
r ignoranza; la ricchezza e la nobiltà nulla aver di 
onorevole , ma per contrario tutto il male. Il perchè 
dicendogli un tale , come Àntislene era di madre tra- 
cia: Pareati dunque, sciamò, che quel generoso dovesse 
esser nato da due Ateniesi? — Indusse Gritone a ri- 
scattare Fedone , cui lo stato di schiavo avea posto in 
luogo turpe, e ne formò un filosofo. 

XV. Apparava anche suonare la lira quando ne avea 
l'agio, dicendo non essere sconvenevole lo apparare ciò 
che altri non sa. Ballava inoltre frequentemente , sti- 
mando utile si fatto esercizio alla salute del corpo , 
come racconta Senofonte nel Convito. 



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Socrate. i ig 

XVI. Diceva, un demone predirgli le cose future. — 
Che 1 bene incominciare non era poco , ma vicino al 
poco. — Ch' e' nulla sapeva, tranne che ciò stesso sa- 
peva. — E che , chi compera a caro, prezzo le cose 
fuor di stagione, dispera, diceva, di poter giugnere alle 
loro stagioni. — Richiesto dna volta quale fosse la virtù 
del giovine, // nulla di troppo » , rispose. — Era solite 
ripetere, che si doveva sapei* di geometria quanto ad 
uom basta per dare e ricevere a misura la terra. — - 
Essendosi da Euripide ncIP Auge detto sul conto della 33 
virtù $ 

Che otlM era lasciare arditamente 
Queste cose dimesse. — 

Alzatosi asci sclamando: Essere ridicolo, che quando non 
si ritrova uno schiavo si stimi convenevole il cercarlo , 
la virtù poi così si lasci perire. — Interrogato qual 
dei doe fosse meglio: ammogliarsi o npl Rispose: 
Che che tu fàccia di ciò avrai a pentirti. — Diceva , 
meravigliarsi che coloro che facevano le immagini mar- 
moree procacciando che il marmo fòsse somigliantis- 
simo , per sè non avevano cura di non comparire si- 
mili al sasso. — Anche stimava convenevole che i gio* 
vani si specchiassero frequentemente , affinchè se fos- 
sero belli, ire divenissero degoi, se brutti colla educa- 
zione coprissero la diformità. — Invitati a cena alcuni 34 
ricchi, ed arrossendone la Santippe : Sta di buon ani- 
mo, disse , che se saranno misurati , potranno stare a 
mensa con noi j se indiscreti non ce ne daremo pen- 
siero. — Diceva , gli altri uomini vivere per mangiare f 



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i20 /Capo r. 

erro mangiare per vivere. — - In proposito della plebe 
vile solea ripetere , essere Io stesso che uno rifiutando 
una moneta di quattro dramme ricevesse, come di buo- 
na lega, un mucchio di quelle. — Dicendogli Eschine: 
sono povero, e niente altro posseggo; pur Udo me stesso; 
E che , rispose, dunque non comprendi le cose gran- 
dissime che tu mi dài! Ad uno che mal comportava di 
essere negletto, da che i Trenta erano venuti in potere, 
ebbene, disse, fo rse hai da péntirti? — A chi gli ri- 35 
ferì: gli Ateniesi ti hanno sentenziato a morte, rispose, 
ed essi la natura. — Altri tengono cosi aver risposto A- 
nassagora. — Sendogli detto dalla moglie: tu morrai 
ingiustamente! E tu, riprese, vorresti giustamente? — 
Parendogli in sogoo che un tale dicesse: 

// terzo di le fertili campagne 
T accorranno di Ftia. 

narrò ad Eschine, che fra tre giorni sarebbe morto. — 
Sendo per bere la cicuta, Apollodoro gli diede un bel 
vestito, perchè morisse in quello; ed egli, il mio vestito 
atto per vivervi, non sarà per morirvi? — A chi gli 
disse, alcuno parla male di te, soggiunse: Perchè non 
ha imparato a parlare bene. — Volgendo Antistene 36 
alla vistà il rotto del suo mantello, veggo, sclamò egli, 
a traverso di quel mantello la tua vanità. — A chi 
gli disse, non ti fa il tale dei rimproveri? No certo j ri- 
spose, che quelle cose non sono in me. — Affermava : 
Essere mestieri offerire se stesso artatamente ai comici, 
poiché se diranno alcuna cosa che sia in noi, cicorreg* 
geranno, se no, non ci fa nulla. 



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SOCRATE. 121 

XVII. Vòlto alla Santippe che prima lo aveva con 
parole ingiuriato e dopa anche bagnato-: Non dissi io, 
sciamò, che la Santippe- tuonante avrebbe pure fatto 
acqua! — Ad Alcibiade cte/gK diceva , essere la San- 
tippe intollerabile quando, garriva ., ma io, rispose, ci 
sono abituato $ come se ascoltassi continuamente una 
carruccola $ e tu pure, seguiva , non soffri le oche che 
schiamazzano! E quegli soggiungendo, ma ; ewe air par- 37 
toriscono uova e pulcini; ma la Santippe,, ^ìj^^J^vd, 
mi genera figliuoli. — Un. giorno in piana, ffrerfdosi 
ella tolto d'attorno il mantello, e i suoi famigliari con- 
sigliandogli di vendicarsi colle mani ; per dio , sciamò, 
affinchè . intanto che noi ci diamo dei pugni, ciascuno 

di voi dica: bravo Socrate} brava la Santippe. — Af- 
fermava, convivere colla moglie aspra alla maniera dei 
buoni cavalieri coi cavalli focosi. Poiché, soggiugneva, 
siccome costoro, domati quelli, riescono facilmente co- 
gli altri, così anch' io, dopo di aver praticato colla &h- 
tippe, potr ò di leggieri comportare glLaltri uomini. 

XVIII. Queste e simili cose dicendo e facendo , 
n'ebbe testimonio di lode dalla Pizia, la quale die 9 a 
Cberefonte quel responso che va per le bocche di 
tutti: 

Socrate de* mortati il più sapiente. 

Dal che gli venne grandissima invidia; e più dal con-' 38 
vincere di stoltezza coloro che tengono sè stessi in gran 
conto; dei quali fu certamente anche Anito, come si 
ha dal JUenone di Platone. Poiché non potendo costui 
comportare la pungente ironia di Socrate, prima eccitò 



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122 CAPO V. 

contro di lai Aristofane, poi indusse anche Melilo a por- 
gli nna querela d'irreligione, e di corruzione di giovani. 
Melilo adunque lo accusò ; Polieulo , al dire di Favo- 
rino nella Varia istoria, trattò la causa ; compose V a- 
ringa, secondo Ermippo, il sofista Policrate, o, secondo 
altri, Anito; e tutto preparò . Licone il- demagogo. An* 
tistene nelle Successioni dei filosofi, e Platone nelT A- 
pologia dicono, tre averlo accusato, Anito, Licone e 
Melilo: Anito pet istigazione degli operai e dei magi- 
strati; Licone degli oratori; Melilo dei poeti; i quali 
tutti Socrate avea posti in ridicolo. E Favorino nel 
primo dei Commentarti afferma , non essere vera V a» 
ringa di Policrate contro Socrate; poiché in essa, dice, 
si fa memoria delle mura rialzate da Cottone; la qual 
cosa avvenne il sesto anno dopo, la morte di Socrate. E 
così è la cosa. 

XIX. Il giuramento dell'accusa era in questo modo : 
(chè di presente , diee Favorino , pur si conserva nel 
Metroo) melito di melito pitbo affermi b giura queste 

COSE A SOCRATE Ot SO FR ONISCO ALOPECENSB: SOCRATE COM- 
METTE DELITTO NON RICONOSCENDO GLI DEI CHE LA CITTA 
RICONOSCE, E INTRODUCENDO ALTRI- NUOVI DÈMONI ; COMMETTE 
POI ANCHE DELITTO CORROMPENDO 1 GIOVANI. ~- PENA LA 
MORTE. 

XX. Il filosofo però avendo veduto una difesa che 
Lisia àvea composta per lui , disse: L* orazione , o Li- 
sia, è certamente bella, ma non è il caso mio. Chè per 
vero era più forense die filosofica. E soggiugnendo Li* ^ 
sia: per qual motivo, se V orazione è bella, non può 
convenirti? riprese :E non vi potrebbero essere belle 



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SOCRATE. 



1*3 



pesti e calzari che mi sconvenissero? — Racconta Giu- 
sto tiberiese , nello Stemmate , che mentre lo si giudi* 
cava, Platone salì sulla bigoncia e disse: Cittadini 
teniesi, send 1 io il più giovine di quelli che sono ascesi 
in bigoncia . . . . i giudici gridarono , che sono discesi, 
cioè discendi} 

X$I Fu adunque condannato con dogeot' ottan- 
tun vota di più di quelli che lo assolvevano* E delibe- 
randosi dai giudici s'egli dovesse portar la pena o pa- 
gare , disse, che avrebbe pagato venticinque dramme. 
Eobolide per altro afferma che ne abbia assentite cento. 
E perchè i giudici ne facevano roroore: Ebbene, sog* 4* 
giunse, in grazia di ciò che ho fatto nC infliggo la pena 
di essere spesato del pubblico nel Pritaneo. — E quelli 
sentenziarono la sua morte , coli 9 aggiunta di altri ot- 
tanta voti ; ed egli incatenato dopo non molti giorni 
bebbe la cicuta, assai cose belle ed utili ragionando, le 
quali da Platone si raccontano nel Fedone. 

XXII. Scrisse, secondo alcuni un Peana, il princi- 
pio del quale è : 



Ma Dionisodoro afferma che il Peana non era suo. Ver- 
seggiò anche , senza molto successo , una favola eso« 
piana, che incomincia : 



Oh ietto Apollo* oh Artemide, sekete, 
Canoni illustri$ 



Disse una volta Esopo ai reggitori 
tktla città corpi zia : di virtude 
Giudice il senno popolar non sia. 




1*4 CAPO Vi 

XXIII. Egli adunque moriva. Ma gli Ateniesi se ne 43 
pentirono ben tosto, a segno che e 9 chiusero le palestre 

e i ginnasi! , ed alcuni bandirono, e Melito condanna* 
rotio a morte. Socrate poi onorarono di un- immagine 
di bronzo, la quale, operata da Lisippo, fu posta nel 
Pompe io. E gli Eraclesi discacciarono Anito lo stesso 
giorno eh 1 erasi rifuggito da toro. Nè Socrate solò cosi 
bistrattarono gli Ateniesi, ma anche molti suoi pari. 
Poiché e Omero, al dire di Eraclide, a guisa di pazzo, 
in cinquanta dramme multarono; e chiamarono insen- 
sato Tirteo e Astidamante i che primo fra i seguaci di 
Eschilo avevano onorato di una statua di bronzo. Ed 
anche Euripide ne li riniproccia nel Palamede, di- 
cendo : 44 

Uccideste, uccideste 
L'onnisciente, o Greci, 
Il non grave ad alcuno, 
La musa filomela. 

E così avvennero queste, cose. — Filocoro pe? altro af- 
ferma essere morto Euripide prima di Socrate. Era 
nato, secondo racconta Apollodoro nelle Crvnache, sotto 
Apsefione , nel quarto anno dèlia settantesima settima 
Olimpiade, a* sei del m?se Targelione, giorno in cui gli 
Ateniesi purificano la città, e i Delii dicono essere nata 
Diana: ed era morto il primo anno della novantesima 
quinta Olimpiade, sendo ne 1 settantanni. Anche Deme- 
trio falereo afferma lo stesso \ altri che e' morisse di 
sessant' anni. 

XXIV. Entrambi, egli ed Euripide il quale era nato 45 



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SOCRATE. ia5 

sotto Cailiade il prim'ànno della settantesima quinta 
Olimpiade, avevano adito Anassagora. — E panni che 
Socrate abbia anche trattato di cose fisiche;. poiché, in 
qualche luogo, parla di una provvidenza, corpe dice Se- 
nofonte, tuttavolta affermando aver egli fatto discorsi 
soltanto di cose morali: ed eziandio Platone, ricor- 
dando , nelP Apologia , Anassagora ed altri fisici, di- 
scorre iutorno a cose, cui Socrate disconosce, par tutte 
attribuendole a Socrate. — Racconta Aristotele che 
certo mago venuto di Siria in Atene e molte cose di 
Socrate biasimò, ed anche gli disse che la sua morte sa- 
rebbe stala violenta. V ha di nostro per lui questo i 

Or dunque bevi, o Socrate , nel cielo ; 
Però che certo veramente saggio 
Te disse e il divo e la diva sapienza* 
La cicuta il volubile Ateniese 
Ti die 9 i dalla tua bocca esso la bebbe. 

XXV. Furono suoi avversar) , al dire di Aristotele 
nel tèrzo della Poetica, un Antiloco da Lenno, e P in- 
dovino Antifonte, siccome di Pitagora Cilone crotooiate; 
dì Omero, vivente, Sagari, morto, Senofane cofofonio; 
di Esiodo, vivente, Cecrope, defunto, il prefato Seno- 
fane; e di Pindaro Amfimene da Coo 5 e di TàleteFe- 
recide; e di Biante Salarò prieneo; di Pittaco Antimo- 
nide e Alceo; di Anassagora Sosibio, e di Simonide Ti- 
mocreonte. 

XXVI. Di coloro che gli successero detti Socratici, fa 
principalissimt furono Platone , Senofonte , Antislene. 
Tra i dieci poi che si nominano , i più distinti sono 



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I 26 CAPO V , SOC11TE. 

quattro, Eschine, Fedone, Euclide, Aristippo. Ma pri- 
ma noi dobbiamo parlare di Senofonte; poi di Aoti- 
stene, nei Cinici ; quindi dei Socratici, e così di seguito 
di Platone, perchè fu capo delie dieci sette, e da lui si 
istituì la prima Accademia. La successione adunque sia 
per tal modo. 

XXVII. Vi fu anche un altro Socrate , isterico , il 
quale descrisse paratamente il paese di Argo; un pe» 
ripatetico, di Bitinta; un poeta epigrammatico; e quello 
di Coo, che scrisse dei soprannomi degli dei. 

4 

V 



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CAPO VI. 



Senofonte. 

I. Senofonte iglio di Grillo era ateniese, del popolo 48 
erchieo ; modesto e bellissimo t>ltre ogni dire. 

II. Raccontano che in una «tradotta gli si fece in- 
contro Starate e, steso il bastone, gli impedi di passar 
oltre, interrogandolo in qual luògo si vendessero le sin- 
gole cose che abbisognano al vivere ; che avendogli ri- 
sposto, di nuovo lo interrogò 2 E gli uomini in qual luogo 
si fanno eglino buoni e virtuosi? che rimanendosi dub- 
bioso , seguimi dunque , gli disse, e impara ; e che da 
quel tempo fu discepolo di Socrate. 

IH. E fu il primo che registrandone i detti li pub- 
blicò intitolandoli Memorie; e il primo che scrisse an- 
che una storia dei filosofi. 

IV. Aristippo nel quarto delle Delizie antiche af- 
ferma eh' ei fu innamorato di Cfinia ; del quale aveva 
detto: ma ora io contemplo Ctinia più volentieri di 49 
tutte F altre cose belle che sono tra gli uomini ; torrei 
piuttosto di esser cieco per tutte V altre cose che pel 
solo Clinia; sono afflitto e di notte e nel sonno perchè 
luì non vedo} e debbo somme grazie e al giorno e al 
sole che mi fanno veder Clinia. 

V. A Ciro divenne amico in questo modo. Era suo 



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*a8 CAPO TI. 

famigliare un nomato Prosseno, nativo di Beozia, disce- 
polo di Gorgia leontino , amico di Ciro. Costui, dimo- 
rando in Sardi presso Ciro, scrisse ad Atene nna let- 
tera a Senofonte , invitandolo ad essere amico di Ciro. So 
Mostrò egli la lettera e chiese consiglio a Socrate , il 
quale lo mandò a Delfo perché consultasse V oracolo. 
Obbedisce Senofonte ; va dal dio ; lo interroga, non se 
debba andare da Ciro , ma in che modo. Della qual 
cosa veramente Socrate gli fece rimprovero; ma il con- 
sigliò di partire. JEd ei venuto presso Curo non gli fu 
caro meno Ji Prosseno. Qod' è che di quanto avvenne 
nella spedizione è nel ritorno convenevolmente ci rag* 
guagliò. 

VI. Fu nemico di un Mennone di Farsaglia con-, 
dotttero di soldati stranieri, al tempo della spedizione, 
cui disse contumelia perchè abusata di fanciulli mag- 
giori di lui. E anchò rimprocciò un Apollonide perchè 
avea forate le orecchie. 

TU. Dopo la spedizione e le sventure accadute nel 5i 
Ponto, e la fede dei trattati rotta da Seuto re degli O- 
drisii, venne in Asia ad Agesilao re dei Lacedemoni, mise 
a suoi stipendi i soldati di Ciro , e gli fu caro oltre- 
modo. Allora gli Ateniesi lo condannarono all'esilio, 
per essere del partito lacedemone. Recatosi ad Efeso, 
avendo del danaro , ne diede una metà a Megabise sa* 
cerdote di Diana, da serbare finché fosse tornato-, qua ti* 
do che no, se ne facesse una statua da innalzare al nu« 
me: l'altra metà spediva in obbjazioni a quo' di Delfo. 
Di là venne con Agesilao in Grecia , chiamatovi dalla 



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sihopohte. i 29 

guerra contro i T ebani, e datogli da' Lacedemoni il soc- 
corso ospitala. 

Vili. Dopo ciò, lasciato Agesilao si condusse a 5a 
SciHunte, nel territorio di Elea , poco discosto daHa 
città. Aveva seco, al dire di Demetrio magnesio , una 
donnicciuola, per nome Filesia , e, secondo afferma Dt- 
naroo nel libro Del rifiuto contro Senofonte, chic figli 
i quaK sono chiamati anche Dioscuri. Venutovi poi Me- 
gabtse per una solennità , riebbe i danari, comperò un 
podere , per mezzo del quale scorre il, Selino, fiume di 
egual nome a quello ohe è in Efeso, e lo conflagrò alla 
de*. Quivi se la passava in cacce, banchettando amici, 
scrivendo istorie. Dicearco racconta che i Lacedemoni 
gli dessero e casa e podere ; e dicono di più che lo 53 
spartano Filopida gli mandasse in dono colà gli schiavi 
che avea tolti a Dàrdano, ed ei ne disponesse a grado 
suo; ma che gli Eliesi, venuti armata mano a Scillunte, 
ne 'disertassero, indugiando i Lacedemoni, il podere. 

IX. I figliuoli di lui oon pochi servi rifuggirono a 
Scillunte, e Senofonte stesso, prima in Elide, poi an- 
che a Lepreo , presso i fanciulli, quindi in compagnia 
di quegli si ridusse a Corinto, e quivi si pose ad abitare. 

X Frattanto, vintosi dagli Ateniesi il partito di soc- 
correre i Lacedemoni, mandò in Atene, perchè mili- 
tassero in aioto di questi i proprii figliuoli; i quali seu- 54 
do in Isparta , vi erano stati educati, secondo racconta 
Diocle nelle vite chi filosofi. Diodoro, senza aver fatto 
nulla di ragguardevole, salvo uscì dalla pugna, ed a lui 
nacque un figlio ch' ebbe lo stesso nome del fratello \ 

DIOGENE LAERZIO. Q 



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i3o cèto ti. 

Grillo poi al tuo posto Ira i cavalieri (la battaglia era 
nei dintorni di Mantinea) moriva , al dire di Eforo nel 
vigesiino quinto , Valorosamente combattendo — . Cefi- 
sodoro comandava i cavalli , Agesilao conduceva l'eser- 
cito. « — la quella battaglia cadde anche Epaminonda. 

» È fama che Senofonte, colla corona in capo, facesse in 
quel momento un sagrificio; che recatogli l'annunzio 
della morte, depose la corona } ma che saputo da poi 
come gloriosamente era avvenuta, di nuovo si mise la 
corona. Anzi affermano alcuni che neppure abbia pianto, 55 
ma sciamasse: Ben io sapeva di averlo generato, mor- 
tale — Racconta Aristotele che moltissimi composero 
elogi e V epitafio di Grillo , in parte anche per gratifi- 
care al padre; e dice Ermippo nel suo libro intorno Teo- 

Jirasto che Isocrate stesso scrisse P encomio di Grillo , 
per la qual cosa Timone lo morde io questi versi 2 

Dualità e trinità od anche 
Più tonanti, di sermoni dilombati , 
Quali il non dopil Eschine compose , 
O Senofonte. 

E tale fu la sua vita. 

XI. Fiori nel quarto anno della novantesima quarta 
olimpiade, e fece la spedizione con Ciro sotto l'arconte 
Seneneto, un anno prima della morte di Socrate. Cessò 56 
di vivere, secondò riferisce Stesiclide ateuiese nel cala* 
logo degli arconti e vincitori olimpici, il primo anno 
della centesima quinta olimpiade, sotto P arconte Cai- 
lidemide, al tempo del quale Filippo figlio di Aminta 
imperava a' Macedoni } e morì iu Corinto , al dire di 
Demetrio magnesio, certamente già vecchio. 



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SENOFONTE. 



l5l 



XII. Uom virtuoso per ogni rispetto: aoittor di ca- 
valli, di oaoee, e lattico abile, siccome è manifesto da 
-suoi scritti. Religioso, dedito a 1 sagrificii, versato neUa 
conoscenza 4elle vittime ed esatto imitatore di Socrate. 

XIII. Scrisse sino a quaranta libri che altri altri* 5^ 
menti divide) e la spedizione, ad ogni libro della quale, 
shni * tutta, fece mi proemio — • e V educazione di Ci* 
rot~- e le vate dei Greci commentari ~ e il 
banchetto — e V economico — e sulla cavalleria — e 
della cacata e del comandare la cavalleria — « 

F apologia di Socrate — e dei profitti -~ e Ierone o del» 
la tirannia — » e Agesilao — e il governo degli A te* 
niesi e dei Lacedemoni, che il magnesio Demetrio dicé 
non essere di Senofonte. — E fama che potendo egli 
sottrarre i libri uascosti di Tucidide , a gloria di lui li 
pubblicasse. 

XIV. Era, per la soavità del dire, chiamato la Musa 
attica. Il perchè furono gelosi Puoo dell'altro e desso 

e Platone, siccome racconteremo nelle cose di Platoue. gg 
Sodo sopra lui questi nostri epigrammi : 



Non sol per Ciro «' Persi Senofonte 
Andò, ma C erta via tentò che a Giove 
Guida : chè la dottrina sua mostrando 
I greci fatti % ne ricorda come 
La sapienza di Socrate era bella» 



Sebbene , o Senofonte , i cittadini 
Di Cecrope e di Cranao 9 dell* amico 
Ciro a cagion sbandeggianti \ t' accoglie 
V ospitale Corinto, e sì ti alletta 
Che colà rimanerti è tuo pensiero. 



Altro, come morì : 




T$2 CAPO VI , SENOFONTE. 

XV. Ho trovato in un altro litogo aver égli fiorito 59 
circA V ottantesima nona olimpiade in compagnia dì al- 
tri Socratici } e dice Istro essere ilo in bando per sen- 
tenia di Eubulo, per sentenza dello stesso essere ri- 
tornato. 

XVI. Forono sette Senofonti. — Primo, quest'esso; 
secondo, l'ateniese fratello di Pitostrato, autore di una 
Teseide , il quale scrisse altre cose, ed anche una vita 
di Epaminonda e di Pelopida } terzo, on medico diCoo; 
quarto , lo scrittore della storia di Annibale $ quinto, 
quello ebe compose i prestigi favolosi ^ sesto* il pano 
statuario ; settimo, un poeta dell' aptica commedia. 



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CAPO VII. 

ESCBIAB. 

I. Escliìue. ateniese, figlio di Carino il salsicciaio, 60 
o di Lisania , fu in gioventù assai laborioso. Il perchè 
anche non si allontanò mai da Socrate. 

II. Che per ciò diceva : Soh , il figlio del salsic- 
ciaio sa far conio di noi. — Racconta Idomeneo che , 
nel carcere, egli e non Critone consigliò per la fuga di 
Socrate ; ma che Platone, come più affezionato ad Ari- 
stìppo, attribuì i discorsi a Critone. 

HI. Eschine era tacciato, e particolarmente da Me- 
nedemo eretriese, di 'essersi appropriati molti dialoghi 
di Socrate, avuti dalla Santippe. Tra questi, i chiamati 
acefali, tono forte trascurati, e non appalesano Peffica- 
eia socratica. Anche Piststrato efesio afferma che non 
sono di Eschine. E dei sette poi scrive Perseo che la 61 
maggior parte è di Pasifonte d' Eretria, che gli intruse 
fra gli scritti di>Eschine; ansi esamina scrupolosamente 
e il piccolo Ciro d 1 Antistene , e il minor Ercole , e 
V Alcibiade, e altri di altri. Que'di Eschine adunque che 
appalesano modi socratici sono sette: primo Milziade 
(anche per ciò stesso ba non so quale maggior fiac- 
chezza ) ; Callia ; Assioco $ Aspasia ; Alcibiade'; Te- 
ìauge i Rinone. — Corse voce eh 9 egli a cagióne di po- 



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1^4 CAPO VII, 

verta andasse in Sicilia da Dionisio } che disprezzalo 
da Platone fosse raccomandato da Aristippo ; e che 
profferii alcuni suoi dialoghi ri ricevesse dei doni. 

IV. Dopo, sendo ritornato in Atene, non osò inse- 62 
gnarvi per essere allora in rinomanza Platone ed Ari- 
stippo ; ma vi recitò discorsi pagato; poi compose ora- 
zioni giudiziali per chi soffriva ingiustizia. Il perche Ti- 
mone disse : 

O il non docile Bsehime compose» 

Raccontasi avergli detto Socrate che, poiché era stretto 
dal bisogno, e 9 prendesse a prestito da sè stesso, smi- 
nuendo il cibo. 

» V. I dialoghi di cosini erano sospetti anche ad Ari- 
stippo, poiché letti da esso a M egara è fama che il mor» 
desse dicendo : Donde, ladro, hai prese queste cose ? 

VI. Dice Policrito mendeo, nel primo Delle imprese 63 
di Dionisio, aver lui vissuto con quel tiranno, sino 
alla sua caduta e sino al ritorno di Dione io Siracusa , 
affermando eh' era con lui Garcino il poeta comico. — 
Va attorno anche una lettera di Eschine a Dionisio. 

VII. Era agli assai esercitato nelle rettoriche , .co- 
me apparisce dall' apologia del padre di. Feace il co- 
«andante e dall' avere imitato sopra ogn' altro Gorgia 
leontino. E Lisia scrisse un'orazione contro di lui , che 
s'intitola Della calunnia, donde è manifesto quale ora* 
tore ei fosse. — Raccontasi ch'era suo famigliare un 
Aristotele detto Mito. 

Vili. Per altro di tutti i dialoghi socratici Pane-. 64 



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ESCH1ME. l35 

zio ha in concetto di veri que 1 di Platone, di Senofon- 
te, di Aotislene, di Eschine; dubita di que 9 di Fedone 
e di Euclide, leva di mezzo tutti gli altri. 

IX. Furono otto Eschini. — * Primo , quesf esso ; 
secondo, quello che scrisse Le arti rettoriche; terzo, 
V oratore, V emulo di Demostene, ; quarto , V arcade , 
discepolo d'Isocrate ; quinto, il mitileneo , che fu chia- 
mato Flagello degli oratori ; sesto il neapolitano, filo- 
sofo accademico, discepolo e mignon* di Bf cianaio ro- 
dio; settimo, il Mftleéto^ scrittore politico; ottavo r Io 
statuario. 



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CAPO Vili. 
A«irriPPo. 

: h Aristippo era di nazione cirenaico, venuta in A- 6§ 
tene, al dire di Etcbine, per la celebrità di Socrate. 

II. Tra i Socratici . siccome afferma il peripatetico 
Fania da Ereso, egli fu il primo che per insegnare filoso- 
fia esigesse una mercede; e i danari mandava al maestro. 
E una volta che gli spedi venti mine, le ricevette indietro 
colla risposta, ciò a lui non concedere il dèmone di So- 
crate ; chè il soffriva con dispiacere. E Senofonte ebbe 
nimicizia per lui \ e quindi il libro Contrv la voluttà , 
in opposizione ad Aristippo, attribuì a Socrate. Nè al- 
trimenti lo biasimano e Teodoro nel suo libro Delle Sette, 
e Platone in quello DeWanima, come altrove si è detto. 

HI. Era facile ad accomodarsi al luogo, al tempo, 66 
alla persona ; e sapeva fingere opportunamente in ogni 
circostanza. Per la qual cosa Dionisio sopra gli altri 
avea stima di chi era sempre ben parato all'evento. 
Perocché e' fruiva il piacere delle cose presenti, nè cer- 
cava apatica il godimento delle nou presenti. Ond' è 
che lo stesso Diogene il chiamò cane regio, e Timone lo 
morse come dedito alle morbidezze , cosi dicendo : 

E quale è la natura dilieata 

l? Aristippo % che sa palpare il falso* 



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capo vili. amstiffo. r 3^ 

Narrano aver lui an dì comandato .che gli si comperasse 
per cinquanta dramme una pernice } e che ad uno che 
ne Io accusava , Ma tu , disse , non ispen de resti forse 
per quella un obolo ? e l'altro accennandogli dal capo 
che sì} Tanto, soggiunse, mi valgono cinquanta dram^ 
me. — Una volta Dionisio ordinandogli che e' scegliesse 67 
una di tre cortigiane che era uo presenti, tutte tre le 
condusse via, dicendo : Nè a Paride fu utile il dare la 
preferenza. Ma affermano , che avendole condotte sino 
al vestibolo le lasciò andare ; lanio e nello eleggere e 
oel dispregiare era facile. Il perché una volta Strato- 
ne — secondo altri Platone — ebbe a dirgli : A te solo 
dato è di portar la -clamide e Pub ito lacero — Sendo- 
gli spulato addosso da Dionisio, il tollerò} ma biasiman- 
dolo us tale e cAe, anche i pescatori, disse , si lascia- 
no bagnar dal mare per prendere un ghiozzo , ed io 
non potrò comportare che antibagni di vino anna^ 
ctfuato per prendere uno sciocco ? 

IV. Un dà passando, Diogene, che lavava del ca* 68 
mangiari, si burlò di lui e gli disse : t Se tu avessi appa- 
rato a mangiar di questi, nòn serviresti nelf aula dei 
tiranni} e l'altro: Anche tu*> rispose^ se sapessi vivete 
cogli uomini, non isia resti a lavar cfmangiari. .-r- In- 
terrogandolo un tale, che cosa maggiormente avesse ri- 
tratto dalla filosofia, rispose : Di poter con fidanza ac~ 
costarmi a tutti <— Biasimalo una vplla perchè vivesse 
magnificamente, disse : «Se ciò fosse sconvenevole non 
si farebbe nelle solennità degli dei — Richiesto una 
volta, che cosa più degli altri avessero i filosofi ? rispo- 
se : // poter vivere nello stesso modo, anche tolte di 



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1 38 capo vm. 

mezzo k leggi — Lo interrogò Dionisio : perchè i filo- 69 
sofi venissero alle porte dei ricchi, e i ricchi a quelle 
dei filosofi non sonai? rispose: Perchè questi sanno di 
che hànno bisogno , quelli non sanno — Rinfacciatogli 
una volta da Platone il suo vivere splendido, disse: 
E Dionisio non ti par egli uom da bene? E confessan- 
dogli di s\: Certo, riprese, egli vive più splendidamente 
di me; quindi nulla proibisce che bene e lautamente si 
viva Gli fa chiesto se differissero i dotti dagli io- 
dotti ? Rispose : Come i cavalli domati dagli indomi* 
ti — NelP entrare un giorno a casa di una cortigiana, 
arrossendone uno de 5 giovanetti eh' erano seco , nom 
r entrare , disse, è turpe, ma il non poter uscire — Un y 0 
tale gli propose un indovinello , e dicendogli di scior- 
h>, a che, stolto ^ gli rispose, vuoi sciorre una cosa 
che anche legata -ci dà imbarazzo? - — Meglio , af- 
fermava , essere un ntéÈ/fico che un ignorante ; poiché 
quello manca di donarti questo di umanità — Sendo 
una volta iogtnriato, studiò il passo} e dicendogli quello 
che il perseguita, perchè fuggi? Perchè i, soggiunse, tu 
hai certo il potere di parlar malamente, ma io di non 
ascoltare — Dicendogli uno , come sempre vedeva 
filosofi intorno alle porte dei ricchi: Ed anche medici, 
seguitò egli , intorno a quelle degli infermi : se non 
[ che nessuno per questo terrebbe ad ammalare, piutto- 
sto che a medicare. — Navigando una volta a Corin- 71 
to, sorla burrasca, gli avvenne di spaventarsi. A chi in 
proposito gli disse : uoi altri ignoranti , non paven- 
tiamo , voi altri filosofi siete timidi : Perchè , rispose , 
non arrisica ciascuno un'anima eguale — Di uno 



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ARISTIPPO. i3g 

rlie vantava il suo molto sapere disse : Siccome co- 
loro che mangiano mollo e fanno esercizio non sono 
più sani degli altri che si nutrono del necessario , 
eosì, non coloro che le molte, ma quelli che leggono le 
utili cose , sono migliori — * Ad un oratore che a prò 
di lai aveva trattata e vinta una causa, e che gli an- 
dava ripetendo, a che li ha giovato Socrate? rispose : A 
questo, che il discorso cK hai pix>nunciato per me fosse 
vero — Insegnava a sua figlia Arete le cose migliori , j 
esercitandola insieme ad essere spregialrice d' ogni so- 
perchio — Un tale domandò, qnal vantaggio ne ver- 
rebbe al proprio figlinolo se fosse ammaestralo? rispo- 
se: Se non altro, certo non siederà in teatro pietra 
sopra pietra — Ad un altro che gli raccomandava un 

figliuolo, chiese cinquecento dramme ; e quei dicendo- 
ci; • o^r» oli I n nnern ■ I l Il Él !■ 1 II '- c«li*fim»rt • A fi 

gii . con aiireiianio posso coropciaie uno scniavo - 
slippo soggiunse: Comperalo, e ne avrai due — Dice- 
va, prendere danaro dagli amici, non per uso proprio, 
ma perchè essi vedessero in che si doveano usare i 
danari — Lo censuravano un dì perchè , avendo una 
causa, pagava ud oratore. Ma anche, disse , quando ho 
cena pago un cuoco — Forzato una volta da Dionisio ^3 
a dire un non nulla di filosofico : E ridicolo , prorup- 
pe, che tu richieggo il parlar mio , e poi ni insedi 
quando si dee parlare. A che adontatosi Dionisio il 
fece sedere ultimo della mensa. Ed egli : tu hai voluto, 
sclamò , rendere più onorevole il posto — Un tale si 
vantava di saper nuotare. Non ti vergogni, gli disse, di 
una cosa di cui si fanno una gloria i delfini! — Fu in- 
terrogato un dì, in che differiva il sapiente dal non sa- 



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CAPO Vili. 

i spose : Mandali entrambi ignudi a chi non 
e lo imparerai — Vantatasi un tale, di ber 
m rtrf non ubbriacarsi. Così anche il mulo, disse — 
Ad uno che lo acculava perchè abitasse con una catti-» 7 4 
giana ; Orsù, chiese , non i? ha alcuna differenza nel 
prendere una casa, in cui una volta molti hanno abi- 
tato, oppur nessuno ? No, gli fu risposto. £ quale nel 
viaggiare in una nave in cui mille già abbiane navi- 
gato, o neppur uno? Nessuna affatto. Nessuna adun- 
que, rispose, nello aver commercio con donna, di cui 
molti abbiano .usato, o nessuno— A chi lo rimproverò 
com' egl^ discepolo di Socrate, ricevesse danaro, sì cer- 
to, disse, perocché Socrate, quando alcuni gli manda- 
vano e frumento e vino,, ed ei presone un po'*, riman* 
dava il resto, aveva a dispensieri i principali fra gli 
Ateniesi, ed io Eutichide comperato a contanti — 
Visse anche con Laide la cortigiana, per quanto rac- 
conta Sosione nel secondo 2)elle successioni; onde a ^5 
chi ne lo biasimava disse : Posseggo non sono posse- 
duto\ poiché, ottima cosa é .il comandare e non lasciarsi 
vincere ai piaceri, non già il non usarne — A chi gli 
rinfacciava la squisitezza delle vivande sol e a dire: Tu 
non vi spenderesti un tre oboli. £ quegli confessando- 
glielo, dunque, riprendeva, non io goloso* ma tu avaro ■ — 
Simo, dispensiere di Dionisio, mostravagli una volta la 
ricca magione e i marmorei pavimenti (era frigio} una 
peste!). Arislippo spurgandosi gli sputò in facciale ne 
sdegnò colui, ed esso: Io non aveva sito più accomo- 
dato — A Garonda ( secondo altri a Fedone ), il quale* 76 
dimandò chi faceva uso di unguenti? rispose: Io disgra-> 



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AHOTIPPO. 1 4 1 

ziato, e più di me disgraziato il re di Persia! Considera 
però che siccome nessuno degli altri animali ci scapita 
per questo, così ne Tuomo. Evadano al diavolo i tristi 
bagascioni che ci calunniano del nostro ben profumar' 
ci — Chiestogli come Socrate fosse morto ? rispose : Come 
avrei desiderato io — Un giorno andò da lui il sofista Po* 
lisseno, e vedute le donne e il sontuoso apparecchio di vi- 
vande, ne lo riprese. Dopo breve intervallo Aristippo gli 
disse : E tu puoi essere quest'oggi con noi? ed egli jj 
fece segno di sì colla lesta. Perchè dunque , continuò 
il primo , darmene carico ? Tu mostri di biasimare 
non le vivande, ma la spesa — Un servo portavagli in 
viaggio del danaro : ed essendone oppresso, come rac- 
conta Bione Nelle esercitazioni , Getta, gli disse, il di 
più , e porta quello che puoi. — Navigando una volta , 
poiché s 1 accorse che il legno era corsale, preso il suo 
danaro si fece a numerarlo ; quindi, come non volendo, 
lo gettò dentro nel mare, e proruppe in gemiti. Alcuni 
rapportano aver anche aggiuuto come eia meglio che 
quello per Aristippo, piuttosto che Aristippo per quello 
perisse — Un giorno Dionisio il richiese del perché era 
venuto ? rispose: Per dai'e quello che ho, e ricevere quello 
che non ho—- Altri afferma così aver risposto : Quando 78 
ebbi mestieri di sapienza andai da Socrate, ora che mi 
abbisognano danari vengo date ^ Biasimava gli uomi- 
ni, i quali sui mercati esaminano le masserizie, e alP az- 
zardo scelgono le cose detta vita — Altri raccontano 
questo di Diogene — Una volta in uno stravizzo Dio- 
nisio aveva imposto che ciascuno ballasse vestito di por- 
pora \ Platone non acconsentì, dicendo : 



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CAPO Villi 



Femminea stola io non potrei vestire, 
Uomo nascendo, e razza d' uomo. — 

Aristippo la prese , e accintosi a ballare disse con di- 
sinvoltura : 

— Fra r orgìe ancora 
Non si corrompe il temperante. — 

Un giorno pregando Dionisio per un amico e nulla 79 
ottenendo, cadde a 9 piedi di lui. Un tale lo riuiprove* 
rò , ed egli : Io non ho colpa , ma Dionisio., il quale 
ha le orecchie né* piedi — Mentre soggiornava in A- 
sia , fu preso dal satrapo Artaferne. A cbi gli chic* 
se: e qui pure ti confidi? rispose: Quasi una volta, 
o pazzo , avessi potuto aver più fidanza che ora 
che sono in procinto di parla™ con Artaferne? — • 
Coloro che coltivando le discipline liberali trascurano la 
filosofia, diceva essere simili ai pretendenti di Penelo- 
pe: possedere cioè la Melanto, la Polidora e le altre an- 
celle, e ogni cosa piuttosto che poter isposare la padro- 
na stessa. — » Una cosa somigliante si rapporta auohe di 80 
Aristoue; poiché e 9 disse, che sceso Ulisse all'inferno, 
vide quasi tutti i morii e ragionò con essi, ma la regiua 
stessa 1100 ebbe a contemplare. E però interrogato 
quali cose si dovessero insegnare agli onesti fanciulli, 
rispose : Quelle , che fiuti uomini, dovranno usare. — 
A cbi gli fece una colpa, eh 9 e 9 andato fosse da Socrate 
a Dionisio, mà io, rispose, sono ito da Socrate per bi- 
sogno cT imparare^ da Dionisio per giuoco. — Avendo 
coli 9 insegnare guadagnato molto, Socrate gli disse: Dove 



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AftlSTIPPO. l43 

avesti cotanto? ed egli, donde tu il poco — Una cor- 81 
tigiana gli disse : Sono gravida di te. Non meglio sai 
questo, rispose, che se aggirandoti fra giunchi, dicessi 
da questo sono stata punta — Rimprocciavalo alcuno 
perchè rigettasse un figlio come non nato da lui; ed egli, 
anche la pituita, disse, ed i pidocchi sappiamo nascer 
da noi , ma come disutili li gettiam lontanissimi — 
Avendo ricevuto da Dionisio del danaro, e Platone pre- 
ferito un libro, ad un tale cbe ne lo biasimava disse : 
Io di danari, e Platone ha mestieri di libri — Chie- 82 
stogli per qua! cagione fosse ripreso da Dionisio ? per 
quella , rispose , che sono ripresi gli altri — Chie- 
deva danaro a Dionisio; e quésti, ma dicevi pure non 
abbisognarne il sapiente ! e V altro riprendendo : Dà , 
disse, e circa questo vedremo poi. Datogliene, vedi, sog- 
giunse, se non ne avea di bisogno? — Dicendogli Dio- 
nisio : 

Chi s 9 accosta ad un re schiavo è di quello 
Pur se Ubero venga. 

rispose: 

Schiavo non è se libero egli venga. 

Questo rapporta Diocte nelle Vite dei filosofi. Altri lo 
attribuiscono a Platone. — Sdegnatosi con fischine, 
gli disse dopo non mollo tempo : Non ci riconcilio* 
remo? Non cesseremo di delirare? Ma aspetterai che 
qualche chiacchierone ci riconcUii fra le tazze? E que- 
gli , del miglior grado, rispose. Arricordaii del resto, 83 
soggiunse Aristippo , che, sebbene più vecchio, venni 
primo a trovarti. Ed Eschine: in verità per Giù* 



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1 44 C4FO vm. 

none, Jfai parlato ragionevolmente, e tu sei molto mi- 
gliore di me; poiché io della nifriicizia, tu dell 1 amici- 
zia sei cagione. — E queste cote di lui si raccontano. 

V. Vi furono poi quattro Aristippi. Quello di cui 
si è discorso — Secondo , quello che scrisse le storie 
degli &rt*M< Terzo, quello che fu educato dalla ma- 
dre j figttt della figlia del primo — Quarto , quello 
eh' è uscito della nuova Accademia. * 

VI. Al filosofo cirenaico si attribuiscono questi li- 
bri : tre della istoria libica, mandati a Dionisio. — 
Uno contenente venticinque dialoghi , olcUni in attico, 
altri scritti in dialetto ionico , cioè : Arlabazo — Ai 
naufraghi — - Ai fuggitivi — Ad un mendico — A 
Laide — A Poro — A Laide, sullo specckh — Er* 
mia — // sogno — Ad un coppiere — Filomelo — 
A 9 " famigliari — A «o/oro eh* lo biasimavano perchè 
si procacciava vino vecchio e cortigiane — A coloro 
che lo biasimavano pai suo splendido banchettare — 
una lettera a sua figlia Arete Ad uno. che si eser- 
citava nelle pugne olimpiche — Uri interrogazione — 
un 1 altra interrogazione — Cria, a Dionisio — Un' al- 
tra , su di uri immagine — un' altra , sulla figlia di 
Dionisio — > Ad uno che si credeva disonorato — Ad 
uno ch& si affaccendava a consigliare — Alcuni affer- 
mano ch'egli abbia scritto anche sei libri di esercitazioni, 
altri ebe e' non ne scrivesse affatto; e di questo numero 

è Sosicrate rodio. — Al dire di Sozione, nel Secondo , 85 
e di Panezio, le opere di lui sono queste: Dell'educa- 
zione — Della virtù — Espiatorio — Artaba*o — 
/ naufraghi — I fuggitivi — sei libri di esercita- 



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AHisvmo. i45 

%ioni — tre di Crie — A Laida — A Poro — A 
Socrate — Della fortuna — Il fine definì , un mo- 
vimento soave eh? si comunica a' sensi. 

VIL GiUNAici. — Da poi che noi abbiamo de- 
scrìtto la vita di Aristippo, su via, percorriamo di pre- 
sente i Cirenaici che da lui provennero , i quali da sé 
stessi alcuni Egesiaci, alcuni Anniccrg, alcuni Teodorei 
sì soprannomarono. Non altrimenti che i seguaci di Fe- 86 
done, ili cui i più principali sono Éretrici. Discepoli 
di Aristippo furono r Arete sua figlia ^ Etiope da To- 
leroaide e Antrpatro cireneo ; di Arcete , Aristippo il 
Metrodidatte (discepolo detta madre) 5 di costui, Teo- 
doro, Ateo prima, quindi appellato Teo; di Antipatro, 
Epitinlecfe cireneo; di costui Parebate, di Parebate Ege- 
sia il Pssitanato '(persuasore di morte ), e Aniceride, 
quagli che riscattò Platone. 

Vili. Coloro impertanto che si attennero alle isti- 
tuzioni di Aristippo, e furono detti Cirenaici, fanno uso 
di queste opinioni : suppongono due affezioni , dolore 
e piacere; soave movimento é piacere, il dolore aspro 
movimento ; non differire piacer da piacere, né alcuno 87 
essere più dolce, e quello da tutti gli animali apprezza-* 
to, questo rejetto. Tuttavia il piacere del corpo, eh 1 e* 
dicono esser fine, secondi* afferma Panezio nel jfl>ro 
Delie sette , non è quel piacere tranquillo che deriva 
dalla privazione del dolore e sola iudolenza; cui am- 
mette e chiama fine Epicuro. Sembra però il costoro 
fidè dalla felicità differire. Fine cioè essere il particolar 
piacere , e la felicità V unione di particolari piaceri , 

PIOGENE UE AZIO. I O 



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146 CAPO Vili. 

fra 1 quali connumerano e i passati e gli avvenire ; e il 
particolar piacerò doversi per sè stesso eleggere, la ^ 
felicità non per tè stessa , ma pei singoli piaceri. E 
venire a prova dell 9 essere 6ne il piacere , lo acco- 
starci a quello inavvertitamente da fanciulli, e possedu- 
tolo, niente altro cercare, e niente altro tanto fuggire, 
quanto il suo contrario, il dolore.* Ed essere il piacere 
un bene, anche derivando da cose turpissime, come dice 
Ippoboto nel libro Delle sette j poiché quand'anche 
V azione sia sconvenevole, il piacere è per sè stesso da 
desiderarsi ed un bene. L' allontanamento poi del do- 89 
lore, come lo chiama Epicuro, sembra ad essi non es- 
ser piacere, nè la mancanza del piacere, dolore. Poiché 
ambedue consistono nel movimento, nè sono movimento 
la mancanza del dolore e la mancanza del piacere; es- 
sendo la mancanza del dolore uno stato come di chi 
dorme. Potervi bensì essere, dicono , chi per deprava- 
zione non appetisca il piacere. Nè certamente tutti i 
piaceri e i dolori psichici nascere da piaceri e dolori 
corporei, chè anche per ogni lieve prosperità della pa- 
tria, ovvero privata, si genera V allegrezza. Ma neppure 
per la memoria o per V aspettazione dei beni dicono 
prodursi il piacere, siccome . pensa Epicuro; imperoc- 90 
chè il movimento dell' anima svanisce col tempo. E di- 
cono uon pel semplice vedere od udire nascere il piace- 
re; dappoiché noi ascoltiamo con diletto le lamentazioni 
da coloro che le imitano, senza diletto le vere. E ap- 
pellavano stato di mezzo la mancanza del piacere e del 
dolore. Certo migliori d* assai essere degli psischici i 
piaceri corporei , e peggiori i tormenti corporei; ond'è 



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AR18T1PPO. 1 47 

che eoo questi di preferenza si puniscono i malfattori. 
Perocché stimavano più grave il soffrire , il godere più 
conforme a natura; quindi si davano anco maggior pen- 
siero a governarlo dell 9 altro ; e sebbene il piacere fosse 
per sé stesso desiderabile , le cose efficienti alcuni pia* 
ceri , spesso moleste , avversavano; come che paresse 
ad essi difficilissima V unione dei piaceri formanti la 
felicità. — È opinione di costoro ebe il savio non seni- gì 
pre viva piacevolmente, né sempre V uomo spregevole 
in travaglio, ma per lo più e che anche un solo avveni- 
mento piacevole basti a taluno per sollievo. La pru- 
denza, dicono, essere certamente un bene, non da eleg- 
gersi per sé stessa , ma per quelle cose che da essa 
provengono. L'amico a cagione dell' utile , e come le 
parti del corpo, che si apprezzano finché sono amman- 
nite. — Alcune virtù starsi anche cogli stolti. — L'eser- 
cizio del corpo contribuire all' acquisto della virtù. — 
Non essere il sapiente nè invidioso , né inchinato al- 
l' amore, nè superstizioso, ciò accadendo per vane opi- 
nioni", sentire per altro dolore e timore, che sono cose 
naturali. — E le ricchezze essere produttrici del piace- 9) 
re, nè da amarsi per sè stesse. — E le passioni compren- 
sibili; ciò affermando, per vero dire, di esse sole, non del- 
le cose da cui provengono. — Lasciavano poi andare le 
fisiche per la manifesta incomprensibilità ; ma della lo- 
gica si occupavano per l'uso. Però Meleagro nel se- 
condo delle Opinioni e Clitomaco pel primo delle 
Sette affermano, creder essi inutile del pari la fisica e 
la dialettica. Perocché può parlar bene ed esser lungi 
dalla superstizione e fuggire il timor della morte eziau- 



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1^8 capo vili. 

dio chi dei beni e dei mali apprese a fondo a ragiona- 
re. — E non essere in natura il giusto o V onèsto od il 
turpe, ma per legge ed usanza. Quindi l'uom dabbene 
nulla opera di sconvenevole per le .pene stabilite e le 
opinioni. Essere perciò il sapiente. — E in filosoGa e 
nel resto lasciano un progresso. — E dicono anche sen- 
tir più dolore uno che un altro , e i sensi non sempre 
esser veraci. • 

IX. Egesiaci. — Quelli che si chiamano Egesiaci 
avevano lo stesso scopo di questi, il piacere e il dolore, né 
la gratitudine, né l'amicizia, nè la beneficenza tenevano 
essere aleun che, a motivo di cui noi le amiamo, nè per 
sè stesse, ma pel solo utile, tolto il quale ne desse sus- 
sistere. — La felicità essere , per intiero, impossibile : 
poiché quando il corpo è afflitto da molti mali , V ani* 
ma soffre col corpo e si turba 5 e la fortuna molte 
cose ché si sperano impedisce. Ond' ò che per questo 
non può esistere felicità. E la vita e la morte desidera- 
bili. — Credevauo che per natura nessuna cosa fosse 
gradevole o sgradevole; e che perla rarità, o la novità, 
o la sazietà questi godesse, quegli non godesse. — Po- 
vertà e ricchezza, parlaudo di piacere, nulla essere; 
perchè i ricchi o i poveri non differiscono nel gode- 
re. — Parimente serivilù da libertà indifferente, riguardo 
alla misura del piacere, e nobiltà da ignobiltà , e rino- 
manza da non rinomanza. — - E il vivere certo esser 
utile allo stolto, ma indifferente al prudente. — E il 
savio essere per fare ogni cosa a suo prò, non istimando 
del pari degno di lui nulla che sia di altri. Poiché seb- 
bene grandissimo gli paia ciò eh 9 altri ha conseguito, 



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ABISTIPPO» l49 

non è paragonabile però a quello eh 1 e 7 possedè. —To- 
glievano poi di mezzo anco i sensi, non recando esatte 
nozioni ^ e tutto che appariva ragionevole, facevano. — 
Dicevano doversi perdonare ; perchè non si pecca vo- 
lontariamente^ ma spinti da qualche passione; e non 
odiare, ma piuttosto altrimenti educare. — Il savio non 
dover poi così sovrabbondare nella elezione dei beni , 
come nella fuga dei mali ; ponendo per fine il vivere 96 
né faticosamente, nè dolorosamente : il che certo accade 
a coloro che sono indifferenti per le cose produttrici dei 
piaceri. 

X. Ahmcebii. — Gli Annicerii, nel resto a uno stesso 
modo con questi. Ma lasciano nella vita l'amicizia e la 
gratitudine e il rispetto verso i genitori e l'oprare qualche 
cosa per la patria. OadVè che sebbene per questo il sa- 
piente riceve molestie e poco diletto ei ne ritrae, tutta- 
volta vive felice. — La felicità dell 9 amico, affermano, 
non essere per sè stessa desiderabile ; poiché il senso 
non la dimostra agli 'altri, e la ragione non basta per- 
chè ci fidiamo e ci facciamo superiori dell 9 opinione di 
molti. — Essere mestieri assuefarci all' ottimo per la 
prava disposizione cresciuta da tempo con noi. £ P a- 97 
mico non pe' vantaggi doversi solo accogliere, mancando 

i quali si abbia a trascurare; ma eziandio per Pianata 
benevolenza, in grazia della quale perfino si sostengono 
gli affanni. E sebbene pongano il piacere p&r fine; e si 
affliggano se sono privi di esso , nonostante, spontanea* 
mente, per amor dell' amico , ciò comportano. 

XI. Teodorbi. — Que' che si chiamano Teodorei 



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l5t> CAPO Tilt. 

presero il nome dal prefato Teodoro, e si valsero dell* 
sue dottrine. 

XII. Ed era quel Teodoro che distrusse qualun- 
que opinione intorno gli dei. E ci venne alle mani un 
suo libro 4 intitolato Degli dei* non ispregevole, dal 
quale è fama avere preso Epicuro molte cose eh' ei 
disse. — Udì Teodoro anche Ànniceride e Dionisio il 
dialettico, secondo racconta Antistene nelle Successioni 
dei filosofi. 

XIII. Teneva per fine la gioia e la tristezza; l'una 
da prudenza, P altra da stoltezza. Beni esssere la pru- 
denza e la giustizia, inali gli abiti contrarli; mezzo il 
piacere e il dolore. — E tolse via l'amicizia , non esi- 
stendo essa nè tra gli stolti , nè tra 9 sapienti ; poiché 
ne 9 primi col levar Putite anche P amicizia si dileguale 
i sapienti, bastando a sé stessi, non abbisognano di ami- 
ci. — * Diceva pure, e diceva bene, non dover P uomo 
accorto farsi avanti per vantaggio della patria , peroc- 
ché non hassi a perdere la prudenza in prò degli stol- 
ti ; e patria essere il mondo. — E il sapiente potere 
all'uopo commetter furto e adulterio e sacrilegio, perché 
nessuna di queste cose è turpe in natura, tolta da esse 
P opinione che si é stabilita per contenere gli stolti ; -e 
senza vergogna di sorta usar pubblicamente mignont. 
Quindi proponeva questi argomenti: Una donna lette* 
rata può ella esser utile in quanto è letterata? — Sì. — 
E un Jhnciullo o un giovinetto può esser utile in quanto 
è letterato ? — Si. — Dunque anche una bella donna 
può essere utile in quanto è bella, e un bel fanciullo\e 
un bel giovinetto può esser utile in quanto è bello? — 



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AftlSTlfcPO. l5l 

Su — • Anche un bel fanciullo, dunque, e un bel giovi-* 
netto per questo può esser utile che è bello? — Si* — 100 
Ma è utile perchè ci avviciniamo ad esso. — Ciò con* 
cesso, aggi ug ne va : Dunque se alcuno usa di quelTav- 
vicinamente, in quanto è utile, non pecca ; nè se userà 
della bellezza, in quanto è utile, peccherà. — Con al- 
cune di siffatte interrogazioni afforzava il discorso. 

XIV. Sembra che lo si chiamasse Dio (©••*) da que- 
sto che Stilpone Io interrogò in tal modo: Or su, Teo- 
doro, ciò che dici di essere, sei tu realmente? C accen- 
nando di «\ — e dici di essere nn Dio? E questo confes- 
sando, dunque, disse, sei un Dio — E preso ciò in buona 
parte, soggiunse ridendo, ma tu, o sciaurato, con sì fatto 
discorso potresti concedere anco di essere una cornac- 
chia e cento altre cose. — Teodoro, stando nna volta a 101 
sedere presso Pierofaute Euriclide 2 Dimmi, o Euriclide, 

lo interrogò, chi sono i profanatori dei misteri? E ri- 
spondendo costui , coloro che li rivelano ai non iniziati: 
Empio dunque anche tu che li racconti ai non iniziati! 

XV. Quindi fu presso a correr rischio di essere 
condotto innanzi P Areopago se Demetrio Falereo no'l 
proteggeva; e Amficrate nel libro Degli uomini illustri, 
dice eh 9 et fu condannato a ber la cicuta. 

XVI. Soggiornando presso Tolomeo figlio di Lago, 1 02 
in da esso mandato ambasciatore a Lisimaco ; e fu al- 
lora che parlando con libertà Lisimaco lo interrogò: 
Dimmi , Teodoro, non sei tu quello che fu baudito d'A- 
tene ? Ed egli : Hai bene udito ,* poiché la città degli 
Ateniesi non potendo , come Semele Bacco , portarmi, 

mi espulse. — E nuovamente dicendogli Lisimaco: guar- 



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i5a cupo vili. 

dati dal comparirmi dinanzi ancora : No , gli rispose s 
fuorché Tolomeo non mi mandasse. Mitro, il teso- 
riere di Lisimaco, era presente e disse : Farmi che tu 
disconosca gli dei non solo, ma anche i re ? Come, ri- 
spose, disconosco, s 1 io te pure reputo nemico agli dei? 

XVII. Raccontasi come venendo un giorno a Corin- 
to , condottovi da una turba di scolari , Metrocle il ci- 
nico, che lavava cerfogli, gli dicesse, tu , o sofista, non 
abbisogneresti di cotanti scolari se lavassi camangiari ! 
Ed egli, ripigliando, dicesse: E tu se sapessi con- 
versare cogli uomini, non useresti di questi camangia- 
ri. La cosa medesima si riferisce, come dianzi è narra- 
to , di Diogene e di Àristippo. 

XVIII. Tale fu Teodoro anche in queste cose* — ' 
Da ultimo ito in Cirene, vivendo con Maga, gli riuscì 
di passarsela in gran riputazione \ dove, quando la pri- 
ma volta Io discacciarono , è fama aver detto una cosa 
graziosa; perocché disse: Fate male, signori Cirenei, 
ad esiliarmi di Libia in Grecia. 

XIX. V'ebbero venti Teodori. — Il primo da Sa- 
no , figlio di Reco. Fu di costui il consiglio di sotto- 
porre carboni alle fondamenta del tempio di Efeso; 
poiché sendo umido il sito, i carboni, asseriva, deposta 
la sostanza legnosa, non avrebbero per propria saldezza 
sofferto nell'acqua. — Il secondo, cireneo , geometra , 
del quale fu discepolo Platone. — Il terzo, di cui é scrit- 
to sopra, filosofo. — Il quarto, del quale si riferisce il 
bel libretto di Esercitazioni per la voce. — - Il quinto, 
che scrisse dei componitori di Nomi (canzoni), inco- 
minciando da Terpandro. — 11 sesto stoico. — Il set- 



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ARISTIPPO. l53 

timo colui che scrisse intorno le cose dei Romani. — 
L'ottavo r siracusano, scrittore di tattica. — Il nono, 
da Bisanzio, versato nelle cause civili. — II decimo, 
similmente, del quale fa menzione Aristotele nel Com- 
pendio degli oratori. — L' undecimo , tebano , statua- 
rio. — Il duodecimo , pittore , ricordato da Polento- 
ne. — Il terzodecimo, pittore, ateniese, sul quale scrisse 
Menodoto. — Il decimoquarto, da Efeso } pittore, di 
coi fa memoria Teofane nel Trattato della pittura. — 
Il decimoquinto, poeta epigrammatico. — II decimose- 
sto , quello che scrisse dei poeti. — Il diciassettesimo, 
medico, discepolo di Ateneo. — Il deci mot la vo , da 
Chio, filosofo stoico. — Il diciannovesimo, da Mileto, 
pur esso filosofo stoico. — Il ventesimo, poeta tragico. 



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CAPO IX. 
Fedone. 

I. Fedone da Elea, di famiglia illustre», fu preso, in i 
un colla patria , e forzato a starsi sa di un bordello. 
Ma egli ne chiudeva la porticina, è si recava da Socrate: 
fino a che per eccitamento di questo fu riscattato da Al- 
cibiade o da Gritone. D' allora in poi si mise libera- 
mente a filosofare. -—Geronimo nel libro Del tener so* 
speso il giudizio, toccando di lui, dice che era schiavo. 

[I. I dialoghi eh 9 ei scrisse sono : JZopiro ; Simo* 
ne — veramente suoi. — Nicia — dubbioso. — Me* 
do — » che alcuni dicono di Eschine , alcuni di Polie* 
no. — Antimaco o i Vecchi, di cui pure si dubita. — 
I discorsi scitici — - e questi anche si attribuiscono da 
taluno ad Eschine. 

III. Fedone ebbe a successore Plistane, da Elea; e 
dopo di questi furono terzi, Menedemo eretriese ed Ascle- 
piade fliasio, provenienti da Stilpone; e fino a costoro 
sono appellati Eliaci} da Menedemo poi Eretrici, del 
quale terremo discorso in progresso, perchè fu aoch'egli 
institutore di setta. 



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Diogene Laerzw TI. pag. iSJ 




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i55 



CAPO X. 



Euclide. 



I. Euclide fu da Megara presso l'istmo, o verone- 106 
condo alcuni, geloo, come dice Alessandro nelle Suc- 
cessioni. — Égli si esercitò anche nelle dottrine par- 
menidee, e da lui ebbero nome i Dialettici; i quali Dio- 
nisio cartaginese cosi primamente appellò, dal loro 
modo di disporre il discorso a domande e risposte. — 
Presso lui , dice Ermodoro , si recarono , dopo la 
morte di Socrate, Platone e gli altri filosofi per timore 
dell'atrocità de 1 tiranni. 

II. Dimostrava uno essere il buono (r# my***,)^ chia- 
mato con molti nomi : poiché ora lo si appellava pru- 
denza, or Dio, or mente, eccetera. — Toglieva di mezzo 
le cose contrarie al buono, affermando che non esisto- 
no. — Poneva le dimostrazioni non nelle proposizio- 107 
ni , ma nelle conclusioni. — E toglieva V argomento 
per via di paragoni , dicendo constare o di simili o di 
dissimili: se di simili, intorno a questi, piuttosto che 
ai loro simili, è da aggirarsi; se di dissimili, il paragone, 
esservi di più. — Per queste cose adunque, e sul conto 
suo , cosi si espresse Timone , mordendolo cogli altri 
socratici : 



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CAPO X. 



Ma non io di cotesti chiacchieroni , t 
Mi curo già, nò a? altri; o di Fedone 9 
Qual eh 9 ei pur siasi > o del disputatore 
Euclide , che gettò tra 9 Megaresi 
Del disputar la rabbia. 

III. Scrisse sei dialoghi : Lampria — Eschine — 108 
Fenice — Critone — Alcibiade — & Amoroso — 

IV. Della successione di Euclide è pure Eùbolide 
milesio, il quale nella dialettica inventò molte maniere 
di argomenti sillogistici, il Mentitore, V Ingannatore , 
l'Elettra, il Pelato, V Acervo, il Cornuto, il Calvo. Sa 
di che un- qualche comico disse ; 



Poiché sembra che suo uditore fosse anche Demostene, 
e dismettesse la difficoltà che aveva di pronunciare l'R. 
Eùbolide dissentiva anche da Aristotele, e di parec- 109 
chie cose lo accusò* 

V. Fra gli altri che sono della successione di Eù- 
bolide , fu Alessino da Elea , uomo del disputare a- 
micissimo. Il perchè fu anche soprannomato Elessi- 
no ( correggi lore ). Era in particolar modo avverso a 
Zenone. — Racconta Ermippo , che ito da Elide in 
Olimpia , quivi si era posto a filosofare ; che i suoi 
discepoli interrogandolo perchè dimorasse colà , avea 



V ingiurioso Eùbolide , co{ suo 
Cornuto argomentare e con bugiardi 
Fastosi detti , £ retori aggirando 
Se ne già , di Demostene la facile 
Loquacilade avendo. 




EUCLIDE. , 

risposto, volere instituire una setta che chiamerebbe 
Olimpica ma che, stremi essi di provvigioni e affie- 
voliti pél paese malsano , se n' andarono , rimanendo 
dopo il diserto Alessino con un unico servo } che fi- 
nalmente nuotando nelP Alfeo era stato punto da una 
canna ed avea per tal modo finito. — Nostro per lui no 
è V epigramma che dice così : 

Certo non era patto quel racconto 

Che un infelice in qualche modo un piede 
Si traforasse con un chiodo a nuoto! 
Perocché prima di passar V Alfeo 
Anco Alessino , il venerabil uomo , 
Morì trafitto da una canna un giorno. 

Non solo cóntro Zenone e contro Eforo lo storiografo, 
ma scrisse anche altri libri. 

VI. Da Eubulide derivò pure Eufanto olintio, il quale 
scrisse la storia del suo tempo. Compose più tragedie, 
assai celebrate ne' concorsi. Fu precettore di re Anti- 
gono , pel quale scrisse anche un trattato dell' auto- 
rità regia, assai lodato. Terminò in vecchiezza la vita. 

VII. V'ebbero altri discepoli di Euclide, tra i quali ut 
anche Apollonio Cronos , (tempo) } e di costui Diodoro 
figlio di Amenia, parimente soprannomato Cronos; in- 
torno a che dice Callimaco negli epigrammi : 

~ Lo stesso Momo 
Scrisse ne 9 muri che sapiente è Cronos. 

Era pur esso dialettico, ed è opinione di alcuni che pri- 
mo rinvenisse il modo di argomentare Nascosto e Cor- 



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l58 CAPO X , EUCLIDE. 

nu to. — Dimorando presso Tolomeo Solere , fa , non 
so eoa quali argomentazioni dialettiche, interrogato da 
Stilpone ; e non potendo, in sa dae piedi sciorle, e per 
altre cose rimprocciato dal re, udì fra gli scherni anche 1 1 * 
il Cronos. Uscito impertanto dal convitò , e composto 
un libro su quella controversia , 6nì nello avvilimento 
la vita. — È nostro su di esso : 

Diodoro Cronos , qual demon ti tragga 
A vii disperazione , onde te stesso 
Entro il Tartaro cacci, di Stilpone 
Gli enimmatici detti in van tentando 
Sciorre ! Dunque sarai tenuto certo 
Kronos, ma senza F Erre e senza il Kappa. 

Vili. È tra i successori di Euclide, anche Ictia figlio 
di Metallo, pel quale il cinico Diogene compose un dia- 
logo , e Glioomaco da Turi , che primo scrisse degli 
assiomi, dei predicamenti e di altre cose simili , e Stil- 
pone da Megara filosofo celebrassimo , di cui dobbia- 
mo parlare. 



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i5g 

CAPO XI. 
Stupori. 

I. Stilpone megarese, di Grecia, udì alcuni succes- 1 1 3 
«ori di Euclide. V'ha chi afferma anzi ch'egli avea udito 

lo stesso Euclide ed anche Trasimaco corinzio, il qua- 
le , al dire di Eraclide, era famigliare d' Ictia. 

II. Tanto nella facilità del dire e nelP erudizione 
andò innanzi costui , che mancò poco non tutta la 
Grecia, rivolti in esso gli occhi, megarizzasse. Parla di 
ciò, in questi termini, il megarese Filippo: Tolse a 
Teofrasto , Metrodoro lo speculativo e Timagora ge- 
loo ; ad Aristotele da Cirene , Clitarco e Simia ; dei 
dialettici Peonio ad Aristide} e Difilo bosforiano cTEu- 

Janlo e Mirmece enetense, venuti per confutarlo, ebbe 
entrambi a zelatori. Quindi oltre costoro, tirò a sò Fra* 1 
«ideino peripatetico e fisico sperimentato, e il retore Al- 
cinoo , il primo di tutti i retori che fossero in Grecia , 
e Gratete ed altri più uccellò ; e poi anco Zenone fe- 
nicio si rapi con costoro. 

III. Era civilissimo, e avea menato moglie, ma con- 
viveva colla cortigiana Nicarete, come afferma in qual- 
che luogo Onetore. Ebbe anche una figlia scostumata, la 
quale sposò Simia siracusano , uu suo famigliare. Non 
vivendo come si conveniva, un tale disse a Stilpone che 



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l6o CAPO XI. 

costei lo disonorava; ed egli, non più, soggiunse, di 
quello eh* io la onori. 

IV. Raccontasi eh* et fosse accetto a Tolomeo So- n5 
tere, il quale, divenoio padrone di M egara, gli diede del 
danaro e lo pregò di navigar seco in Egitto; ma ch'egli 
rieevuta qualche piccola porzione di danaro e rifiutando 
quell'andata, passò in Egina, finché il re mise alla ve- 
la. — Che anche Demetrio il figlio di Antigono , avendo 
presa Megara, fece guardare la casa di lui, e provvide 
che gli fosse restituita tutta la roba tolta ; e che vo- 
lendo procurarsi una nota delle cose da esso perdute, 

eì gli disse : Nulla aver perduto che fosse propriamente 
suo, poiché nessuno gli aveva portato via la dottrina , 
e possedere la ragione e la scienza. E disputando con u6 
lui intorno al beneficare gli uomini, così lo strinse 
da' farsi ahbadare* 

V. Narrasi aver lui, sul conto della Minerva di 
Fidia , interrogato un tale con queste parole : Miner» 
va, la figlia di Giove, è ella un Dio? E dettogli >, Sì; 
questa però , soggiunse , non è di Giove, ma di Fidia! 
E consentendo quegli ; dunque, rispose , essa non è 
uh Dio. Per la qual cosa citato all'Areopago , non ne- 
gò , ma ripetè di aver rettamente parlato, poiché essa 
non era un Dio , ma una Dea , e gli Dei erano meu- 
schi. Non pertanto gli Areopagki comandarono eh' egli 
uscisse della città. E narrasi che Teodoro sopranno- 
mato Dio, disse per motteggiarlo : donde ciò seppe Stil- 
pone? o, rialzatile! panni, n' ha contemplato V or- 
to ! Costui veramente era arditissimo ; gentilissimo Stil- 
pone, — Interrogatolo Grate se glj dei aggradivano le tt j 



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STILPORB. l6l 

adorazioni e le preghiere, dicono aver risposto : Dique- 

ste cose i sciocco , non interrogarmi in istrada, ma da 
40I0. — Ed anche Bione, interrogato dallo storto se vi 
erano iddii , aver risposto : 

Allontana da me, vecchio infkUce y 
La folla. 

VI. Era Stilpone , semplice, non atto ad alcuna si* 
notazione e pari ad uom comune. E però a Grate il 
cinico , il quale una volta noti rispose a chi lo aveva in- 
terrogato, ma lasciò correre un vento , sapeva , disse , 
che piuttosto di ogni cosa avresti parlato , che di quello 
che fosse conveniente. — Che più ; una volta presen- 11S 
tandogli esso un 6co secco ed un' interrogazione , lo 
prese e il mangiò. E quello, oh Ercole, sclamando, ho 
perduto il fico! Non solo , soggiunse, ma anche F in- 
terrogazione , della quale fu arra il fico. — Un 9 altra 
Volta, vedendo Crate consumarsi nel verno, oh Crate , 
dissegli , parmi che tu abbia mestieri di mantello nuo- 
vo. — Ciò che era mente e mantello (i>«ne »«< — 
A che fattosi rosso prese a parodiarlo così : 

Anco Stilpone da gran mali oppressa 
Fidi io stesso in Me gara, ove Tifeo 
È fama aver suoi tetti, ivi di molti 
Amici in omzo disputava , usando 
Ì suoi seguaci una virtù di nome. 

È fama che in Atene si attirava gli sguardi degli uo* 1 1 9 
mini per si fatta maniera che dalle botteghe accorre- 
vano insieme per vederlo ; e che uno avendogli detto , 

DIOGENI LAERZIO. I \ 



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l6a CAPO XI , STILPONE* 

Stilpone, ti ammirano come una Gera ! Non già y ripre- 
te , ma come un verace uomo. 

VII. Essendo nelle disputaziooi assai formidabile, 
togliea di mezzo anche la specie e affermava, che, chi 
dice V uomo è, dice nessuno ; perchè non dice ne que- 
sto , ne quello. E perchè piuttosto questo che quello ? 
Dunque neppur questo. — E nuovamente : // caman- 
giare non è quello che si vede ; perchè certamente il 
camangiare era già milV anni dunque non è questo 
camangiare. ~ Narrano che conversando con Grate si 
affrettò nello stesso tempo di comperare un pesce; che 
quegli ritenendolo e dicendogli : abbandoni il ragiona* 
mento? Non io, soggiunse , il ragionamento io lo pos- 
seggo , ma lascio te } chè senza dubbio il ragionamento 
aspetta , e il buon pesce si vende. 

Vili. Vanno attorno nove suoi dialoghi senza ca- i 
lore. — Mosco — Aristippo ovvero Callia — Tolo- 
meo — Cherecrate — Metrocle — Anas simene — 
Epigene — A suo figlio — Aristotele. 

IX. Dice Eraclide che Zenone, il fondatore del Por* 
tico, fu suo discepolo. 

X. E si racconta da Ermippo eh' e' finì vecchio , 
avendo preso del vino per morire più presto. — E v'ha 
di nostro su lui : 

Stilpone megarese { tu il conosci 

Forse) dalV importabil giogo oppresso 
E dal mal di vecchiezza, alla sdruscita 
Sua biga ritrovò miglior cocchieri 
Nel vin ; poiché bevendo si partia. 

Fu posto in ridicolo dal comico Sofilo nel dramma Le 

nozze t 

Di Carino il saver SUilpone insacca. 



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CAPO XII. 
Chitoni. 

» 

I. Critone ateniese, fu particolarmente tenerissimo iai 
di Socrate, ed ebbe tanta cara di léi< da non lasciarlo 
mai privo del necessario. 

II. Anche i suoi figli Critobulo, Ertnogene, Epigone 
e Ctesfppo fiirono discepoli di Socrate. 

III. Critone scrisse diciassette diàloghi che vanno 
attorno in un volume e s' intitolano : Che i buoni non 

fa la dottrina — Del possedere assai — Che cosa è 
r opportunità ^ ovvero Politico — Del bello — Del 
mal % fare — Del buon ordine — Della legge — Dellà 
divinità — Dette arti — Del coito — Della sapien- 
za — Protagora o il Politico — Delle lettere — Del- 
la poetica — Del bello — Della educazione — Del 
conoscere o del sapete — Che sia sapere. 



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CAPO" XIII. 
Simone. 

I. Simone ateniese, cojaio. — Costui, venendo na 
Socrate alla sua bottega e ragionando alcune cose , di 
quello che si ricordava facea annotazione. 

II. Ond' è che i suoi dialoghi appellano di cuoio. 
Sono trentatrè che vanno attorno in un volume. Degli 
dei — Del buono — Del bello — Qual è il bello — 
Del giusto 5 primo, secondo — Della virtù ; che non 
si possa insegnare — Della fortezza \ primo , secondo, 
terzo — Della legge — Del favòr popolare — Del- 
V onore — Della poesia — Della vita voluttuosa — 
DelV amore — Della filosofia — Della scienza — Della 
musica — Della poesia — Qual è il bello — DelV in- ia3 
segnamento — Del ragionamento — Del giudicare — 
DelV ente — • Del numero — Della diligenza — Del 
travaglio — DelV avaro — Velia millanteria — Del 
bello (Secoodo altri). — Del consigliare — Della m- 
gione , ovvero DelV opportunità — Del mal fare. 

III. Dicono eh 9 e 9 fu il primo a disputare alla socra* 
tica } e che offerendogli Pericle di spesarlo e persua- 
dendolo a venire presso di lui, rispose, che non avrebbe 
venduta la sua franchezza di parlare. 

IV. Vi fu un altro Simone, Scrittore di un'arte ret- 
toria; e un altro, medico, al tempo di Seleuco Nicàno- 
re j e non so qual statuario. 



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/ 



CAPO XIV. 
Glaucone. 

Glaucone fa ateniese, e corrono nel pubblico nove 1 *4 
suol dialoghi in un volume — Fidilo — - Euripide — 
Amintico — Eutia — Lisitide — Aristofane — Ce- 
falo — Anassifemo — Menci seno. — Tgentadue al- 
tri ve n' ha in giro, che sono falsi. 

CAPO XV. 

SlMIA. 

Simia fu tebano. — Anche di costui vanno attorno 
ventitré dialoghi in un volume. — Della sapienza — 
Della riflessione — Della musica — Dei versi — Détta 
fortezza — Della filosofia — Della virtù — Delle In- 
tere — DelV insegnamento — DelV arte — Del reggi* 
mento — Del decoro — Di ciò che si ha da eleggere 
o fuggire — DeW amico — Del sapere — DelV ani- 
ma — Del viver bene — Del possibile — Dei danari— 
Della vita — - Che cosa è il bello — Della diligenza. — 
DeW amore. 

CAPO XVI. 
Cebbtb. 

Cebete tebano. — Di lui pure vanno attorno tre 1*5 
dialoghi. — La tavola — Il settenario — Frinito. 



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CAPO XVII. 



Memdbvo. 



I. Meneremo , che fu tra 9 seguaci di Fedone , era 
figlio di distene, disceso dai così detti Teopropidi \ uo- 
mo al certo ben nato , ma architetto e poterò. Altri 
dicono che costui era anche fabbricatore di tende, e che 
avea Menedemo apparato ambo i mestieri. Ond' è che 
proponendosi da lui un qoalche decreto , Alessino lo 
punse dicendo come non conveniva al sapiente il faro 
nè tende, né decreti. 

II. Menedemo, spedito dagli Eretriesi in presidio a 
Megara, se ne andò all'Accademia da Platone, e preso 
alla rete abbandonò la milizia. Ma tratto a sé da Asole- 
piade fliasio , fu a Megara da Stilpone , ove entrambi 
lo udirono. E di là navigando ad Elide si unirono ad 
Anchipilo e Mosco seguaci di Fedone } e sino al pre- 
sente, come è detto prima nella vita di Fedone, sì ap- 
pellarono Eliaci. Ma Eretrici poi si chiamarono dalla 
patria di quello di cui si parla. 

III. Pare che Menedemo avesse molta gravità. Su di 
che, parodiandolo, cosi disse Grate : 



J? Jselepiade fliasio e il toro Erttrio. 




MEtfBDRMO. 

i E Timone cosi : 

Se a chiacchierar ponenti era mn altero , 
Vano romoreggiar. 

E tale fu questa gravità, che Euriloco casandreo , in 127 
compagnia di Clippide giovine ciziceno, rifiutò un invito 
di Antigono, temendo non te n' avvedesse Menedemo, 
censor severo e libero parlatore. — Quindi essendo trat* 
lato da un giovine con isfrontatezza, nulla disse per ve- 
rità, ma preso nn fuscello disegnò sullo spazzo la figura 
di un cinedo * r sinché, veggenti tutti , il giovine, accor- 
tosi del vituperio, si partì. — A Ierocle, ritornando seco 
. dai Pireo al tempio d'Anfiarao, e molte cose discor- 
rendo intorno la distruzione di Eretria, non disse altro, 
se non che il richiese del perchè si lasciasse svergo- 
gnare da Antigono?— • Ad un adultero che arditamente 128 
parlava : Ignori, disse, che non solo il cavolo ha buon 
succo , ma anche il tri/ano ? — Ad un giovinetto che 
gridava alto, guarda, disse, di non aver di dietro qual- 
che cosa senza saperlo. — Antigono gli chiese parere 
se dovea recarsi ad uno stravizzo : taciute V altre cose, 
ciò solo comandò gli rapportassero , cW egli è figlio di 
re. — Ad uno sciocco che gli raccontava alcune frivo- 
lezze, chiese se aveva un campo: e dettogli che posses- 
sioni in buon dato, va dunque, riprese , ed abbine cu- 
ra, affinchè non ti avvenga che e quelle vadano a male, e 
tu perda un'onesta semplicità. — A chi gli dimandò se 
Tuoni probo deve ammogliarsi , chiese , qùal ti sembro 
io , probo 0 no? e dettogli che era , io dunque . sog- 



167 



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168 capo ivn. 

giunse , mi sono ammogliato. — Ad uno che- diceva, f2 g 
che i beni erano molti, dimandò, qual ne fosse il nu- 
mero , e se li stimava più che cento? — Non potendo 
reprimere la magnificenza di alcuni che lo invitavano a 
cena, invitato uua volta, non disse già nulla, ma ta- 
cendo gli ammonì col prendere soltanto delle olive. 

IV. Ond* è che questa sua libertà di parlare per 
poco noi mise a pericolo anche in Cipro presso Nico- 
Creonte, colP amico Asclepiade : chè celebrando quel re 
uda festa mensuale, ed essi pure, come gli altri filosofi , 
avendo invitati, Menedemo disse che , se bello era quel- 
T assembramento di persone , bisognava che. la festa 

fosse ogni giorno ; quando che no , superflua anche al- 
lora} ed a ciò opponendosi il tiranno e dicendo che x 3 0 
quel giorno egli aveva di ozio per udire i filosofi, per* 
sistè, più che mai , ostinatissimo , che ogni tempo , sic- 
come pei sagrificii, era convenevole ad ascoltare i filo- 
sofia tanto che, se un suonatore di flauti non gli avesse 
divisi , vi perivano forse. Per la qual cosa , essendo in 
nave sbattuti dalla tempesta , è fama Asclepiade aver 
detto : come la buona musica del suonatore di flauto 
gli avea salvati , ma la libertà di parlare di Menedemo 
gli avea perduti. 

V. Ed era, dicono, lontano dalle comuni usanze, e 
trascurato nelle cose della scuola, né quindi si vedeva 
presso di lui alcun ordine ne 9 sedili posti alP ingiro, ma 
ciascuno, come il caso portava, passeggiando o seden- 
do, lo ascoltava; e questo modo da lui pratica vasi. 

VI. È Cima d'altra parte» che quantunque timido, i3i 
fette anche ambizioso ; poiché quando da prima, egli 



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MBBIDEMO. 



169 



ed Asclepiade, si posero con uà architetto a fabbricare 
insieme una casa, questi, cioè Asclepiade, si vedeva nudo 
portare sovra il tetto lo smalto; quegli , se si accorgeva 
che alcuno venisse , si nascondeva. 

VII. Di poi datosi al governo della repubblica , si 
mostrò timido a segno di sbagliare perfino V incensiere 
nel porvi V incenso. — E una volta , standogli d' ai- 
torno Crate e motteggiandolo pel suo amministrare la 
citta , ordinò ad alcuni di metterlo in prigione. Costui, 
non per tanto , aspettava che alcuno passasse e alzan- 
dosi in punta de 9 piedi, lo chiamava agamennonio e go- 
verna-citta. 

Vili. Era in qualche modo religioso, ma più super- 
stizioso. E però una volta con Asclepiade, avendo per 
inavvertenza mangiato , in una taverna , della carne 
che si era gettata via , dopo che il seppe, ne provò 
nansea e si te* pallido a segno che Asclepiade ebbe a 
rimproverarlo dicendogli che non era la carne che il 
turbava, ma V opinione di quella. — Nel resto fu uom 
magnanimo e liberale. 

IX. Per la complessione corporea, anche quando era 
vecchio, non la cedeva ad un atleta ; robusto , abbron- 
zato nel volto , ma grasso e affranto ; di taglia per al- 
tro proporzionata, come appare da quella immaginetta 
eh 9 è in Eretria nello stadio vecchio ; poiché, denudato 
quasi a bella posta, mostra la maggior parte del corpo. 

X. Cortese cogli amici, dava, a cagione dell'insa- 
lubrità di Eretria, frequenti banchetti, ai quali interve- 
nivano e musici e poeti. — Amava Arato e Licofrooe 
il poeta tragico , e A tao agora rodio; ma sopra ogn'al- 




ÌJÙ CAPO XVII. 

tro era partigiano di Omero* poi anche dei lirici, quindi 
di Sofocle.» finalmente di Acheo, come secondo tra i sa* 
tiri , assegnando ad Eschilo il primato. Il perchè eoo* 
tro gli oppositori del governo dicesi queste cose aver 
indirizzate : 

— È preso dunque 
Dai deboli il veloce^ e in picchi tratto 
Dalla testuggin l'aquila. 

Queste sono di Acheo, tratte dalVOnfale satirica* Per 
ta qual cosa erra ehi dice, che e 9 non leggesse altro che 
la Medea di Euripide , la quale altri" afferma essere di 
Neofrone sicionio. 

XI. Tra i maestri dispreizava Platooe e Senocra* 
te; ed anche Parebate il cirenaico; e antmirava Stilpo- 
ne ; intorno al quale per altro, sendo una volta inter- 
rogato, non disse altro, se non che, è liberale. 

XII. Era Meuedemo oscuro e pel suo nodo di com- 
porre difficile avversario; versato sn di ogni cosa, par- 
latore abbondante e, al dire di Antistene nelle Success 
sioni, contenziosissimo. Usava poi anche di questa ma- 
niera di argomentazione : Il differente ì egli differente 
dal differente ? Sì — L'utile è egli differente dal bene ? 
Si — Dunque il bene non è utile. — Toglieva di mea* 
zo , dicono, le proposizioni negative; stabiliva le affer- 
mative; e di queste ammetteva le semplici, le non sem- 
plici rifiutava, chiamandole congiunte e avviluppate. — È 
opinione di Eraclide , che nelle sue dottrine fosse pla- 
tonico, e si prendesse giuoco delle dialettiche. Ond' è 
che Alessino ebbe ad interrogarlo una volta , se aveva 



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MENFDEMO. 1 J 1 

cessato di battere il padre ? Cd egli , ma io , rispose , 
nè il batteva , nè ho cessato. E quello, dicendogli nuo- 
vamente, che per torre V ambiguità avrebbe dovuto dire 
si o no , soggiunse : è ridicolo seguire le nostre leggi, 
quando è permesso di contrariarle alle porte. **- A 
Bione eoe si prendca briga di perseguitare gli indovini} 
disse, clCei scannava i morti. E una volta udendo da i36 
alcuno che il piò grande di tutti i beni fosse quello di 
conseguire ciò che si desidera, soggiunse, ma molto mag~ 
giore quello di desiderare ciò che si dee. — E opinione 
di Antigono caristio eh 9 ei nulla abbia scritto , nulla 
composto, a segno di non avere «labilità nulla su eerti 
dommi. Dice che nelle quistioni era cosi battagliero da 
-uscirne col volto tumido ; ma che sebbene tale ne' di- 
scorsi , dolcissimo era ne' fatti ; poiché molto burlan- 
dosi di Alessino e motteggiandolo duramente , gli fece 
in pari tempo del beue , accompagnando da Delfo sino 
a Galcide la donna di lui, ehe temeva i furti e gli assas- 
sinamenti che accadono per via. 

XIII. Ed era buon amico, siccome è palese dalla 187 
affezione eh 9 ebbe per Asclepiade , e che in nulla non 
differiva dalla tenerezza di Pilade. Ma più vecchio era 
Asclepiade; per la qua! cosa si diceva, lui essere il poe- 
ta, Metiedemo l'istrione. — > Raccontasi che una volta 
Archipolide avendo assegnato ad essi tre mila monete, 
ostinandosi su ehi piglerebbe secondo, nè l'uno ne l'al- 
tro le prese. 

XIV. Fu anche detto che aveauo menato donne : 
Asclepiade la figlia , Menedemo la madre ; che poi 
morta ad Asclepiade la moglie , pigliò quella di Me- 



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i^a capo xvii. 

nedemo: e che costui, dopo cbe fu preposto al go- 
verno della repubblica , una ricca sposò, ma che no- 
nostante avendo essi una casa sola , Menedemo ne la- 
sciò la cura alla prima moglie. — Asclepiade morì il 
primo in Eretria, già vecchio, essendo vissuto tra le lau- 
tezze con assai parsimonia , in compagnia di Menede- 
mo. Per la qual cosa un mignone di Asclepiade , ve- 
nendo dopo qualche tempo ad una gozzoviglia, e i don- 
zelli serrandolo di fuori, Menedemo ordinò che fosse 
ammesso, col dire, che Asclepiade) anche di sotterra, 
gli apriva le porte. — Ebbero essi a protettore Ippo- 
nico il macedone e Agetore lamiese. Costui diede trenta 
mine a ciascuno , e Ipponico a Menedemo due mila 
dramme, per maritare le figlie; le quali , al dire di 
Eraclide erano tre, ch'egli avea avute dalla moglie 
Oropia. 

XV. I conviti faceva in questa maniera : pranzava 
prima con due o tre, 600 a giorno inoltrato; poi uno 
chiamava quelli che sopraggiugoevano , che pur essi 
aveano già desinato ; se taluno veniva più presto , tor- 
nando addiètro, s' informava , da chi usciva , che cosa 
avessero posto in tavola ed' a che punto fossero; quindi 
se udiva camangiaretti o salumi , si ritirava, se pezzi di 
carne, entrava. Nella state, eranvi stuoie sopra i Ietti, 
nel verno pelli di pecora; V origliere doveasi portar con 
sé ; la tazza che si mandava iu giro non era più grande 
di una cotila ; al pospasto sì servivano lupioi e fave e 
qualche volta, alla stagione, pere, o granati o piselli, o, 
per dio, anche fichi secchi. Le quali tutte cose rac- 
conta Licofrone ne' satiri, che intitolò Menedemo, dram* 



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MENKDIMO. 1^3 

na composto in lode del filosofo. Alcuno di quelli è 
così : 

Come il piccolo nappo in breve mensa 
Per misura essi girano, posposto 
È per colui che volentieri ascolta, 
V erudito parlar. 

XVI. Fu dunque prima avuto in dispregio , cane e 
sciocco chiamandolo gli Eretrìesi ; da ultimo ammirato 
a segno di dargli in mano la* città. E fu mandato am- 
basciatore a Tolomeo e a Lisimaco ^ da per tutto ono- 
rato, ma particolarmente da Demetrio; che ad esso pa- 
gando ogn 9 anno la città dogento talenti, cinquanta ne 
tolse via. Al quale accusato Menedetno che la città dava 
in mano a Tolomeo, si giustificò per lettera, il cui prin- 
cipio è: Menedemo a re Demetrio salute. — - Odo che 
sul conto nostro, tifa rapportato ecc. Dicesi che l'accasa 
venisse da un certo Eschilo che nel governo gli era 
avverso. — Sembra per altro che una gravissima am- 
basceria a Demetrio egli abbia sostenuto per conto di 
Oropo, come ricorda Eufanto nelle Storie. 

XVII. Anche Antigono lo amava, e si spacciava sno 
discepolo ; e quando vinse i barbari presso Lisimachia, 
Menedemo scrisse per lui un decreto, semplice e senza 
adulazione, che così principia : I comandanti ed icon- 
siglieriper le proposizioni hanno detto : Poiché re Àn~ 
tigono, vinti i barbari in battaglia, ritorna nel proprio 
paese, e tutte V altre cose opera secondo ragione, parve 
al consiglio ed al popolo ecc. Per questo adunque, ma 
più per V amicizia, sospettandosi che a tradimento gli 



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1 74 CAPO xv,l « 

consegnasse la città , accasato da Aristodemo, si sol* 
trasse e si pose a dimora in Oropo nel sacrato di A ni- 
fi ara o. Colà, al dire di Ermippo, perdutesi le tazze d'oro, 
per comune decreto de'Beozi, gli fu ingiunto di andare 
altrove. Dopo , abbattuto d' animo , s' introdusse furti- 
vamente in patria, e prendendo la moglie, e le figlie, 
venuto presso Antigono, finì la vita di scoramento. Tutto i4$ 
al contrario racconta Eraclide, che mentre era capo del 
Consiglio degli Eretriesi , avea spesse volte liberato la 
città da coloro che tentavano condurvi Demetrio per 
tiranno; eh 1 e 9 dunque non voleva dare a tradimento la 
città ad Antigono , ma era stalo colpito da una falsa 
accusa; che ito presso Antigono, per voglia «di liberare 
la patria , e non potendovelo indurre, di abbattimento, * 
astenendosi sette giorni dal cibo , era morto. — Cose 
simili a queste narra anche Antigone caristio. Coi 
solo Perseo ebbe guerra accanita ; poiché sapevasi che 
volendo Antigono, in grazia di Menedemo, ristabilire la 
democrazia in Eretria , colui ne lo avea impedito. Il i44 
perchè un giorno Menedemo , in uno stravizzo convin- 
tolo con argomenti, gli disse fra l'altre cose: È bensì 
filosofò costui, ma uomo fra quanti sono e saranno 
cattivissimo. 

XVIII. Morì, secondo Eraclide, nel settantesimo 
quarto anno di vita. — E v'ha per lui questo nostro 
epigramma che dice cosi : 

// tuo morire ho udito, Menedemo, 
Che ti spegnesti volontario , il cibo 
Sette dì rifiutando l Eretric opm 



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MBIf EDEMO. ] 7 5 

Oprasti , è vero , ma pur a* uomo indegna ! 
Chè una timida guida a ciò ti addusse. 

— Questi sodo i Socratici e i loro successori. Passiamo 
ora a Platone, fondatore dell'Accademia, ed a' suoi di- 
scepoli eh 9 ebbero fama. 



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ANNOTAZIONI 



LIBRO SECONDO 



CAPO PRIMO, 

AfUtSIMAKORO. 

I. Anassimandro. — Il nostro Diogene alla fine del li* 
tiro primo chiama Anassimandro discepolo di Talete. Ariste* 
tele invece colloca presso Talete Anassimene. — Osserva Ritter 
che da principio usò la scuola ionica due maniere diverse 
per isp iegare la natura, una dinamica, ed un'altra meccanica*, 
le quali seni* confondersi tra loro durarono sino alla fine» 
Secondo i diversi principi! , e perchè il discepolo non sia 
stretto, disconoscendo la dottrina del maestro, a confessarne 
la vanità, e per seguire P ordine indicato da Aristotele al 
collegamento dette varie dottrine, pare al Ritter doversi 
stabili re così la successione dei filosofi ionici: D inimici — 
Talete — Anassimene — Diogene d'Apollonia — Eraclito, 
Meccanici'*- Anassimandro — Anassagora — Archelao— Que- 
sta scuola patisce eccezioni anche dal lato cronologico. L'opinio- 
ne comune che ne fissa la durata a più che dugent' anni, tutta 
la riempie colla vita di quattro filosofi, Talete, Anassimanr 

DI06EMB LAERZIO. I* 



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1 08 ANNOTAZIONI. 

dro, A nascimene, Anassagora, mentre, a dir poco, bastereste 
a sei generazioni. 

II. Diceva principio r infinito* — "fò*' **• «a-iif**. — 
Si tiene che Anassimandro abbia il primo usato del vocabolo 
"fó* per indicare il principio delle cose. Che cosa intendesse 
per questo principio chV chiama infinito, è disparere tra gli 
antichi. Secondo il Ri Iter , la maggior parte delle tradizioni 
svariate che sussistono in proposito, forse sono in opposizione 
per mero equivoco, e quindi è miglior consiglio attenerci al 
più sicuro testimonio di Aristotele e di Teofrasto, i quali 
concordano nel dire che per infinito A na ss imene intendeva 
la mescolanza delle differenti specie di parti costitutive, di 
.cui le singole cose ebbero a formarsi per mezzo della sepa- 
razione. Questa idea si ravvicina a quella dell'antico caos. 
Perchè poi Anassimandro considerasse l'ente primitivo co- 
me infinito, viene naturalmente a spiegarsi pel numero infi- 
nito degli sviluppi del mondo che hanno la loro ragione in 
quest'ente primitivo. Quest'ente nell'idea del nostro filo* 
sofo è una nnità immortale , non peritura ; é H principiò 
che eternamente crea , derivando quest' azione di creare le 
cose particolari dal movimento eterno dell' infinito. — Ecco 
attribuita da Anassimandro all'infinito una forza viva sua 
propria. — Ciò noi divide gran fatto, segue il Ritter, 
dalle idee filosofiche di Talete e di Anassimene. La diffe- 
renza sta nel modo di derivare le cose particolari . dall' ente 
primitivo. Anassimandro non fa nascere le qualità sensibili 
delle cose dal cangiamento che si opera neUe qualità dei- 
Tenie primitivo, ma bensì, per un movimento eterno, dalla 
separazione dei contrarj, quantunque contenuti e riuniti lutti 
in una unità nell' infinito. Il principio primitivo adunque è 
|ier vero una unità , ma nullatueno già conlenente la molti» 
plkità degli elementi, di cui le cose si compongono, i quali 
non hanno bisogno che di essere separati per comparire come 



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ANNOTAZIONI* 179 

fenomeni isolati nella natura. Nella decomposizione dell 9 infi- 
nito gli elementi omogenei tendono adunque gli uni terso 
gli altri, e ciò che nel tutto, per esempio, era oro, appare 
come oro, quantunque non avesse quest'apparenza quand'era 
tramischiato a ciò che non era oro. Nulla quindi nasce di 
nuoto, o rireste qualità diverse dalle proprie; ma tutto è 
prima come si mostra di presente. — E questa visibilmente, 
conchiude il Ritter, l'idea fondamentale della fisica mecca- 
nica: che nulla cangia di qualità, ma che tutto resta sempre 
lo stesso e non si muote che col resto degli elementi, per 
mezzo dei quali un elemento medesimo , in questo cangia- 
mento di combinazione, ora apparisce a un modo ed ora a 
un altro. 

La terra starsi nel mezzo ecc. — Il seguente passo di 
Ritter serte a rettificazione di alcune cose dette da Laerzio. 
« Il punto centrale della formazione del mondo era la terra, 
» poiché la terra, la cui forma è quella di un cilindro, la 
» base del quale è all'altezza come 1 : 3, è ferma e tenuta ad 
» egual distanza dagli altri corpi per l' aria ; le stelle al 
» contrario si muotono intorno ad essa, a dUtanze eguali le 
* une dalle altre , e al disotto i pianeti e il cielo delle 
» stelle fisse, poi la lana, in fine il sole. Ciascuno di questi 
» corpi è sostenuto da no / anello ( la ma sfera ) simile ad 
» una mota ». 

III. Primo trovò il gnomone ecc. — Plinio ne attribuisce 
T intenzione ad A natimene ; Erodoto con più ragione ai 
Babilonesi. Forse Anassimandro ne mostrò l'uso a' Greci. — - 
Fece anche il primo abbozzo di una carta geografica. ' 

Fece un'esposizione della sue opinioni. — Si tiene per 
la prima opera filosofica scritta in prosa. Secondo Snida avete 
per argomento la natura delle cose; secondo altri trattata 
della nature delle stelle fisse, della sfera, eco* 



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i8o 



ANNOTAZIONI. 



capo ir. 

A CASSIMENE. 

I. d musimene discepolo di Anassimandro. — Aristotele, 
come è detto, pone A n assi mene a lato di Tàlete. Le dottri- 
ne e la cronologia don fermano qnesta successione. 

Disse principio rana e T infinito. — Anassimene inse- 
gnava, principio di tntte còse essere Y aria infinita. Ciò si ac- 
cordava Coir idea che F aria circonda il mondo e che la terra, 
piatta come un foglio, è sorretta dall'aria. Questa sua idea 
cosmogonica è compresa nella dottrina che considera V aria 
come principio di tutto, poiché tutto esce da quella ed in 
quella ritorna; e come l'anima umana, che pur altro non è che 
aria,' ci domina, così il soffio e P aria circondano e padroneg- 
giano il mondo. L'aria come principio od ente primi* 
tivo, era infinita, mentre finite erano le cose. — Pare eh' e* 
non ponesse differenza tra Dio ed il mondo, e che per con- 
seguenza ben potesse dire del pari, l'aria infinita essere Dio, 
e gli dei e tutto ciò che è divino provenire dall'aria. — 11 
principio di ogni cangiamento facea consìstere nel movimento 
eterno dell'aria, movimento che naturalmente conviene al- 
l'ente primitivo, qnal principio della vita; che il solo movi- 
mento rende possibile il cangiamento. Per la qual cosa sem- 
bra eh 9 e' concepisse lo sviluppo del mondo come il procedi- 
mento eterno della vita eco. — Per la scuola ionica sii con* 
sulti particolarmente Ritter. Allo scopo nostro bastano questi 
cenni tolti da lui. L'idea di Anassimene pare che fosse in 
qualche modo riproposta da Franklin col far nascere tutto 
dall'aria. 

Gli astri non muoversi sotto ecc. Alcuni leggono *w 
yrir, altri vsrif y%i. — Seguo Henagio e l'Huebuero. 



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AMIOTAZIOW I. 1 g f 

il. Mori quando Sardi fu presa» — Qui è manifesto 
errore. » 

. .Anaasimene si considera scopritore, del V obhliqti ila del- 
r eorli t Ica per mezrio del gnomone. — Nulla si conosce circa 
la vita di lui. — Ci fa conservata da Slobeo questa sua bella 
massima) La povertà è T istitutrice della sapienza « perchè è 
la madre del travaglio. 

CAPO IH. 

I i . - ■. 

, * AltASSAOOlU.t • . , 

t f ■ : ■ ' . • ' 

Visconti scopri V immagine di Anassagora snr nnn meda- 
glia di< bronco di datomene pàtria del filosofo* « Il tipo,* così 
» il sómmo archeologo , • presenta un filosofo mezzo ignudo 
9 che tiene nri globo in mano. Anche Pitagora e Ipparco, 
» sulle monete di . Samo e diNicea, sono rappresentati col 
» medesimo simbolo e ndT istesso costarne. — In un ? altra 
» medaglia, dèlia medesima città, una simil figura siede so- 
» pra un glòbo, segno evidente di apoteosi. ». ieonogr. Gr. 

I. Discepolo a? Anassimene* — Le strade corse da Anas- 
simene e da Anassagora nella filosofia sono sì diverse, che al 
tutto difficile riesce! considerare questi filosofi còme usciti da 
una medesima scuola. 

Aggiunse una mente- aUa materia* — Aggiunta , secondo 
Colisi n, di un'idea pitagorica alla fisica iònica. — La dispo- 
sizione dei fenòmeni del mondo suggerì ad Anassagora il pen- 
siero- di una forza motrice, coi die il nome ••vt —+ mente , 
intelletto, spirita, ec. ec* — Senofane ed Ereditò già ateano 
cercato U principio ;di tutte le cose in uh essere intelligente. • — 
Anassagora non difierensiava la mente dall' anima; chiamata 
la mente cagione del bello e del giusto; oancedeta alla mente 
la vista. del passalo e , dell' atreaìre. 



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1 8a ANnoTizfom. 

Tutte le cose erano insieme ecc. — Proclamato il prin- 
cipio meccanico, che nulla proviene da ciò che non esiste; 
che niente nasce, niente perisce; che ciò che esiste si me- 
scola e si separa; che, per decomporsi, il numero delle cose 
non aumenta o diminuisce; Anassagora suppose una mesco* 
scola n za primitiva di ogni cosa ; confusione di parti elemen- 
tari infinitamente piccole, infinitamente numerose. Questa massa 
confusa è per lui una unita, senza vuoto, anco nello spazio, 
tra cosa e cosa. La mente, l'intelligenza, lo spirito, è pel 
nostro filosofo la potenza motrice, l'*f&t rnt «<n<n*f, il 
principio d' ogni vita , la TéV »•«"/••». La massa degli 

elementi confusa , senza moto per se ; e la mente, Io spirito 
che li muove e li ordina , costituiscono la dualità ammessa 
da Anassagora, il quale considera la mente come opposta alla 
massa riempitrice dello spazio. — Se i corpi per lui sono 
suscettivi di movimento, la mente è immutabile, impassibile; 
se ogni elemento è differente da tutti gli altri, identica è la 
mente. La mente è infinita; domina tutto con un potere suo 
proprio ( «vr«*#«rif ); non è mescolata ad alcuna cosa, ma 
per se stessa è soltanto; in somma alcun che di non eondi* 
lionato, e d'infinito. — Ma il libero poter della mente, per 
Anassagora, era limitato, non avendo in balla le qualità im- 
mutabili degli elementi primitivi. Quindi Fattività deliamente 
si riduce alP ordinamento degli elementi (&<««»fp»u») per 
mezzo del movimento , a modo che la ragione di ogni esi- 
stenza non si rinviene nella mente. La mente, nel pensiero 
del nòstro filosofo, non mise da prima in moviménto che po- 
che cose; poi di più, e più in processo. — Anassagora fa 
intervenire la mente anco nella spiegazione della vita ani- 
male, non di ferendo in sostanza dall' anima. Essa è, nel^suo 
concetto, dipendente della massa corporea cui sta unita , per- 
chè crede il sonno un effetto del corpo sull 1 anima , e per- 
ca 9 esso è comune sì agli animali e si alle piante. Pare anzi 



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ANNOTàZIOHI. 1 83 

eh' e' faccia dipendere ogni sviluppo intellettuale dalia forma- 
zione degli organi corporei, osservando che gli animali irra- 
gionevoli hanno bensì , in a Icone parti, qualche vantaggio sul- 
l'uomo, ma questi è ciò nulla meno il più ragionevole di 
tutti, perchè ha le mani e può per questo mezzo, aiutalo 
dall'esperienza, dalla memoria, dalla scienza e dall'arte, far 
servire all'utile suo tutti gli altri animali. — Forse Anassa- 
gora venne nella sentenza di credere la mente una forza di- 
pendente dalla composizione dei corpi , ad oggetto certo di 
spiegare la natura animata. — Elvezio rinverdì, fra moderni, 
P ipotesi delle mani. 

IH. 'E(&op«««mf. — Leggi col Heorsio »?&««««r7«r. 

IV. / principii particelle similari, ecc. — •p«<0/»ipu«r, 
veramente omogeneità di particelle similari. — « Il nome di 
» omeomerie che d'ordinario si dà alle parti costituenti pri- 
» mttive d'Anassagora, che che ne abbia detto Schanbach, non è 
» altrimenti di questo filosofo. Se non l'usò il primo Aristo* 
» tele, possono averlo inventato gli anassagorei. — Ritter. — 
A proposito di omeomerie non è fuor di luogo recare un 
passo notissimo di Lucrezio. Eccolo nella versione del Mar- 
chetti: 

Ma tempo è di pesar con giusta lance 
D* Anassagora ancor C Omeomeria 
Mentovata da'* Greci, e che non puossi 
Da noi ridir nella paterna lingua 
Con un solo vocabolo; ma pure 
Facil sarà ch'ella si spieghi in molti 
Pensa egli adunque , che 7 principio primo 
Che da lui vien chiamato Omeomeria, 
Altro non fosse che una confusione, 
Una massa , un miscuglio d'ogni corpo 
In guisa lai, che in generar le cose 



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1 84 ANNOTAZIONI. 

Solamente eònsiste in separarle i 
Dal cornuti Caos, ed accollarle insieme ,* 
£ così rossa di minute e picciole 
Ossa si creino, e di minute e picciole 
Viscere anco le viscere si formino: 
Da più bricioli d* or Foro si generi: 
Cresca la terra di minute terre: 
Di foco il foco , d* acque f acqua, e finge 
Ch'ogni altra cosà in guisa tal si fàccia; 
Nè concede tra 7 pieno il vuoto spàzio , 
Nè termin pone allo spezzar de* corpi. 

Gli astri da prima aver girato a guisa di vòlta ecc. — 
Mei tardo sv iluppò dèlia vita animale, affi altresì coincidenza 
Irà le rifòluzioui generali del mondo e i fenomeni terrestri; 
poiché suppone Anassagora che la terra , la quale sta nel cen- 
tro del móndo, ov' ella fu trascinata dal girare forlicoso del- 
l'aria che la circonda e la sostiene in questo luogo dello 
spazio, occupasse da prima un posto tale, relativamente agli 
astri -, che il polo del cielo passava .per lo mezzo di lei , 
ma che poi, usciti dalla medesima gli animali, la terra stessa 
o il mondo s'inclinò verso levante e le stelle presero il posto 
che hanno di presente in riguardo ad essa, perchè fosse in 
parte abitabile, in parte no, secondo la temperatura dei climi* 

Gli animali nati dall'acqua, dal calore e dalla terra ecc. — 
Gli enti animati, secondo il nostro filosofo, non escono da- 
gli elementi che in modo lento, progressivo, e passando pe' 
diversi gradi di formazione del mondo. Pare che alla forma- 
zione di questi enti sieno necessarie alcune condizioni che 
preesister devono all'organismo. Quindi il sole te la luna, che 
per Anassagora non sono animati , precedono la formazione 
delle piante di cui sono il padre e la madre; e l'umidità 
fangosa primitiva della terra produce, per Fazione del calore, 



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jfclfXfOTAZlONI. ì 85 

gli ammali. Formazione da principio imperfetta , non acqui- 
staselo che più tardi la facoltà naturale <li riprodursi. 

Da man riti* i maschi, le Jemmine da mancina. — Per- 
chè, anche al dire di Ippocrate, la destra parte dell' uteru 
era considerala come più cali da e più solida. Empedocle ebbe 
pdre la stessa > opinione, r: 1 *i . /, 

V. Predetta ks cadui* delia pietrai ecc. Se noia pre- 
dire, fa certo il primo che tentò Spiegare la caduta degli f a»* 
reoliti, che avuta per lunghi anni in conto di favola, non lo è 
più di presente. — ktyt wétmfkét» o meglio ktyt wT*p%t> 
cui Plinio traduce /Ego* /lumen , era una città dell' Elle- 
sponto. .< 

Se i monti di Lampsaco saranno mare quando che sia. — 
Anassagora ammetterà certi grandi periodi nella formazione 
del mondo, e fra questi alenai che hanno relazione ad una 
preponderanza indeterminata fra le opposte forze del fuoco 
e dell 1 acqua» La prima, epoca delia formazione della terra la- 
scia scorgere una preponderanza crescente dei fuoco; poiché 
la terra limacciosa si secca per l'azione del sole, e si popola 
di enti tiri. Ciò non può sempre accadere l perchè, non 
polendo essere gli elementi ignei ed acjuei infiniti di nu- 
mero, dee pur sempre arrivare un momento, in cui suRa 
terra disseccata l'operazione inversa incominci, e l'acqua ri- 
prenda insensibilmente la sua preponderanza. 

VII. / poemi di Omero si aggirano sulla ùirtà. — Anas- 
sagora scorgeva nn senso morale ne* miti omerici * e spiegava 
le allegorie contenute ne' nomi dati agli dei. Quest'opinione, 
diversa dalle credenze volgari , lo fece , con altre , accusare 
d'empietà. 

IX.- Fu accusato anche di (rodimento. — Scaduto Pericle 
dal potere, Anassagora non isfuggì le persecuzioni ch'ebbe- 
ro a patire i sodi amici. Oltre l' interpretazione eh' ei dava 
ai poemi di Omero , affermava' che il sole e la tona erano 



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i86 àtufOTAsiom. 

pietra e terra, e spiegava colle leggi della natura i fenomeni, 
credati prodigiosi , che presentavano i visceri delle vittime* 
Ciò offendeva la popolar religione, e Cleone ne lo accasò. 
L'altra accusa . datagli da Tucidide, nemico di Pericle, era 
di parteggiare pe* Medi ( p>n ). Morì a Lampsaco, or' e* 
rasi ri faggi lo, e la sua memoria fu onorata di altari e di fe- 
ste. — Intorno ad Anassagora veggasi il lungo articolo di Rit- 
te?, che in gran parte ci ha fornite queste coosideraxioni. 

CAPO IV. 

Archelao. 

I. Ateniese o MUesio. — I più lo sanno ateniese. 

Discepolo a? Anassagora , maestro di Socrate. — Proba- 
bile la prima , dubbia la seconda. 

III. Diceva due essere le cagioni della generazione ecc. — 
Alla formazione della terra annetteva qnella degli animali , 
per la mescolanza del calore colla terra fredda ed umida. 

//. giuslo ed il turpe non da natura. — Pare che Arche- 
lao solo , fra gli Ionici segnatamente , siasi occupato della 
scienza della morale e del diritto naturale. Tuttavolta il senso 
di ciò che ne sappiamo è assai dubbioso. IT opinione attribui- 
tagli da Laerzio fu il germe delle dottrine di Hobbes. 

Dice cAf r acqua ecc. ecc. E uno di que* passi in cui 
inciampano i tradottoli. Riiter, mutato r«««piM>, da rv*» 
liquefare, mollificare, in «nyfi^ipot, da wnyvm condensare , 
coagulare % così espone la dottrina di Archelao sulla forma- 
zione del mondo: « Insegna egli che nel principio il fuoco e 
» P acqua si separarono, e che per l'azione del fuoco sul- 
» l'acqua, la terra formò una massa da prima fangosa, ma 
» che in seguito si fece sempre pia consistente ; che 1' aria 
» provenne dati 1 acqua per mezzo del movimento ; e che di 



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ANNOTAI lOffl, 187 

» tal guisa la terra era sostentila dall'aria, l'aria dal fuoco. » 
Osserva hi le, dice lo stesso Ritter, è questo modo di operare 
la separazione degli elementi, col legandovi poi la nascita de- 
gli animali e degli nomini ; e lascia intravedere una manifesta 
comunanza d'idee fra la costui dottrina e quella di Anassagora 
e di Anassimandro. — L'operosità della scuola di Anassa- 
gora venne meno quasi che tutta con Archelao; ma la filo* 
sofia ionica esercitò un'elione immediata sovra i sofisti» 

CAPO V. 

Socrate. 

L* immagine di Socrate che diamo qui ci è ofltrta dal 
Visconti come la più verace. « Tutta, cosi il romano archco- 
» logo, vi appare l'anima sua; e P acutezza dell'ingegno, 
» P imperturbabilità del carattere si manifestano dagli occhi 
» e dalla fronte serenai nella mossa delle labbra si travede 
» quelP ironia dilicata , che rendeva amena la sua conversa-» 
» rione. — Il bronzo di Lisippo fu probabilmente P origi- 
» naie da cui questo busto e parecchi altri furono tolti. » — » 
Icoru Gr. — Gali fa osservare una protuberanza rotonda 
nella parte superiore dell'osso frontale di Socrate, comune 
alle teste dei visionari! da lui vedute. Tra Porgano per la 
facoltà poetica, e quello per la mimica, sta secondo Gali una 
circonvoluzione cerebrale, che probabilmente produce la di- 
sposizione alle visioni. Parleremo dell'effetto di quest'organo 
quando del dèmone di Socrate. 

I. Figlio di Sofronisco tagliapietre* — Atbwpys, o à<£»l 
{••* si dice il padre di Socrate, non mai «y«*A**r«*éi«#. 
Porse così chiamavansi gii scultori di secondo ordine. 

III. Udito Anassagora — fu discepolo di Archelao. — 
La prima asserzione, dice Ritter, è falsa, in verisimile la se* 



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i88 



ANNOTAZIONI. 



oonda, perchè non attentila da veruna antica testimonianza. 
Che e' non ricevesse • alcuna filosofica educazione ce lo assi- 
cura Senofonte. o?e appella il figlio di Spfronisco *vwvfyt 

IV. Essere sue le Grazie vestite ecc. — ^ Doe volte Pau> 
sania fa menzione di questo lavoro di Socrate. — Vestite , 
perchè; tali si facevano allora. • 

V. Cioè posta una borsa ecc. r*3ffr« *. r. A. — 
Lezione manchevole che fece supporre censi e usure. ColFag- 
giunta di C«A«rrio, proposto da alcuni eruditi, il senso 
corre , e T Huebnero vi assente. 

VI. Conoscendo la contemplazione della natura nulla 
profittare per noi. — Socrate , come nel Fedone confessa , 
tra vagò di sludi i fisici; e tale ce lo dipinge Aristofane. 
Racconta ei stesso che lo studio dei fenomeni esterni con* 
siderali per sè noi soddisfacessero affatto, e che. cercasse 
nn punto di vista più elevato e pia intellettuale. Questo 
punto d* vista, dice Cousin, fu il N*vr d' Anassagora che di- 
ventò per Socrate, e per suo mezzo la vera Provvidenza. 
Quindi lo studio delle leggi morali e delle cause finali sosti- 
tuì le a quelle dei fenomeni e delle leggi fisiche i è tutta -la 
seconda epoca della vita di Socrate. Pensava, come dopo di 
lui Epicuro, che le speculazioni stille cose celesti non conducono 
a nulla , e che non senza ragione gli dei avevano rese facili 
le case necessarie agli uomini , difficili le inutili. Debhesi a: 
Sperate V idea di una filosofia della vita e del mondo, la cui 
Utilità è manifesta, qualunque sia lo stato in cui l'uomo si trova, 
e alla quale ogni individuo può partecipare per poco che la 
sua .intelligenza sia capace di perfezionamento. L'uomo 
dabbene di Socrate — x«x«* %*y*$ùt — non è V immagino 
della virtù ideale ; il saggio è il cittadino , V agricoltore , il 
soldat i artigiano, esemplare nelle sue determinate condizioni. 

Non ebbe mestieri di assentarsi. — « Socrate non, 




annotazioni: i8§ 
» cercò altri mezzi d'istruzione fuori àH quelli che si r in re-i 
» ni? ano io Atene. Se eccettui la spedizione di ' Poli dea ; 
» di Delio e di Amfipoli , in cui militò ed ebbe nome di 
» guerriero intrepido e fedele a' suoi doveri, egli non abba li- 
ft donò mai Atene; fa qua! cosa mostra affetto al suo paese 
» natio, eh 9 ebbe carissimo a cagione delia libertà òhe vi si 
» godeva, eh 1 era da Socrate apprezzata sopra tutto, nulla te- 
li mfttdo più della dipendenza, e cònduceado per quella una 
* vita povera con pochi desideri! e senza bisogni. » — Ritte?. 

Un palombaro di Deh, — ««Ay^C-,**. Dice Socrate che 
sprofondandosi in così oscure dottrine era mestieri di sa- 
per nuotare come i palombari di Delo, che s' immergevano 
sott'acqua senza affogare. Al libro di Eraclito si era apposto 
il soprannome **»v%nm. — Veggasi Erasmo negli Adagi, 

Rimasto un intera notte in una positura, E or fatto 
che appalesa con quanta forza Socrate si abbandonasse al- 
l'oggetto della sua contemplazione. Vera estasi o rapimento 
di spirito, che gli antichi ben compresero sotto l'idea di 
litania. Socrate sapèa frenarne gli eccessi, ed anche far- 
la scopo della sua ironia. Spesso a mezzo di on banchetto , 
per lungo tratto un pensiero la rende* immobile il ru- 
more di un acootnpamento non valea a distorlo da lunghe 
meditazioni. Ecco ciò che a Fot idea gK successe: « Cadoto 
» una volta in qualche meditazione, sin dal mattino si stette 
» fermo nello stesso luogo pensando, né potendo spiegare ciò 
» che meditava, rimase colà senza muoversi. Ed essondo già 
» mezzo giorno, avvedutisene i soldati si maravigliarono — e 
*> già soprastando la notte, ed essendo cenati, posero intorno 
» a lui i letti per osservare se anche la notte durava. E So- 
li crate si rimase ferme in piedi ; uno all' aurora seguente , 
» ed al nascere del sole, salutando il quale, si parti. » — 
Piai. Convito. — Il sol nascente ricordò al buon Socrate l'ora 
della sua preghiera, Duolci ehe nel viaggio di Amicarti si 



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*go 



ANNOTAZIONI. 



parli di quatto fatto come di una bizzarria premeditala o di 
una prò? a di mentale stranezza, Alternativa non ammissibile 
coir indole del filosofo. 

Alcibiade il quale era da lui amato. — Molti tacciarono 
d'immotale l'amicizia di Socrate per Alcibiade. Forse a ciò diè 
motivo r opera attribuita ad Aristippo mpi w*\*t*t rp*Qn*, 
delle antiche delizie * voluttà. Ma i suoi amici lo difesero 
pubblicamente anche del V apparenza di una colpa che potea 
far nascere la sua famigliarità co' bei giovinetti, e il costume 
ch'egli area di confessarsene amante. — Vedi ciò che Pla- 
tone nel Convito mette in bocca dello stesso Alcibiade. — 
Nessuno dei nemici di Socrate , osserva il Visconti, sia tra 
quelli che lo accusarono e lo fecero condannare, sia tra poeti 
che lo schernirono e lo posero sulla scena, si attentò mai 
lacerarne la integrità del costume , e questa calunnia non fu 
ripetuta che da scrittori assai posteriori. 

Vili. Leonte da Salamòia ecc. — « Quei trenta chiamando 
» me in Tolo con altri quattro mi comandarono ch'io condo- 
li cessi da Salamina Leoute, acciocché egli morisse — - Allora io 
» dimostrai non con parole ma in efletto, ch'io non curava 
» affatto la morte — Usciti di Tolo , gli altri quattro a Sa- 
li lamina andando, condussero preso Leonte, ed io me ne an- 
» dai a casa » Plot. Apolog. 

Solo, ai dieci generali , diedi il volo. — « Avvenne 
» eh' io governava la mia tribù io quel tempo, nel quale vi 
» consigliaste di condannare quei dieci capitani, perchè non 
» avessero levati gli uccisi nella battaglia navale , ingiusta- 
» mente, come poscia parve ad ognuno. Allora io solo di 
» tutti i presidenti mi vi opposi, acciò non faceste cosa con- 
» Uro le leggi , e co' miei voti feci resistenza. » — - Platone 
Apologia, 

X. Aver egli menato due donne. — Platone ueppur fa 
cenno della Mirto. Questo silenzio è una delle ragioni ad- 




AftMOTAZIOfff. 



«9 1 



dotte da Luzac per dimostrare sapposta la bigamia di So-, 
era le. — Joan. Luzac de Bigamia Socratis diss, Leida, 1809 — 
L'opinione di Luzac, atseniita da alcuni, e pur quella del 
Wyttembac nelle noie al Fedóne. Visconti air opposto da 
molto peso air autorità di Demetrio Falereo e di altri , e 
dice, questo fatto essere con poca critica posto in dubbio 
da Panetto, e il focabolo yv significar mogli. — L'e- 

piteto nàti**, usato da Platone, riesce in questo caso per 
lo meno soperchio. A ogni modo , la legge ateniese basta di 
innga mano a Sahare il filosofe da ogni taccia, anche lietissima, 
di libidine. 

Altri, che prima ipotasse la Mirto. — Come prima, se 
i figli di questa erano giovanissimi, e maggiore di età qvello 
della Santippe che sòpra??isse al marito, il quale per conse- 
guenza non poteva esser vedovo? 

XII. Era abile dei pari ad esortare e a dissuadere ecc. — 
I suoi stessi nemici convengono di questa forza irresistibile 
del suo ragionamento. La sua dialettica non appariva mai tanto 
quanto nel dialogo , col quale , per meno dell' induzione e 
dell'analogia , traeva dalla coscienza di ciascuno i principi! 
delle naturali credenze; specie di parto intellettuale ^«jiv- 
n*n» cosa da ostetrico o da mammana» Questo metodo aiu- 
tato dall'ironia e da una simulata ignoranza mettendo i so- 
fisti in contraddizione con se medesimi , finiva col trionfare 
di essi. 

Come Jagianp o pavone* — Zoppica la lezione. La cor- 
rezione del Henagio è approvata dall' Hnebnero ad eccezione 
dell' v»#t disgiunto dai p«««r#». — «E Glaucone tenne lui 
» stesso degno di onorare la città come un fagiano e un pa- 
li vooe. » Borheck. 

XV. Apparava a suonar la lira. — Socrate, già vecchio, 
si esercitò nella musica sotto la direzione di Conno, ricono- 




ig* MWOTattBioiir. 

scendòla utile |>or P educazione dell' uomo , come si crederà 
dagli antichi. 

XVI. Diceva un Aimone predirgli le cose avvenire, — * 
Xaiftfw, divino, che viene da Dio, aggettivo ; « '««p«tiit, 
Tii» J*ip»»t* (trotini) amiche cosa che appartiene aUa 
natura dèi dèmoni, che la mitologia pagana doli oca tra il cielo 
e la terra; non no dio affatto, dna ona specie d' -intermedio 
fra Dio e l'uomo. — Quanto non si è scritto sol dettone 
di Socrate! Altri fide in esso on diavolo; altri un angelo, 
un ente soprannaturale; chi lo tenne un artifizio per condurre 
una riforma; chi un tatto naturale, squisito, educato da 
lunga esperienza ! Voltaire che , al solito , ride di Socrate , 
come di ogni cosa, dice che un uomo che spaccia di avere 
un genio famigliare è senza dubbio un po' pano , o un po' 
briccone. — Chi crederebbe che Barthelemy ponesse in dub- 
bio la rettitudine delle intenzioni del filosofo? Ma il candore 
di Socrate, il prezzo che gli costò la sua credenza; la per- 
suasione de 9 suoi discepoli non permettono questi dubbii; 
« Questo segno , questa rivelazióne demoniaca , che So» 
W erate riconobbe sin dall' infanzia , e eh' ebbe con più fre- 
» qnenza negli ultimi (empi della sua vita, lo distoglieva da 
* una Quantità di azioni che avrebbe voluto» intraprendere; 
» e da < ciò traeva consiglio per le cose eh' e' dovea fare* 
« Questo segno si riferiva anche alle azioni altrui , e si consi^ 
» dorava da esso come un dono degli dei , comune anche 
« agli altri uomini; come una voce interna, the è il migliore 
» avviso che si possa ricevere. Se per questo adunque s'ìn^ 
« tende una irritabilità particolare del sentimento, che appa- 
» riva come una specie di presentimento, non si andrà molto 
» lungi dal vero ; e solo non bisogna credere di poter con 
» ciò liberar Socrate dall' accusa di superstizione; poiché la 
« saa credenza in un segno demoniaco intimamente si collega 
» al suo rispetto, non solamente per Dio, ma anche per gli 



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ANNOTAZIONI. ig3 

. » dei. È impossibile dubitarne, quando lo si vede raccomau- 
» dare la divinazione come rimedio alla nostra ignoranza 
» sulle cose incerte e future; consigliare a Senofonte di con* 
i» su 1 tare T oracolo, mostrarsi inclinato a credere a' sogni, sa- 
» grificare assiduamente e raccomandare di sacrificare agli 
» dei domestici e pubblici. » Bitter — Tennemann pensa 
che Socrate , abitualmente mosso da un sentimento religioso, 
ammettendo un' azione diretta della divinità sui fenomeni della 
natura, e massime su quei della natura morale, poteva be- 
nissimo riferire immediatamente ad una ispirazione benefica 
quella specie di presentimento confuso, indefinito, di coi' non 
impiegava la formazione logica nel suo spirito, > — La tendenza 
alle ispirazioni, ai presentimenti, ai fantasmi è prodotta se- 
condo Gali da un organo particolare, che, come si accennò, 
parlando del ritratto di Socrate, è formato da una circonvo- 
luzione cerebrale posta fra gli organi della mimica e della 
poesia, e dai quali, se non ne parte, trae al cerio aiuto, si fa 
ad essi compagna negli effetti, e dà materia di esaltamento o 
di esercizio. Un eccitamento nervoso abituale, una contenzione 
di spirilo a lungo protratta sopra uno stesso oggetto ; r di- 
giuni, le veglie , la pletora provocano quello stato del cerebro 
che produce le visioni, per Fazione di organi eccessivamente 
sviluppati od esaltati. Quello della mimica può gingnere al 
ponto di personificare semplici idee, e di trasportarle, cosi 
tramutate, fuori di noi. La facoltà d' imitare è fra le comuni 
del r uomo. Chi *iou la prova in sé stesso? chi non la vede 
negli altri; o ignora i prodigi di Garrick? Or bene. Questa 
facoltà esaltala, soperchiarne può operare in noi stessi ciò 
che per lo più opera negli altri, e non avendo spettatori di 
ciò che produce, far sentire al nostro IO ciò che con altri 
mezzi fa sentire agli altri. Ecco aperta in noi stessi, seguila 
Gali, una scena di rappresentazioni senza aiuto di attori e 

DIOGENE LAEKZIO. l3 



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194 ANNOTAZIOKI. 

di spettatori. Però restrema attività dei senti io ter ni è pas- 
seggi era. Quando ano ha il tempo di riconoscere se stesso ; 
quando nuovi sentimenti e nuove idee vengono a indebolire 
le prime; quando certi movimenti automatici danno un altro 
corso alla circolazione del sangue e ci richiamano a noi stessi, 
la visione o P apparizione scompare, cessa il sogno che noi 
facevamo svegliati. È un'alienazione passeggiera , \tt cui 
impressione nonostante è difficile scancellare dall'animo di 
chi prova siffatte visioni; le quali in alcuni sono periodiche 
e d'ordinario hanno luogo alla ricorrenza di eccitamenti, di 
emorroidi, di menstrui. — L'organo che produce le visioni, 
sia por congiunto co' suoi vicini , o da quelli separato , se- 
condo i frenologi posteriori, o, secondo l'illustre* Vimont, vi 
si colleghi l'azione molto energica. di certe facoltà percettive 
e spesso In lesione dei cinque sensi, produce del pari la cre- 
denza alle cose ma ra vigli ose, agli spiriti, ai sortilegi i, ai mi- 
racoli. A quest'organo dobbiamo la demonomania che infettò 
i secoli trascorsi e che, piuttosto che leggi severe e rogo, 
meritava la compassione e le cure dei medici. Quesf organo 
è pat eolissimo nelle teste di Platone, di Cromwell , di Swe- 
dembourg, di S. Ignazio, di Tasso. 

XVIII. Socrate de* mortali il pià sapiente. — « Quesi'o- 
* racolo non poteva, da Socrate, spiegarsi altrimenti che di- 
» cendo avere il Dio voluto far intendere per questo mezzo 
w che la saggezza umana era in generale cosa di poco mo* 
» mento, e che il più sapiente di tutti era colui che ne ri* 
» conosceva il poco pregio. » — Bitter. — r- Questo responso 
per altro si riporta in modo diverso, Lo scoliaste di Aristo- 
fane fa dire alla Pizia: Sofocle è saggio; Euripide pià sag- 
gio di Sofocle ; ma Socrate è pià saggio di tutti gli uomini. 
Senofonte, Che non vi era alcun uomo pià libero, pià giusto, 
pià sensato di lui. — Se gli oracoli , come acutamente os- 
serva il Clavier, erauo una istituzione politica e religiosa senza 



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ANNOTAZIONI. Ig5 

prestigi 0 finzioni, alcuni responsi doveano aversi in conto di 
voto pubblico. Demostene quando udiva predizioni favorevoli 
a Filippo era solito dire che la Pizia filippitzava. — Anche 
gli oracoli non ressero alla luce della filosofia. 

finito eccitò contro di hti prima Aristofane. — Anito 
era un ricco , e possente artigiano , un democratico che con 
Trasibulo area contribuito ali 1 espulsione dei trenta e al ri- 
stabilimento della libertà. Socrate lo arerà punto sul ri%o 
rimproverandogli di aver negletta l'educazione di un suo fi- 
glio. — Le Nubi di Aristofane furono scritte ventitré anni 
prima dell' accusa di Socrate , né il poeta pensava a prepa- 
rarla. Non è difficile , osserva Cousin, che vi abbiano contri- 
buito. Le Nubi furono composte per dimostrare che le fri- 
vole ricerche della filosofia distoglievano i Greci dagli eser- 
cii) guerreschi, e non servivano ad altro che a corrompere la 
religione e la morale. Il coro composto di nuvole parlanti è 
un' immagine dei pensieri metafisici che non posano più snl 
terreno dell'esperienza, ma spaziano tra' possibili. Socrate, 
seduto in un corbello, si libra per Paria, e sembra discendere 
dal cielo. Forse , dice Schlegel , la sua filosofia era più di- 
retta all'idealismo, che non ci fa supporre Senofonte. — Si 
racconta che Socrate non abbia sdegnato di assistere alla rap- 
presentazione delle Nubi, e di mostrarsi agli stranieri che lo 
cercavano cogli occhi. — A rincorsi, — Del resto , osserva 
Cousin , non potersi difendere Socrate di essere siato poco 
ortodosso; perocché fu veramente il primo banditore della 
rivoluzione di cui fu martire. Muover guerra al paganesimo, 
•ul quale riposava lo stato, era lo stesso che crollare lo stato, 
e Socrate fu colpevole in faccia allo. stato. Aristofane, buon 
-cittadino, doveva alzare un grido contro novatori oziosi, che 
si occupavano più del cielo che della patria , e quindi , in 
nome della patria, tutti -li colpì nella persona di Socrate. 
Religione, stato, arte, si prestavano, nell'antichità, una forza 



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1 1)6 ANNOTAZIONI. 

reciprocai La commedia antica (prima) area and scopo serio 
assai , e. le buffonerie di Aristofane coprivano un pensiero 
profondo. Nè Aristofane, ebbe forse intensione d'intentare 
un'accusa a Socrate ; nè Socrate di fare una rivoluzione. Ma 
la storia registra gli atti non le intenzioni ! La commedia 
non bastò, e la religione ricorse allo stato. In quel fra mezzo 
il comico e il filosofo cenarono in compagnia a casa di Aga- 
tone. — Aristofane fece la sua parte; quella parte che por- 
tavano i tempi. 

Melito e Licone. — Melilo freddo poeta di pessime tra- 
gedie , durò nella memoria degli uomini per gli scherzi di 
Aristofane. Fu strumento di Anito e di Licone, il quale di- 
resse la procedura ; ed era uno di quegli oratori che aggirano 
il popolo nelle assemblee, e formavano in Atene ona magi- 
stratura politica istituita da Solone per proporre le cose van- 
taggiose alla repubblica. 

XIX. // giuramento per T accusa era di tal fatta* — In 
Atene le due parti prestavano il giuramento. L'accusatore 
giurava il primo di dire la verità ; V accusato protestava della 
sua innocenza. Questo doppio giuramento chiamatasi «rr«^*ri* # 
del pari che la formola dell'accusa con giuramento. 

XXL Fu condannato con dugenf ottani' un voto ecc. — 
Platone non è d' accordo, con Diogene nel numero dei voti. 
Tycbsen per conciliarli, stabilisce il numero degli Eliasti 
presenti a 559, dei quali 2781 avrebbero dato il voto di asso- 
luzione. 

Disse che avrebbe pagate venticinque dramme* — Circa 
ventitré delle nostre lire italiane. — Anche Platone afferma 
aver egli assentito di pagare una leggiera ammenda. Secondo 
Senofonte non volle udirne parola, per non riconoscersi col- 
pevole. 

XXI. Data la spesa nel Pritaneo. -~ In questo luogo, 
oltre i Pritaoi, ch'erano cinquauta senatori, i quali a vicenda 



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ANNOTAZIONI. 197 

tra i cinquecènto presiedevano agli affari, si mantenevano dèi 
pubblico coloro che avevano resi importanti servigi allo stato, 
i 'vincitori olimpici ed altri. 

Coir aggiunto di ottanta voti. — La pena, se non era de- 
terminata, potea per legge scegliersi dal reo. Quindi sarebbe 
stato facile a Socrate cansarsi dalla morte, mutandola col car- 
cere, coir esilio o- coir ammenda. Ma la scelta della pena par- 
vegli una tacita confessione di colpa. L'elogio eh 1 e' fece di 
se, là sna fermezza, si stimò da 4 giudici, perla maggior parte 
volgo , una nuova arroganza , e gli valse la indignazione di 
, molti , e però se tre soli voti in favor suo mancarono alla 
parità dei suffragi per mandarlo assolto la prima volta, molti 
giudici che gli erano stali favorevoli aderirono alle conchin- 
sìoni di Melilo, e la sentenza di morte fu pronunciata coll'ag- 
giunta di altri voti ottantanno. — « Non credè Socrate di do- 
li ver porgere suppliche per non morire : anzi stimò essergli 
» or mai opportuna la morte. — E volendo i di Ini fauii- 
» gliari portarlo via di nascosto, non volle seguitarli, ansi 
» pareva che li beffasse interrogandogli se sapessero luogo 
•» alcuno fuori dall'Attica inaccesso alla morte* — 11 morire, 
» diceva , non è per me vergognoso , ma per quelli che mi 
» hanno condannato. » — Senofonte, 

Dopo molti giorni bebbe la cicuta. — « Accadde che il 
» giorno innanzi il giudizio fosse ornata la poppa della nave, 
» la quale gli Ateniesi mandano ogni anno a Delo. — Quando 
» si dà principio allò spettacolo, hanno essi legge che si pu- 
lì rifiebi la città, nè in quel tempo si uccida alcuno pubbli- 
» camente , finché la nave pervenga a Delo , e *!i nuovo da 
» Delo se ne ritorni ad Atene — si che fu Socrate lungo 
» tempo in prigione fra il giudizio e la morte. » — Platone. 

— Cicuta e Socrate sono nomi che da secoli vanno congiunti. 
Eppure nè le memorie dei contemporanei, nè il potere vene- 
fico della cicuta ci persuadono a riguardarla come strumento 



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T98 ANNOTAZIONI. 

di morie prèsso gli Ateniesi. Senofonte e Platone non par- 
Inno che di veleno, e le autorità di Cicerone, 
Val. Massimo, Plutarco, Ovidio, che di cicuta non fanno cenno ; 
e quelle di Plinio, Fliano, Diogene , Giovenale ecc. , che la 
nominano in proposito, sono posteriori tutte più o meno. — 
ito letto in qualche luogo che la tazza ih cui si mesceva il 
veleno custoditasi a chfave da un magistrato ateniese, il 
quale non senza formalità apprestava il liquore. Il dott. Mead 
dice, essere probabile che quella bevanda fosse una mistura 
di parecchie droghe, fra le quali entrava la cicuta, forse non 
dissimile da altra bevanda che, al dire di Val. Massimo, ser- 
bavano i magistrati di Marsilia per concederla a chiunque 
avesse allegata una ragione plausibile di bramar di morire 
placidamente. Costume, secondo lo stesso Valerio, derivato 
dall'Asia. — E Ja morte di Socrate fu placidissima. 

Molte belle ed utili cosé ragionando ecc. — Nel Fedone 
Con quei magistero che tutti sanno si pingono gli ultimi istanti 
di Socrate, i quali degnamente conchiiidono una tanta vita. 
Eppure quanto di malizioso e di stollo non si disse in pro- 
posito da Lattanzio , da Tertulliano e da' altri , particolar- 
mente sulle ultime parole pronunciate dal filosofo: o Critone, 
dobbiamo il gallo à Esculapio. Ma datelo , e non siate tra- 
scurati! Perchè non osservare, com' altri fece, che la vita, 
essendo per Socrate una malattia, il suo voto ne esprimeva la 
riconoscenza per la bramata guarigione? — Così accenna Cou- 
sin V intenzione di lui : « Socrate troppo illuminato per ac- 
» ccttare senza /eccezione le allegorie popolari , cui racconta 
» a suoi amici, è troppo indulgente altresì per rigettarle con 
» severità ; e noi vediamo futi' al più errare sulle labbra del 
1» buono e spiritoso veglio quel mezzo sorriso che tradisce lo 
» scetticismo senza mostrare il disprezzo. » 

XX 111. Gli Ateniesi si pentirono ecc., e Socrate onora" 
rono di una stàtua ecc. — Tutto ciò affermasi anche da al- 



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ANNOTAZIONI. I99 

tri, e Plutarco ci narra che ai calunniatori di Socrate, in ese- 
crazione di tutti, si negava di dar fuoco , di esser compagro 
ne" bagni , e perfino di rispondere. Ma l'autore del viaggio 
d'Anacarsi queste cose non crede conciliabili col silenzio dei 
discepoli di Socrate, «e Basta, dice Visconti, il nome dell'ar- 
ia tefice — che fece la statua — a profare che il penti-. 
» mento degli Ateniesi fu più tardo di quanto molti hanno 
* creduto. » 

Nato net quarto anno della settantesima settima olim- 
piade ecc. — A mezzo maggio circa dell'anno 470 innanzi 
Te. v. , secondo il calcolo di Meiners. — Altri avanza o ri- 
tarda qnesf epoca. — Osserva Barthelemy che assegnandosi 
la nascita di Socrate al detto anno, quarantanni cioè dopo 
la morte di Pericle, qttand' e' si dedicò alla filosofia, Aspasia 
doveva essere pressoché ottuagenaria. I supposti amori di 
questa donna col giovine filosofo farebbero parere meno strani 
que' dell' A Uba li no Gcrodin colla Ninon , ottuagenaria al pari 
della Greca. — Platone , nel Menesseno , dice soltanto , che 
Socrate apprese da Aspasia l' arte oratoria. — La morte di 
Socrate è stabilita dai marmi d* Arundel. Fero la si fa on- 
deggiare dai cronologi tra il qnarto anno della s 94* a (400) e 
il i.° dalla 95/ olimpiade (399 avanti l'era volgare). 

XXFV. Un mago venato di Siria, — FI fisionomista Zo- 
piro disse che T arte gli facea vedere in Socrate un domìa- 
juolo, un balordo, superbo e invidioso. Alcibiade ne rise, ma 
il buon Socrate confessò le inclinazioni che avea saputo 
vincere. t 

XXV. Quelli che gli successero detti Socratici. — « Non 
» bisogna intendere per essi un cerchio determinato di ade- 
» renti, che professano , col nome di scuola , le dottrine del 
» maestro. Socrate non ebbe dottrine e non volle esser chia- 
» malo maestro. Scuole di filosofia, propriamente delle , non 
» si formarono che dopo di lui , e puossi asseverare , che 



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200 ANNOTAZIONI. 

» prima non ne fu costituita alcuna , nella quale il maestro 
* insegnasse una dottrina cui il discepolo ricevesse, propa- 
li gasse ed estendesse, se era possibile. — - Scolari di Socrate 
» erano persone, di Perentissime di opinioni, che per istruirsi 
» stimavano il Conversare con lui vantaggioso. ». — Rifter. 

Socrate, oggetto di stima a' più illustri contemporanei e 
di ammirazione a' secoli posteriori, non è, al dire di Cousin, 
conosciuto quanto potrebbe parere. L'odio di Aristosseno , 
ereditato dal padre, secondato dall' antica setta peripatetica , 
dagli epicurei, e persino da alcuni Padri, produsse le molte 
imputazioni, che in parte furono dissipate da Lozac , e fo- 
mentò i dubbi derivati dai giudizi* contraddittori! di alcuni 
riputati scrittori sulla sua vita e snlle sue dottrine. La ri- 
forma di Socrate ha un' indole piuttosto negativa , e il com- 
movimento* eh' ei pose nelle menti non fu efletto di principi! 
certi ed irremovibili. Platone ce lo dipinge, ucll Apologia , 
indifferente ai pubblici affari, trascurato ne' propri i, non d'al- 
tro occupati tesi che di proporre questioni a tutti. Ciò rivela 
quella missione superiore, da cui si teneva incaricato, e chia- 
inavalo a rendere migliori gli uomini, a smascherare la falsa 
saggezza, ad umiliare 1' orgoglio dell' ingegno dinanzi il buon 
senso e la virtù; a ricondurre la ragione umana dalla ricerca 
ambiziosa di un sapere chimerico e vano al sentimento della 
sua debolezza, allo studio ed alla pratica delle virtù morali.. — 
Tale, concbiude Cousin, è la missione di Socrate! essa do- 
mina, a' suoi occhi, tutti i doveri e gli interessi ordinar). Egli 
è pronto a suggellarla coi proprio sangue. 

CAPO VI. 

SENOFONTE. 

I. Del popolo erchieo. — AfM?, demo o distretto, di cui 



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ANNOTAZIONI. 201 

dieci 'formavano una tribù, e in dieci tribù distene atea di- 
visa l'Attica. Erchia apparlenera alla tribù Egeida, e ogni 
cittadino doveva essere ascritto a un popolo, a una tribù. 

V. Socrate il quale lo mandò a Delfo. — - Questo consi- 
glio gli diede Socrate, il quale temeva che l'amico suo non 
si rendesse sospetto agli Ateniesi legandosi con Ciro , che si 
era mostrato sollecito di aiutare gli Spartani nella guerra 
contro gli Ateniesi» 

VIL. Mise agli stipe adii di Agesilao i soldati di Ciro ecc. — 
Diogene confonde Agesilao e Timbrane* I soldati che Seno- 
fonte avea condotti a Timbrane, passarono a Dercillida suo 
successore, indi si trovarono naturalmente sotto il comando 
del re di Sparla. Forse diede motivo al bando una visita 
ch'ei fec<> ad Agesilao di cui fu sempre amico; e per ha qnale fu 
accusato di laconismo dagli Ateniesi, che già di mal occhio 
lo a veano veduto militare nelF esercito di Ciro. 

' Ne diede la metà a Megabise. — Megabise, Megabiso, o 
Megabaso; era nome comune ai sacerdoti di Diana in Efeso, 
oppure di un solo e proprio? Se proprio non fosse stato, 
anche Senofonte non avrebbe om messo V articolo. 

Soccorso ospitale. — *f«{iM«» era anche la carica d'o- 
spite pubblico. 

Vili. Una donnicciola. — yvtmté» — * mnlierciila, dimi- 
nutivo atto piuttosto ad indicare una concubina che una 
moglie. 

DioscurL — Castore e Polluce. — - I due figli di Seno- 
fonte ebbero quest' appellativo o perchè gemelli , o perchè 
abili nelF equitazione , o perchè legati di vicendevole af- 
fetto. 

X. Educati in Is parta. — « Volle poi (Agesilao) che il 
» saggio Senofonte , cui tenea egli presso di sè , e per cui 
» aveva somma premura, mandasse a chiamare i di lui fi- 
» glinoli per farli allevare in Lacedemonia, acciocché vi ap- 



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202 ANNOTAZIONI. 

» prendessero la pia bella di tutte le discipline, l'obbedire 
» ed il comandare. » — Plutarco. 

XI. Cessò di vivere ecc. — : L'autorità di Stesici ide perde 
ogni peso in faccia a quella dello stesso Senofonte, il qnale 
fa menzione 'dell' assassinio di Alessandro, tiranno di Fera, 
accaduto Panno quarto della io5. a Olimp. (35), aranti Te. 
t. ). — Secondo gli 'eruditi pare doversi stabilire la nascita 
di Senofonte nell'anno 4^5, la sua morte nell'anno 355 a- 
▼anti/ l'era volgare. 

Morì in Corinto. — Pansania, osserva il Bar tbetenrr, dice 
che a Scillunte si conservava il suo sepolcro. Forse dopo aver 
soggiornato qualche tempo a Corinto ritornò a Scillunte. Fors' 
anco quella tomba era supposta, e autorevole il passo del 
nostro biografo. 

XIII, Scrisse sino a quaranta libri. — Un dotto francese 
dubita, se veramente Laerzio intenda per libri — faC\i* — 
opere intere, o semplici divisioni in libri. Nel primo caso, 
circa due tersi delle opere di Senofonte si sarebbero perdute, 
e questo è il parere di alcuni eruditi; nel secondo, non sa- 
remmo lontani dal numero di quelle che ci rimangono, e se* 
condo quel dotto, delle composte e pubblicate da lui. 

/ libri di Tucidide ecc. — a Questo fatto si è posto ge- 
» neralmente in dubbio, in fona di un'opinione di Dodwell, 
» circa ali 1 epoca della morte di Tucidide eh' ei fissa nel- 
» l'anno 391, epoca realmente inconciliabile coli' aneddoto. — 
» Ma nessun autore antico ha accennalo l'epoca della morte 
9 di Tucidide. — Non resta realmente nessuna prova che 
» abbia vissuto oltre l'anno 400 — e quindi non v'è ragione 
» di rifiutare il racconto di Diogene. — Nulla ci vieta di 
» credere che V opera di Tucidide, non compiuta , gli fosse 
» affidata dall'autore medesimo, morendo, o da' suoi eredi. 
j> Laonde il dire di Laerzio, lungi d'essere in veri si mi le, com- 
» bina invece colle circostanze della vita d' entrambi gli sto- 



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ANNOTAZIONI. ao3 

* rici — nè v'ha ragióne di rapire a Senofonte Tenore di 
» essere stato il primo editore di Tucidide. » — Let nonne. 

XIV. Era chiamato la Musa attica. — Gli antichi lo- 
dano unanimi la grazia e la dolcezza del suo stile. Cicerone 
Io chiama meile dulcior; dice , le Muse aver favellato per 
bocca sua. Secondo Quintiliano, sembra che le Grazie abbiano 
impastalo la sua favella, e che la persuasione siasi assisa sulle 
sue labbra. — Fu sopraunomalo V Ape attica, «rr<M ^tA4rr#i 
e Menagio vorrebbe sostituita fnXtrlm a /««r«. — Dionigi 
Àlicarnasseo accorda a Senofonte ogni possibile dolcezza, ma 
a Aerava che non ha lutto il bello che li può desiderare. — La 
semplicità , la grazia , la chiarezza non gli sono contese da 
alcuno. 

Lui e Platone erano gelosi. — I fatti citati in prova di 
questa pretesa gelosia da alcuni antichi autori , secondo il 
Boeckh, sono poco concludenti. Però, osserva Letronne, uno 
ne rimane, impossibile a negarsi, ed è che Platone non mai, 
in alcuna delle sue opere, ricorda Senofonte, e qnesti, tranne 
una soja volta , e per cosa da nulla , non fa menzione del 
primo. Silenzio che, se non gelosia, dimostra certo poca be- 
volenza. 

XV. Per sentenza <C Eubulo. — Osserva Letronne aver 
Laerzio inavvertitamente di due fatto un Eubulo solo. Seno- 
fonte, secondo il dotto francese, fu. esiliato per decreto del* 
T arconte Eubulo, e per decreto dell'oratore dello stesso nome 
richiamato in patria. 

CAPO VII. 
Eschine. 

Hf. Assioco. — Questo dialogo, probabilmente- suo , fu 
pubblicato più volle, e meglio corretto dal Fiscer, Lipsia, 
1786, in 8.° 



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ÀHNOTAZIOKl. 

IV Narrasi avergli detto Socrate ecc. — wmf imvfv 
$intgt€$at T09 0tn*9 i><p*tp»vfT* i ut a se ipso usuras exi- 
geret sibi subducendo cibaria. — Fr, Ambrog. 

CAPO VII!. 

Aristippo. 

III. Per pigliare imo sciocco. — Caip»*». Secondo Me- 
nagio è una maniera di pesce. Altri voltò balena. Il motto 
corre del pari. : — La maggior parte delle facezie che il no- 
stro Laerzio attribuisce ad Aristippo sono dal Machiavèlli 
poste in bocca al suo Castmccio ! 

IV. Areta. — * Amia o Areica è chiamata da Eliano so- 
rella di Aristippo. I più la credono figlia. 

Pietra sopra pietra. — A«£«f %wt A<£». I teatri erano 
di pietra, e pietra sono gli nomini ineducati. 

VI. Le opere di Ini sono oneste. — Non essendo qni regi- 
strato il libro wtft w*Xmttt fftrpvr, che il nostro Diogene 
va spesso citando, convien credere, come afferma il Luzac, 
che e 1 appartenesse ad un altro Aristippo. 

// fine definì un movimento soave. — I cirenaici non am- 
mettevano I 1 inerzia perfetta dell'anima^ ma il più piccolo im- 
percettibile movimento. La temperanza socratica , secondo 
Ritter , si appalesa nel chiamar essi il piacere un dolce mo- 
vimento, il dolore un movimento violento, e paragonando il 
primo al mare mosso da vento favorevole, il secondo al mare 
tempestoso, le condizioni di mezzo alla calma. Anche Socrate, 
segue Ritter, suppose la felicita essere fine di tutti gli nomini, 
e se fece vedere che il vero piacere non consiste ne" 1 godi- 
menti animali , ma nella vita saggia e misurata dell' anima , 
lasciò alla vita stessa lo scopo del piacere , e a questo scopa 



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ANNOTAZIONI. 2o5 

potè mirare Aristippo, quando insegnò che il bene è il pia- 
cere, il male il dolore. 

VII, Cirenaici. — I discepoli di Aristippo furono per la 
maggior parie di Cirene, o di paesi poco discosti ; quindi 
non ebbero che un'importanza locale, una successione incerta 
e tradizioni confuse. Si tengono per discepoli di Aristippo, 
sua figlia Arete e Antipatro da Cirene. A rete fu maestra del 
proprio figlio Aristippo il Metrodidalte , al quale si attri- 
buisce V ordinamento delP antica dottrina cirenaica. Gli altri 
col farla progredire la condussero , degenerata , da Socrate , 
sino ad Epicuro. Teodoro, che secondo Laerzio sarebbe vis- 
suto più tardi, pare che fosse uditore dello slesso Aristippo , 
e Antipatro invece capo di un'altra serie di Cirenaici, dei 
quali non si conoscono che i due ultimi, Egesia e Aniceride. 

IX. Egesuci. — Da Egesia posteriore a Teodoro. Fu appel- 
lato persuasore di morte ( *t in ), perchè affermava la 
morie non toglierci ai boni ma ai mali, e il suo dire in proposi- 
to era sì copioso, che da Tolomeo gli fu vietalo di usarne in 
incuoia, perché i discepoli udendolo si determinavano a ucci- 
dersi. La sna dottrina era contenuta in un libro intitolato 
«*«*«^Tif«» (diimo che si lascia morire di fame). Costui ri- 
chiamato a vita dagli amici, risponde ivi ad essi enumerando 
gli incomodi della vita. Pare che gli Egesiaci sapessero in co- 
scienza, che l'orgogliosa presunzione *le' Teadoret, di bastare 
a se stessi , era una vanita, « La dottrina di Aristippo, dice 
» Killer, essendo l'espressione di uno spirito inclinalo al 
» piacere, e vivente in circostanze propizie, ben potè avere un 
» effetto al tutto opposto in circostanze meno felici, eia lem- 
» peramenti meno inclinati all' allegria. » 

X. AifRfCBaii. — Anniceride, che si ha per condiscepolo 
di Egesia, ben altrimenti di lui comprese le dottrine cire- 
naiche. Suida afferma che e' divenisse epicureo \ ma sola in 
qualche punto s' accostò alla dottrina di Epicuro , essen- 



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206 ANNOTAZIONI. 

done in altri lontano, e massima non riconoscendo nn 6ne 
generale di tutta la fila, e non ammettendo che nn fine par- 
ticolare per ciascuna azione, cioè il piacere che ne può de- 
rivare. Più; ei non rinveniva il piacere nella cessazione del 
male, che tale è Io stato di morte, ma cercava qualche cosa 
di positivo nel piacere. — Ciem. Ales. Strom. 

Mn tttmi ri m\trmp*% v«p X«y§r xft r« $*ppnrmt «. r. A. 
Altra prova, osserva il Ri Iter, delle modificazioni portate alla 
dottrina cirenaica. Artniceride,non credeva che la ragione ba- 
stasse a rendere V uomo fermo e superiore alla opinione del 
volgo ; ma voleva si distruggessero le prave disposizioni dello 
spirito. Inclinazione evidente a prendere più in grande dei 
Cirenaici la vita dell' uomo. Anniceride, sembra avere opposto 
i godimenti intellettuali alle idee egoistiche di Teodoro e di 
Egesia. 

XI. Tbooorbi. — « Se nell' amore de' Cirenaici per 
» I 1 indipendenza già si scorge una inclinazione a staccare 
» I 1 uomo dall' uomo, a farne un individuo , ben piti si ma- 
il nifesta nella dottrina di Teodoro. Sembra avere egli vis- 
ti suto i i Egitto e a Cirene al tempo dei primi successori 
» di Alessandro Magno, ma nessuna circostanza di sua vita è 
» certa- Altri lo dice scolaro di Aristippo il giovine, altri 
» di Anniceride. Alla setta eh' ei fondò appartenne anche Eve- 
» mero 1' ateo. » fi il ter. 

XIII. // sapiente potere commetter furto ecc. —Teodoro 
lagnavasi, al dire di Plutarco, che la sua dottrina fosse male 
intesa ; e forse è questa una di quelle false interpretazioni 
x di cui si duole ; dacché tiensi eh' e' pure riguardasse la gin- 
stizia come un bene. Non è in verisimile , osserva Ritter, che 
si credesse avere esso voluto condurre ad azioni ingiuste , 
mentre in vece non affermava puramente e semplicemente 
che ' F indifferenza di tutte le azioni. 



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ANNOTAZIONI. 

CAPO IX. 



Fedone* 

f. Ma egli chiusa la porticina ecc. — mXXm r« 3»fj#» 
«7«rrj$tJf ptT*t%\ 2««f«r«vr. Menagio avrebbe voluto wfi 
tTxtftrp»? *p»Ti$nt, ma la volgata approva il Kuchnio; Ad- 
ducto os dolo cellulae suae ibat ad Socra lem. 

III. Successore di lui fu ecc. — a Fedone di Elea, di- 
» scepolo di Socrate, e che diede il suo nome al Fedone di 
» Platone, fondò la scuola eliaca , della quale non possiamo 
» apprezzare le dottrine che pel solo fatto di avere la scuola 
» eretrica tratto origine da essa. Menederao, fondatore di que- 
» sia, tiensi aver ricevuto la* sua dottrina dagli scolari di 
» Fedone. » — r Miller. 

CAPO X, 
Euclide. 

« Lo Sponio pubblicò il ritratto di Euclide cavato da una 
» medaglia greca — che non mi venne fatto di rinvenire, in 
» verun Museo — ne ho scoperta in quel di Parigi un'al- 
» tra — Euclide che nella medaglia dello Sponio ha la te- 
li sta laureata, in questa è coperto dalla rioi, specie di velo 
» di cui uomini e donne si servivano per ripararsi dal sole. 
» Aulo Geli io ci dice che la si usava da Euclide , allorché, 
» in onta alle leggi , recavasi travestito quasi ogni giorno 
» da Megara ad Atene per udire Socrate. » — Visconti. 

I. Si esercitò nelle dottrine parmenidee ecc. — Socrate , 
coinè si è veduto, biasima in lui alcune opinioni, attinte alla 



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208 ANNOTAZIONI. 

filosofia eleatica, che lo. conducevano ad investigazioni sottili 
e contenziose. 

II. Uno essere il buono. — « Il carattere della dottrina 
» raegarica , per quanto si può dedurre da tradizioni man- 
» chevoli, si riepiloga in questo, che alle opinioni elealiche 
» si aggi tigne la coscienza socratica del bene morale e delle 
» leggi del pensiero scientifico. Gli antichi unanimi riferivano 
» la dottrina de megarici agli eleati; il perchè sono tenuti, 
n non ammettere che un ente solo, immutabile, che non può 
» essere conosciuto dai sensi, ma soltanto dalla ragione. Eu- 
» elide, fedele, alla direzione morale di Socrate , chiamava 
m questo ente unico il buono ecc., nessun" altra cosa esiste 
» che lui ; di modo che pare aver fatto consistere il segno 
» della vera morale, come quello della vera esistenza , nella 
» sua unità e nella sua identità costante. Ciò che presenta al 
» primo aspetto un riflesso di questa massima di Socrate, che 
» la vera virtù non può essere un perfezionamento parziale 
i» dello spirito umano , ma ch'ella costituisce l 1 essenza reale 
» dell 1 uomo ragionevole , ed anche di tutto V universo. Pel 
» solo fatto però, eh 1 Euclide riconosceva ? che V uno porta 
» ciò nulla meno diversi nomi , pare eh' egli abbia teutato 
» di spiegare come il vero, tuttavia restando uno, può pre- 
» sentare l'apparenza del molteplice. — • Faceva, come i suoi 
» discepoli, servire le dottrine logiche alla negazione — cotn- 
» batteva le prove non per le premesse ma per le conci u- 
» sioni, quindi in una maniera indiretta — e rigettò anche 
» i paragoni. Si potrebbe presumere che questa maniera ne* 
» galiva e indiretta avesse generalmente per iscopo di far riguar- 
» dare ogni cognizione mediata come nulla in sè stessa. 

IV. Eubulide milesio dei quale eco. — ■ La maggior parte 
dei sofismi della scuola megarka sono attribuiti a costui. Tra 
i ragionamenti capziosi di cut furono inventori i sofisti, sono 
certamente auche questi di Eubulide, che neppure fu primo 



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AttflOTAiiojtu aeg 
a pòrti in m AffeM alcuno 1 f come Vlngmmton e ,%l Cor* 
mito* la cai appKcaiiòna non enmhre^ideate. 

V. A lessi** ~ saftoyu&màto Sfatino. — . EAi*f* M * da 
ikf ** , f confutazione* -r-> Cpjfchattè lo africo Zenoat per, , afljor» 
rare le dottrine Daeg*Aefacndeir «ho immutabile , oontro-le 
stoiche circa lo sviluppo vi Tonte del mondo. , 

¥11. Diodùro soprannomato Crono*. — Discepolo di AfpU 
Unto : Cronos, discepolo <T Enbulide. -r» Qsserra RiUer che 
r MegartcL, 1 qaali successero ad Enbulide, si diedero più ai la 
contemplazione dell' esistenza che * quella del penti ejo» Cele* 
btisono.le ragioni colle quali Diodoro cercata di prosare 
che noo ani di possibile, che ciò che è necessario, «r^ Peg* 
gasiiuttv il cap. F, del Uh. Vll+di Ailier. . 

Cronos ma senza t R e senza il K. — - Se 4a;^'"f 
togli K e P rimane asino!!! . 1 . • . f 

.CAPO XJ. .... ... , .,„ 

Stilpojuu 

1. f/ati a/rani successori di Euclide, Ciò che si rac-, 
conta di Si il pone mostra che la stessa tendenza morale di 
Euclide non a? ea cessato di animare la scuola di Megara* an- 
che in un'epoca molto arenante* Le sue qualità personali, più 
eh' altro, ne resero frequentata la scuola.. Era teooto jf\^r*n 
venerazione presso gli antichi pel auo\ carattere «tortale; le 
sue dottrine si riferivano patftieolarmenie alla jirjù, , Il 
» negativo, cosi Riiter, era il carattere dtaioantft rdejla <mo- 
» rale di Sttlpone, come - detta cinica:, poiché insegnava con- 
» sistere il supremo bene nel non patire : il sapiente bastare 
» a se stesso, ed essere superiore ad ogni etento spiacevole a 
» segnò di superare non solamente il dolore, ma anche di 

DIOGENE LA Sazio « 2J 



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aio untoTAftiom 

» esservi foseusifeile* ¥m che in questa dottorò, tfi Séilr 
» pone non si tratti dell' dodo, ma dui supremo iene, a dei 

» bène, thè è, secando Encttde, il «do bene; benè che Stil- 
V pone poterà chiamare lo spirito esenterà ojgrti dolore > in 
» qaèl modo eli* Euclide io chiamava Dio. ' Che se Stilpene 
» considerava questo tomolo bene come fine dell 1 «omo * © 

* 'fontanelle fiogtvasi 1' nomo saggio ese»4e da ogni dolore, 

* si <pi)ò dire che àllora egli era trascinato da questa dot* 

* Irina, della s%a scuòla, «he ìf sensibile, in generale e pec 
» conseguenza anche il dolore, realmente non -esiste ; donde 

* si può cenebindere^che più l' uomo è boom e sèggio più 
» ancora è inaccessibile al dolore. Espressione di oaa morale 
» severa ch'esce egualmente l>ene dair opinione di Stilpoee,, 
» che* il '/atto altrui, pur di chi ci è più prossimo, non può 
» alterare la nostra felicità. 

IH. La cortigiana Nicarete. — Era, al dire di Ateneo, 
nata di famiglia illustre, per coltura, amabilissima e discepola 
di Stilpone. 

V. Non un dio , ma una dea. — , come Deus , è 
d'ambo i sessi; e %nwt 9 ortus, orto, tanto in greco, che in 
fatino*, e in italiano, usurpatur, dice Menagio «-is* ywmum* 
pépi». ' ' ' • 

- > VI i Ciò che era mente e mantello. — Giuoco di parole 
od equivoco che nasce dal pronunciarsi in vece di tpMnv 
*>Mif*, màntello nuovo, ìftmn* »«« **v, mantello e mente. 
" VII. Toglieva di metto le specie. — - rm u$n. — « Pare 
» che la dottrina logica di Stilpone fosse in armonia colla 
» Sua morale. A Ini si attribuisce T opinione sofistica, che da 
» una cosa non si saprebbe affermarne un'altra, perchè una 
» cosa noti è simile ad un'altra. Diceva Euclide, non es- 
» sèrvi che ciò che è simile a se stesso che sia buono e vero, 
» e che il paragone dell'uno coli' altro non è possibile. Ciò 
» che, per conseguenza , rendeva impossibilela spiegazione 



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AVJMTOAaMHI?. % 1 1 

» delle idea, o\el pari ©bei la riduaione di nnMdea» inferiate a 
» nn' idea superiore. — Qtiindi combatteva- le idea di IBIa/r 

» loop, allegando, come pare, con irò ai essi: due cose . primo, 
» c^e le idee, come le intende Platone, non significano nulla^ 
» perchè non indicano niente di particolare, nè una cosa, nò 
» un altra, poiché non erano suscettive di alcuna applicazione 
» al mondo sensibile, perchè doveano significare altaiche cosa 
» di eterno. » Illustrato così il passo di Laerzio, osserva Hit- 
ler, non essere strano che l'attacco protenda da un Metrico 
e sia evidentemente diretto contro le dottrine in generale che 
ammettono ima moltiplicità. — Nel negare la realtà delle 
idee generali ecc. pose Stilpone la base di una disputa che 
regnò sino a nostri giorni, e fece sorgere nel medio evo le 
due sette dei Nominalisti e dei Realisti. 

IX. Zenone suo uditore. — Costui, se pure fu discepolo 
di Stilpone, travaso nel portico le speculazioni logiche e la 
severità delle dottrine morali de'Megarici. — « La scuola 
» di Megara, dice Ri Iter, si spense dunque , allorché il suo 
» carattere negativo fu fecondato dalle ricche idee della scuola 
» stoica, n. \ . . . • .• \<\.» » • .mi>,\ * 

X. Si parti bevendo. ~~ ffumc, Stilpqpft^ 'scriroM i saét 
famigliari, e/ ebrio sum et mmlierésmm fmmse^ ma soltanto per. 
la soa prava natura, ch'ei séf>pe domar tanto, -da ; non laréjr 
mai dato un segno nè di vinolenza nè .df HhidÙDft. €r.riorae 
ai raffrontano e questa ciceroniana ; nfleraazkine > i* \\ cenvù, 
vere calla Nicarete e il partire beèndb èlMlro Diogene ?, • 

CAPO TLUl. 'U '■ , I 



Simone. \ v 

1. Quoiaio. — nutrir* f*ét, propriamente taglia+anojot ma 
anche cakoloja> ciabattino ecc* — S. Giovanni Crisostomo chia- 



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212 AMOTASIOin. 

ma tuméfffè 5; Paolo, il «pialeifabbrioava teùde, eoe erano di 
qiitfoy per lo filò. 

CAPO XVI. 
Cebete. 

ìlifftf* — È questa la famosa Tavola , di cui pochi li- 
bri ebbero maggior Damerò di edizioni e di traduzioni. Olire 
Laerzio, l'hanno attribuita a Cebete, Luciano , Tertolltano* 
SuiAa, Caleidiò. Wolfio, Servio ed altri, ne pongono in dub- 
bio l'autenticità; Caylus dice che in pitterà riuscirebbe una 
cattiva* compositionel 

CAPO XVII- 

r. . > - ' * . * ■ 

■< j\ : Meuedemo. 

r h Paùbricklore di tende* — #*t'tff«f«*, che cuce le 
tende. Alcuni codici leggono rM"ty«f«', pitto? di scene, e 
ri assente il Menagio , anche perchè si può dire 

di una scena e di un decreto , e il senso corre sepia, rag- 
giunta del f*$*t9 proposta dallo Stefano. 

II. Seguaci di Fedone i — Da costoro è voce aver Meno* 
demo ricevuta la sua dottrina ; anzi le dottrine stesse della 
scuola Eliaca fondata da Fedone, appena si possono cónghiet- 
turare dal fatto di aver data origine all' Eretrica, e di essere 
le opinioni di entrambi indistinte dalle megariche, secondo 
affermavano gli antichi. 

III. Ma anche il rafano. — L' introduzione di un grosso 
rafano nelle parti diretane era la pena ignominiosa che s'in- 
fliggeva agli adulteri. 

A chi diceva che i beni erano molti ecc. — Il dogma fon- 



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41ttf OT*CU>»U t \ $ 

(fomentale della dottrina eretriea , era , carne Quello 'della 
scaola megarica l'unita del bene.* 

IV. Ogni occasione essere conrenienée per ascoltare i . fi* 
losofis — 40 H **r £*r#«r si tramali col Ktehnio in *+ff*- 
wtmtv* liberiate IoauenM; o Vi s' aggiunga eoa Ls. Casanbotto. 
Ymt, e Amrtm, significhi , secondo M. Casaubono ., promiscua- 
mente sagri/tei» e convito, come tra noi solennità e mangiata^ 
chiarissimo parendo il senso , sarebbe soverchio aggtugncynt 
altre parole a quelle dei citati eruditi. \ . 

. iX* Dava frequenti banchetti ere. Spiace ad un erOn 
dito questo banchettare a rimedia*' dell'aere malsano $ ad oh 
altro nati pare cattiva ridetta. Tra le varie lezioni, e le pto* 
peste icòrveaioni ho creduto di seguire la volgala* ì 

XJL Donane il. lene non e Futile* — Meaedemo non ,pef* 
metteva che si confoa desse il bene cali' otite, e volle stabilire 
V a«t!à del primo, affermando non esservi nò aaéilìp licita, ne 
diversità di virbn, ma soltanto diversità di < deodminaaione* 
« Cerca va V dice Rkter , al modo oV socratici) T unità della 
a virtù e dei bea* nel canvmc imc cto rarionàle ohafdl: la reo* 
w aoscensa del vero ; volendo con questo far intèndere rsoU 
» latito, the basta «vere una giusta e profonda comosoesza 
» ArTlsene* per agire convenevolmente, e che non v' ha dif- 
»» Avanzai air sdHU>*ra il buono e il vero. Secondo quest'opi» 
«astrae, égH a *» ab be cercato , còme i megartei, tutta il* vera 
» ttei bene unte» e assoluto, n < ; ( 

Toglieva di meno /e proposizioni negative ecc. — a Àn* 
« che la sna dialettica negativa rassomiglia a quella de' me* 
» garki. Rigettava per conseguenza le proposizioni negative e 
» le proposizioni composte, non ammettendo che quelle the 
w sono affermative e semplici* — Per la ragione Torse «he 
a non vi ha di vero possibile che ciò che può^esserej aler* 
» mato, e che ogni possibile, seconda anche la dottrina di 
» Djodoro, è necessario — e non voleva poi né meno con* 



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21 4 AHKCm«OWU 

» cèdere die una cosa posse essere affermata Ita rio 9 altre * 
» sostenendo che il solo medesimo prò affermarsi dal mede* 
« sirno; al tallo come Stilpone. — » Ritten 

È opinione £ Eraclide che nelle sue dottrine fosse pialo* 
nieo. — E ti contrario afferma il nostro Diògene nel para» 
grafo antecedente. Forse a cagione di altro Henedemo si disse 
platonico questo, e per errore le sue dottrine si riferirono da 
Eraclide a Platone. 

XV. / conviti faceva in quésta maniera. — > La parsimo- 
nia presiederà ai simposi! filosofici di Meoedemo, Seno rac- 
contati anche da Ateneo quasi colle stesse parole di Laerzio* 
snir autorità di Antigono Carislio, dal quale attinsero entrambi. 
Rechiamo, rollato, il passo di Ateneo, a commento del laer* 
«ano che, al solito, pecca di oscurità. « Anttgemx Carislio, 
a nella vita di Meoedemo , narrando T ordine del simposio 
a presso il filosofo* dice: «'desinava, privatamente» con ono* o 
a due; e bisognava che anche gli altri v' intervenissero, dopo 
a di essere slati a cena ; poiché tale (cioè in luogo <&' cena) 
» era il pranzo di Meoedemo. Dopo si chiamavano dentro 
ai quelli che sopraggi ugnavano , dei quali, se taluno-, come 
a accade, veniva prima deli' óra, tornando arila porta dtman- 
» dava ai donzelli che uscivano che cosa si fosse apparecchiato 
» ed a che punto era la mensa. Che se avesse udito oaasao- 
». giare e salumi, si ritirava; se pezzi di carue, entrava nella 
» sala a ciò preparata. Era poi sovrfc ciascun letto disposta, 
» nella state una stuoia, d'inverno una pelle di pecora; e 
» doveva ognuno portare il proprio cuscino ; il bicchiere che 
a si mandava in giro non era più grande di una còlila; il 
» pospasto, continuamente, lupini o fave -, e talvolta anche si 
a recava qualche cosa di stagione, nella state pere o granati, 
a in primavera, cicerchie, nel tempo vernale, fichi sécchi. » — 
In somma i simposii di Henedemo erano tanto sottili , che 
bisognava accosterai già pasciuti , e come ad un semplice 



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ANNOTAZIONI. 2 I 5 

dessert, o imbandigione di .poco Tino e scarse frutte , tra 
cai facea bella comparsa il fico secco , salutato dal buon 
Diogene con un per Dio di ammirazione. 

XVI. Si dice che lo accusasse ecc. — Al Ji+fixtn-ttr 
delle Tccchie edizioni, il Casaubono propose di sostituire 
itmQmXXttf, il Rossi £*«C«Ai<r. L' Hnebnero sta col primo. 

XVIIf. Eretric* opra. — fLmrtpyt ifiTfiK*». Che 

è mai quesC azione eretrica? Forse Laerzio la chiamò ere- 
trica per dirla filosofica, perchè scuola di filosofi era Ere- 
tria? — Menagio. 



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Dio yen* Laerzio T f.j>ag. 




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UBRÓ TERZO 



Plato». 



I. Platone, ateniese, era figlio di Ariitpoe e della i 

Perktiona, o Potoaa, la quale traeva origine da Solone* 
Imperocché di costui era fratello Dropide e da Dropide 
era nato Crizia $ da Crisia Callescro ; da Gallesero Cri* 
aia, che fa dei trenta, e Glaucone ; da Glaucone Car- 
otide e la Perìttiona, dalla quale e. da Arnione, Pia* 
% tone, sesto dopo Solone. Solone poi traeva origine da 
Nèleo e da Nettuno^ poiché è fama che suo padre ve- 
nisse da Codro, figlio di Melanto, i quali secondo Tra* 
silo si dicòno discesi da Nettuno. Spensippo nel libro a 
intitolato Banchetto funebre di Platone , Clearco nel» 
V Encomia di Platone, e Anassilide nel secondo Dei fi* 
losqfi, raccontano : che era voce in Atene, che alla Pe- 
ritiiona, fatta matura, volle usar (orsa Aristone, e non 
vi riusci ; ^e che cessando dalla violenza vide in sogno 

DIOGUE LAERZIO. iS 




HI 8 PLATONE. 

Apollo. Il perchè intatta la serbò dalle none, ano al 

parto. 

II. Ed è nato Pilone, pome narra Apollodoro nelle 
Cronache, l'ottantesima ottava olimpiade, a'sette di Tar- 
gelioue, nel quale giorno dicono i Delii essere nato 
Apollo ; ed è morto, secondo Ermippo, in un convito 
nuziale, V anno primo della centesima ottava olimpia- 
de, nell'ottantesimo di vita. Neante dice eh 1 e 9 morì di 3 
ottantaquattro anni. È dunque più giovine di Isocrate 
sei anni: poiché questi sotto Lisimaco, Platone era nato 
sotto Àminia, sotto* del quale morì Pericle. 

III. Era, come riferisce Antileone nel secondo Dei 
tempi, del popolo colittese, e nato secondo alcuni in 
Egina, in casa di un Fidiade figlio di Talete, come af- 

. ferma Favolino nella Varia istoria, tendo, in compa* 
gnia anche di altri, cola mandato soo padre per la di» 
visione dei beni, e tornato in Atene, quando gli A t enies i 
furono discacciati da 9 Lacedemoni venuti in soccorao de* 
gli Egineti ; e quando Dione in Alene diede giuochi a 
proprie spese, come dice Atenodoro nell'ottavo Dell* 
peregrinazioni. 

IV. Ebbe a fratelli Adimanto e Glaucone, a sorella 4 
Potona dalla quale nacque Speusippo. 

V. Ed apparò lettere da Dionisio cui ricorda nei 
Rivali $ e si esercitò nella ginnastica presso il lottatore 
Aristone l'argivo, che il nomò Platoue pel suo bel por* 
lamento, sendo prima chiamato Arislocle dal nome del- 
Ptovo, secondo rapporta Alessandro nelle Successioni. 
Ma altri crede, come Neante , che così foste appellato 
per Fahbondanza del dire, o perchè avea la fronte larga. 



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,V ha pur* afferò** aqobe 'feooado Dfeetocò nél 
prrao delle/ Z 7 ;/*, aver egli lottata sull'Istmo.' i 

YI. E coltivata fa pittar* ; te scritti : poemi : prime 5 
ditirambi, poi ganti lirici e tragedie. • . 1 

VII. Al dire di Timoteo ateniese nelle Vke^ avoa |a 
voce debole. Nàt rasi che Socrate vtdé in sogno mm gio- 
vin cigno stargli sulle ginocchia , il quale a un tratto, 
mosse V ali, si pqse a volale soavemente cantando • e che 
il di seguente, sendogli raccomandato Platone, disse 
che quegli era l'uccello. 

Vili. Cominciò a "filosofare uell 9 Accademia, poi in 
un giardino presso Colono, come sull' asserzione di Era- 
clito dice Alessandri) nètte Sùécessioni. In seguito, già 
prossimo a fare un tragico concorso pel teatro dioni- 
siaco, udito Socrate, abbruciò i suoi poemi .sciamando: 

Qua Vulcano t accosta. Ahi ì di te a" uovo ( 
Ha Platone. 

Cleono che dopo d'allora fa discepolo di Socrate^ ed 6 
era uè 9 venf ansi $ e. morto questo, s' laedostò- e a Grat- 
tilo V ecaclideo, e ad Ermogene ebr ìmégiMTé la filo- 
sofia t di Parmèuide* Quindi 7 di ventótt 7 antri, . secondo 
Ermodoro, «i recò a Magiara^ dà Euclidei, in co«pa<l 
gnidi di ahri Socratici. Poi addò a Cirene dal materna» 
tino Teodoro ^ poi dai pitagorici Filolacr ed Eurito ; * 
di là in EgiUo presso i profeti } ove dicono' averlo ae* 
compagnato anche Euripide, ed óve ammalatosi fu ! drii 
sacerdoti «guarito colla cura del aure* Il perchè ebbe 
a dire; y • ; » 

Tutti :im*M 4nKjmm* il «w éU*r&. 



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2*0 FLATO!*!. 

Anzi affermava, con OnteVo, tutti gli ooathrf egizi! esser 7 
medici. Platone ave* deliberato anche dr voler convet* 
■are co r Mags; ma ne lo distòlse fa guerra d' Asia. 

IX. Ritornato in Alette stanziò nati' Accademia. È 
questa un ginnasio rabarbaro., ombroso, cosi appellato 
da wm eroe Eeadémo, come dice anche Eupoli negli 
Astratemi z 

Negli ombrosi viali sfScademo 
Il dipo. 

E pwmente dic$ Timone parlando di Platone; 

Di tutU guida, amplissimo, ne già 
N Per soave facondia alle cicala 

Pari, che à*Ecademo in sulle pianta 
Spiegan la voce dilicata* 

Poiché in grazia dell 1 E dicevasi prima JZcademict. Que- 8 
sto filosofo era amico d' Isocrate $ e Prassifane scrisse 
bon so qual dispota intorno a' poeti, avvenuta fra loro 
in villa essendo Isocrate ospite presso Platone. 

X. Dice Ariatosseno Ini aver militato tre volte t 
nna in Tanagra; la seconda in Corinto ; ia terza a De* 
lo, ove si mostrò anche assai valoroso ; ed aver fatto 
nna mescolanza della dottrina degli Eraclitei, dei Pi* 
tagorici e dei» Socratici. Poiché delle cose sensibili, se- 
condo Eraclito; delle intellettuali, secondo Pitagora 3 
delle politiche, secondo Socrate filosofò. 

XI* Raccontano alcuni, tra i quali è Satiro, lui avere 9 
scritto a Dione in Sicilia, che gli comperasse da Filo* 
lao tre libri pitagorici per cento mine j poiché dicono 



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PUfOT. BSt 

che e 9 fotte ntlP agttteua, «vendo ricevalo dà Dionisio 
più di ottanta t dienti; la qua! cosa afferma anche One- 
tore nel libro intitolato : Se debba il sapiente attendere 
al guadagno. 

XII. Molto parimente ti giovò del comico Epicar- 
mo, avendone, copiate assai cote, secondo ci narra Al- 
dino ne' suoi libri ad Attinta, che tono- quattro, e nel 
primo dei quali dice così : E manifesto molte cose aver 
dette anche Platone the sono dì Épicarmo\e dei>e notarsi 
Platone affermare*, sensibile esser quello che mai ne in 
qualità nè in quantità perdura, ma continuamente passa 
e si tramuta ; come, le pose che non hanno, se alcuno 
tolga ad esse il numero f >nè eguaglianza^ nè unità, nè io 
quantità, nè qualità. "Ciò sono quelle che sempre per 
nascimento, non mai si hanno in sostanza: intelligi* 
bile poi quello, al quale nulla si toglie o si aggiugne. 
È questa la natura delle cose eterne, cui tocca sempre 
èli essere e simili e le stesse. Per il che Epicarmo in- 
torno le cose sensibili e intelligibili chiaramente si 
esprime; 

A. Ha sempre i numi far, nè mai cessavo 
Jf èssere ; a quatte cose appaio* sempre 
Simili, a per, sè stesse sempre. — B. Pure 
Primo elei pumi generato il Caos 

Dicesi. A* — E come ? & è impossibil eh 9 esca 
Da una cosa eh' esista un che di primo. 

B. Non dunque nessun primo ci deriva ? 
A. Nè t per Giove, secondo di ciò eh* ora 

Nói diciamo cosi* Là cosa è questa : lt 
Se ad un numero*, vmoi dispari • pati, 



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ftst Ptavw*; 

1 r*g&#*§* ** saseaùna, oppmr si pmmia 

. Qve «' Sfitto, /?ar/i *gfl che quello ■ 
«fori /o stesso? — B. Aip/t a me per certo t 

A. Aft «6 «a? una misura eh 9 ha grossezza 
Foglia opporsi altra solida lunghezza, 
O tor da quella eh 9 era pria, la stessa 
Misura ancor si rimarrà ? B. iVò, mai» 

hk Così, gli uominiy or mira z cresce questo, 
Quello decima ; in sul ^mutarsi tutti 
In tutti i tempi stan. Ma ciò che mutft 
Di natura a seconda^ e non rimane 
In uno stato mai, altro pur esso 
Sarà da quello, dond 9 è uscito. E certo 
Tu, ed io, altr* ieri, oggi altri siamo, 
Ed altri noi saremo nuovamente, 
Ms per quésta ragion gli Messi mai. 

Inoltre dice Aldino anche questo : ' JJj/ermano i sapienti |a 
F anima sentir? alcune cose per mezzo dei corpo, come 
udendo, vedendo ; aitile da sè, riflettendo per si stessa 
senta servirsi del corpaj e quindi delle cose che esi* 
stono, altre essere sensibili, altre intelligibili. Però an* 
che Platone diceva , che era mestieri , chi volesse av- 
visare ai principii delt un(v$rfo , le stesse* icjee per 
sè stesse distinguere, come per. esempio la rassomiglian- 
za, l'unità, la moltitudine^ la grtradezEar, il riposo, il mo- 
to} in secondo luogo per sè Messo lò Mèsto belìo e il 
buono e il giusto, e simili soggiugneré j in terzo luogo i3 
considerare in quali relazioni stanno fra toro le idee, 
come la scienza, la grandezza, il potere \riftel^en^o che 
. le cose che sono presso di noi, per lo partecipare con 
quelle, sono ad, esse eguali di nome. Dica, per esempio. 



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giuste quante partecipano del giusto $ onèste/ quante 

delP onesto. In ciascuna delle idee v y è. e F etemo e 
il pensiero e con essi P impassibilità, fi perchè affer- 
mava le idee èssèré postè in natura a guisa di esem- 
plari. A queste rassomigliarsi le altre cose} immagini 
di queste essere costituite. Ond* è che Epicormo così si 
esprime e circa il buono e circa le idee; 

A. È delle tibie il suono 9* chef — B, Per certo. i£ 
A. V uom dunque è suon di libi a? — B. Ab» del tutto! 
A. Or su, vegliamo , chi le tibie suona ? 

Chi parti sia? V nomo? oppur no? — B. Sì; t uomo. 
A. E dunque non ti par che sia lo stesso 

Circa al buono? Che qualche cosa il buono 

Non sia, eh 9 è per sè stessa ? Che colui 

Che r appara divenga tosto buono? 

Siccome suonator di tibie è quello 

Il qual le tibie apparai ballerino 

Chi il ballare ; chi il tesser tessitore >• 

O s* altro v' hà di simiì che ti piaccia, 

Artefici saran, V arte, nessuno. 

Platone nel libro , Opinione intprno alle idee, dice: Se i5 
tuttavolta vi ha memoria, lè idee debbono esistere nell€ 
cose che sono , atteso che la memoria è qualche cosa 
di quiescente e durevole $ nk,fuor" le idee, altro durL 
Imperocché, prosegue, come potrebbero Conservarsi gli 
animali senza attingere alVidea ed avere, oltra ciò, ri- 
cevuto una naturale intelligenza? E dà prima ricorda 
la rassomiglianza e il cibo, quale è per essi , dimo- 
strando come a tulli gli animali è . naturale . la cogni- 
zione della rassomiglianza f ciq che fo che , essi hanno 



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a*4 p&Axom. 

un sentimento per h cose che sono detto stesso genere. 
Or ohe dice Epicarmo ? 

La sapienza, Eumeo, non è di un solo, 
Ma tutto quanto ha vita, conoscenza 
it 9 ha. Da poi che se attentamente miri ' 
Là femmina de* polli, i suoi pulcini 
Non partorisce vivi, ma li cova 
E fa eh 9 abbiano spirto* Sol natura 
Sapienza co tal sa ciò che sia : 
Poiché quella ? appara da costei» 

E eli nuoto i 

Nò meraviglia è ch'io tai cose dica 
In questo modo ; nè che a 9 cittadini 
Piacciano i cittadini, e nascer belli 
Stimino j poiché al cane il cane ancora 
Par bello, e il bove al bove, e bello il ciuco 
Al ciucó 3 e il porco al porco. — 

E queste e simili cose va ne' suoi quattro libri 'incul- 
cando Alcinoo, e dimostrando il profitto che derivò a 
Platone da Epicarmo. Cbe poi Epicarmo stesso non 
Ignorasse la propria sapienza è da impararsi anche da 
questi versi , nei quali presagisce l' imitatore : 

E come io credo *— anzi da noi si crede 
Questo per fermo — che memoria un giorno 
Ancor sarà di queste mie dottrine; 
Ed alcuno togliendone, del metro 
Spoglie eh 9 or hanno, date vesti e varia 
Di bei discorsi porpora, difficile 



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NATOSI. 



Sendo « vènemsjkrk vmà** Mùnti 
Facilmente vht citila 

Xìtl. Parè che Platone trasportaste primo in Atene 18 
Anche i libri dimenticati del mitnografo Sofrone, e che 
i costumi formasse da fuetti, che pur si rinvennero sotto 
Il suo capo. 

XIV. Tre volte navigò te Sicilia. La prima certa* 
mente per veder l'isola e i crateri: quando Dionisio di 
Ermocrale, essendone tiranno, ve lo indusse per averlo 
in sua compagnia, ed esso disputando sulla tirannide, ed 
affermando che ciò non è migliore che a uno solo torna 
utile, se anche non si vince gli altri in virtù, ebbe ad of- 
fenderlo. Il perchè sdegnato Dionisio? / tuoi discorsi, 
disse, sono da vècchio. -—Ei Usai da tiranno, disse Pia* 
Ione. Quindi montato in collera il tiranno, da principio 
si propose ucciderlo; dopo^ pregato da Dione 1 e da Ari- jg 
stomene, ciò per vero non fece, ma H consegnò a Poi* 
Ude lacedemone, che a proposito era veuuto ambascia* 
tore, perchè lo vendesse. Ed ei condottolo in Egina, lò 
vendette. In quella occasione anche Carmandro di Car* 
mandride lò accusò come reo di morte in graiia di 
una legge, presso gli Egineti stabilita, che il primo Ate^ 
niese che entrava nelP isola fofse porto a morte aenaa 
essere giudicato. E da costui, al dir di Favorino nella 
Varia istoria, quelito legge era stata proposta. Ma dicen- 
dosi da un tale, quasi per ischerzo, che chi vi era entrato 
era ut) fik>tf*foj lo lasciarono andare. Affermano alcuni 
obe 'tradotto « al cospetto di un 7 assemblea, e visto che ne p* 
jfmre Iacea motto, ansi stava parato od ogni evento, ai 




i>6 



platomb; 



stabilì di noti farlo morire, ma di venderlo a guisa di 
schiavo: che abbattntovisi a caso Aooiceride cireneo, il 



rimandò in Atene agli amici, ohe tdsttf gli spedirono il 
danaro $ e che e' non volle riceverlo, dicendo cacati 
non erano i soli decidi aver cura di Platone. Altri afr 
fermano che Dione mandò il danaro, e che esso noi 
restituì, ma comperò per lui un orticello nelT Accade- 
mia. Raccontasi poi, e che Pollide fu vinto da Cabria^ 
e che dopo fu sommerso nell'Elice, perchè M,*lemou4 
èra- seco sdegnato a cagione del filosofo ; ciò dice ant 
che Favorioo nel, primo dei Commentarti. Dionisio per 
altro non era tranquillo! poiché saputolo ne scrisse a 
Platone acciò non parlasse male di lui;. il quale gli ri* 
spose, sé non avere tanV ozio che bastasse a ricorderai 
di Dionisio. 

XV. La seconda si recò dal più giovine Dionisio 
per chiedere terra e uomini, i quali vivessero a norma 
delle sue leggi politiche ; e quegli, sebbene il promet- 
tesse , noL fece* Ansi da taluno ai dice eh 1 ei vi corse 
pericolo, inducendo Dione e Teota a liberar .1? isola, e 
che il pitagorico Archita avendo allora scritta una Iet- 
terà a Dionisio, intercesse per lui, e sano il fece giugnere 
in Ateae. La lettera è così: 



h Koi tutti, amici di Platone * li abbiamo: .spedilo 
m Lamisco e Fotida, per ricevere il filosofo, cotaejtedo 
» siamo rimasti. E Cacai pur bene a riepudare , le im 




ARCHITA A DIOIIISIO SALuTp. 




MULTO**. %%f 

» pfeoMtè a imo riguardò, quando spataitavi noi lotti 
» per la venuta: di Platone, stimando, coawemeotè R eioi> 

* tarlo e il promettergli, oltre il reato, la sicaneaza e 
» dell* ètere e dell' andare, Sovvengati adunque del 
» 4 molto che facesti pel suo venire, e chè lo amavi io 

* quel tempo, come nessuno di coloro che li stanno 

* preste* Che «e pure forte avvenuta qualche cosa di 
t» spiacevole tu devi oprare da uomo, e renderci sarto 
I» e salto il filosofo. Cosi facendo oprerai anche secondq 
» giustizia , e ci gratificherai ». 

XVI. La tersa andò per riconciliare Dione eoo a j 
Dionisio ; e non riuscendo , senta nulla aver fatto , fi* 
tornò iti patria. 

XVII* Quivi non voile ingerirsi nel > governò , acb-f 
bene da ciò che ha scritto appaia uom politico, m mu- 
tilò che il popolo era gii avvezzo «d altre fogge di 
governamenti: Narra Parafile, nel vigesitno quinto dei 
Commentarti^ che gli Arcadi ed i Tebani, avendo fabbri- 
cata una grande città, lo chiesero per legislatore ; ma 
che egli, sapulo non voler essi l'egualità dei. diritti, non 
v'andò. \ 

^CVilI. t fama che prendesse a difendiate Calcia il 
captala, accusalo di delitto capitale, nessuno dei ciftr 
tadim volendo ciò fare \ che quando saliva alla citta? a ^ 
della colse stesso Gabria la spia Crobilo disse , facen- 
dosi innanzi: Tu vieni per difendere un. altra*, e non 
sai che la cicuta di Socrate aspetta anche te ? £ ctfei 
rispose: Affrontai pericoli, quantT io militava per la 
patria j ne qffhonterò ora per dovere^ a cagione di un ' 
(unico. i .1- ■ • ' 



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»s8 



PLATO*». 



i XIX. Fiatarne, al ikm JLF*aormo nellì ottavo della 
ffmria istoria^ primo introdusse lo interrogare n«l di* 
scorto } primo pertoasè a Laodamaate tasio il modo 
analitico utile iedagioi; primo, in filosofia, usò i voca- 
boli, antipode; elemento; dialetiioa; qualità; lun- 
ghezza oel numero} superficie piana delio estremità} 
provvidenza divina; primo, Ira i filosofi, contraddisse 2 5 
al discorso di Lisia figlio di Cefalo, ponendolo parola 
per parola nel Fedro; primo speculò la forza della 
grammatica ; e cbiedesi, come avendo primo chiamato 
ad esame quasi tu lèi coloro che lo precedettero^ non 
abbia poi fallo menzione di Democrito ? 

XX. Narra Neante ciziceno che, salito in Olimpia, 
tutti gli occhi dei Greci si rivolsero a lui 5 a ohe allora 
conversò con Dione, il quaje si preparava a portar l'ar* 
mi contro Dionisio. Nel primo dei Cohtmetftàrii di Fa-» 
vorino si riferisce che il persiano Mitridate dedicò una 
statua a Platone nelf Accademia , e vi pose quest'api* 
grafe: Mitridate il figlio di Robodate persiano dedicò 
alle Muse V immagine di Platone, la quale fece Sila» 
nione. ' < 

>• XXI. Dice Eraclide politico che quand'era giovine *6 
era sì verecondo e composto, che noa mai fu veduto 
ridere smodatamente. 

XXIi. Tale era Platone, e nondimeno provò an- 
eh 1 esso i sarcasmi dei comici. Teopompo adunque ncl- 
V Edicarì dice così : 



Poich? uno non è uno 9 e appena due 
Som aito, al detto di Platone* — 




E Ànatsandride nel Teseo ì v.. i.. ) 



*7 



tornando le olivo a modo- di Platone 
Si trangugiava. — < ' 

E anche Timone in questo modo, ntando 3 biiUociot 

Come yfrrgea Platone a finger dotto 
Portenti. — ' 

Alesside nella Meropide : 

Fieni opportuno — eh 9 h nelP incertezza $ 
Come Platone, qua e colà m' aggiro ; 
Nulla di sapiente trovo , e stanco. 
Le ginocchia. — » 

E ttclT Jncilionei 

Parli di ciò che non intendi, a paro 
Di Platone correndo, e le cipolla 
Conosci e il nitro* — 

Amfi néVJmficrate ; 

Il ben, qualunque sin, ohe per tal cosa 

Ti de* accadere, io lo conosco meno, 
Oh padronè, del bene di Platone. 
B. Pensaci dunque. — 

E nel Dessidemide i a g 

O Platone , non sai altro che solo 
Essere mesto , gravemente, a guisa 
& ostrica alzando U sopracciglio. — , 



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a3o MìAvobc. 

fratino nel Falso supposto. 



, Uom sei certo ed hai f animod Secondo 
Platone io non lo so, suppongo averla. 

Abràde Olimpio doro* 

Il mio corpo; il mortai fu disseccalo 
Al cerio ; f immortai sparve neìf aria* 
Non son dottrine di Platone queste ? 

E nel Parassito : « 

0, con solo Platone) andar cianciando* 

Finalmente di lui si boria anche Anassilao nel Botri* 
/iòne, nella Circe e nelle Ricche. 

XXIII. Àristippo nel quarto delle Delizie antichp 
diee che Platone amò un giovinetto per nome Astro , 
col quale si esercitava nelP astrologia, ed il prefato Dio- 
ne. Por di un Fedro parlano altri. Ed è manifesto l'amor 
soo da questi epigrammi, che per costoro si composero 
da lui : 

Astro mio, tu contempli gli astri ; oh fossi 
Io cielo, onde vedérti con moli* occhi ! 

E un altro : 

Astro* splendevi Eoo sui vivi pria , 
Estinto , a 1 morti or Espero risplèndù ' \ 

E per Dione così: 

Ad Ecubo, nascendo, e alle trojane t 



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FLATO». a3l 

Donno, filato* lagrime li Parche. 
TV, rf< M/ 9 flprtf i W# vittori* ornato 
Dione, ergeano a speme ampia gli dei» 
Tu, collocato in* ricca patria, a 9 tuoi 
Cittadin venerabile, o Dione, 
Fai aV amore impazzar f anima mia* 

È fama che questo" fosse miche l'epigrafe del suo se- 
polcro in Siracusa. - — Dicono parimente, come prima 3 t 
si raccontò, che essendo innamorato e di Alesside e di 
Fedro, di essi cosi scrivesse : 

Or nulla è Alessi ; ma tf io dico solo 
Ch' ed ballò pumi* ognuno a lui ai volge l, 
Perchè, mio core, ossa tu mostri a 9 cani ? 

.i Lasciarle ad essi tu dovrai da setto. 
Non abbiamo così perduto Fedro? 

E che amasse Archeanassa, per la quale cantasse cosi : 

V amica Archeanassa colofonia 
Posseggo, nelle cui rughe s'asside 
Amor pungente. Oh sventurati a cui 
La costèi giovinezza apparve al primo 
Suo spuntare ; per quale incendio andaste l 

Ed anche per Agatona : 3a 

Io baciando Agatona area sai labbri 

V anima; chò, meschina, 
(tome per trapassarli essà venia. 

P un altro : 

Ti getto un pomo ; se di grado to' ami , 

V accogli, c dammi il vfirginal tuo fiore* 



/ 



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a3a vtkTom. 

Se *kgk?> désso pur ricevi, a mira 
Come di poco tempo ò ta beliate. - 

Ed un altro : * 

io sono un pomo ; mi ti getta un tale 
> Cha ( ama* Del sì accennami, Santippe, , 
Ch* io e tu appassiamo a poco a popò. 

E dicono che fotte tao anche cpesto per gli Eretriesi 
presi in messo; " 



Olà fummo rema ereirica eTEubem 
Presso Susa sepolti. 
Quanto ahi! lontani dalla patria tetra, 



E questo : 



Alle Muse Ciprigna : fate onore 
A Vener % fanciullette, o contro voi 
Armerà Amore. — ■- A Ciprigna le Muse ; 
Queste chiacchiere a Marte ; 
fion vola a noi cotesto fanciullino. 

Ed un altro: 

Trovando un uom delV oro lascia un laccio. 
Or chi Toro lasciò noi ritrovando 
Al laccio che trovò sè stesso appende. 

XXIV. Del resto Molone portandogli odio , non 34 
essere strano, diceva , ti motto: «Se Dionisio in Co- 
rinto; ma, Se Platone in Sicilia. -^- Sembra che anche 



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PLATONE. 



a33 



Senofonte non gli fosse benevolo, poiché quasi per gara 
scrìssero le stesse cose: il Convito, \ Apologia di So- 
crate , i Commentarti morali ; quindi la Repubblica 
quegli, questi V Educazione di Ciro ,* e Platone, nelle 
Leggi «afferma essere finta quella Educazione , perchè 
tate Giro non era ; ed entrambi parlando di Soprate , 
non mai fa menzione V uno dell' altro, foorchè Seno- 
fonte di Platone nel terzo dei Commentarti. — Si rap- 35 
porta che Ànlistene, volendo leggere qualche suo scrit- 
to, invitò Platone ad essere presente ; che chiestogli que- 
sti che cosa fosse per recitare, gli rispose: Del non do- 
Tersi contraddire } e che soggiugnendo Platone , Come 
adunque tu di ciò stesso tratti? accorgendosi di essere 
aggirato, scrisse un dialogo contro Platone che intitolò 
Satone. Per questo continuarono di avere tra loro ma- 
levolenza. E si racconta che anche Socrate' udito Pla- 
tone récitare il Liside: Per Ercole, sclamò, quante men- 
zogne racconta di me questo giovine» Chè per verità 
non poche cose, cui Socrate non disse, scrive costui.— 36 
Platone fu avverso anche ad Àristippo. Il perchè nel 
dialogo dtìV Anima gli dice, riprendendolo, che non era 
vicino a Socrate quando morì, sebbene fosse in Egina e 
da presso. Anche aveva non so qual gelosia per Eschine, 
che, come affermano, essendo esso pure avuto in con- 
siderazione da Dionisio , presso il quale venne per bi- 
sogno, cU Platone era dispregiato, commendato da Àri- 
stippo. E i discorsi i quali attribuisce a Critone , fatti 
nel carcere per consigliare la fuga , afferma Idomeneo 
essere di Eschine, ma a quello averli attribuiti Platone 

D10GSHE LAERZIO. l6 




234 PLATONE. 

per animosità verso di questo. Platone poi non mai 3? 
fa ricordanza di lui ne* suoi libri, fuorché in quello del- 
l' Anima e neir Apologia. 

XXV. Dice Aristotele essere la forma de'suoi discorsi 
tra il poema e la prosa. — Favorirlo racconta in qualche 
luogo che Aristotele solo si rimase con Platone, quando 
leggendo questi il suo dialogo delV Anima, tutti gli altri 
si alzarono. — Affermano alcuni che Filippo opunzio 
abbia trascritte le sue leggi che erano in cera } e ten- 
gono che anche V Eponima fosse sua. Euforione poi e 
Panezio raccontano di aver trovato più volte mutato il 
principio della Repubblica , la qual Repubblica , dice 
Àristosseno , sta scritta quasi che tutta nelle Contrad- 
dizioni di Protagora. — Il primo libro eh 9 ei compose 

fu il Fedro i ed è quistione se abbia qualche cosa di 38 
giovanile ; ma Dicearco biasima al tutto quella maniera 
di scrivere, siccome noiosa. 

XXVI. Narrasi che avendo Platone veduto uno giuo- 
care a 9 dadi ne lo riprese, e che dicendogli costui come 
per poco il riprendea, soggiunse: Non è poco la con- • 
suetudine. — • Interrogato sej al pari di chi lo precesse, 
alcune cose sue saranno memorabili, rispose: Prima è 
da acquistarsi un nome, poi- molte saranno. — A Se- 
nocrate , venuto un giorno per visitarlo, disse di basto- 
nargli un giovine schiavo, perchè ei noi potea , essendo 

in collera. — Anche ad uno de 9 suoi giovini schiavi dis- 39 
se : Ti avrei battuto se non fossi in collera. — Salito 
a cavallo subito ne discese, dicendo temere noi pigliasse 
un orgoglio cavallino. — Agli ubbriache consigliava spec- 
chiarsi, poiché cesserebbero da siffatta bruttura. — • Di- 



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PLATON!. 235 

ccva non essere mai conveniente bere sino ali 9 ubria- 
chezza, fuorché nelle feste del nume dator delfino. — 
E dispiacevagli anche il troppa dormire, al qual propo- 
sito dice nelle Leggi: Chi dorme non è buono danni- 
la. — E la verità essere la più piacevole delle cose che 
si ascollano. — Secondo altri, il dire la verità. — In- 
torno poi alla verità così si esprimeva nelle Leggi: La 
verità , o ospite , è certamente bella e durevole, non- 
dimeno però non sembra facile a persuadere. 4° 

XXVII. Stimava in oltre che fosse conveniente la- 
sciare memoria di si, o tra gli amici o neMibri. 

XXVIII. Mutava luoghi; e ciò di frequente se- 
condo narrano alcuni. 

XXIX. E morì nel prefato modo, come racconta 
anche Favorino nel terzo dei Commentar} , il decimo 
terzo anno del regno di Filippo, dal quale , ai dire di 
Teopompo, ebbe dei rimprocci. Afferma Mironiano nel 
libro Delle cose simili, ricordare Filone il proverbio dei 
pidocchi di Platone come se di quelli e 9 fosse morto. 

XXX. Fu sepolto nelP Accademia, dove tanto tempo 4 1 
slette filosofando, e donde accademica si denominò la 
setta che da lui provenne; e fu accompagnato da tutto 

il popolo ivi concorso. — Così aveva testato : 

« Queste cose lascia Platone e lega : Il podere 
» negli Efestiadi, al quale da tramontana è presso la 
» via che mette al sacrato de 9 Cefisiadi , da mezzodì 
7» l'Eracleio, negli Efestiadi, da mattina Archestrato 
» frearrio , da sera Filippo collidese \ e non possa al- 
» cuno né venderlo nè permutarlo, ma sia, in ogni mi- 
» glior modo, del fanciullo di Adimante^e il podere, ne- 4 a 



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236 



PLATONE. 



» gli Eresiadi, che comperai da Callimaco, al quale è 
» vicino da tramontana Euriouedoate mirrinusio, da 
» mezzodì Demostrato xipetese , da mattina Eurime- 
» donte mirrinusio, da sera CeGso } tre mine d' argen- 
n to; una guastada d' argento del peso di censessaata- 
99 cinque dramme $ una coppa stimata quarantacinque; 
99 un anello d 1 oro e un orecchino d'oro, tutti e due in- 
99 sieme del valsente di quattro dramme e tre oboli. — 
9ì II Tagliapietre Euclide mi è debitore di tre mine.— » 
99 Lascio libera Artemide ; servi Ticone, Bicta, Apollo- 
99 niade, Dionisio. — Le suppellettili descritte, di cui ha 
99 P inventario Demetrio. — Non debbo nulla ad alcu- 
99 no. — Curatori Sostene, Speusippo, Demetrio, Egia, 
» Eurimedoote, Callimaco, Trasippo. » E così testava. — 
Furono scritti sopra il suo sepolcro questi epigrammi. 
Primo : 



Chiaro per temperanza infra i mortali 
E per giustizia di costumi, giace 
Il divino Aristocle in questa tomba. 
Che se fra tutti alcuno ebbe gran lode ' 
Di sapienza, egli maggior V ottenne, 
Nè dall' invidia fu seguito mai. 



Entro il suo seno questa terra il frate 
Asconde di Platone ; de 9 beati 
Immortali le sedi hanno lo spirto. 
Il fgliuol a" Aristo ne, ogni uom dabbene, 
Anco abitando da lontano , onora, 
l>a divina sua vita in contemplare. 



Altro : 




PLATONE. 

E un altro più recente: 



Aquila, perchè posi sulla tomba? 
• Perchè, dimmi, contempli degli dei 

La stellata magione? — Immago io sono 
DelValma di Platon, che vola al cielo ; 
Il mio frale terrea V Attica serba. 

Vi è anche il nostro eh' e' così : 



S chi maiy se tu, Febo, non avessi 
Generato Platone a Greci, V alme 
Degli uomin medicate col sapere 
Avrebbe? Perocché da te nascea 
Anco Esculapio, medico del corpo, 
Come delle immortali alme Platone. 



Ed un altro, come moriva: 

Esculapio e Platone agli uomin diede 
Febo; affinchè P anima questi, quegli 
Ne risanasse il corpo. Bi ne gi poscia 
Sponsali a celebrar nella cittade 
Che aitò a, sè stesso e presso Giove pose* 

XXXI. Discepoli suoi furono , Speusippo atenie- ^6 
se, Senocrate calcedonio , Aristotele stagirita, Filippo 
opunzio , Estieo perinzio , Dione siracusano , Àmicleo 
eracleote, Erasto e Corisco scepzii, Timolao ciziceno, 
Evemone lampsaceno, Pitone ed Eraclide enii, Ippota- 
lete e Callippo ateniesi, Demetrio amBpolite, Eraclide 
pontico , ed altri molti , tra i quali anche due donne , 




*38 PLATONE* 

Lastenia mantinica , e Assiotea fliasia, che, come rac- 
conta Dicearco , vestivano da uomo. E dicono alcuni 
che lo udisse Teofrasto e Iperide V oratore. Cama- 
leonte vi aggiugne Licurgo ; e Polemone parimente ^7 
Demostene ; e Sabino afferma anche Mnesistrato tasio, 
allegandone testimoni nel quarto delle Miscellanee d'e- 
sercitazioni. 

XXXII. Ma perchè tu sei a buon dritto tenera di 
Platone, e sovra gli altri cerchi con ogni studio le dot- 
trine del filosofo, ho stimato necessario descrivere e la 
natura de 9 suoi ragionamenti, m l'ordine de 9 suoi dialo» 
gbi , e i suoi modi d' induzione, quasi limitandomi ai 
soli elementi e per capi , per non laciare senza i suoi 
dommi ciò che abbiamo raccolto intorno la vita. Civette 
in Atene, come dicono, se queste cose ti si dovessero 
raccontare partitamente. — - Affermano impertanto che 
primo a scriver dialoghi fosse Zenone V elea te. Ari- 
stotele, nel primo Dei poeti, dice Alessameno stireo o 
teio , come anche Favorino ne' Commentar/. Ma pare 
a me averne Platone ripulita la forma e riportata me- 
ritamente la palma siccome della bellezza, così dell'in- 
venzione. — È il dialogo un discorso composto d' in- 
terrogazioni e risposte, sovra qualche argomento filoso- 
fico e politico , con dicevole rappresentazione dei co- 
stumi e delle passioni dei personaggi che si assumono, 
ed artifizio di stile. La dialettica poi è Parte del dispu- 
tare, per mezzo della quale si confuta o si sostiene qual- 
che cosa coli 9 interrogare e rispondere degli interlocu- 49 
tori. — Dute sono , nei dialoghi di Platone , gli emi- 
nentiasimi caratteri: l'uno di esposizione (*fmn««*), 



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PLATON*. QO9 

V altro di ricerca (£mr#E«f). Si divide quello di espo- 
sizione in altri due caratteri, speculativo ($n7*^«r<««») 
e pratico (*f«*f*«f); e di questi, lo speculativo in fisico 
e Zotico ; il pratico in morale e politico. Quello di ri- 
cerca ha egualmente due precipui caratteri: esercitatilo 
(*v/*p«m*«r) Fune, l'altro contenzioso («y»"rr#s«r); e 
l'esercitativo , Vostetrico (p««i»rj**f), e lo sperimentale 
(*fif*rrf*«f); il contenzioso, V accusatorio (f»3usn««f), e 
il distruttivo (*9*TftwTtxéf). — Nò s'ignora da noi che^ 
altri afferma altrimenti diversificare i suoi dialoghi ; poi- 5o 
chè si ilice che alcuni seno drammatici , alcuni narra- 
tivi, alcuni misti. Ma costoro piuttosto tragicamente che 
filosoficamente appellarono sì fatta differenza. Ve n'ha 

di fisici, come il Timeo; di logici, come il Politico, il 
Cratilo , il Parmenide ed il Sofista ; di morali , come 

V Apologia, il Critone, il Fedone, il Fedro, il Banchetto, 
il Menesseno, il Clitqfone, le Epistole, il Filebo, VJp- 
parco, e i Rivali; di politici, come la Repubblica, le 
Leggi, il Minosse, YEpinome, e V Atlantico', di oste- 5i 
trici , come gli Alcibiadi, il Teagene , il Liside ed il 
Lochete; di sperimentali, come VEutifrone, il Mennone, 

V Ione, il Carmide , e il Teeteto ; di accusatorii, come 
il Protagora', di distruttivi, come VEutidemo, grippia^ 
due , e Gorgia. Ma intorno a ciò che è dialogo e ad 
alcune sue differenze basti il detto. 

XXXIII. E poiché si quisliona assai, e alcuni affer- 
mano eh' ei dommatizzi, altri no, or via, spieghiamoci 
anche intorno a ciò. — Questo dommatizzare adunque 
è uno stabilire dei dommi , come legizzare è uno sta- 
bilire delle leggi. Domina si chiama e la cosa che opi- 



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«l/Jo PLÀTQHB. 

niamoe P opinione stessa, e di queste, ciò che opinia- 
mo è la proposizione, P opinione, la stima. Il perchè Sa 
Platone le cose che ha comprese dimostra ; confuta 
le false; intorno alle incerte sta sospeso. Ciò che gli 
pare dimostra per mezzo di quattro personaggi, Socrate, 
Timeo, il forestiero ateniese, il forestiero eleaie. I fo- 
restieri poi non sono, come altri crede, Platone e Par- 
menide, ma finzioni senza nome. Poiché riferendo le pa- 
role di Socrate e quelle di Timeo, Platone dommatizza; 
per le cose eh' ei confuta come false, introduce Trasi- 
maco, Callide, Polo, Gorgia e Protagora; poi Ippia ed 
Euttdemo , poi ancora altri simili. Mei fare le dimo- 53 
strazioni si giova. assai del modo induttivo; nò di un 
modo solo, ma di due. Imperciocché P induzione è un 
discorso per mezzo di alcuni veri, che un vero ad essa 
simile convenevolmente inferisce. Di questa induzione 
sono due maniere, Puna secondo i contrari, P altra che . 
si trae dalla analogia. Quella secondo i contrai) è quan- 
do ad ogni risposta di chi è interrogato va dietro una 
cosa contraria, per esempio: // padre mio, o è altro dal 
padre tuo, o è lo stesso ; se il padre tuo è diverso dal 
mio, sendo diverso da un padre, non sarà padre; se è 
lo stesso che mio padre, essendo lo stesso che mio pa* 
dre, sarà mio padre. — E di nuovo: Se V uomo non è 54 
animale, sarà pietra o legno. Ma non è pietra o legno, 
imperciocché è animato e si muove di per sè; dunque 
è animale. Che se è animale, e animale è anche e il bue 
e il cane, Vuom parimente sarà animale e cane e bue. 
Di questa induzione , per contrarj , e a mo' battaglia , 
egli ne usa, non per dommatizzare ma per refutare. — 



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PLATONE. »4 1 

E di due maniere è quella che si trae dall' analogia : 
Puna la cosa singolare ricercata, per mezzo del singo- 
lare dimostra; P altra prova P universale per mezzo del 
singolare; ed è rettorica la prima, la seconda dialettica. 
Come quando nella prima si domanda: se uno abbia uc- 
ciso; prova è lo averlo trovato nel momento del fatto 
insanguinato. Questa maniera d' induzione è da ora- 55 
tore; chè la rettorica di cose particolari, non uni- 
versali, si occupa. Poiché non indaga il giusto stesso, ma 
paratamente i giusti. L'altra è dialettica, dimostrando 
prima l'universale per mezzo dei particolari; come .quan- 
do si domanda, se P anima è immortale, e se tra' morti 
siano alcuni viventi; il che si dimostra nel libro delTa- 
nima per mezzo di una cosa universale, che dai con- 
trarj derivano i contrarj ; e lo stesso universale si stabi- 
lisce da alcuni particolari ; come il dormire dal vegliare, 
e viceversa; e il più grande dal più piccolo, e viceversa. 
Di questa egli usava a conferma delle proprie opinioni. 

XXXIV. Come poi ab antico , nella tragedia , 56 
prima il solo coro recitava , poi Tespi un attore in- 
ventò per riposo del coro, e un secondo Eschilo, e un 
terzo Sofocle, e la tragedia ebbe il suo compimento; così 
anche il concetto della filosofia non fu prima che di 
una specie sola, cioè fisico; Socrate, secondo, aggiunse 
l'etica; terzo Platone la dialettica, e perfezionò la fi* 
losofia. 

XXXV. Dice Trasilo che e' pubblicò i suoi dialo- 
ghi a maniera di tragica tetralogia , come coloro che 
disputavano il premio con quattro drammi ( Dionisii , 
Lenei, Panatenei, Cirtri), il quarto dei quali era Sati- 



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' PLATONE. 

rico. I quattro drammi si chiamavano tetralogia. So- Bj 
no dunque, afferma, tutti i suoi dialoghi legittimi, cin- 
quantasei. La Repubblica è divisa in dieci libri, (la qua- 
le, al dire di Favorino nel secondo della Paria istoria, 
si rinviene quasi per intiero nelle Contraddizioni di Pro- 
tagora)*, in dodici sono le leggi. Nove quadri logie} lo 
spazio di un volume occupa la Repubblica, e di uno le 
Leggi. Per prima quadrilogia adunque pone quella che 
ha un argomento comune, perchè vuol far vedere quale 
deve essere la vita di un 61osofo. Ed usa io ciascuno 
dei libri doppio titolo, Tuno tratto dal noni?, V altro 
dalla cosa. A capo di questa tetralogia, che è la pri- 53 
ma, sta YEuiifrone, ovvero della santità; questo dialo- 
go è sperimentale ,* secondo V Apologia di Socrate, mo* 
rale; terzo il Critone, o di ciò che s'ha a fare , mo- 
rale; quarto il Fedone, o deW anima, morale. — Se- 
conda tetralogia: a capo di essa il Cratilo, ovvero deh 
P aggiustatezza dei nomi, logico; poi il Teetete, ovvero 
della scienza, sperimentale; il Sofista, o di ciò che è, lo- 
gico; il Politico* o della regia potestà , logico. — Pre- 
cede la terxa il Parmenide, o delle idee, logico; seguono 
il Filebo , o delle voluttà , morale ; il Banchetto , o del 
bene, morale; il Fedro, o dell 'amore* morale. — • A capo 5<j 
della quinta è V Alcibiade, ovvero della natura deW uo- 
mo, ostetrico; seguono il secondo Alcibiade* o della pre- 
ghiera, ostetrico; TIpparco, o dell ] avidità del guadagno, 
ostetrico; i Rivali, o della filosofia, morale. — A ca- 
po della quinta é il Teagete, o della filosofia, ostetrico'; 
poi il Carmide, ovvero della temperanza , sperimentale ; 
il Lochete, o dellafortezza, ostetrico ; il Liside, o del- K 



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PLATONE. 

r amicizia, ostetrico. — Alla sesta è preposto FEuti- 
demo, o il contenzioso, distruttivo; succedono il Pro- 
tagora, od i Sofisti, accusatorio; il Gorgia* o della 
retorica, distruttivo; il Mennone, o della virtù, spe- 
rimentale. — Stanno a capo della settima gVIppia, due; 60 
il primo, o del bello} il secondo , o della menzogna, 
distruttivo; succedono Pione, ovvero della Iliade, spe- 
rimentale; il Menesseno, o T epitomo, morale. — Dell'ot- 
tava è innanzi il Clitofone , ovvero V esortatorio , mo- 
rale; dopo la Repubblica o della giustizia , politico ; il 
Timeo, biella natura, fisico; il Crixia o V Atlantico, 
morale. Precede la nona il Minosse, o delle leggi, po- 
litico; vengono poi le leggi, o deljar leggi, politico; VEpi- 
nùmide, o il consesso notturno, ossia il filosofo, politico. 

XXXVI. Tredici epistole, morali. la esse seri- 61 
veva Oprar bene, Epicuro invece Portarsi bene, Gleone 
Godere. — Ad Aristodemo una. — Ad Archita due.— 

A Dionisio quattro. — Ad Ermia , Erasto e Corisco, 
una. — A Leodamante , una. — A Dione una. — A 
Perdicca , uba. — Due ai famigliari di Dione. — Così 
Trasiilo ed alcuni dividono le sue opere. 

XXXVII. Altri poi, tra quali è anche Aristofane il 
grammatico, spartiscono i dialoghi in trilogie; e pongono 
prima quella cui precede la Repubblica, segue il Timeo, 
il Crixia. — Seconda, il Sofista, il Politico, il Cratilo.— 
Terza , le Leggi, il Minosse, TEpinomide. — » Quarta 6a 
il Teetete, TEutifrone, V Apologia. — - Quinta, il Cri- 
tane, il Fedone, le Epistole. — Le altre ad una ad una 

e senz'ordine. — Questi, come si è detto, cominciano 
prima dalla Repubblica; altri , dal maggior Alcibiade; 



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PLATONE. 

alcuni dal Teage; alcuni dall' Eutifrone; altri dal C/i- 
to fonte; altri dal Timeo; altri dal Fedro; diversi dal 
Teetete; molti finalmente stimano principio T Apolo- 
gia. — Tra i dialoghi , per consenso di tutti sono apo- 
crifi il Midone, VIppotrofo, VErixia, ovvero VErasU 
strato, V Alcione , gli Acefali, od * Sisifi^ VAssioco, il 
Feace, il Demodoco, il Chelidone, la Settima, VEpime- 
nide; dei quali r Alcione, per ciò che dice FaVOrino nel 
quinto dei commentar), sembra fattura di un Leonte. 

XXXVIII. Usava nomi diversi perchè V opera sua 
di leggieri non intendessero gli ignoranti. Stimava pro- 
priamente la sapienza essere la scienza delle cose in- 
tellettuali e realmente esistenti , la quale dice trovarsi 
presso Dio e l'anima separata dal corpose propria- 
mente sapienza chiama anche la filosofia , appetito es- 
sendo di divina sapienza. In generale però si appella 
da lui sapienza la perizia in ogni cosa , come quando 
sapiente chiama l'artiere. Usa anche gli stessi nomi con 
differenti significazioni. Così da lui dicesi abbietto in 
vece di semplice; come nel Licinnio di Euripide si par- 
la di Ercole in questo modo: 

Abbietto, incolto , sopra tutto probo , 
AW atto strigne ogni sapienza, rozzo 
Nel conversare. — 

Platone alcuna volta ne usa anche in vece di bello 
e talora di piccolo. Spesso però si serve di nomi diversi 
nella stessa significazione , appellando l'idea e specie e 
genere e esempio e cagione", e di voci contrarie per una 



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PLATONE. *fò 

cosa istessa , chiamando ciò che ò sensibile esistente e 
non esistente: esistente, per essere generato, non esi- - 
stente pel continuo mutarsi} e l'idea, non móventesi, 
ni stante; e la stessa cosa , e una e molte. Ciò per 

10 più e 9 costuma di fare. IT esposizione de 9 suoi di* 65 
scorsi è triplice: poiché deesi mostrare primamente che 
ciascuna delle cose dette è} poi per qual cagione è 
stata detta , se come premessa o in luogo di 6gura , e 
per sostegno di dommi o a confutazione del disputa- 
tore; in terzo luogo se si è parlato secondo la lettera. 

XXXIX. Ma da che alcuni segni ancora sono stati 
posti ne' suoi libri, or su, pur di questi diciamo un non 
nulla. X pigliasi per le locuzioni e le figure, e in gene* 
rale per la maniera platonica. La doppia pei dommi e 
le opinioni di Platone. X , fra 9 punti , per le scelte 66 
eleganze di stile. La doppia, fra 9 punti , per alcune cor- 
rezioni. Una lineetta punteggiata, per le cose che inconsi* 
deratamente si rifiutano. Un sigma rovescio, fra 9 punti, 
per le cose di doppio uso, e traspooimeato di scritture. 

11 fulmine per F ordine della filosofia. L'asterisco per la 
concordanza dei dommi. Una lineetta pel rifiuto. — - 
Questi sono i segni, questo il numero dei libri. Dice An- 
tigono caristio nel primo libro sopra Zenone, che se ta- 
luno, nelle ultime edizioni, voleva conoscere questi se- 
gni, pagava danaro a chi le possedea. 

XL. Le sue opinioni erano queste. Diceva P a- 67 
nima immortale, molti corpi vestire successivamente ed 
avere principio armonico; averlo geometrico il corpo. 
Definivala un'idea dello spirito che per tutto è diviso; 
sé movente, tripartita; la cui parte razionale è collo- 



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246 



PLATONE, 



cata nella testa, la irascibile nel cuore v la concupisci- 
bile neir ombilico , e sta nel fegato. Diceva abbrac- 6$ 
ciare dal centro tutto quanto il corpo circolarmente, e 
constare di elementi, e, divisa per intervalli armonici, 
formare due cerchi congiunti, l' interno dei quali, ta- 
gliato in sei, formare in tutto sette cerchi; ed essere 
questo situato secondo il diametro , internamente a si- 
nistra; quello, da canto, a destra, e perchè unico, essen- 
do l'altro internamente diviso, padroneggiare ?u questo; 
quello della natura del medesimo , questo del diverso. 
Affermando qoindi essere il primo il movimento dell'a- 
nima , il secondo dell' universo e dell' orbite dei pia- 
neti. In questa maniera divisa l'anima nel mezzo, 69 
essendo in reiasione colle estremità, conoscere le cose 
che sono, ed armonizzare in sè stessa, per avere in sè 
gli elementi armonici ; e dalla direzione del cerchio del 
diverso nascere l' opinione , da quella del medesimo la 
scienza. » 

XLI. Due i principi! di tutte cose dimostrò , ma- 
teria e Dio; il quale appella anche mente e cagione; ed 
essere la materia di cui si fanno i composti, informe ed 
infinita. Dice ch'essa movendosi un tempo disordinata- 
mente fu da Dio riunita in un luogo, stimando l'ordine 
migliore del disordine. Questa sostanza essersi tra- 70 
mutata in quattro elementi, fuoco, acqua, aria, terra; e 
da essi essere nato il mondo stesso e ciò che è in quellow 
La terra sola dice immutabile, adducendone a motivo la 
differenza delle figure di cui è composta; poiché affer- 
ma essere di un sol genere le figure degli altri elementi, 
composte tutte di un triangolo con un lato bislungo , 




PLATON K. 

ma singolare quella della' terra ; cioè del fuoco elemento 
una piramide, dell'aria un ottaedro « . dell'acqua un 
icosaedro , della terra un cubo 5 e però né la terra 
mutarsi in essi, né essi in terra. Ciascuno per. altro 71 
non essere spartato in luoghi distinti; chè la circonfe- 
renza, comprimendoli e conducendoli al centro, ne riu- 
nisce le parti piccole, e ne disgiugne le grandi; quindi 
mutando le specie, anco i luoghi mutare. E dice il mon- 
do generato solo, da che pur da Dio è fabbricato sen- 
sibile; ed anche animato, perchè la cosa animata van- 
taggia V inanimata; e quest'opera argomento di un'ot- 
timissima cagione; e solo un mondo fabbricato, e non 
infiniti, perchè unico il modello sul quale si fece; e j% 
sferico , perchè aveva 4a stessa figura anche chi lo get 
nerò, e perchè il mondo gli altri animali, questa con- 
tiene le figure di tutto; e liscio e non avente in giro al* 
cun organo, perchè di nessun uso per lui; durare per altro 
immortale anche il mondo , perchè non si dissolve che 
in Dio; e Dio causa di ogui generazione, perchè il buo- 
no è di sua natura benefattore; e della generazione del 
cielo causa l'ottimo, perchè della cosa bellissima fra le 
create afferma essere cagione l'ottima fra le intellettuali, 
e non potersi il cielo, se, come bellissimo, è simile al- 
l'ottimo, e questo ottimo è Dio, ad alcuna cosa generata 
rassomigliare, ma a Dio. Afferma constare il mondo 7 3 
di fuoco, acqua, aria, terra: di fuoco, acciocché sia vi* 
sibile; di terra, acciocché solido; d > acqua e d'aria ac- 
ciocché proporzionato ; poiché le forze dei solidi hanno 
coi due medii quella proporzione che forma una sola 
cosa di questo tutto; di tutti finalmente, acciocché per* 



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PLATONE. 

fctto e incorruttibile sia. — Il tempo, dice, .«ssere jsn* 
magine del V eternità} questa sempre durai*, quello, il 
tempo , nulP altro essere che un movimento del cielo ^ 
e la notte e il giorno e il mese e tutte le cose sì fatte , 
parti del tempo: di «odo che seuza questa natura di 
mondo, non sarebbe*! tempo, insieme con esso avendo 
principiato ed esistendo il tempo} e dopo la produn j£ 
zione del tempo, sole e luna e stelle erranti generate} 
ed acciocché patentissimo sia il numero delle ore e gli 
animali vi possano partecipare, aver Dio accesa la luce 
del sole} ed essere la luna nel cerchio dopo la terra , 
nell'attiguo il sole, nei superiori i pianeti} e il mondo 
per tutto animato , perchè collegato da un movimento 
animato} ed acciocché fosse condotto a perfezione, a 
similitudine di up animale, concepibile dalla mente, es- 
sersi creata la natura degli altri animali, e come quello 
MMtvea, doverne avere anche il cielo. Quindi avere 
Trtffif :l più ignei, ma essere tre gli altri generi, vola- 
tile, acquatico , terrestre} e la terra essere più antica j5 
degli dei che sono nel cielo} ed opera creata per for- 
mare la notte e il giorno} e siccome nel mezzo, nel 
mezzo girare. E poiché due sono le .cagioni , afferma do* 
versi asseverare, alcune cose esistere per, mezzo della 
mente, alcune per ragioni di necessità. Queste sono Pa- 
ria, il fuoco, la terra, V acqua , che a tutto rigore non 
sono elementi, ma possono contenerli. Queste constare 
di triangoli eia e*se risolversi} ma elementi di esse es- 
sere il triangolo con un lato bislungo e V isoscele. Chia< 76 
ma dunque principii e cagioni le due prefate cose: 
modello di esse Dio e la materia, cui è necessità essere 



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PLATO». *49 

informe , al pari anche dell 9 altre cose che atte sono a 
ricevere* La bigione di queste estere d* «fecesstta : poi- 
ché ricevute in qualche modo le idee , nascono le es- 
senze e si muovono per disuguaglianza di potere, e 
quel moto le cose nate da essa muove a vicenda. Que* 
ste da prima essersi mosse senza ragiona a senz'ordine^ 
poi incominciatesi a comporre, il mondo, per la simme- 
tria e P ordine ricevuto da Dio, essere nato* Poiché af- 77 
ferma, anche prima che fosse fatto il cielo, due es- 
sere le cagioni, e terza Ja generazione, ma non chiare, 
e sole vestigia», e disordinate, e da poiché fa creato il 
mondo , anche queste aver preso un ordina. Da tutti i 
corpi esistenti, dice, essere formato il ciclo ; Dio, pare 
a lui , siccome anche l' anima , esistere senza corpo, e 
così al tutto incapaci di corruzione e di passioni. Es- 
sere le idee, come si é detto prima , alcune cagioni 0 
prineipii che fanno essere tali quali esse sono le cose 
in natura differenti. 

XLII. Dei beni e dei mali diceva questo : Essere 78 
fine deltuomo rendersi simile a Dio — La virtù ba- 
stare di per* sè stessa alla felicità , ma aver bisogno, 
nel corpo, di organi vantaggiati^ di /orza, di salute, di 
bontà, di sensi e simili: e di cose esterne, come sarebbe 
di ricchezza, di nobiltà, di gloria, tuttavia felice il sa- 
piente se anche non le possedesse. Il quale amministre- 
rebbe la repubblica, e ammogliprebbesi, e si guardereb- 
be dal violare le leggi costituite. Nondimeno darebbe 
leggi anche alla sua patria, il meglio che sapesse, se in 
qualche grave dissensione non vedesse piegare in meglio . 

DIOGENE L4EZZI0. 17 



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a So 



PLAT0M. 



gli *ffàri — Crederà che gli Dei agguardas fero i atte 79 
cose degli nomisi, e fossero dèmoni — e primodiqgLOftUava 
il concetto del bello collegato oon quello del lodevole 
e del ragionevole e dell- 9 utile e del decente e del con- 
venevole, le quali tutte cose sono collegato eoo quanto 
è conforme a natura e da tutti assentito. . 

XLIII. Trattò della giusta applicazione dei 'nomi , 
come anche primo costituì la scienza di rettamente inter- 
rogare e rispondere, usandone ei stesso con^esub^ranxa. 
. - XLIV. Ne'iuoi dialoghi tenne per legge divina an- 
che la giustizia, come incitamento più potente ad opra- 
re le cose giuste, affinchè i malvagi, eziandio dopo la 
morte, non avessero ad isftiggire la pena. Il perchè fa 80 
avuto da taluno .in concetto d'uom favolosissimo, tra- 
mischiando a' suoi scritti tali racconti , che per mezzo 
dell'incertezza in che si stanno le cose dopo morte> al- 
lontanavano gli uomini dalle colpe — * e questi erano i 
suoi sentimenti. 

XLV. Le cose, dice Aristotele^ divideva in questo 
modo. Dei beni ve n'ha alcuni nell'anima, alcuni nel 
corpo, alcuni di fuori} come la giustizia , la prudenza, 
la fortezza, la temperanza e simili, nell'anima; la bellezza, 
la buona complessione , la robustezza, nel corpo : gli 
amici, la felicità della patria , la ricchezza , tra que' di 
fuori. Dei beni adunque sono tre' specie: alcuni nell'a- 81 
nona, alcuni nel corpo, alcuni di fuori. 

XLVI. Di amicizia tre specie; poiché una è natura- 
le, una compagnevole, una ospitale. Naturale chiamiamo 
quell^che i genitori hanno verso i figli e l'uno verso 
l'altro i parenti, e questa toccò agli altri animali ancora. 




PLATONE 



Comparai etole cttamanto qttila die nasce da dime- 
stictrtzaa'e een»a legami di nascita, come tra Pjlade ed 
Orette. Amicizia ospitale quella cbe da raccomanda- 
zioni eper lettere nasce a favore degli ospiti. DelPami- 
citta adunque , altra è fisica , altra compagnevole , altra 
ospitale. Alcuni aggiungono, quatta, l'amatoria. •> 

• XLVII. Di governo sono cinque maniero. Una de* g a 
mocratioa^ W altra aristocratica; una tersa oligarchica; 
ut qaiartaftregia; mia quinta tirannica. La democratica 
esiste in quelle città in cui comanda il popolose la ma- 
gistrature e le leggi sceglie di per sé stesso. L' aristo- 
crazia è in quelle dove né i ricchi, né i poveri, nè i no- 
bili comandano , ma i migliori presiedono alla città. 
L'oligarchia è quando tra* le famiglie che hanno un 
censo si eleggono i magistrati; poiché i ricchi sono in 
minor numero dei poveri. L'autorità regale si ha o per 
legge , o per famiglia*: appo i Cartaginesi ,'per ' e S8 e> 9 
essendo civile; tra Lacedomoni , e in Macedonia per g3 
famiglia , poiché in alcune famiglie età la real dignità. 
La tirannide dove per fròde e per violenza uno co* 
manda. Dei governi adunque uno é democratico , uno 
aristocratico, uno oligarchico, uno regale, uno tirannico. 

XLVIII. Sono tre specie di giustizia: una verso gli 
dei} una verso gli uomini ; una verso i trapassati. Chi 
1 fa sagriBcj secondo le leggi ed é sollecito delle cose 
sacre manifesta divozione agii Dei. Chi i mutui e i de- 
positi restituisce opera giustamente cogli uomini. Coi 
trapassati chi si prende cura dei monumenti* Della giu- 
stizia adunque altra é verso gli Dei , akra verso gli 
uomini, altra verso i trapassati. 




%$% FLATO» E. 

XL1X. Di scienza sono Ire spezi*: una ptattca; una 84 

operativa; una speculativa. La scienza di fabbricare case 
e navigli è operativa, poiché si può vedere il lavoro da 

e la cetra e simili, sono pratiche, poiché non veggiamo 
apparire ciò ch'esse hanno operato, tuttavia quando uuo 
suona il flauto e la cetra, un altro governa, fanno qual- 
che cosa. La geometrica, l'armonica e l'astrologica, spe- 
culative^ poiché né fauno, né operano nulla: ma il geo- 
metra specula come tra loro stanno le linee ; il musico 
i suoni; l'astrologo gli astri e il mondo. Delle s 
adunque alcune sono speculative, 
operative. 

L. Cinque specie sono di medicina: farmaceutica; 85 
chirurgica; dietetica; nosognomoniea; boetetica. La far- 
maceutica cura le malattie per mesto dei farmachi; la chi- 
rurgica guarisce col tagliare e colPabbrnciare; la dietetica 
allontana le malattie regolando il vitto ; la nosognomo- 
niea colla conosceva delle malattie ; la boetetica col 
eoccorrere, istantaneamente liberando dal dolore. Della 
medicina adunque altra è farmaceutica , altra chirur- 
gica , altra dietetica , altra nosognomoniea , altra boe- 
tetica. 

LL Delle leggi due divisioni: l'una scritta, non scritta 86 
l'altra. QneUe con cui nelle città governiamo lo stato, 
sono scritte, quelle che ci derivano dall'uso, non scritte, 
cotìae il non andare ignudo per la piasse e il non met- 
tersi attorno vesti da donna. Chè nessuna legge queste 
cose ci vieta, ma tuttavolta non le facciamo, per essere 



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PIATONE. ftf»3 

vietale dalla legge non scritta. Delle leggi adunque una 
è scritta, una non scritta. 

L1I» Il discorso si divide in cinque specie ; una delle 
quali è il discorso che gli amministratori degli stati pro- 
nunciano nelle adunanze, il quale chiamasi politico. 87 
Un 9 altra divisione del discorso > quella che si scrive 
dagli oratori e dai medesimi è usata netta dimostra- 
siooe, neWe lodi, ne' biasimi, e nelle accuse; e questa 
specie è oratoria. Una tersa divisione del discorso, quella 
che i privati usano conversando fra di loro; e questa 
maniera appellasi privata. Un'altra divisióne, quella colla 
quale chi brevemente interroga e risponde, disputa con 
coloro che lo interrogano ; cotesto discorso chiamasi 
dialettico. Una quinta divisione del discorso, quella con 
che gli artigiani trattano dell' arte loro ; la quale è detta 
tecnica. Del discorso adunque altro è pólittco, altro o- 
ratorìo, altro privato, altro dialettico, altro tecnico. 

LUI. In quattro specie si divide la nobiltà : una, 88 
quando gli avi sono stati onesti, boom, giusti ; i figli di 
costoro si dicono nobili. Altra, quando gli avi sono stati 
potenti, e divennero principi ; i figli di costoro si dicono 
nobili. Altra, quando gli avi ebbero nominanza , come 
per comando di eserciti, per corone riportate; anche i 
nati da questi appelliamo nobili. Altra specie, quando 89 
alcuno abbia per sé stesso V animo ben nato e magna- 
nimo^ questo pure chiamano nobile ; e certo è dessa la 
miglior nobiltà. Una specie di nobiltà proviene adun- 
que da avi dabbene, una da potenti, ma da gloriosi , 
un' altra da bontà propria ed onestà. 

LV. La bellezza si spartisce in tre. Lodevole, come 



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2 54 PLATON*. 

le belle forme di un volto; utile, come una casa, ano 
strumento e altro tale, che sono belli per Puso^ belle 
perché profittevoli sono le cose spettanti alle leggi, alle 
istituzioni e simili. Una bellezza adunque si riferisce 
alla lode, una all'uso, un'altra all'utilità. 

LVI. Si spartisce V anima in tre : razionale; conca* 
piscibiie ; trascibile. La razionale, tra queste, ò cagione 
del nostro deliberare, riflettere, giudicare, e di ogni 
cosa sì fatta. l»a parte concupiscibile dell'anima è ca» 
gione del nostro desiderio di cibarsi, congiugnersi e si** 
roili. La irascibile è cagione del nostro ardire , e go- 
dere , e attristarsi , e incollerirsi. Dell 1 anima adunque 
una parte è razionale, un 9 altra concupiscibile, un'altra 
irascibile. 

LVII. Quattro specie di consumata virtù : pruden* 
sa; giustizia; fortezza; temperanza. La prudenza è ca- 
gione di far bene le cose; la giustizia di operare il gin-» 
sto nelle società e nelle contrattazioni.* La fortezza di 
non desistere dal fare, ma durarla ne 9 pericoli e ne' ti- 
mori. La temperanza di padroneggiare i desiderii, e di 
non essere schiavo a nessuna voluttà, ma di vivere de- 
centemente. Della virtù adunque, una è prudenza, un'ala 
tra giustizia, una terza fortezza, una quarta tempe- 
ranza. 

LVIIL Cinque specie d' autorità : per legge ; per 
natura ; per consuetudine ; per eredità ; per forza. Perà 
gli arconti nella città, se sono eletti dai cittadini, co- 
mandano per legge. Per natura i maschi, non solo tra 
gli uomini, ma tra gli altri animali; poiché il più co- 
mandano per tutto i maschi alle femmine. L' autorità 



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PfcATONS. 3.55 

per consuetudine è come quella con cui i pedagoghi 
comandano ai fanciulli e i precettori a quelli che vanno 
a scuola. Per discendenza dicono alcuni un' autorità, 
come quella colla quale i re lacedemoni governano: 
poiché da certe famiglie si traggono i re; e al modo 
tiesse governano in Macedonia, essendo colà pure co-» 
stitotta per iscbiatte la dignità reale. V'hanno 6naU 
mente di quelli che a malgrado dei cittadini comandano 
per forca ci per frode; una sì fatta autorità dicono es- 
sere per violenza. Un 9 autorità adunque è per legge , 
«uà per natura, una per consuetudine, una per discen- 
denza, una per violenza. 

m.mUX, V'ha tre maniere di discorsi oratorii , poi* g3 
chè quando s'induce a far guerra od alleanza contro 
dt ideano, questa specie si chiama esortazione. Quando 
ai propone di non fare nè guerra, né alteanza, ma di 
stare tilt pace, questa specie è dissuasione. Terza spe- 
rile di discorsi oratorii : quando uno asseveri di essere 
stato ingiuriato da un tale, e gli attribuisca la colpa di 
sbotti mali, e questa specie si chiama accusa. La quarta 
specie dei discorsi oratorii si chiama difesa, ed è quan- 
ta uno dimostra ch'egli nè ha violata la giustizia, nè altro 
affatto ha commesso di sconcio, e questa chiamano di- 
fesa. Quinta specie di discorsi oratorii, quando uno lodi ^ 
esponga in vista l'utile e il bello. Questa specie chia* 
masi lode. Sesta specie, quando uno fa conoscere il 
tarpa} e questa specie chiamasi biasimo. Dunque dei 
distorai oratorii uno dicesi lode, uno biasimo, uno esor- 
tazione^ uno dissuasione, uno accusa, uno difesa. — Di- 
vide in quattro il retto parlare. Primo, ciò che si dee 



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256 PLATONE. 

dire ; secondo, quanto sLdee dire ; terso, a citi si dee 
dire ; quarto, quando si dee dire. Cò, imperlante, che 
dir si dee è quello che è per giovare a chi parla e a chi 
ascolta.,Quanto si dee dire, è il non dire né più né meno 
di quel che basta; a chi si dee dire, è, se si abbia a $5 
parlare a più vecchi, il debito di proferire discorsi tali 
che si convengano a più vecchi; se a più giovani, ihde* 
bito di pronunciarne di convenienti a più giovani ; 
quando si dee dire, è il dire né troppo presto, né troppo 
tardi. Se altrimenti, peccherassi e si tlirà male. 

LX. In quattro divide la beneficenza : poiché si 
benefica o coi denari , o colle persone , o col sapere , 
o coi discorsi. Coi denari quando tu soccorra con 
denari qualche bisognoso , in proporzione delle prò* 
prie facoltà. Coi corpi gli uni fanno bene agli altri, 
quando vengono in soccorso di coloro che sono per- 
cossi. Quelli che ammaestrano e medicano e insegnano g6 
qualche virtù, beneficano col sapere. Quando uno venga 
in giudizio per soccorrere un altro, e pronunci a suo 
favore un conveniente discorso , costui benefica col di- 
scorso. Dunque la beneftrwéfca, altra è per mezzo dei 
denari, altra dei corpi, altra del sapere, la quarta dei 
discorsi. 

LXI. Il fine delle cose divide in quattro specie. Le 
cose ottengono un fine secondo la legge, quando si fa 
dal popolo un decreto, e lo sancisce la legge. Secondo 
natura hanno un fine le cose , come il giorno e Tanno 
e le stagioni. Hanno un fine le cose secondo V arte, co- 
me V architettura, quando uuo compie una casa, e Parte 
di costruire le navi, quando le navi. Secondo fortuna 



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PIATO**. ti 1 ) 

ha#no un fiae le cose, quando altrimenti e non come 97 
Ai stimava, avviene alcun che. Dunque il fine delle cose 
$Itro èsecpndQ la leggi, altro secondo la natura, altro 
secondo P arte, altro secondo la fortuna. 

UHI. Divide. la potenza in quattro specie. La pri- 
ma per cui possiapio colla mente pensare e riflettere. 
La seconda, col corpo, come andare, e dare e pren- 
dere e simili. La terza che ci fa potenti per copia di 
soldati e di dapari \ d' onde .si dice un re aver molta 
potenza. La quarta divisioni* della potenza è quella di 
fare e patire H bene ed il inale, potendo ammalarci ed 
essere istruiti, e divenir sani, e siglili. Una potenza a- 
dunque sta nella mente, una nel corpo, una nell'eser- 
cito e nei danari, una nel fare e nel patire. 

LXIII. V ha tre maniere di civiltà. Una che n*sce 98 
da, affabilità, come in alcuni, che a quanti s'abbattono, 
volgono la parola , e la destra protendono salutando. 
Un 1 altra maniera, quando alcuno è soccorrevole ad 
ogni sventurato. Altra maniera di civiltà è in alcuni che 
amano il cpnyitare. Di civiltà ve n'ha adunque una per 
mezzo del salutare, una per mezzo del betoeGcare, una 
per mezzo del banchettare e dello amare la compagnia. 

LXIV. In cinque parti divide la felicità. La prima 
di esse è il buon consiglio \ la seconda il vigore dei 
sensi e la salute del corpo ; la terza la buona fortuna 
negli affari } la quarta la buona opinione presso gli uo- 
mini 3 la quinta V abbondanza delle ricchezze e delle 
cose utili nella vita. Il ben consigliarsi proviene dal- 0,9 
r educazione e dall' essere sperimentato in assai cose j 
il vigor dei sensi dall' aver cura dei membri del corpo, 

DIOGENE LAEBZ10. 1 7* 



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258 ♦ PLATONE. 

come se alcuno vegga cogli occhi, oda eolle orecchie , 
e col naso e colla bocca scota ciò che dee essere sen- 
tito — e questo è vigor di sensi — La buona fortuna si 
ha, quando uno per condurre a buon fine le cose a cui 
mira, fa quello che deve 1' uomo onesto ; la buona opi- 
nione, quando uno ha rinomanza ; 1' agiatezza quando 
uno le cose , che nella vita sono di uso , possiede in 
modo da potere e beneficar gli amici , e a gara e 
facilmente concorrere ai pubblici uffizi. Colui che 
gode di tutto questo è compiutamente felice. Della fe- 
licità dunque sono parti il ben consigliarsi , la vigoria 
dei sensi, la salute del corpo, la buona fortuna, la buona 
opinione, V agiatezza. 

LXV. Le arti si dividono in tre. Prima, seconda, ioo 
terza. Prima, V arte di scavare i metalli e Parte di ta- 
gliare i legnami, poiché sono arti che preparano i ma- 
teriali} poi quelle di lavorare il ferro ed il legno, che 
ne mutano la forma ; poiché del ferro, V arte del fab- 
bro fa armi, del legno, quella del falegname, flauti e ce- 
tre ; finalménte 1' arte che sa usare le cose, come V e- 
quitazione che si serve di freni, la milizia di armi, la 
musica di flauti e di lire. Delle arti adunque sono tre 
specie, una prima, una seconda, una terza. 

LXVI. In quattro generi divide il bene-, dei quali ioi 
primo diciamo essere quando 1' uom dabbene possiede 
in proprio la virtù. Il secondo: la virtù per sè stessa e 
la giustizia diciamo essere un bene. Il terzo : i cibi, uu 
conveniente esercizio e le medicine. Il quarto, affermia- 
mo essere un bene 1' arte di suonare il flauto, l'arte di 
rappresentare e simili. Sono adunque quattro specie di 



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PLATONE. r a5g 

bene : prima, il possesso della virtù ; seconda, la virtù 
stessa } terza, i cibi e gli utili esercizj } quarta, l'arte di 
suonare il flàuto , e V istrionica diciamo .essere un 
bene. 

LXVII. Delle cose esistenti, altre sono cattivò, al* io* 
tre buone, altre nè V uno, né V altro. Di queste cose 
pertanto diciamo cattive quelle, che sempre sono abili a 
nuocere, come P intemperanza, la demenza, là malvagità 
e simili. Le contrarie ad esse sono buone. Altre qualche 
volta giovano, qualche volta nuocono, come il diportarsi, 
il sedere, il mangiare} o al tutto hè giovare, nè nuocere 
possono ; e queste uè beni, nè mali sono. Dunque delle 
cose che esistono, altre sono buone, altre cattive, altre 
nè V uno, nè V altro di ciò. 

LXVIIL Divide in tre la buona legislazione. Prima, io3 
se le leggi sono buone ,* affermiamo essere buona le- 
gislazione. Secondo, se i cittadini osservano esattamente 
le leggi costituite, anche questo affermiamo essere buona 
legislazione. Terza, se, non essendovi leggi, per mezzo 
di istituzioni e di usi, si governa bene lo stato, e que- 
sta pure appelliamo buona legislazione. Vi ha dunque 
buona legislazione, primo, se le leggi sono buone } poi, 
se quelli che hanno leggi le osservano esattamente } in 
terzo luogo, se gli usi e le istituzioni utili governano lo 
stato. — La cattiva legislazione divide in tre} di cui- 
una, quando le leggi sono gravi e agli stranieri e ai 
cittadini^ un' altra, quando non si obbedisce alle leggi io4 
che esistono} un'altra, quando nessuna affatto ve n'ab* 
bia. Mala legislazione è adunque se le leggi sonò gra- 



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*6<> PLATONE. 

vose} «è non si obbedisce a quelle che esistono ; se nes- 
suna legge vi sia* 

LXIX. In tre divide i contrarj. Cosi diciamo le cose 
buone essere contrarie alle praye, come la giustizia al- 
l' ingiustizia, la saggezza alla stoltizia e simili. Le cat- 
tive contrarie alle cattive sono, per esempio, la prodi- 
galità all' avarizia, e Tessere collato ingiustamente al- 
l' esserlo giustamente, ed altre simili cattive alle cattive 
sono contrarie. 11 grave poi al leggiero , e il veloce al 
lento, e il nero al bianco, come neutri a' neutri sono 
contrarj. Dei contrarj adunque, altri sono contrarli, io5 
come le cose buone alle prave} altri, come le cattive 
alle cattive ; altri, come alle neutre le neutre. > 

LXX. Tre generi di beni. Alcuni si possono posse- 
dere, altri sono partecipevoli, altri sussistenti. Possibili 
a possedere sono tutti quelli che si possono avere, co** 
me la giustizia e la sanità. Partecipevoli que' che non si 
possono avere, ma a cui possiamo partecipare, come il 
bene stesso, che avere non è concesso e al quale è con- 
cesso partecipare. Sussistenti quelli cui nè partecipare, 
nè avere possiamo, ma devono sussistere, come 1' essere 
dabbene e V essere giusto, che sono un bene. E que- 
ste cose nò avere nè partecipare si possono, dovendo 
sussistere l'esser dabbene e l'esser giusto. Dei beni a* i 06 
dunque alcuni si possono possedere; altri sono parte- 
cipevoli ; altri sussistenti. 

LXXI. Tre maniere di consiglio. Ve n' ha uno che 
si trae dai tempi parsati, uno dagli avvenire , uno dai 
presenti. Quello che dal passato sono gli esempi : co- 
me, ciò eh 9 ebbero a patire i Lacedemoni allorché si fi- 



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PLATON*. Jé(h 

darono ; quello che dal presente, il far vedere, per esem- 
pio, che le mora sono deboli, gli nomini timidi, scarse 
Ir vettovaglie; quello che dall'avvenire, che per sospet- 
to non si debbono viofare le ambascerie, acciocché non 
ne sia disonorata la Grecia. Dei consigli adunque, uno 
si trae dal passato, uno dal presente , uno dallo av- 
venire. 

LXXII. In due divide la voce. Animata, inanimata. l0 j 
Animata la voce degli animali; inanimati i suoni ed i 
romori. Della voce animata, una consta di lettere, dna 
no. Consta di lettere quella degli uomini; non consta di 
lettere quella' degli animali; Dunque una voce è anima- 
ta, una inanimala. 

LXXIII. Delie cose esistenti , alcune sono divisi- 
bili, alcune indivisibili.* Deltcf divisibili , alcune simi- 
lari, alcune non similari. Le indivisibili sono quelle che 
non ammettono divisione, uè sono composte di cosa 
alcuna, come la monade, e il punto, e il ( suono; le di- 
visibili quelle che sono composte di qualche cosa, come 
le sìllabe, gli accordi, gli animali, e 1' acqua e Poro; lo g 
le similari quelle che si compongono di simili, e il tutto 
non si differenzia dalla parte, se non nella quantità, 
come l'acqua e Toro e tutto che a queste somiglia ; 
le non similari finalmente quelle che si compongono di 
parti dissimili , come le case ed altre tali. Delle cose 
esistenti adunque, altre sono divisibili, altre indivisibili : 
delle divisibili, altre similari, altre non similari. 

' LXXIV. Delle cose esistenti alcune sono per sé , 
alcune si dicono in relazione con altre. Quelle che di- 
ciamo per sé sono quante, nell'elocuzione, non abbiso- 



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a6a PLATONE» 

guano di nula, coma sarebbe, uomo, cwatlo, ed altri 
animali^ poiché nessuno di questi è suscettivo di elocu- 
zione. Quelle che si dicono in relazione con altre, 
quante hanno mestieri di un' elocuzione, come il mag- 
giore di nn che, e il più veloce di qualche cosa, e il 
più bello, e simili 5 cbè il maggiore è maggiore del mi- 
nore, e il più veloce lo è di qualche cosa. Delle cose 
esistenti adunque lé une si dicono per sè stesse, le al- 
tre in relazione con altre. — Così, secondo Aristotele, 
divideva anche le prime. 

LXXV. Vi fu un altro Platone filosofo da Rodi, 
discepolo di Penezio , come afferma Seleuco il gram- 
matico nel primo Della filosofia; ed un altro> peri- 
patetico, discepolo di Aristotele} ed un altro, di Pras- 
sifane; e il poeta della vecchia commedia. 



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ANNOTAZIONI 

LIBRO TERZO 



PUTMB. 

« Il botto di Platone che l'appratente l'Intaglio è il solo 
» autentico ritratto di qnesto filosofe che noi conosciamo. — 
» Una benda o strofio , distinti ?o d' apoteosi , cinge il suo 
» capo, e tolti sanno che antichi e moderni diedero a Pia- 
li Ione il titolo di divino — Air ampia fronte, alle ciglia 
» arenale , al. venerabile aspetto , dopo ciò che gli anti- 
» chi ne dissero, è impossibile non riconoscerlo. Ardirò 
» toggiognere, che nel tuo profilo è facile notare quell'aria 
» di vanità , la quale sappiamo essere stato il - difetto prtn- 
» cipale del nostro filosofo , non cosi padrone di sè stesso 
» da poterla sempre dissimulare » Visconti — • Se ci rechia- 
mo a frenologicamente contemplare il busto di Platone non 
sarà difficile riconoscerti , secondo V osservazione del Gior- 
nale frenologico di Edimburgo , ona testa volnminosa, in cui 
le doe regioni anteriore e coronale sono largamente svilup- 
pate a paragone della posteriore , e predominanti gli organi 
de\V Idealità, del Linguaggio, della Causalità, del Paragone. 



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a64 ANNOTAZIONI. 

I. Fide in sogno Apollo ec« — « Sapienti» pri nei peni 
« non al iter arbitrantur nisi de partii virginis aditimi. » 
S. Girol. — L'antico mondo era inchinato a /rappresentare 
i grandi nomini, i benefattori dell' umanità , come figli dì 
numi ; e se n' ha esempi in Ercole, Castore e Poi lo ce , Ro- 
molo e Remo, Alessandro, Pitagora ed altri. Una stolta ve- 
nerazione creò sol conto del nostro filosofo anche altri rac- 
conti, ai qnali fanno singoiar contrapposto le molte diffa- 
mazioni che si spacciarono e che meritano forse egual 
fede di ciò che narrano Eraclide, Aristippo ed altri ci- 
tati da Diogene e da Ateneo. — Il nome di questo gran- 
de , che fu appellato 1' Omero della filosofia , sorpassò in 
celebrità tutti i suoi contemporanei , e giunse sino a noi 
senza temer riscontro che nel solo Aristotele. Sarebbe sover- 
chio narrare V ammirazione che il mondo gli tributò per quasi 
ventitré' secoli ! AH' ideale della platonica filosofia deesi certo 
la numerosa schiera de' suoi segnaci. L'influenza che per tal 
mezzo esercitò Platone . sull' andamento dello spirilo amano , 
si sparse , dice Degerando, come un fiume maestoso a tra- 
verso l' età seguenti, e si capti tò il cristianesimo al suo na- 
scere. Alcuni Padri — que'dei primi quattro secoli erano gre- 
ci e platonici — sopposero nella loro ammirazione, che il no- 
stro filosofo fosse stato ammesso ad una specie di cognizione 
o presentimento della rivelazione; molti dottori Io colloca- 
rono nel novero dei santi. Al secolo scorso, Vico studiava in 
Platone l'uomo qual deW estere , V non de' filosofi , sfccome 
in Tacito T uomo qual éu V nomo dei politici ; e con questi 
due libri formava la doppia base della sua dottrina, la sapienza 
volgare e riposta, ,com' ei la chiama. Voltaire, al solilo , lo 
faceva scopo del mordace suo riso. Ai nostro secolo il divino 
Platone fu riposto in qnel seggio che la moderna critica as- 
segna ai veri classici , che si studiano sempre e sempre ci 
paiono ouovi. 



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ASNOTAWOJU. l65 

Ih £</ é /iaft> r ottantesima ottava olimpiade ec. — Od 
ottantesima settima. Secondo Corsini e Fabricio il tare' anno 
déir88; 4 So prima dell* e. o l'anno seguente, secondo 
Dodwel ; o il primo della stessa olimpiade, secondo Dacier* 
La prima data concorda con altre circostanze e con un passo 
formale 'di Ateneo. Il mese di Targetione principiava a *7 
di aprile. — Osserva Killer che la vita dt Platone cade ai- 
I 9 epoca piy brillante dell 9 attica prosa. 

V. // nomò Platone. — « Fu appellato cosi perchè a- 
» veva due parti del corpo amplissime, il petto e la fronte; 
» siccome costantemente dimostrano le immagini che per 
» lotto gli furono poste. » Oiimpiodoro — Nò forse, acuta- 
mente osserva il Visconti, lo scultore del nostro busto ebbe 
altro motivo per non farne un erme ; conciossiachè meno 
adatta era evesta a dimostrarne T ampiezza del petto. 

Vili. Dal matematico Teodoro — per appararvi le ma- 
tematiche. Fu detto aver Plutone racchiusa nella sua scuola 
tutta la geometria dei Greci. Se Platone, dice Guglielmo 
Libri, fosse statù così geometra, come si spaccia, non avrebbe 
biasimato Archita per aver sottomessa la meccanica alla geo- 
metria (vedi Plutarco) ; ni incominciato dal respingere le idee 
cosmologiche, dei pitagorici. Nonostante la sua scuoia fu, tra 
le greche propriamente dette, quella che più coltivò con suc- 
cesso la geometria, quantunque troppo siasi vantata T impor- 
tanza dei loro lavori geometrici. — HisU des math. 

IX. Academià — ginnasio suburbano ee. — Fuori di città 
circa sei stadj (meno di un miglio) ornato di giardini, di 
▼iati, dt acque scorrenti e di altari e di statue di iddìi. Era- 
vi ali 9 ingresso il simulacro e Fara d' A more y e non Jung! 
^orticello di Platone , o*' era solito abitare presse* un tem- 
pietto ch'egli area dedicato alle Muse. — * Vedi Plutarco, 
Pamania ec* 

X. Dice Aristosseno lui aver militato tre volte — La ero* 

DIOGENE LAERZIO. * 1 8 



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a66 



AWOTAZIQJII. 



oologia , dice Killer , non è <T accordo con simili racconti 
poco accertali. 

Aver fatto una mescolanza delta dottrina ec. — Aristor 
tele lo afferma del pari ; e dovea agginguere anche Parme? 
nide ed Anassagora, — giacché, dice Hitler, si può asseve- 
rare aver Platone formato on bei tatto della filosofia greca 
anteriore a Ini , conciliando e spiegando le contraddizioni 
apparenti delle varie tendenze, ed aggiogneodo la propria 
a quella tanta ricchezza. « 

XI. Cento mine Ital. 1. 9368 , circa. — Gli ottanta 
talenti, ricerati da Dionisio, equivarrebbero a itaL 1. 4 1779*, &4« 

XII. Molto si giovò di Epicarmo. — Si vorrebbe negare 
al nostro filosofo il titolo d' inventore della celebre teoria 
dell'idee* Moki e in particolare il Patrizzi lo hanno tentato, 
Oltre i versi di Epicarmo , l'autorità di Iamblioo e un patto 
di Nicomaco furono allegati per derivarla dai numeri miste* 
riosi dei Pitagorici. La si volle rinchiusa nelle idee universali 
nel tipo intellettuale dei pretesi oracoli di Zoroastre ; la si 
dedusse dalle specie intellettuali e dalle potente feconde de? 
gli Jungers indiani di coi parla Psello. — Al dire di Ariste^ 
tele e di Sesto Empirico certo è che Eraclito aveva già prima 
di Platone scritto sulle idee , e che le sue dolorine ebbero 
molta influenza sulle dottrine di questo. 

& aggiunga un sassolino ec. — Si allude al modo di com- 
putare coi sassolini , usato in antico* 

Sensibile essere quello che mai non perdura ec, intelligibile 
quello al quale nulla si toglie o si aggiugne* — Piatene sta- 
bilisce una differenza tra quello per cui sentiamo è quello 
con cui sentiamo: gli organi, dei sensi cioè, e l'anima. Per 
ogni senso noi non proviamo che una sensazione sola; quindi 
il pensièro che si rapporta a due sensazioni di organi diffe- 
renti non può effettuarsi nè per mezzo dell'uno uè per mezzo 
dell'altro. Quando un si fatto pensiero ha luogo* noi lo for- 




ANNOTAZIONI. ^67 

miamo indipendentemente dagli organi dei sensi , per la forza 
che sente col mezzo di questi organi. E manifesto che noi 
possiamo pensare a due sensazioni di organi differenti, poiché 
noi le pensiamo entrambe come esistenti; ciascuna come esì- 
stente in sè , e tutt' e due insieme come due, riflettendo 
sulla loro somiglianza e differenza , ed acquistando per sì 
fatto modo la cognizione di ciò eh 1 esse hanno di comune 
e che vale per tutte le sensazioni. Per la qual cosa si dee 
attribuire all' anima , oltre la forza ch % essa esercita per fa- 
colta corporee, un' altra forza ancora , quella cioè di inda- 
gare di per sè stessa ciò che tutte le sensazioni hanno di co- 
mune. Il che posto, trattasi di determinare ciò che opera 
nelF anima umana questa forza a prò del pensiero. Il nostro 
1 filosofo contrappone quello che si percepisce dalla sensazione, 
e quello che perveniamo a conoscere per riflessione ($<«?•#«), 
col mezzo dell' intendimento, o della riflessione razionale, 
( Xoytvpot , ?at/f, tonrtt ). Ora ciò che si percepisce dalla 
sensazione è per esso il cangiamento costante, il flusso non 
non interrotto di quello che avviene, il batter dell'occhio, 
che è un passaggio costante di ciò che fu a ciò che sarà per 
mezzo del preseute. Platone adunque, in opposizione a que- 
sto sensibile , concepisce quello che è compreso dall'intelletto 
come qualche cosa di costante , che nè si muta , nè passa f 
ma rimane sempre a un modo, come l' immutabile; che non 
riceve la propria forma da altro, e neppur serve di forma a 
cosa che sia, ec. — Ritter. 

Le Idee ec. — La teoria delle idee è riguardata come il 
nocciolo, e in pari tempo come ciò che v' ha di più astniso 
nelle dottrine platoniche. Vediamo collo stesso acutissimo Rit- 
ter, ciò che in generale Platone chiama idee. 

I moderni si tennero su questo particolare in assai stretti 
confini, poiché altri pensò che non si trattasse che di con- 
cetti ideali del bene * del bello , del giusto, ec.; altri che di 



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^68 ANNOTAZIONI. 

una maniera di idee, di genere e di specie: giugncndo per- 
fino a non intendere con esse che le proprietà generali delle 
cose. Pur nondimeno le espressioni di Platone oltrepassano 
tutti questi limiti; e non avvi alcuna specie di vera esistenza, 
ch'ei non abbia tentato di far entrare ne 1 suoi concetti o idre, 
com'egli intende questa parola. Per comprendere tutta la 
sfera in cui Platone racchiude le idee è d' uopo rammentare 
ch'ei parla al tutto in un medesimo senso delle idee e del- 
l'ente immutabile, dell'unità e di ciò ch'è per sè stesso, dà 
che questo non è. secondo lui, che l'obbiettivo delle idee. 
Or noi troviamo che questo filosofo considera come idee, nou 
solo ciò ch'ei conosce di più sublime e di più perfetto, il 
bello, il buono, il giusto e la scienza, ma anche i loro op- 
posti, il vizio, il male, l'ingiustizia. Parla di idee di ras- 
somiglianza e di differenza , d'uno e di multiplo, di quan- 
tità , di salute, di forza, ed anche di velocità e di lento/7.1: 
tratta dell' unità dell' uomo e del toro; della sfera assoluta e 
del cerchio assoluto; delle idee di letto, di tavola e di no- 
me ec. Certo è dunque ch'egli intende per idea tutto ciò che 
rivela una verità eterna, qualche cosa di costante che serve 
di base alla mutabilità del fenomeno. E siccome la teoria 
delle idee è sorta dalla guerra dichiarata alle rappresentazioni 
sensibili dei sofisti ed alla abolizione di ogni distinzione, di 
ogni diversità; abolizione alla quale inchinava la scuola di 
Elea; essa per conseguenza stabilisce due cose: da prima che 
il sensibile non è il vero , e che la scienza la quale insegna 
una verità immutabile , non può avere per oggetto che l'im- 
mutabile essenta delie cose; ma in seguito eziandio, che fa 
verità , o V ente reale e fero , non è talmente identica da 
non essere diversa; ch'essa per converso abbraccia una folla 
d'idee particolari, di coi ciascuna esprime al modo suo l'es- 
senza eterna delle cose. Che se il vero è esposto nette idee 
come elemento della scienza, e le idee sieno tra loro di 



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àHMOTAKIOtMJU %&% ' 

tal fatta , che un' idea superiore molte ne abbracci d'injfer 
rieri eJosme le unisca* ue consegue non dogete gli eie* 
menti della ▼erità separarsi gli uni dagli altri y come se non 
fossero temiti in relazione da qn legame superiore, — Qra 
se le idee inferiori sono tenute in relazione dalle idee super 
rieri , trattasi di sapere se finalmente .non siavi un 1 idea iu« 
prema, 1* qnale abbraccia le idee inferiori, e per Con- 
seguenza , presenta in sè la totalità e V accordo di tutte 
le idee ? Per rispondere affermativamente , rammentiamoci 
solo che Platone vuol l'unità e V insieme della scienza per 
ogni dove. — Dopo ciò è fuor di dubbio volere il nostro 
filosofo elevarsi dalla conoscenza delle idee air idea suprema, 
che rappresenta il principio di ogni cosa ; all' idea di Dio , 
per fondare in essa la verità di tutte le idee inferiori. In op- 
posizione alla dottrina di Protagora , che faceva dell' uomo 
la misura di ogni cosa , vuol egli per contrario che questa 
misura sia Dio. E se noi rammentiamo qui che Platone 
metle la conoscenza del bene e del buono al disopra di Ogni 
altra; ch'ei la considera anche come la sola che sia vera, 
poiché senz'essa le altre conoscenze non hanno alcun valore; 
e che si compiace di rappresentare Dio come il bene, noi 
troveremo ancora lo stesso pensiero, allorquando egli chiama 
1" idea del bene l'ultima conoscibile. Dio, adunque, è prin- 
cipio , fine e mezzo di tulle le cose. Il perchè finalmente il 
mondo è pure appellato non solamente un' immagine delle 
idee, ma anche un'immagine e una somiglianza di Dio, l'idea 
di Dio, abbracciarne la totalità delle idee. E quindi puossi 
dire che, per Platone, l'idea di Dio è l'idea suprema; che 
come idea suprema si trova in tutte le altre e tutte le con- 
tiene; e che Dio per conseguenza è anche V unità che con- 
tiene l'essenza reale di tutte le cose — liitter. 

Colla teoria delle idee si congiunge la dottrina del ricor- 
darsi le idee. Le nostre ricerche, il nostro apparare altro 



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*7<> AHHOTAMOHf» 

non sono die ricordarsi di ciò che abbiamo già sapnto altea 

Tolta. Platone fa vedere che nulla di perfettamente identico 
si rinviene nel mondo sensibile; che qualche cosa soltanto ci 
pare ora simile, ora dissimile. TI bello, il buono, il giusto, il 
santo e tutto ciò cui noi attribuiamo una verace esistenza, non 



qualche cosa di analogo o di dissimile, ma che ha uno stretto 
legame con queste famiglie della vera esistenza : e noi allora 

Dsciuto e anteriormente saputo. E siccome non i 
in questa vita, è dunque accaduto in una 
'opinione platonica, che gli oggetti ! 
copie della verità soprasensibile. Questa dottrina del ricor- 
darsi le idee è unita in mille modi, nelle opere di Platone, 
alle tradizioni mitiche snlla vita passata; anzi molle dottrine 
del nostro filosofo non debbono intendersi che in senso mitico; 
quindi la necessità di sceverarle dalla vera scienza ec. ec. 

Le idee sono l 1 esistenza reale ; ogni altra esistenza non 
è che analoga e simile alle idee; quest'altra esistenza è l'esi- 
stenza sensibile, ciò che avviene nello spazio e nel tempo. 
È vero che quest'esistenza comprende di certo le idee, ma 
però in uno stato soltanto impura mescolanza. Ora siccome 
le idee sono ogni verace esistenza, così sono anche la pie- 
nezza e la misura di ogni esistenza ; di modo che le cosa 
sensibili non sono tali che pel rapporto che hanno colla ve- 
race misura , colle idee. Questo rapporto non è quello del- 
l'egualità , ma soltanto quello dell'analogia, che può essere 
ora più grande, ora più piccolo, e suppone eccesso o difetto 
nelle cose. Noi stessi , anime conoscitrici, sommerse nel fiume 
della sensibilità, noi non possiamo che puramente partecipare 
alle idee , senza attignere alla loro eccellenza, ma solo assi- 
milarci ad esse nelP infinito; ed a questo tende appunto Ja 
necessità dei mezzi dei quali noi abbisogniamo per vivere. 



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AmoTAxtom. 271 

Quando la sensazione et perviene con qansio metta, por essa 
medesima drrieue no mezzo per la conoscenza delle idee, Ma 
solamente in quanto em ci richiama alla nostra origine di- 
vina per V analogia eh' essa ha colla rera misura delle eose 4 
e el Invita a separare per mezzo della riflessione pura resi- 
stenza delle Idee ednfiise nella sensibilità, ed a trovare in noi 
stessi e nell'essenza eterna delle eose la fera misura e la vera 
egualità. 

Ora , eonebrade Riiter, trattasi di sapere come ed in che 
trovi Platone un ponto di anione per resistenza del mondo 
sensibile, o come egli abbiasi figurato V esistenza collaterale 
dei dne mondi Tra loro. Poiché se il mondo delle idee ab- 
braccia ogni esistenza , ed è V nnico oggetto della scienza, 
come può allora trattarsi di nn altro ancora? E facile uscire 
da questa difficolta , risolvendosi a prendere in istretto senso 
dò che Platone dice nel Timeo solla formazione del monde 
sensibile. Nel rappresentare Iddio come formatore del mondo 
egli si fonda su questo che le idee debbono essere considerate come 
modèlli, protòtipi, di cui le cose sensibili non sono che copie; 
nel che naturalmente sappone esistere quakh'altra cosa diversa 
dall'idee, capace di riceverne V impronta o l'immagine. Pla- 
tone quest'altra cosa paragona alla materia lavorata dagli 
artieri, e questa immagine serre anche di base a tutta la sua 
esposizione. È qualche cosa che è difficile far conoscere s è 
qualche Cosa di essenzialmente indeterminato o privo di forma, 
ma suscettivo di tutte forme, e che per ciò stesso non'dee 
averne alcuna , poiché allora rappresenterebbe male le altre* 
forme: ma inaccessibile ai sensi e privo di figure, tutto con- 
tiene, e partecipa nel modo il piò strano e il più difficile a 
comprendersi , alla conoscibilità. Egli è rappresentato come 
la massa suscettiva di ogni specie di esistenza corporea , la 
quale, mentre le forme eh 1 essa ricete cangiano incessante- 
mente, resta ciò nnllàmeno la stessa e non sembra in movi- 



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2^2 AUtrOTÀZIOM. 

■lesto che a cagione delle forme eh' essa ri reale è che si 
trasformano in differenti maniere, in di Tersi tempi. Ma Pia* 
Ione si esprime anche altrimenti sullo stesso soggètto* Il cor- 
poreo da cai deriva tolto il sensibile, è, per ciò ehe precede 
in qualche altra cosa, e non avviene e non passa che in que- 
sta ; ma ciò in che avviene. e passa è lo spatio che non 
passa, e che rimanendosi sempre lo stesso * non fa che dare 
un posto a tntte le qnalità passeggere e cangianti che hanno 
m divenire. Questi diversi modi dt vedere ci (anno di leg- 
gieri rinunciare all'opinione* spesso emessa, che Platone con- 
cepisse la materia come un ente reale, o come una cosa sus- 
sistente di per sè stessa — e qnindi credere che il nostro filo- 
sofo tentasse spiegare il mondo sensibile col mezzo delle sole 
idee, senza il soccorso di una natura che ad esse fosse stra- 
niera. — Ora, per dare pur un giudizio sull'esito felice o di- 
sgraziato di questo tentativo, non può Killer nascondere a sè 
stesso molto esservi di indeterminato nelle idee medie colle 
quali Platone vuol passare dalle idee al sensibile. 

Le idee non sono cose particolari esistenti per sè stesse, 
non forze, non sostanze, ma soltanto determinazioni da di- 
stinguersi nella divina ragione , secondo U quale s' ordina il 
vero nei fenomeni del mondo e della scienza ; sono reali in 
quanto una vera determinazione nella ragione divina, una 
vera legge per gli sviluppamenii e l'esistenza nel mondo ad 
esse corrisponde, a tale eh' e' possono essere rappresentate , 
in ogni anima, a misura della loro chiarezza e del convinci- 
mento che arrecano nello spirito. Si dice ch'elle esistono di 
per sè stesse, per la ragione che debbono essere concapite cia- 
scuna con diversità determinata, e che l'esistenza , che ad esse 
corrisponde differisce parimente in sè da ogni altra esisten- 
za. — RUtar. 

L' idea di Platone è 1' idea< in sè, «or* «»«*•• 

l'idea assoluta senza rapporti nè col mondo dello spirito, nè 



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àffSOTAUOMI. %jZ 

col inondo della natuito ; l' idea considerata come 1 ■ idea m- 
visibile, la ragione prima ed ultima* eterna e assolata di latte 
le cose che la riflettono qui già in questo mondo del rela- 
tivo e del r apparenza, perpetua metamorfosi di fenomeni che 
avvengono e si rinnovano sempre senza esistere mai sostan- 
zialmente ( ?*f r# /»••?• t* '•»**). Per opposizione 
ai fenomeni, l'i* »«&'«»*>•» l'idea in se, è la vera 
essenza,, i r% at «»r«r* e risiede nel Xèyt o 

F intelligenza assoluta, al di là dall' intelligenza finita dellW- 
mo e dalla ragione inferiore di questo mondo. Ma l'idea dal 
seno dell' intelligenza eterna passa nell'umanità e nella na- 
tura* Allora non è più nfl## «»»* *m& ##r#, ma diviene $s&»t 
nello spirito umano, e s8$m y nella, natura; ed è colà ciò che 
ancora v' ha di assoluto misto col relativo. Nello spirito uma- 
no V è l'idea generale, perchè a questa parola si lega 
sempre una nozione di generalità. Ora senza generalità non 
vi iia vera conoscenza possibile; senza generalità non defini- 
zione. Un pensiero in apparenza il più particolare, per essere 
un pensiero , implica una qualche nozione di generalità, rt 
*i8§£. L' è nello spirito nmano il fondamento di ogni 
conoscenza. Ecco perchè in Platone V è quasi sempre 
sviluppato per il ««&' t\* * per esempio m$ «first o 

mf%m ««$'«Ae — L'uà»* è il fondo dello spirito umano, il 
quale per ciò si mantiene in un rapporto costante coir intel- 
ligenza assoluta. Ora la natura è sorella dell' umanità; ella è, 
al pari di essa, figlia dell' eterna intelligenza; la riflette, la 
rappresenta al pari di «ssa, ma* in una maniera meno intel- 
lettuale, e per conseguenza meno intelligibile ; chiara pei 
sensi, oscura al pensiero. L' nà*s a questo grado è 
l'iota è VuB§t caduto in questo mondo; lo spirito divenuto 
materia, rivestito di corpo, passato allo slato d'immagine. — 
Anche in questo stato l' idi» conserva i suol rapporti e con 
l' uà** e con l' i *m *w , e contiene per conse- 



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AirnÒtlBlOHI. 

gnenza sempre qualche idea di generatirè, hort pià nella for- 
ma intenta del pensiero, ma nella forma delPoggetto. L'i*** A 
la forma ideale di ciascuna cosa; par essa anche la natura è 
ideale, intellettuale, e possiede la propria betlezta. Certo, là 
generalità propria dell' è molto al di sotto df quella 
òtWtitét, siccome le leggi della natura sono infinitamente 
meno generali di quelle dello spirito. Tale è il senso di que- 
sti vocaboli. Bisogna però convenire che e tèi*, si scam- 
biano frequentemente, e non è rado trovare $&ut per *t&r, 
come qualche volta si è trovato f*$*f per una specié e non 
per nn genere. — Cousin. 

Le idee di Platone sussistono sotto nomi differenti nella 
moderna filosofia. Sono le verità eterne di Leibnttz. Sono in 
Kant lo schematisma che richiama Yà%*\ le categorie Ytt 
le idee della ragione pura V u&i mvrm **$ *»r*. Sono le 
verità assolute, di cui Gousin pubblicata una teoria comple- 
ta. Sono finalmente, in un grado inferiore, le leggi della co- 
stituzione della natura umana, i principj del senso comune 
della filosofia scozzese. — Sono le facoltà inerenti agli organi 
di Gali .... ? 

E da prima ricorda la rassomiglianza e il cibo ec. — 
« Hemineront autem similitodiuis et pabuK cujusmodi iHis est 
» optime callentes : quod sit animaKbus omnibus insita simi- 
» litudinis intelligentia. Ambrogio. — Nunc vero et simllitu-* 
» dinem et alimentum sibi propri a m recordantur, hoc ipso indi- 
li eantia similitudinis contemplationem omnibus insitam esse 
n animantibus. Aldobrandino. — Meminit autem similitudiois 
» et pabuli cnjusmodi illis esse soleat, ostendens quod sk 
i» animalibus omnibus insita simiKtudinis intelligentia. » ^— 
fin. Stefano. 

XIV. Tre volte navigò in Sicilia. — Questi viaggi <H 
Platone non hanno fondamento che in alcune delle epistola 
apocrife, le quali per altro potrebbero ricordare fatti autentici. 



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Platone di essersi astenuto dai pubblici affari, sebbene dotato 
delle qualità Decessane e procurare il bene, della patri aj 
Contro lo spirito e contro le azioni politiche di questo filo* 
sofo insorge forse con troppa violenza il Niebohr nelle, sue 
mescolanze isteriche e filosofiche. Ritter, senza pretendere di 
farne V elogio , neppure accoglie il sospetto che animosità di 
setta covassero nell'animo di Platone; il quale, pare a lai, 
mancava di qoella desterita che si richiedeva ad un nomo di 
stato del sno tempo , e di quella forza di voce eh 1 era ne- 
cessaria per aringare il popolo. 

. fili Arcadi ed i Tebani lo chiesero per legislatore* — 
Queste tradizioni sembrano al Ritter adatto inverosimili. 

XX. Mitridate dedicò una stàtua a Platone nelT Acca» 
demia. — Dice Visconti essere assai probabile che i simula- 
cri di Platooe fossero copiati da questa statua, lavoro di Sila- 
oione, e che quella descritta da Cristodoro, ch'era in Costan- 
tinopoli , fosse V originale istesso , non avendo questo artista 
lavorato che in bronzo , né accennando Diogene la materia 
della statua. 

XXII. Anche Timone usando il bisticcio, — O'j «MtrAiavrf 
UXmrmf «• r. A. che non si potè serbare nella traduzione. 

XXIII. È manifèsto f amor suo da questi epigrammi. — » 
ÀI dire di Filone 

Amore in Grecia nudo e nudo in Soma 

non fu dal divino Platone coperto di un velo candidissimo e 
celeste che per umani riguardi. Certo è almeno che questi epi- 
grammi, se fossero suoi, farebbero strano contrasto colle dottrine 
del Convito, che professate nel medio e?o dai cavalieri erranti, 
produssero più tardi i cavalieri serventi ed i cicisbei* Le sen<- 
tenze amorose di Platone ebbero poco favore presso gfl anti- 




276 àSHOTAZIO»!. 

ehi ; e la bella Aga lista, che narrati da fui , sostituita all' a- 
mante sessagenaria, non. attestava in favore di un amor me- 
tafisico ; siccome i figli di messer Francesco della purezza del 
suo per la bella avignonese. 

Or nulla è diessi ec. — E l'epigramma e t'adagio dei 
calli ti spiega il proverbio: 

// bene dì che godi 
Guarda con chi lo lodi. 

XXIV. Se Dionisio in Corinto ec. — I Lacedemoni rispose- 
ro alle minacce di Filippo AtèfvTff tf Dionisio in Co- 
rinto; poichè % dice Demetrio Falereo, più veemente appariva il 
parlare così stringato, di quel che, allargandolo con prolissità, 
il dire, che Dionisio tuia volta gran tiranno al par di te, ora 
divenuto privato, abitava parimente Corinto — Utft if/tft« 
Cap. 4. — Modo proverbiale che accenna taluno caduto in 
basso stato alla maniera di Dionisio tiranno di Siracusa, il 
quale, espulso da 1 sudditi, insegnava, per mercede in Corinto, 
le lettere e la musica a' fanciulli. — I tre viaggi di Platone 
io Sicilia fqrono argomento, di discorso a' Greci sempre in- 
clinati alla calunnia, e Molone nemico suo diceva non meravi- 
gliarsi se Dionisio era in Corinto, ma se Platone in Sicilia , 
essendo il re stretto dalla necessità, Platone stimolato dall' am- 
bizione. — Vedi Erasmo negli Adagi. 

Satone — £«£•». Vezzeggiativo con cui le balie blandi- 
vano i bimbi. Come chi notasse di fanciullaggine la sentenza 
platonica. 

XXV. La forma de* suoi discorsi tra il poema e la .prosa 
— Le opere „di Platone capo lavori, come le chiama Tenne- 
mann, del genio poetico e filosofico, ebbero veste di stile ma- 
raviglioso. Fu detto che Giove, se avesse dovuto usare un 
idioma mortale, non avrebbe parlato altra lingua cfee quella 



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Googk 



ANNOTAZIONI. %JJ 

di Platone. — Wieland, fra' dialoghi del nostro filosofo, così 
del banchetto: « Opera di lasso poetico , cui tutte le Mose 
» hanno preso parte, e nella quale Platone ha versato sorra 
» i suoi lettori , come dal corno d' Anialtea, tutte le rtcchez- 
» ze della sua immaginazione, del suo spirito, del suo sale 
» attico, della sua eloquenza e del suo ingegno nel compor- 
li re; opera travagliata, polita e perfezionata al lume. della 
» notturna lucerna, e per la quale egli ha voluto mostrarci 
• che da Ini dipendeva di essere a sua posta U primo tra gli 
» oratori, i poeti o i sofisti dal suo tempo ». 

La Repubblica scritta quasi che tutta nelle contraddizioni 
di Protagora. — Altri filosofi avevano immaginato repubbliche 
ideali e Protagora prima di Platone. Le Arringataci di Ari- 
stofane che ci dipingono un governo di donne , le qnali cer- 
cano di far adottare nuove leggi fondate sulla comunanza dèi 
beni e delle donne, sono nna parodia di qneste repubbliche; e 
precipua singolarità della platonica era appunto la comunan- 
za dei beni , dei figli e deHe donne che doveano godervi di 
tutte le prerogative degli uomini. — Ha i libri di Platone 
non erano forse che on trattato sulla natura della giustizia. 
Platone, dice M. Pagano, non potè ben dispiegare T idea del- 
la giustizia, che fingendo una repubblica , la quale dovea es- 
sere perfetta s*eUa altro non era che r immagine e f esem- 
plare della giustizia* Ma tal fine di Platone è volgarmente 
ignorato, e da questa ignoranza per f appunto nacque la ca- 
lunnia a quésto principe de* filosofi data, eh" ei si fosse troppo 
amico di chimere e d* impossibili progetti. — Sag- poi. — Dal- 
la Repubblica di Platone particolarmente si scorge che* là 
morale e la politica non erano per lui quasi che una scien- 
za sofà. La seconda non era che l' applicazione della prima 
alle istituzioni sociali, le quali non hanno per fine che la 
libertà e T unità. 

XXVI. Salito a cavallo ec. — A comento di questo pas- 



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2J% ANNOTAZIONI. 

so ecoone tino, par di Laerzio, nella vita di Anlislene: Mor- 
deva (jintistene) Platone come orgoglioso. Ora in una solen- 
nità reggendo un cavallo annitrire, disse , rivolto a Platone ì 
pare a me che anche tu saresti un cavallo magnifico. E ciò 
perchè avesse Platone lodato sovente il cavallo. 

XXX» Così aveva testalo. — O questa testamento, o è fal- 
so ciò che ha scritto Apuleio: Lasciò di patrimonio un orti- 
cello annesso aìV Accademia, due serventi, una patera colla qua- 
le supplicava agli Dei, e tant oro, quanto ne portava in un 
orecchio un giovine nobile. 

In ogni miglior modo. — ut ré En. Stefano 

traduce: quantum fieri potest. Scaligero sospettò errata la le- 
zione e corresse: ne v £«»«#•». È forinola testamentaria, 
che risponde alla latina: quacumque ratione , del Digesto, e 
eh 9 io ho spiegato con frase notarile. 

Tre mine oV argento^ — IL 278,04 , censessanta cw* 
que dramme di peso. — La dramma pesava circa 82 grani 
d'argento quasi paro, che ora varrebbe una lira circa. — 
L* obolo valeva poco più di quindici centesimi italiani. 

XXXII. Ma perchè tu sei a buon dritto tenera di Plato- 
ne. — « La matrona cui Laerzio indirige le Vite era un'Ar- 
» ria rammentata anche dall'autore del libro della triaca ». 
Quest' asserto di .Egidio Menagio è posto in forse, con bel 
corredo di erudizione* dal eh. sig. Av. Manin , nella sua in- 
troduzione alle Vite di Laerzio 

Ostetrico. — M«jsvr»x*f, tutto che ha relazione air ufficio 
di mammana; ed è allusivo a Socrate, il quale, esplorati i sensi 
dell'animo, vi eccitava, quasi doglie precorritrici il parto , i 
principi! del dubbio; poscia ne liberava gli uomini, conducen- 
do alla verità l'anima loro; e, come dice Fabio, faoea da le- 
vatrice aW anima partoriente. Socrate stesso, nel Teetele, affer- 
ma di esercitare l' ostetricia, ma quella che serve agli uomini, 



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non alle donne , et gli animi non i corpi risgnarda. -7- $fe- 
nagio. „ ■ » 

XXXIV. Po/ 7>jpi un attore «v»r/ò ec. — Gli erncJiU 
veggano come il Castel? etro, nella traduzione della poetica d'Ari- 
stotele, interpreti il passo di Laerzio vw*f*Tm, uno con- 
trnfacitore, cioè una maniera di contraffeci tori , non intende*- 
do un personaggio, propriamente, ma, secondo la frase di Terenr 
zio, l'intero gregge, il quale ab antico rappresenta? a senza balio, 
senza canto e senza suono. Tespi tro?ò una maniera di con* 
Ira (Taci tori (il coro), che insieme ballava, cantar a e sona? a , 
mentre gli attori riposavano. Questi tre offici furono poi di- 
tisi da Eschilo e da Sofocle , e il coro si compose di can- 
tanti, ballerini e sonatori, tre maniere di contraflacitori, 

XXXV. Diàloghi legittimi cinquantasei. — Se non si 
assegnano tredici libri alle Leggi, che in tredici appunto, se- 
condo §uida, furono divise da Platone, i dialoghi registrati da 
Laerzio non sarebbero che cinquanta cinque. — Tutte queste 
opere, coli' essere sino a noi pervenute, attestano degli ammi- 
ratori ch'ebbe in ogni tempo il divino Platone. Tutte per 
altro non sono certamente sue. Uscirebbe dai . limiti di una 
nota Pesame delle varie opinioni dei dotti snlP autenticità di 
alcuni di questi dialoghi, e ci mostrerebbe giudi* j spesso con- 
trarj, e non sempre dettati da una critica spassionata. 

XXXVI. Tredici epistole. — Gli eruditi concorrono per 
la maggior parte nel crederle apocrife, fuor Boeck che la 
settima ha per autentica. 

Im esse scriveva ec. — - B« «/«rruv, tv £j*yi*F, £«<f**r. 
Bene agere; bene vivere; gaudere, volta P Aldobrandino. Bon-. 
ne vie; bonheur; salut, il traduttore francese. Oltre ciò ohe 
dicono in proposito gli annotatori ed in particolare Menagio, 
vedi il dialogo di Luciano: «Su di uno errore occorso nel sa- 
lutare t . , 

XXXVIII. Usava nomi diversi. — Intorno air oscurità di 



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%So ANNOTAZIONI. 

Platone, dice Hitler che mal si giudicherebbero i suoi scritti, 
se in quelli si dovesse cercare un" esposizione scienti Gca della 
sua filosofia. — Sono scritti cvotrrnix sono una specie di ini- 
ziazione, non introducendo il nostro filosofo nel santuario del- 
la scienza che discepoli provati e conosciuti abili. Quest'opi- 
nione di Tenneniann si rafforza di un' altra che molti hanno 
sulle pretese sue sentenze non scritte , uypxQx Séyjtat*. Si 
parla anche di divisioni scritte e non scritte, ma Riiter 
osserva che sono indizii troppo indeterminati, poiché Aristo- 
tele traendo la dottrina autentica di Platone, meno poche 
eccezioni, da' suoi dialoghi, non ne riconosce una exoterica. — 
Per P ambiguità «Ielle nuove parole furono composti dei lessici 
interi. 

XXXIX. Di alcuni segni posti ne' suoi libri. — L 1 uso di 
appor note o segni alle scritture, era presso i Greci vario net' 
poeti, oratori, teologi. Passò a' latini, e se n' ha testimonio 
hi no' epistola di Cicerone ad Attico. — X pigliasi per le 
locuzioni e le figure* ec adhibetur , uhi ùmsilatior et figurato 
locutio. Menag. Il Casa ubo no crede il Aifur posto io luogo 
di Aa(iif jrf«*«««piF«r, locuzioni affatturate. Ne'Greoi interpreti 
•* incontrano spesso le parole rm £, delle quali ai servono 
per indicare oà errore o voce fuor dell'uso o loco t ione nuo- 
va. — La doppia ec. Neil' accennata lettera di Cicerone vi si 
dice, animadvertito Jocum, ubi erat dipte. Sospetta il Raine- 
sio che fosse una doppia linea = &#*Af Altri crede 

che la doppia linea si congiugnesse in punta, così ZZ », e un 

interprete d' Aristofane ora F accenna rivolta all' indentro, ora 
all' infuori. Pare ad E. Stefano che il &ìwX* si riferisca al 
X e ne indichi il raddoppiamento, quindi traslatò: XX dm» 
phx. — X fra punti, o punteggiato. E. Stefano lasciò •*•#*•- 
artyftifi, senza voltarlo ed ommbe il X, che quando aveva 
due punti, così *X* 9 veniva chiamato e significava £0t«tyt«p> 
Xfnrtét. — La doppia tra punti ec. Qui pure lo Stefano volta 



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ANNOTAZIONI. a&f 

tilfpllCl pei ICSll^fllCnO» — — V/blAOf 7T£ p l i&Tt "yu I v $ ( , Ufi n. lince 1 1(1 

punteggiata. E. Slefano noi traduce. Dicevasi anche p«C£#f , 
linea, ed è quella lincella colla quale si soltosegnano le paro- 
le ce. Punteggiata così -\— si usava. — Un I 
atrtTiyux, fra punti così • • — Il fulmine, xtpxvuov così 4" 
Dice Isidoro che il ceraunio si pone ogni volta che molti ver- 
si si disapprovano, nèciascui 



po di queste inezie; intorno alle quali si possono consultare 
le note della ediz. Westeniana. 

re di Platone fossero perite , si darebbe vanto di trarre un 
senso netto dalle laerziane rassodie? Noi col voltarne fedel- 
mente alcuni passi mutilati o guasti dal buon Diogene, e 
colf aiuto in particolare di Ritter, Cousin , Sevano e di al- 
tri, vedremo, se u\ venga fatto, senza oltrepassare di molto 
la brevità che ci siamo prefissi , di rendere meno astruse al- 
1 di queste astrusissime dottrine; onde il lettore a norma 
lottò disegno, abbia in iscorcio un'idea delle dot- 
ili filosofo. 

V anima immortale, molti corpi vestire ce. — Pia Ione 
secondo le idee della sua nazione parla spesso di campi Eli- 
si, di ricompense, di pene; parla del passaggio delle anime 
differenti forme umane e animali : opinioni che possono 
si fra loro considerando V inferno come uno stato 
intermedio tra le differenti vite di quelle sulla terra. L'idea 
della migrazione delle anime risponde a capello alle dottrine 
fisiche di Platone, e strettamente si collega colle sue opinio- 
ni morali, quindi, secondo Killer, non s ? ha a tenere come 
una semplice esposizione figurala o mitica della continuila della 
vita delT anima dopo la morte. La vita e la trasmigrazione 
delle anime dipende dall' uso che le singole anime fanno 1 
ragione per dominare la loro parte mortale. Qualunque sia 
flncnza del passeggero sul divino, una cosa nella vita 
DIOGENE LAERZIO. 19 



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282 ANNOTAZIONI. 

tale non vi è soggetta, la virtù. Dessa non riconosce supe- 
riori o padroni, e però ciascuno La iti riìàf nu*tn> W proprio 
destino; Kbera ne è la scelta. Chi rive saggiamente, passa alla 
sua stella; ma chi saggiamente non vite passa, al ano secondo 
nascere, in uri corpo di dolina, o se non cessa) di far» U ma- 
le, a norma di sna vita, in quello di animali i cut guati sìeno 
analoghi' a' sodi, in fino à che, purificalo per motte melensi*, 
cosi, non abbia appreso a sommettere la parte sua ani- 
male al corso regolare di una vita razionale, e non sia tòr- 
natoa' primi e migliori modi di vivere. — Rkier. 

V anima principio armonico, avèrto geometrico il eàrpo\ J — 
Neil' animo tre cose sono da considerarsi : la' sostanza indi- 
visibile, cioè divina: la sostanza divisibile, cioè corporea : ed 
una terza sostanza, cioè quella che sene di connessione e 
vincolo alP altre due nature. Platone per {spiegare questi mi* 
steri deir anima si vale di alcuni simboli o- immagini prese 
dai numeri ; non già perchè voglia insegnare cbè t'anima 
sia di numeri composta, ma perchè le ragioni dei medesimi 
servono maravigliosamente a rappresentare la natura dell'ani- 
ma, la quale è mèdia tra le cose sensibili e le intelligibili. 
Cosi dispari significa la natura indivisibile dell' anima, cioè 
la intelligibile e divina ; pari la natura divisibile e irragione- 
vole. Laonde V anima è composta del numero cinque, accioc- 
ché per la Composizione del numero pari è dispari ne nasca 
la comune abitudine dell' anima dai tre princip), cioè il 
medesimo, il diverso ed il terzo, vale a dire la connessione. 
Cosi l'anima ha l'intelletto dàlia natura indivisibile, cioè di- 
vina; ed ha il senso dalla natura divisibile, cioè corporea. E 
come è il medesimo riguardo al diverso, cioè la ragione al 
senso, così è il divèrso al medesimo, cioè il senso alla ra- 
gione. Quindi ne nascono la forza e l'attività, che sono la vera 
armonia dell' anima. — Così il Secano. — Chi più ne vo- 
lesse in» proposito consulti il Timeo, e le altre note dello 



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AtfNOTAfclOSI. a83 
slesso commentatore, «r- Il principio geometrico /M corpo 
rinverremo in segnilo quando della forma degli elementi. > 
La parto tallonale nella test* ec. -r- Tutto nel corpo 
umano ò formato per la ragione secondo alcuni fini de- 
termina*!. I/a testa, che à rotonda ed imita ' cosi la .forma 
perfetta del tutto, dovea servire di seggip alla parte di finn 
4elt' anime, . alla parte razionai* ( *#yi*T<»t#). Spetta, albi 
Insta il governo di lutto il corpo. U cuore fa eletto a conter 
nere V irascibile ( $fys«i#oYf ); collocato nel petto, sotto la te- 
sta; perchè non avesse a confondersi colla ragione. l»a parte 
concupiscibile ( twt$wp>r***i , appetitiva) ebbe sua sede nel- 
T amibèUce\ cioè nella parte inferiore del tronco, nel ventre., 
separala dalla sede dell' irascibile per meno del diaframma^ 
perchè destinata ad essere infrenata « retta dalia ragione , 
pA messo, dell 1 irascibile, separata com' è e dall' una e dal- 
l' altro. A quesC uopo Dio le ha dato una guardia,, il lega- 
le, che sodo, levigato e lucido? eontiene qualche cosa di a- 
maro e di dolce. Proprio a riflettere le immagini dei peu- 
skri f cotte in uno specchio, allorquando la ragione minac- 
cia , ei sa spaventare i desidetj colla sua amaressa , siccome 
quando la ragione si dispóne alla bontà tutto ei calma per 
messo della dolcezza. Profetizza anche nel sonno, nelle malatr 
ite ,e noli' entusiasmo , affinchè per tal modo la parte più 
vile del corpo partecipi* sino ad un certo punto, alla verità. 

La irascibile nel cuore. — L'irascibile destinato ad as- 
sistere la parte divina dell' anima, la ragione, contro le sol- 
lecitazioni della parte sensibile, si appropria al contingente. 
Isa parola $t>^#r, cuore, coraggio, ardire, ira, dice Riiter, non 
è Incile a tradursi in tedesco. 1 ennemann propone cuore; 
Scblelermaeber vorrebbe zelo, ovvero coraggio, non inten- 
dendo però solamente quella disposizione particolare dell'a- 
nima che si chiama proprio così, ma lutto ciò ancora che 



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284 ANNOTAZIONI. 

quittamente significava il vocabolo Muth, prima di perdere 1a 
sua generalità. 

Diceva abbracciare dal centro tutto quanto H corpo. — 1/ uo- 
mo, come il mondo, è composto d'anima e di corpo. Il corpo 
non esiste cbe a cagione deh" anima, che dee considerarsi co- 
me il principiò di quello, stando nell'anima* V origine dei 
moto, e non potendo, senz'anima, alcon corpo mvoversr' da 
se. L'anima del mondo come principio di tutte le forme cor- 
porei nel mondo è sparsa per lutto, a fine di aver possanza 
dovunque. Tutto che ?* ha di corporeo altro non sembra es- 
sere che Porgano di qnest' anima, poiché sino i corpi ele- 
mentari sono dotati di sensazioni. Malgrado questa diffusione 
per tutto il mondo, la sede dell' anima ne è fissata nel cetr- 
tro, per indicare la sua unità. Di là stende ella sino al cielo 
la sua azione, a quel cielo ch'ella dispiegò intorno di sé, 
avviluppandosene come di un proprio corpo. ' — E qui av- 
vertasi colP Aldobrandino, che le dottrine platoniche riferite 
dal buon Laerzio, ora spettano all'anima mondiale, ora al- 
l' umana. — V accorto lettore scorgerà di leggieri questo 
guazzabuglio, e sarà con noi pio del solilo indulgente. 

Due cerchi congiunti ec. — Rechiamo intiero e fedel- 
mente tradotto il passo del Timeo, a schiarimento, se fia pos- 
sibile, od almeno a testimonio delle laerziane mutilazioni. ~- 
Tutta questa composizione divise in due per lo /ungo* e, 
mezzo con mezzo ciascuna parte, t una air altra sovrappo- 
nendo a guisa di un X, curvò in cerchio, e f una air altra unì 
di contro alla loro sovrapposizione, e col moto che à uno stesso 
modo e a un medesimo punto si ravvolge, quelle comprese. 
V un de* cerchi fece esterno, V altro interno, e il moviménto 
esterno chiamò detta natura del medésimo, F interno del di- 
verso, quello del medesimo piegando da lato, sulla destra , 
quello del diverso per diametro (diagonale), sulla 'sinistrai 
Diede principato al movimento del medesimo, del simile, 



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a85 

poiché, questo lasciò indivisibile, qitello entro divìse in sei, for- 
mandone sette cerchi disuguali, con intervalli doppj e tripli, tre 
ciascuno, e ordinò che il muoversi de"* cerchi fosse in senso 
contrario, tre con pari velocità , quattro fra loro e coi tre 
diversamente, ma con movimento regolato. 

Due cerchi congiunti. — Delle due linee , dice Cousin , 
formò due cerchi di cui il più piccolo tocca internamente il 
più grande in due punti, lontani l'uno dall'altro tutta la lun- 
ghezza del diametro del più grande, e loro impresse un mo- 
vimento di rotazione intorno allo slesso punto. — Non diversi, 
questi cerchi, di composizione, mentre lì esterno conserva la 
sua unità e si muove con moto uniforme, V interno è diviso in 
selle grandezze disuguali con velocità e direzioni diverse. 

Quello della natura del medesimo, questo del diverso.— 
11 movimento del medesimo è quello che conviene a tutto l'u- 
niverso, poiché questo movimento, eseguendosi intorno ad un 
punto centrale, si opera sempre in un solo e medesimo luo- 
go, seguendo 1' immagine della verace ragione. Senihra, |>cr 
converso , che il movimento del diverso , della materia , 
sia un movimento di progressione in linea retta , poiché 
Platone attribuisce anche alle fisse , del pari che agli enti 
particolari nella sfera delle fisse, un doppio movimento: 
Timo il movimento del medesimo, seguendo il quale le 
fisse girano attorno di un punto centrale non uscendo il 
medesimo dal medesimo, e riflettendosi sempre sopra il me- 
desimo ; l'altro il movimento di progressione, che nulla o- 
stanle si eseguisce intorno al punto centrale del mondo, poi- 
ché è dominalo dal movimento regolare del medesimo e del- 
l' universo. — Iiitter. 

Questo situato secondo il diametro, internamente a si- 
nistra, quello da canto a destra ec. — Diviso il cerchio del 
diverso in più cerchi, il più grande di questi cerchi conserva 
sempre il suo primo diametro e i suoi due punti d'inle 



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a86 AIMtOTAZIOHI. 

zionc col cerchio del medesimo. Per indicare P apertura del- 
P angolo prodotlo dalP inserzione di questi due cerchi, Pia- 
Ione dichiara che il cerchio esterno e diretto nel senso d.d 
lato, e il cerchio interno nel senso della diagonale: ciò è a 
dire che, se si concepisca un parallelogrammo il cui gran 
lato sia il diametro del tropico, e il piccolo la disfan/a che 
separa i due tropici, il cerchio del medesimo è diretto nel 
senso di uno dei grandi lati del parallelogrammo 1 ; e il cerchio 
del diverso nel senso della sua diagonale. — Platone aggi,,- 
gne che il movimento del medesimo ha luogo da sinistra a 
diritta, e il movimento del diverso da diritta a sinistra. Per 
gli antichi Pitagorici la diritta del mondo è Ponente, la si- 
nistra P occidente. Osserva Callidio che il mondo essendo ro- 
tondo non dovrehhe a* ere nò diritta riè sinistra : ma soggi u- 
gno che la difficoltà scompare (piando si riflette che il mon- 
do, secondo Platone, è un animale. — Platone neppur tocca 
della posizione respetliva del cerchio esterno, e del più gran 
cerchio interno; segna gli intervalli che separano i cerchi in- 
terni fra loro ; ma il fa in modo oscurissimo. — Cousin. 

Il secondo dell* orbite de' pianeti. — Il cerchio interno 
fu diviso sei volte in modo da formare sette cerchi ineguali, 
con intervalli doppj e tripli. Quesf intervalli doppj e tripli 
sono evidentemente i tre rapporti di cui la ragione è 2, e i 
tre rapporti di cui la ragione è 3, pei quali Dio ha comin- 
cialo a dividere in parti proporzionali la mescolanza delle 
tre essenze : questi rapporti sono rappresentati dai numeri r, 
2, 3, 4? 9? °\ 27, i quali indicano le ottave della scala mu- 
sicale di Platone. Ora se ci rammentiamo che gli antichi Pi- 
tagorici disponevano i pianeti secondo gli intervalli del di- 
gramma, si potrà conchiudere che Platone ammette lo stesso 
rapporto tra le distanze che separano gli uni dagli altri tutti 
i cerchi del diverso, i «piali non sono che le orhilc dei 
pianeti. 



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AUtfOTAsiom. 387 

Valla direzione del cerchio del diverso ec. — Il movi- 
mento da ministra a diri Ila è quello che gli ultimi platonici 
hanno chiamato razionale, paragonandolo all' andamento che 
segue la ragione umana che parte da Dio, per ritornare a 
Dio per mezzo della contemplazione delle sue opere, come il 
movimento del rntdesimo parte da sinistra per ritornare al 
medesimo punto passando per la divinità. Jl movimento da 
diritta a sinistra, che è quello del diverso, è stalo parago- 
nato al movimento sensibile dell' uomo. Questo movimento 
sensibile è quello per il quale, dopo di esserci innalzali dalla 
creatura a Dio, noi ricadiamo nella creatura. — Consin. 

XLI. Due principili materia e Dio ec. — « Dio, sostanza 
» formala dall' essenza delle idee, i cui caratteri sono unità, 
» universalità, invariabilità — materia, principio del varia- 
» bile, delT imperfetto, del finito. — 11 variabile non potendo 
» essere conosciuto, senza aver relazione coli 1 invariabile, do- 
» vette questo agire sul primo per imprimergli la forza delle 
» idee. Quindi Iddio sostanza, e cagione ; sostanza delle idee, 
» cagione delle forme, che nel]' ordine variabile sono la im- 
» pronta esterna delle idee. Ecco il platonico Aeyor, il Ver- 
vi ho, che contiene le idee eterne, tipi di ogni cosa, per mezzo 
» delle (piali, considerate sotto quel duplice rapporto, si 
» giugno soltanto alla conoscenza di Dio. Ciò che torna io 
» stesso : Dio non poter essere conosciuto e non rivelarsi al- 
» r intelligenza che per mezzo del suo Verbo. — Ma Dio 
» non poteva produrre il mondo, perchè dotato di caratteri 
» diametralmente opposti a' suoi. V'ha dunque fuori di Dio 
» un principio del variabile, che non avendo potuto uscire 
» da Dio, esiste per sè, come Dio. Questo principio è la ma- 
» teria. — La nozione di questi due principii conduce a ri- 
» conoscerne un terzo. 11 mondo non esisterebbe se Dio non 
» avesse agito sulla materia ; perchè la materia, rimasta nel 
» suo stato di passività e di indeterminazione, nessuua for- 



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4 



*8&. AMIOTAZIOfff. 

» ma, nessun ordine avrebbe prodotto. Or la materia cs- 
» sendo, per o^ni rispetto, V antilesi di Dio, Fazione di Dio 
• sulla materia contiene ima realtà la quale non è nè Fattività 
» pnra, come Dio, nè la passività pura come la materia. Questo 
» principio di mezzo, che partecipa della natura della materia 
» e della natura di Dio, fu da Platone indicato col nome di 
» anima del mondo. La cosmologia platonica, considerata 
» dalla radice, può essere rappresentata da questa forinola : 
» Dio sta ali* anima del mondo, come V anima del mondo 
» sta alla materia, e V universo è una gran regola di pro- 
>♦ porzione. — I due principii senirono a Fiatone per ispic- 
» gare V origine del male. Il male esiste necessariamente, poi- 
» chè non è altro che la resistenza della materia : esiste in- 
>» dipendentemente da Dio, poiché la materia esiste di perse 
w stessa. — 11 male esìste nel principio materiale, finché que- 
» sto principio non è informato dalle divine idee. Dio nel- 
» T operare sopra di esso tende a distruggere il male, an- 
» che per questo, clf ei riconduce la materia domata sotto 
» le leggi proprie delle idee, e la creazione, in tutta la sua 
» durata, non è che lo sviluppamelo di questa lolla listi- 
li na. » — Salinìs co. — 1/ anima mondiale fu o dimenticata da 
Laerzio, o confusamente accennata nel paragrafo antece- 
dente. 

Stimando V ordine migliore del disordine. *~ Oltre all' in- 
fanzia dei Greci nelle fisiche, non ebbe. Platone ad occupar- 
sene gran fatto, spiegando la natura al tutto teologicamente. 
Il mondo ha avolo principio perchè è visibile, sensibile e 
corporeo. Or tutto. ciò eh 1 è tale è percettibile, é il percet- 
tibile non è eterno, ma contingente. Ma ciò che è contin- 
gente dee necessariamente essere fatto da una* cagione* e però 
anche il mondo dee avere una cagione. Platone riconosce «n 
formatóre e padre di tutto, che tutto compie, con ragione, nella 
natura. L'attività di una sì fatta cagione parte necessaria- 



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ANUQTAftMHf!. a8g 

menle da una idea die sene come ili modello per ciò clic 
dee avvenire. Ora si possono concepire due specie di mo- 
delli o tipi: Fimo eterno, immutabile, un altro contingente e 
mortale. Non è da Dio formato il mondo a norma di questo, 
poiché il mondo è la più bella delle opere e Dio la migliore 
delle cagioni ; straniera all' invidia, essa dovea al possibile ren- 
dere T opera sua simile a sè. Egli è per ciò che questo mon- 
do, fatto ad immagine «li (pianto v'ha di migliore, passò dal 
disordine allo stalo di ordine, perchè T ordine è migliore del 
disordine. — Hitler. 

Questa sostanza essersi tramutata in quattro elementi. — 
Il costante cangiamento nella natura corporea, secondo Pla- 
tone, si opera nello spazio dalle forme dei quattro clemeuti, 
i quali non possono altrimenti essere concepiti, che come itati 
della stessa natura corporea universale. Insegnava egli per conse- 
guenza potere uno di questi elementi facilmente tramutarsi in 
tutti gli altri. — Vedi più innanzi. 

Del fuoco elemento una piramide, delT aria un ottae- 
dro ec. — In due modi il nostro filosofo si esprime sulla 
natura dei quattro elementi : V uno si riferisce alla figura 
geometrica dei corpi, V altro alle qualità sensibili, sotto le 
quali questi elementi ci appaiono. Platone, in generale, con- 
siderando i rudimenti indeterminali della materia come Io 
spazio, non poteva considerare le forme determinale della 
materia che come le figure dello spazio. Ciò si congiugne col- 
1* idea generale, esservi piuttosto accordo e regolarità ne' rap- 
porti corporei, che disaccordo e irregolarità. Quindi i cinque 
corpi regolari servono di base alla determinazione delle for- 
ine elementari, poiché la piramide dovea corrispondere al fuo- 
co, il cubo alla terra, l'ottaedro all'aria, V icosaedro al- 
l'acqua, mentre il dodecaedro è assomigliato alla sfera, e ri- 
servalo alla forma del mondo che compreudc tutti gli ele- 
menti. 



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2QO AMUOTAllOffl. 

Ciascuno non essere sparto to in luoghi distinti; che la <•//•- 
conferenza comprimendoli e conducendoli al centra, ne riuni- 
sce le parti ec. — Le figure degli elemenli sono picciolissU 
me e non possono essere scorie e divenire sensibili che nella 
loro riunione omogenea, la (piale naturalmente risulta dal 
prendere le forme simili un luogo determinalo dal mou- 
inciìto della materia; luogo nel quale esse si assembrano, da 
che il simile si separa per attaccarsi al simile. Ma v' ha 
tra i differenti corpuscoli un' unione tale, che le figure di 
nna specie medesima di elementi non si trasformano punto, 
ma quelle soltanto di specie differente; e questo per un' a- 
zione reciproca: ciò che produce il movimento. Siccome por 
altro gli elementi omogenei vanno naturalmente nel loro pro- 
prio luogo, il movimento cesserebbe bentosto se la circola- 
zione del tutto non comprimesse gli elemenli, e, non Li- 
sciando così alcun luogo vuoto, non (orzasse le piccole figure «lei 
fuoco e dell* aria a penetrare negli interstizii delle grandi figure. 
Da ciò la spiegazione della iniscea degli elementi fra loro e il 
loro reciproco tramutarsi, e dalla non esistenza del vuoto la 
conchinsione, che ogni movimento eseguito ritorna sopra se 
stesso in qualche modo circolarmente; donde Platone spiega la 
forza attrattiva apparente dei corpi, come quella della calamita 
e dell' ambra , quasi alla maniera di Cartesio. Spiegazione, 
osserva Riiter, in ciò al tutto meccanica. 

Ed anche animato. — Perchè il mondo divenisse buono e 
simile al suo autore, Dio osservò che nessuna cosa sensibile, 
irragionevole, non sarà inai più Ittita di un'altra eh' ebbe la 
ragione in partaggio; ma che anche la ragione senza V ani- 
ma non può essere il partaggio di alcun ente; quindi ei fece 
il tutto mettendo la ragione nell'anima, e V anima nel cor- 
po; chè ciò ch'è contingente partecipare doveva pure del cor- 
po. Dire adunque si può con verisimilitudine che la provvi- 
denza ha fatto di questo mondo un ente animato, dotato di 



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ragione e vivente. 1/ anima è considerate io questa oniofto co- 
me il meato che congiugne la natura- eteree e invisibile della 
ragione colla natura mutabile e divisibile della matèria ; poi- 
ché k natura dei diverso^ di difficile mistione, è mieta ai 
medesimo per mezzo del poter di fino. ^- Hitler. 

Un mondo solo ec. — Il mondo ietto ad immagine del per- 
fetto, perfetto essere doveva egli stesso, ,per «guanto, rispetto alla 
materia, era possibile co' er fosse. Dall' altro canto amila do- 
vea mancargli a tal uopo oeffta materia. H percher on mondo 
solo fu croato. Piatone mette assai * in dispregio l'opimone 
che fi sia en' infinità di mondi) opinione, dice agii, cbonon 
può esaere professala se non da obi ignora quello che si dee 
sapere: alludendo alla dottrina che ogni specie d'infinito 
sfugge al mostro conoscimento. Ammette un sot mondo, per- 
one im mondo solo dovette formarsi su di un unico proto- 
tipo che abbraccia tntti i modelli degli enti òhe vivono e che 
non pnò esser due con m altro, poiché l'idea che abbraccia»* 
se i due, sarebbe M vero prototipo. 

Sferico perchè ecc. — r « Dio, cosi Platone, diede al mondo 
a convenevol figura, ed affine {rvyyoar ) alla propria, peroc- 
» chè a quest' animale che nel suo giro avrebbe contenuto tulli 
1» gli animali, si aftacea primamente quella figura, in cui 
» ogni figura si contenesse. » -— Perchè il mondo potesse 
comprendere ogni ente vivo, e'dovea contenere ogni figura 
possibile. Per questa ragione e' fa fatto in forma di- sfera , 
per tatto eguale ( liscio) a norma della più perfetta e sim~ 
metrica formai La sfera che secondo i Pitagorici è assimi- 
lala- al dodecaedro, contiene in sé tolti gli altri corpi rego- 
lari, e per figure s' hanno ad intendere i corpi regolari. For- 
ma 4Ìatmetrica e perfetta, dimostrante T unità Circoscritta del 
mondo, il quale essendo sferico, non ha m sé naturalmente 
né alto né basso. s 

Non avente alcun organo. — Se il mondo è una unità fuor 



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2ga AH HOT A JMOMI.' 

della quale nulla esiste di materiale, non può ^furarmente 

avere organi, come gli enti che vivono, sia per raccorrò dallo 
esterno, sia per agire sull'altre cose, o per cibarsi, o per se- 
cernere;, e fu si maestrevolmente costruito da avere in sè e 
per sè ogni passione ed ogni azione. 

Durare il mondo immortale ec. — Il mondo, come opera 
divina, deve essere un' opera perfetta esente da malattia e da 
vecchiezza ; ciò che non può essere che a patto che nessuna 
altra forza materiale possa esercitare sopra di esso un poter 
distruttore. Per la qual cosa fu questo mondo fatto indisso- 
lubile, eccetto solo per chi lo formò ; il quale ciò non per- 
tanto noi distruggerà perchè non v' ha che la malizia , che 
possa disfare quello clTò mirabilmente fallo. 

Constare il mondo di Juoco, acciocché sia visibile ec. ec. — 
La materia doveva essere visibile e sensibile. Ma senza fuoco 
nessuna cosa sarebbe visibile, nessuna sensibile senza solidità, 
solida senza terra nessuna. Doveva dunque Iddio il mondo di 
fuoco e di terra comporre. Ciò nulloslanle non si possono 
due cose perfettamente unire : vi dee quindi essere un luo^o 
di mezzo tra V una e l'altra, che sia per V una ciò che Tal- 
Ira è per esso. Ora uno solo di questi luoghi mezzani non 
sarebbe bastato, se i corpi non avessero avuto oltre alla su- 
perficie, anche la profondila. Ma il corpo non è mai legato 
che per due mezzi, affinchè le quattro superficie del corpo, 
legate fra loro, appaiano. Due altri elementi, Paria e V ac- 
qua , dovevano adunque essere collocati tra il fuoco e la • 
terra. Così Ritter. — Questo passo, dice Cousin, tormentò i 
commentatori, perchè l'asserzione erronea, che i corpi solidi 
Don si fluiscono mai insieme per via di un solo, meno, ma 
per doev è difficilmente conciliabile col sapere geometrico di 
Platone. Stotbum penta con ragione essere questo passo molto 
pi il semplice che noi si credette finora. Due superficie ci to- 
gliamo- nel «sterna pitagorico per fare un solido». Se due su- 



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A ffNOT AZIONI. 7g3 

. essere unite da un solo termine intermedio, 
ri \orranno' due termini intermedi! per unire due solidi , e 
I" unione sarà anche più perfetta cpialora la ragione delle due 

urnivirrÌAhì «in li «ln«c'> 1 ,i << ( >i ,mi>l ri » nnn Iia nifi liinfrn i*li#* 

l'I < ' I M ) I A I < M I I Siri Id >H tJit m < » 1 1 M (I 1.1 IH Mi llrf lllll I IIULU 1 IH 

per rendere più manifesta la spiegazione, nè Plalone ha pen- 
sato di dare alla sua frase un rigor matematico. 

principio generatore, contemplando V essenza eternamente vi- 
vente, il modello del mondo, concepì il pensiero di fare il 
mondo somigliante al possibile al suo modello. Ma siccome 
ciò nulladimeno e' non potea fare che il contingente fosse e- 
terno , depor volle almeno nel mondo un 1 immagine mobile 
dell'eternità, immagine che noi appelliamo tempo. Per altro 
egli intende per tempo, non semplicemente il corso successivo 
degli stati, (piale si concepisce già nell'idea di vita, ma il 
corso ordinato e regolare? di <jucsli stali secondo la misura de- 
terminala del giorno e della notte, della luna e degli anni. Ma 
un tempo non è così ordinato e misurato che pei movimenti 
regolari del cielo; e per questa ragione il sole, la luna egli 
nitri cinque astri che portano il nome di pianeti sono stati 
preposti alla determinazione ed alla guardia dei numeri del 

tempo. J *»* >« Uim * 

II mondo animato, perchè collegato da un movimento am- 
ntato ec. Ciò che ha luògo,* come s'è veduto, (p. »lJ 
nelle fisse in conseguenza del movimento del diverso im ter* 
tamerrte luogo anche per li pianeti in riguardo al movimento 
del medesimo. Quando pure non si attribuisse ad essi -che il 
movimento der diverso, e' sarebbero dominavi ancora dhl «fe- 
riménto del tutto, e descriverebbero un cerchio, quantunque 
mossi da un movimento "meno uniforme; poiché, concepiti co- 
me unirà, essi ! eseguiscono differenti cerchi. Ih tutti questi 
movimenti dei corpi celesti appare il concetto che lo grandi 
masse del mondo sono ordinate e dominate dalla vita gene» 



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agì AHKOTA1MMII. — 

rate del mondò. — * Ecco gli animali celeri, creali colle ma- 
ture itegli altri animali. 

Numi ignei. — I corpi celesti, enti vivi, seno latti anche 
più perfetti di altri, i quali non basto che un nwvieaeato ir- 
regolare Quindi è che Platone fi chiama etili divini ., e ce- 
lesti famiglie di iddìi; o, per meglio sceverarli, dal Dio eter- 
no, dei sensibili e contingenti \ e forma il loro acarpo preci- 
puamente dt fuoco, parche siano risplendenti e beUi al pos- 
sibile; e dà ad essi forma rotonda, a simile, a quella, del tot» 
lo. K siccome sano-stati, cosi meravigliosamente iocateaati e 
doratali da Dio stesso, essi hanno anche ricevuto, una specie 
tri immortalità, perchè non sono soggetti a dissoluzione e Sion 
conoscono la morte; di modo che possono essere chiamati im- 
mortali. — Bitter. 

Tre generi, volatile, acquatico, terrestre. Nati gli dei 
immortali, altri enti mortali venir dovettero a vita. Sona essi 
di tre specie, secondo eh' e' vivono solla terra, oell' acqua o 
neil' aria; mentre il corpo degli dei contingenti è generali- 
mente formato di fooco. V'ha dunque una divisione per. gli 
enti vivi, secondo i quattro elementi. I^a ragiona, per la quale 
le tre specie di animali mortali dovettero essere formate, con- 
siste in questo, che quattro generi di enti vivi sono neil? idea 
dell'ente vivo in generale, e che il mondo sarebbe imper- 
fetto se tutti i generi di enti vivi non dovessero essere in lui 
contenuti. 

La terra più antica degli Dei. — Platone non dica nulla 
per di finire se la terra, non altrimenti che i pianati e le 
stelle .fisse, debbasi riguardare come un ente animato e come 
un dio contingente; ciò che parrebbe quasi, considerando il 
luogo assegnatole fra gli altri dai contingenti, e il posto d'o- 
nore che occupa la terra stessa, nel .eentro del mondo, a nor? 
ma della precedenza dovutale, per la sua primogenitura in 



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ftsraÒT'ìEiomé d$5 
confronto de-li altri pianeti. Elf i appellala dal nostro filo- 
sofo, guardia e architetto della notle e del giorno. 

La terra siccome nel mezzo, nel mezzo girare. — La ter- 
ra i rome si è veduto, fu collocala da Platone nel mezzo del 
mondo, ove si stende intorno al polo, o meglio all' asse del 
mondo, e dove è rattenuta e ferma per suo proprio equili- 
brio e per l'egualità del mondo intorno a lei. Ma Fiatone , 
osserva Hitler, non s' è che ambiguamente spiegalo sulla qui- 
stione: se la terra resta in riposa nel centro del mondo, o se, 
docile al movimento universale, gira inlorno al mondo. — 
Discordi gli antichi su questo punto di dottrina platonica, si 
è da ultimo assentilo generalmente all' opinione che la terra 
è io riposo. Veggasi Nceckh. La ragione, per altro, che a 
questo dolio pare senza replica, non esclude, secondo Killer, 
ogni movimento terrestre, quantunque si opponga al molo 
di rotazione sul proprio asse. 

Alcune cose esistere per mezzo della mente, alcune per 
ragione di necessità. — Per mezzo della mente, di Dio, del- 
l'anima, cagioni perpetue; dei quattro clementi, iu cui si 
tramutò la maleria, cagioni necessarie: Due generi di cagioni 
già poste da Platone. 

\on sono elementi, ma possono contenerli. — Dalla mu- 
tazione scambievole degli elementi fra loro — di che si toccò 
in una nota — appare chVnon sicno allra cosa da una na- 
tura seconda, composta di qualità, della quale prima è la ma- 
teria e la forma. 

Constare di triangoli. — La maleria che sempre rimane 
la slessa , è determinata dalle forme cui viene assoggettata. 
Quindi la materia, per sè priva di forme, come ricettacolo 
di tutte forme, è abile a trasformarsi in qualunque cosa. Ma 
la forma dei (piatirò elementi è forse per il nostro filosofa 
un esempio, piuttosto che un fallo: servendosi di quella dei 
triangoli, che sono i principii di tutte le figure piane, sicco- 



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10,6 AWWOTàMOm. 

me composte di linee, e base delle solide. — Còsi Rider; 
ma crede Stalbanm, contro V opinione "di Aristotele, non trat- 
tarsi gii di superficie ideali, ma di veri solidi terminati da 
superficie. Anche presso i pitagòrici piare cbe H triàngolo fosse 
1* istromento della formazione del mondo. 

1 Elementi di esse U triangolo von tm lato bislunga e Fiso- 
sede. — « Tn prima a tatti è patente che il fuoco, la terra, 
» r acqua e V aria, sono corpi : poi che ogni corpo' ha' an- 
» che profondità, e -«che ogni profondila è giuoco forza che 
1» accolga la «attira del piano. Ora la parte fétta della base 
» piana si compone di triangoli, e tatti I triangoli hanno 
» principiò da dae, avendo entrambi on àngolo reCto e due 
» acnti. — Si eleggano i due triangoli* dai quali il fuoco, 
» ed i eorpi dell 1 altre cose sonò composti , cioè, I* equità* 
» tero, e quello che ha un lato maggióre tre volte in potenza 
» del minore. — L'equilatero ha una sola natura, e quello che 
* daJRaltra parte è più lungo, infinite* — E per fero quat- 
w tro Specie si fanno dai triangoli eletti da noi : tre di ano 
» avente i lati disuguali; H quarto solò si compone del trtan- 
» golo equilatero. » Timeo. — ^L'aria, V acqua, il * fuòco 
hanno un principio cornane, la terra lo ha da 'se. 

XLII. Dei beni e dei mali diceva: essere fine rendersi si- 
mile a Dio ec. — Plàtone considera la. morale come il fine 
essenziale della filosofia. Essa è il bène supremo. Nata dall'a- 
more consiste nella tendenza alla perfezione. Due maniere di 
beni .• umani, transitori!, ingannevoli;, divini, permanenti, he- 
eessarii. A questi spettano tre condizioni: verità, armonia, bel- 
lezza, e appartengono all' ordine delle idee, di cai la divi- 
nità è sede, sorgente, tipo. La pratica della morale altro non 
è che H colto della divinità. Avvicinandosi a Dio si sale alla 
virtù; consacrandosi alla virtù si onorà Dio in modo degno 
di lui. Siccome per la logica, l* anima imita il A«y«* , 
il verbo divino, così per la morale imita Dio come a- 



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ANNOTAZIONI. 

manie ed attiro. Dio, che infinitamente ama le idee, non 
operò esternamente che per ridurre all' aito questi archetipi 
di tntte cose. Dee I 1 uomo del pari, assoggettando l'amore dei 
beni variabili e sensibili all' amore delle idee, o del bene as- 
soluto, non adoprarsi, in quanto si può, che a ridurre in 
atto le idee divine. Quindi principio della morale l'imitazione 
di Dio, il rendersi simili a Dio, principio del fero, da cui de- 
riva il bene ed il bello, il quale non è che lo splendore del 
bene. 

XLHI. Trattò della giusta applicazione dei nomi, — • I no- 
mi ed i verbi, vocaboli semplici, formano le enunciazioni sulle 
quali fonda la dialettica i suoi ragionamenti; e quindi ne co- 
stituiscono le minime parti. Tratta di essi nei Ora trio. 

XLV. Le cose divideva in questo modo, — Lettor mio, il 
buon Laerzio trasse, come pare, queste divisioni platoniche 
da un' opera di Aristotele, che certo peri, se più non si rin- 
viene nelle superstiti. Tutti suoi per altro saranno al solito i 
|>regi dello stile, cui danno anche maggior risalto quelle spe- 
cie di recapitolazioni che degnamente conchiudono le divisio- 
ni ! Distinto fra gli altri il p. xlv, ci chiederai, perchè a di- 
minuzione di noia non si potessero omettere, come fece il 
traduttore francese ? — Si potea veramente, ma era in oppo- 
sizione al nostro sistema di tradurre. 

L. Cinque specie di medicina. — Secondo Celso sono tre : 
una che si giova del vitto, una dei medicamenti, la terza della 
mano: dietetica, farmaceutica, chirurgica appellate da' Greci. 
Platone non divise Fa medicina in cinque, come afferma Laer- 
zio, ma solo in tre, come dice l'Aldobrandino, il quale os- 
serva per altro aver Platone fatta menzione della nosognomo- 
nica. Certo la CmS*ti«* non dee costituire un genere spar- 
lato di medicina. — Menagio. 

LXXI V. Così divideva la prima. — *«# r« wfmrm $<jf u, 
DIOGENE LAERZIO. 20 



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2QO ANNOTAZIONI. 

ita prima dividebat, termine filosofico che significa i primi sen- 
timenti che natura ci dà. 

« La filosofia platonica tinse, in estensione ed in varietà, 
11 tutte l'altre greche filosofie che la precessero. Platone da que- 
» ste attinie, a dir vero, di motti elementi, ma aggrandendoli gli 
» fece snoi, e gli sviluppò e gli unì alle sne concezioni. — 
» La filosofia, per suo mezzo, apparve colla propria potenza ; 
» e si mostrò come la scienza che costituisce V unità delle 
» scienze diverse. — L'unità logica del sistema platonico si 
» trova radicalmente nella teorica delle idee. — La dipen- 
» denza delle sensazioni dalle nozioni, delle nozioni dalle 
» idee, riprodoeesi, sotto forme diverse, in ogni parte della 
» filosofia di Platone, e determina, ne'singnli cerchi della 
» realtà, un ordine analogo. Nel seguente specchietto, si scor- 
ti ge, di leggieri, quest'unità: 



Teorica della conoscenza, 

I Nozioni interine- J 
die fra le idee e le > Sensazioni, 
sensazioni. \ 

Teorica detT universo* 



Dio assoluto, ne- kf wJT 1 il f Materia, principio 
cessano, immutabi- ch f P^f" ^ del variabile, Sei 
le; il medesimo. nal ° r< ! dlD,ocdcUa (relaUvo; il diverso. 



Anima umana. 



Regione dell' in-f Regione dell' in- \ Regione dell* in- 
telligenza e dell' a- tei li genia e dell' a- /teli igenza e dell'a- 
more, corrisponden- more, corrisponden- / more, corrisponden- 
te alle idee. ( te alle nozioni. ite alle sensazioni. 



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ANNOTAZIONI. 



*99 



Organiiutuone untanti. 



La testa, organo 
di ciò che ha di 
superiore oelP ani- 



li cuore, organo 
del Sppit. 



Logica. 



Gli intestini, or- 
gani delle a (lezioni 
dell' anima. 



Logica epiche- 
, . 1 rematica, eh' è in- 

Logicn apodiUica. j |èrinedia fra p a ltre 

due. 



Logica entimema- 
tica. 



Morale. 

Amore per V as-4 Amore mescolato. \ Amore animale, 
soluto. ( ) 

Politica. 

1- ) Casta dedicato ai 

Casta intermedia / |afor| roaDUa H de l- 
tra 1 filosofi, gli ar .-( findnstria e dell'a- 
ceri e i Ia^ ralor, -)gricoltura. 

De Salms et de Scorbiac. 



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LIBRO QUARTO. 



CAPO PRIMO. 
Speusippo. 

I. Tanto ci fu dato racoorre intorno a Platone , 1 
prendendo accuratamente ad una ad una le cose che 
si raccontano di quest' uomo. 

II. Gli successe Speusippo di Eurimedonte, ate- 
niese. — Era del popolo mirrinusio , figlio di Potona 
sorella di Platone. 

III. E fu otf anni capo della scuola incomin- 
ciando dalP olimpiade centesima ottava 5 e pose le im- 
magini delle Grazie nel Museo eretto da Platone nel- 
V Accademia. 

IV. E rimase perseverante negli stessi dommi di % 
Platone, sebbene tale non si mantenesse circa il costu- 
me \ imperocché e alP ira e alla voluttà era soggetto ; 
raccontandosi lui avere per ira gitlato in un pozzo un 
cagnuolino , ed essere ito per diletto in Macedonia 
alle nozze di Casandro. 



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3oa capo paino 

V. È fama che lo udissero anche le discepole di 
Platone Lastenia mantinica e Àssiotea fliasia , perchè 
Dionisio dice, scrivendogli mordacemente: E da uri* Àr- 
cade tua scolara si può apparare filosofia — & Pla- 
tone , senza mercede, giovava coloro che ne frequen- 
tavano la scuola ; tu invece esigi una tassa e pigli da 
chi dà e volentieri e contro grado. 

VI. Primo costui , al dire di Diodoro nel primo 
de' Commentarli^ osservò, nelle sciente, ciò ebe aveano 
di comune , e per quanto fosse possibile le congiunse 
fra loro ; primo , come afferma Ceneo , rese pubbliche 
quelle cose che Isocrate appellava arcane } e primo trovò 3 
il modo di fare con minuti legni ben capaci vaselli. 

VII. Avendo gii da paralisi offeso il corpo, mandò 
per Senocrate , invitandolo a venire e a succedergli 
nella scuola. 

Vili. Narrasi che condotto sovra una carretta al- 
l' Accademia , s' abbattè in Diogene, e dettogli: Salve 
— costui gli rispose : ma non già tu per altro che sop- 
porti in questo stato la vita. 

IX. In fine dallo scoramento , essendo già vecchio, 
tramutò deliberatamente la vita colla morte. E su lui 
v'ha di nostro: 

Se appreso io non avessi che Speusippo 
Morto è cosi, nessuno a raccontarlo 
Persuaso m'avrebbe : chè non èra 
Col sangue imparentato di Platone 
Chi scorato moria per così poco. 

Racconta Plutarco nella vita di Lisandro e di Siila a- 4 



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SPEUSIPPO. 3o3 

ver egli brulicato di pidocchi. Al dire di Timoteo,, nel 
primo Delle vite , avea gracile il corpo, 

X. Narra costui , che ad un ricco cjie si era inna- 
morato di una brutta , dicesse : che bisogno hai tu di 
costei? Io te ne troverò una più bella per dieci talenti. 

XI. Lasciò un 9 infinità di Commentar) e un mag- 
gior numero di dialoghi, tra 9 quali v* è: Aristippo ci- 
reneo* — Della ricchezza, i — Della voluttà, i — 
Della giustizia , i — Della filosofia , j — - DelT ami- 
cizia , i — Degli dei, i — Il filosofo , i — A Ce- 
falo, i — Cefalo, i — Climaco , ovvero Lisia, i — 

// Cittadino, i — DelT anima, i — - A Grillo, i — 
Aristippo , i — In biasimo delV arti , 1 — Dialoghi 5 
commemorativi — Lì Artificiale , — Delle cose che 
hanno una trattazione simile, 1, 
8, 9, 10 — Divisioni e argomenti alle cose simili — 
Degli esempi di generi e di specie — Ad Amartiro — 
Encomio di Platone, — Epistole a Dione, Dionisio, 
Filippo — Della legislazione // matematico — 
JUandrobulo — Lisia — Definizioni — Ordine dei 
vommentarj, — Versi quaranta tre mila quattro eento 
settanta cinque. — A lui scrive Samonide le Istorie, 
nelle quali avea disposte per ordine le imprese di Dione 
e di Bione. — Dice Favorino nel secondo dei Com- 
mentar/ , che Aristotile comperò i suoi libri per tre 
talenti. 

XII. V ebbe anche un altro Speusippo , medico e* 
rodeo alessandrino. 



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3o4 



CAPO II. 
Senocrate. 

I. Seoocrate di Agattnore era calcedonio» Giovi- 
netto udì Platone e peregrinò seco in Sicilia. 

II. Fu d' ingegno tardo per modo che si racconta 
aver detto Platone, paragonandolo ad Aristotele: Quegli 
ha bisogno di sprone , questi di freno — e , con qual 
cavallo quaV asino striglio io ! 

HI. Del resto Senocrate era grave, e sempre d'a- 
spetto burbero a segno che Platone gli ripetea del con* 
tinuo : Senocrate sacrifica alle Grazie. — Visse il più 
nell'Accademia; e se talvolta dovea recarsi in citta, di- 
cono che , al suo passaggio, la plebe tumultuante e 
procace si ritraeva. Dicono parimente che un giorno 
anche Frine la cortigiana volesse tentarlo , e come in- 
seguita da alcuni si rifuggisse nella di lui casetta; ch'egli 
per compassione accollatale non avendo che un lettic- 
craolo , le concedesse, pregandolo essa , di seco cori- 
carsi $ ni a che da ultimo se* ne andasse , dopo moko 
eccitarlo , senza nulla ottenere 5 affermando a chi ne la 
interrogava che non da un uomo, ma da una statua era 
uscita. — Altri raccontano che gli scolari ponessero 
Laide a giacere con lui, e ch'ei fosse tanto continente 
da farsi non di rado tagli e scottature al pene. 



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CAPO II , SBWOCRATB. 3o5 

IV. Era poi così fededegno che non potendosi te- 
stimoniare senza giuramento , gli Ateniesi ciò conces- 
sero a lui solo. 

V. Ed era in oltre a sè stesso sufficientitsimo. Il 8 
perchè avendogli spedito Alessandro del danaro assai, 
lolle tre mila attiche, rimandò il resto col dire: Cheque* 
gli più ne abbisognava, che a più dava le spese. — E 
parimente non ricevette quello che, come narra Miro- 

niano ne' Simili , gli mandò Antipatro. Premiato di 

corona d' oro in una disfida a più bere , che presso il 
tempio di Bacco si fa ogn' anno da que'di Coo, nel- 

P uscire la depose innanzi alla statua di Mercurio, dove 
anche era solito porre quelle dei fiori. — Si racconta 
cir ei fosse mandato con alcuni altri ambasciatore a 
Filippo; che ammolliti costoro ai donativi, e accedes- 
sero agli invili di Friippo, e si aprissero con lui; ma 
eh 1 esso nè P una, nè I 1 altra di tai cose facesse ; e per 
questa ragione Filippo non lo ricevesse ; che quindi ri- 9 
tornati gli ambasciatori in Atene, riferissero come Se~ 
nocrate inutilmente fosse venuto in loro compagnia ; 
che già gli Ateniesi gli preparassero un'ammenda, 
quando appreso da lui stesso , che allora avrebbero 
dovuto piuttosto darsi pensiero della repubblica — 
poiché Filippo avea con doni sedotti gli altri, ma lui 
non avea persuaso con nessuna ragione — è fama che 
doppiamente 1+ onorassero, e che da ultimo anche Fi- 
lippo dicesse , che Senocrate , tra que 9 che gli furono 
spediti , non avea ricevuto doni. — Andato parimente 
ambasciatore ad Antipatro pei prigionieri ateniesi della 1 



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3o6 



CAPO II 



guerra lamiaca , e invitalo a cena da lui , gli addirizzò 
questi : 

Circe y qval uom che preveggente fosse 
Sosterrebbe gustar cibo o bevanda 
Pria di redimer i compagni suoi 
E vederli cogli occhi ? 

e Antipatro accogliendo con bontà il destro , li lasciò 
tosto andare. 

VI, Una volta lanciatoseli nel seno un passerino 
inseguito dallo sparviero, accarezzandolo leggermente 
lo lasciò andare dicendo : Non doversi consegnare il 
supplichevole «— Beffato da Bione: Non io , disse, sarò 
per rispondere a lui; poiché nè la tragedia beffeggiala 
dalla commedia si degna rispondere. — - Ad uno che 
senza avere imparato nè musica, nè geometria, nè a» 
stronomia, voleva venire a scuola da lui: Vattene, disse, 
tu non hai i manichi della filosofia. — • Altri afferma 
ch'egli abbia detto : Da me non si carda la lana. — 
Dicendo Dionisio a Platone che gli avrebbe tagliata la 
gola, costui che era presente, mostrandogli la propria: 
Non certo, soggiunse, prima che questa* 

VII. Narrasi che Antipatro, venuto un giorno in 
Atene, e salutato Senocrate , e 9 non l'ebbe risalutato 
prima che avesse condotto a fine il discorso eh 9 e 9 pro- 
nunciava. 

Vili. Nemicissimo essendo d' ogni ostentazione , 
molta parte del giorno meditava tra sè, e un 9 ora, di- 
cono, dava al silenzio. 




SENOCBATB. 807 

IX. Lasciò ^moltissime opere, e versi, e avverti- , 
menti cbe sono questi: Della natura, i , a , 3 , 4 -, 5 , 
6 — Della sapienza, 6 — Della ricchezza, i — Ar- 
cade, i — DeW indefinito , i — Di un fanciullet- 
l 0ti i — Della continenza, i — DeW «fife* i — Del m 
libero , i — Della morte , i — Del volontario , i — 
DeW amicizia , i , a — DeW equità , i — Del con- 
trario, i, a — Della felicità , i , a — Dello scrive- 
re , i — Della memoria* i — Della menzogna, i — 
Callide , i — Detti prudenza , i , a — Economi- 
co, i — De//* frugalità , i — De/ /potere cfe/Z& fcg^- 
DeHa repubblica , i — Della santità, i — 
CAe la virtù è trasmissibile , i — Di ciò che è, i — 
Del destino, i — Delle passioni, i — Delle vite, i — 
De/Ai concordia, 1 — #ei discepoli, i , a — * De/Za 
giustizia, i — 2>e//a wrtà, i, a — Delle forme, i — 
Ue7& voluttà , i , a — Z>W/a fifa , i — Della fortez- 
za, i — DeW unità , i — Delle idee , i — DeWar- 
te , i — Deg/i din, i — /te/f anima , i , a — DeZ/a 1 3 
scienza, i — Politico, i — De/Za perizia, i — De/Za 
filosofia, i — JP| Parmenide, i — Archedemo, o della 
giustizia , i — Z?e/ buono , i — ZteZ/e co^e cAe jpe/- 
/ano a/r intelligenza , i , a , 3 , 4 ^ 5,6,7,8 — So- 
luzioni di questioni intorno a? ragionamenti , i , io — 
Prelezioni di fisica i , a , 3 , 4 , 5 , 6 — Capo, i — 
Dei generi e delle specie , i — Pitagorea , i — Solu- 
zioni, i , a — Divisioni, 8— Ditesi, libri ao, 43 — 
DeW arte del disputare , libri i5 , 4°? '? * ? 700, 40 — 
e dopo i5 libri , ed altri 16 di precetti intorno ali 'elo- 
cuzione — Di cose spettanti al ragionamento, libri 9 — 



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3o8 capo ii 

Di precetti, libri 6 Di ciò che peritene aìV inietti- 

gènza, .altri a libri — Dei geometri, libri 5 — Di coni' 
mentarj , i — Di contrarii, i — Di numeri, i — 
Teorica dei numeri , i — Degli intervalli , i — Di 
cose astrologiche , 6 — Elementi della regia podestà, 14 
ad Alessandro ,4 — ^ Ariba — Ad Efèstione — 
Della geometria, i , a — Versi , 4° ? 20 ? 2 j 4 ? aoo > 
3o , 9. 

X. Tutto che per altro ei fosse tale 9 doq essendo 
atto a pagare la tassa dei forestieri , gli Ateniesi nna 
volta lo vendettero ; e Demetrio Falereo lo comperò , 
e reciprocamente reintegrò, della libertà Seoocrate, gli 
Ateniesi della tassa. Ciò racconta Mironiano d'Amastri 
nel primo libro di Capitoli istorici simili. 

XI. Fu surrogato a Speusippo e condusse la scuola 
venticinqu' anni 9 sotto Lisimachide , incominciando nel 
seconcP anno della centesima decima olimpiade. 

XII. Morì di notte , già tocchi gli anni ottanta due, 1 5 
inciampando in un bacile. Anche di lui abbiamo detto 
così : 

Urtando un giorno in un bacìi di rame 
E percossa la fronte , un prolungato 
Oo mise gridando , e morì poi , 
Sènocratc , /' uom eh? era tutto a lutti* 

XIII. V ebbero altri cinque Senocrati. — 11 tattico, 
molto antico — e il parente in uno e concittadino del 
prefato filosofo. Va attorno un suo discorso Arsinoe- 
tico scritto per la defunta Arsinoe — Terzo, un filoso- 



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SEMOCRATE. | 3o9 

fò, che scrisse elegìe non felicemente. Ed ò cosa solita, 
poiché i poeti che si danno a scrivere in prosa , rie- 
scono ) i prosatori che si mettono a poetare , inciam- 
pano ; essendo manifesto, questo essere da natura, quel* 
lo opera dell' arte. — Quarto, nno statuario. — Quin- 
to , uno scrittore di odi , come dice Aristosseno. 



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3io 



CAPO III. 



POLEHODTE* 



I. Polentone era figlio di Filostrato, ateniese d^l 16 
popolo Oete ; ed era , giovinetto aneora , licenzioso e 
dissolato per modo , eh* ei portava attorno il danaro 
necessario al pronto soddisfacimento de 9 suoi desiderj ; 

e ne ascondeva ne'chiassuoli; e perfino nell'Accademia, 
presso non so qual colonna , fa trovato un triobolo , 
nascosto da lai per cagione simile alla prefata. Una 
volta, in compagnia di alcuni giovani, incoronato ed 
ubbriaco venne nella scuola di Senocrate. Costui non 
turbatosene, continuò stessamente il discorso, che era 
sulla temperanza , e il giovinetto udendolo , a poco a 
poco fu preso, e pér sì (atta maniera divenne amico 
dello studio, ebe sorpassò gli altri, e successe a lui nella 
scuola , principiando dalla censedicesima olimpiade. 

II. Dice Antigono caristio nelle Vite , che il padre 1 j 
di lui era il primo dei cittadini, e manteneva cavalli da 
carretta. 

III. E che Polemone fu dalla moglie accusato di 
mali trattamenti , perchè troppo s' intratteneva co' gio- 
vinetti. 

IV. Ma che principiato avendo a filosofare , intese 
alla compostezza in maniera da serbare costantemente la 




CAPO 111 , POLEMOSE. 3l I 

stessa forma all'aspetto, e persino la voce inalterabile. 
Il perchè si acquistò l'affezione di Crantore. — Uu 
cane rabbioso lacerato avendogli un garetta, ei non ne 
impallidì solo. - — Avvenuto un tumulto in città, chiese 
dell' accaduto , e non si mosse. — Ne 9 teatri non era 
punto intenerito. Quindi è che una volta Nicostrato, 18 
soprannomato Clitennestra , recitando a lui ed a Cran- 
tore non so qual poesia , questi ne fu tocco , quegli 
come se non udisse, Tale era in una parola come dice 
Melanzio il pittore , ne 1 suoi libri DeW arte pittorica , 
il quale afferma doversi mostrare certa pertinacia e du- 
rezza nell'opere a uno stesso modo che ne 9 costumi. — 
Era opinione di Polemone doversi P uomo esercitare 
negli affari e non nelle dialettiche speculazioni a guisa 
di chi un giuocbetto di combinazioni s'ingolla e medita, 
per poi farsi ammirare nelle quistioni, ed essere in con- 
tradizione coi propri affetti. — Tutlavolta era civile , 
generoso, e schivava i discorsi che, io proposito di Eu- 
ripide, Aristofane chiama co ÌV aceto e il laserpizio $ che, ig 
come egli afferma : 

È vaglia di cinedi per il grosso. 

'V-Non sedeva, dicono, neppur quando parlava 
sui temi proposti , ma passeggiava argomentando. — 
In città era onorato pel suo amore alla probità. — Lun- 
ge , per lo più, da' siti frequentati, passava il suo tem- 
po io un orto , presso del quale i discepoli fecero delle 
picctole capannetle per abitare vicino al museo e alPes- 
sedra. 



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3 12 CAPO HI , SBNOCfUTfi. 

VI. Pare adunque, che Polemone io ogni cosa ab- 
bia imitato Senocrate, e al dire di Aristippo, nel quarto 
Delle delizie antiche , sia stato amato da lui; poiché 
Polemone lo ricordava ad ognora, e, quasi dorico modo, 
la semplicità , Ij secchezza , la gravità di quell'juomo 
avea vestita. 

VII. Gli piaceva anche Sofocle, particolarmente in 
que' luoghi , dove, secondo il comico, pareva che uu 
cane molosso avesse composto seco i suoi poemi \ e 
dove , come dice Frinico : 

Nè dolce, nè annacquato era , ma austero. 

E quindi affermava che Omero era un Sofocle epico , 
Sofocle un Omero tragico. 

VII. Morì già vecchio di tisico, lasciando un suf- 2 o 
fidente numero di opere. Ed è nostro su di esso : 

Non sai ? Noi ricopriamo Polemone , 
Che qui per manco di vigor fu posto, 
Grave morbo degli uomini ! Non anti 
Pòlemone , ma il suo fral , che e' recarsi 
Dovendo agli astri, quello in terra pose. 



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3*J 

CAPO IV. 

' ' ClàTE. : ' » 

^ ' " . ì • . 

I. frate di eoi èra padre Antigene, del 1 popòfo tvia* *i 
siò, uditore fa iu oso ed arabo di Polemooe^ «odi gli 
successe nella scuola. ** • ' 

II. E tanto si aiutarono a vicenda, che vivi non 
solamente nelle loro abitudini , ola anche reciproca- 
mente, quasi fino ali 9 ultimo respiro, si erano resi si* * 
mth. Ond'è che Antagòra di entrambi io questbmodo 
poetò: 

••; » .•'';.'/ ì • 

O fsrestàer f che di qua passi , Mann a * 

Copie ne asconde questo monumenta 
, Crale dal divo aspetto e Polentone. 
Personaggi magnanimi 9 concordi , 
Dal cui labbro ispirato uscì la sacra 
Parola ; e orndr la diva età la pura 
Fila detta sapienza è i gravi domini. 

Per la qual cosa Arcesilao passato da Teofratto ad essi aa 
ebbe a dire c\i* erano una specie di numi, o avanzi del- 
l' età dell'oro. Di fatto e' non erano inclinati al volgare; 
ma di essi affermar si potea ciò che raccontano aver 
detto una vòlta il flautista Dionisodoro , vantandosi, 
che nessuno mai né sulle triremi, né presso la fontana, 
come solca Ismenio , lo avesse udito suonare. 

DIOGENE LAERZIO. 2 1 



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3 1 4 CAp O 1V i CHATB. 

Ili, Dice Antigono caristio eh' ei fu commensale 
di Crautore, vivendo cóncordemente insieme, ed essi , 
ed Arcesilao ; che questi , Arcesilao, abitava con Cran- 
tore , e Polemone con Crate , io compagnia di Lisicle , 
un cittadino ; e che , afferma pure , Grate era , come 
si disse, Tamante di Polemone, Arcesilao di Crautore. 

IV. Crate , secondo che racconta Apollodoro nel 
ter*o Jtelle Cronache ,. lasciò nvorcfcdp diversi libri, 
alenai filosofici, litri sulla eomotadi%#l|ri ài discorsi po- 
polari e d'ambasciata. 

V. JEd «oche discepoli celebrali , «ira 1 quali Afcesi- 
lao , di cui parleremo — T cbè esso tpure lo o4k — r e 
Biotte il btttistenite, che d* ultimo fu dalla sett# de* 
uéflMttato tepdoreo, d$l quale terremo discorso tosto 
dopo Arcesilao. 

VI. V ebbero dieci Crati. — - Primo, il poeta del- 
l'antica commedia. ~ Secondo, un retore , tralliaoo , 
della scuola d 1 Isocrate. — Terzo , un ingegnere del 
seguito di Alessandro. — Quarto , il cinico * di cui di- 
remo. — Quinto , un filosofo peripatetico. — Sesto , 
un accademico , V antedetto. — Settimo, un malota , 
grammatico. — Ottava, uno scrittore di geometria. — 
Nono , un poeta di epigrammi. — Decimo , uno da 
Tarso, filosofo accademico. 

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i - > . * i > i, . . - , , t rt I * 

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i>*. i > CAPO VI t . . » * : » 

' t «i i f r j - •. « , ■ i :» ,i : . } — . . 

• CflilfYORE. ^ 

I. Grantore da Soli, nella sua patria ammirato, venne *4 
hi Atene , e , condiscepolo a Polemone i udì Seno- 
orate. 

Ifr Lasciò Comraentarj in trenta mila versi , alcuni 
dei quali si attribuiscono ad Àrcesilao. \ ' 

III. Narrasi che addimandato da alcuni fc perchè e* 
fesse stato preso di Polemone , rispondesse , perchè 
non aveva udito ni più acuto , nò più grave parlatore 
di lui. 

. IV. Ammalato si ritirò nel tèmpio d' Esculapio, ed 
ivi stavasi a diporto. Ma da tutte parti molti si recarono 
a lui, pensando che ciò e 9 non avesse fatto per mala!» 
tia, ma per voglia di stabilire colà flesso tipa scuola. 

V. Tra questi era anche ArCesilao, volendo , quan- 
tunque suo amatore > «etera > da, HiL raccomandato a 
Polemone, come sì dirà tveH* vita, di Aitetrlao. Ansi a 5 
riavutosi, fu egli stesso uditore Pbletncme , e per 
ciò n 9 ebbe stima grandissima. Si dice in oltre eh 1 egli 
abbia lasciato il suo ad Àrcesilao, che sommava a do- 
dici talenti; e che iuterrogato da lui , dove voleva es- 
sere seppellito , rispondesse : 

Bello è celarsi dell'amica terra 
in grembo. 



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3i6 capo ? 

VI. Raccoutasi pure clr «gli abbia scrìtti poemi , e 
iu patria , nel sacrato di Minerva , suggellati,, li abbia 
deposti. — Così il poeta Teetete parla di lui: 

Piacque a mortali e più alle Muse piacque 
Cranio re , né vecchietta ebbe in cospetto. 
O terra , e tu accorrai V uom sacro estinto 
O/iif ivi , in pace , lietamente ei viva. 

Crantore ammirava sopra tutti Omero ed Euripide, 26 
dicendo esser difficile $£rivere coi* proprietà tragica- 
mente insieme e compassionevolmente* E recava quel 
verso del Sellerò fonte : 

Ohimè! — Ma quale ohimè ? — Cose mortali 
Abblam patito. 

' r 

Corre anche voce, che il poèta Antagora, riferisse, sic* 
come composti da Crantore, questi versi sopra Amore: 

Dùbbia è t alma se te , preclara stirpe 
Jmor, te dica , 6 primo degli eterrii 
Ifumi , e di quanti generaron figH 
Setto P, ampio Oceano in cupi gorghi 
V Èrebo , nn tempo , e la regina Notte ; 
O te della sagace Citerea 27 
Figlio ; o te della Terra ; o te dei Venti. 
Tu istabil rechi air uomo i beni e i mali , 
E il tuo corpo è di duplicò natura. 

E fu anche abilissimo nelf inventar nomi ; quindi disse 
di un tragico , che atea fa voce non digrossata e piena 



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CRANTORB. 3 I ^ 

di corteccia ; e che i versi di nn certo poeta erano 
pieni di tignnole; e che le proposizioni di Teofrasto 
erano scritte sovra gusci di ostriche. — Apprezzavasi 
sovra ogn' altro il suo libro Del lutto. 

VII. Morì prima di Polentone e di Crate, ammala- 
tosi per una disposizione all' idropisia. Nostro è V epi- 
gramma sovra di lui: 

B te innondava , o Crantore , il pià crudo 
> Morbo , e così di Più là ai negro etòisso 
Scendenti ; e certo ora colà ti godi ! 
Ma vedova restò de' tuoi sermoni 
E t* Accademia e la tua patria Soli* 



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3i8 



•Hi « t ' 

CAPO VI. 



AtCBSILAO. 

I. Arcesilao di Senio, o Scito, secondo Apollodoro 28 
nel terzo Bette Cronache , era pitanese delF Eolide. 

II. Costui fé il primo che fondò l'Accademia mez- 
zana, rattenendosi dalle asserzioni per la, con tradizione 
dei ragionamenti; il primo che disputò per le due parti; 
il primo che promosse , e per ria di interrogazioni e 
risposte rese più battagliero quel modo di discorso che 
avea introdotto Platone. 

III. Fu in questa maniera ricevuto da Crantore. Era 
egli quarto dei fratelli che aveva, due di uno stesso pa- 
dre, due di una stessa madre, e di que'di una slessa 
madre il più vecchio era Pilade, di que' di uno stesso 
padre Merea , il quale era suo tutore. Da principio , 
prima di recarsi in Atene, fu discepolo di Autolieo il 
matematico, suo concittadino, e con esso viaggiò an- 
che a Sardi; poi dì Xanto ateniese, il musico; dopo 
del quale udì Teofrasto ; da ultimo si trasferi nell' Ac- 
cademia presso Crantore; poiché, sebbene Merea, il 
fratello di cui si è parlato dianzi , lo eccitasse allo stu- 
dio della rettorica , egli amava la filosofia; e Crantore 
sentendosi amorosamente disposto per lui , lo avea in- 



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CAPO VI, ARCCSILAO, 3-1 9 

terptiUato, recitandogli i versi detP Andromeda di Eu- 
ripide: 

Mi sarai grata , o vergiti , s* io ti salvo ? 
ed egli i successivi : 

'••il 
Conducimi , straniero , 0 per ancella , 

O , fi pàutt , /itfr consorte. 

D'aHorà ià poi frissero congiunti/ Per la qùal cosa $\ rac- 3o 
contò che Teofrasto, geloso, dicesse, che un giovinetto 
di bella indole e pronta si era allontanato dada scuota. 

IV. Gravissimo nei discorsi , e abbastanza versato 
nello scrivere, eràsi dato anche alla poetica. Vanno at- 
torno questi suoi epigrammi : Ad Aitalo. 

Non solo indila' Pergamo par armi, 

fifa ppr cavalli , nella Sacra Pisa 
Spesso si loda; che se aprir di Giove 
Il pensiero concedesi a mortali, 
Pià celebrata fia di nuovo assai. 

Ed anche a Menòdoro , l'amante di Eadamo, uno dei 3i 
suoi condiscepoli: 

Lunge per cerio è Frìgia , e Unge è pare 

La saera Tiatira , o Menodoro , 
. E Cadena ina patria : ma le vie 
DelC infando Acheronte eguali sono , 
Misurate dovunque , al dir del saggio. 
Tifi il nobile Eadamo questa tomba , 
Cui fosti più che molti servi caro. 



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3*0 PAJPO VI 

Ave* in pregio prù chc.o^ni altro Omero , del quale, 
anche prima di addormentarsi, sempre qualche cosa 
leggeva \ e parimente di buou mattino 9 dicendo di re- 
carsi dalP amante , ogni volta che si sentisse voglia di 
leggerne. Diceva, Pindaco essere mirabile nelP empire 
la voce , e nel fornire copia di nomi e di verbi. Gio- 
vinetto ancora avea caratterizzato Ione, 

V. Udiva pure il geometra Ipponico , il quale , es- 3a 
sendo tra le altre cose tardo e sbadigliatore , ma nel- 

V aite spettabile, da lui si poneva in canzone, dicendo 
che la geometria gli era volata in bocca quando sbadi- 
gliava. Per altro, divenuto pazzo, raccoltolo in casa, tanto 
n' ebbe cura , quanto bastò perchè si riavesse. 

VI. Mancato Crate, ne tenne 1^ scuola , avendogli 
ceduto il posto un certo Socrgtide. 

VII. Pel suo astenersi da ogni giudizio , è fama 
che neppure scrivesse alcun libro. V'ha chi afferma che 
e' fosse sorpreso emendandone alcuni, i quali altri di- 
cono aver lui pubblicati , altri, arsi. 

Vili. Pare che fosse ammiratore di Platone e ne 
possedesse i libri } ma che p$r altro , secondo alcuni , 
imitasse Pirrone. 

IX. Possedeva la dialettica ed anche s' era acceso 
delle dottrine degli Eretrici $ il perchè dicevasi da Ari- 
starco , sul proposito suo : 

Per dinanzi Platone ; per di dietro 
Pirrone; in meno Diodoro. 

E anche da Timone, così: 

Costui di 3i+n*4*mo tolta il petto 



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A1CE6U-A0. 321 

Avendo ti piombo 9 corre al tulto^carme 

Pirrone 9 o Diodoro. 

E poco dopo gli fa dire : 

Io nuoterò a Pirrone e al tortuoso 
Diodoro, 

X. Era sentenziosissimo e stringato , e nel discor- 
rere staccava le parole. 

XI. Facile riprensore • poi e libero parlatore ; Ti- Z(\ 
mone anche per questo motivo cosi nuovamente di lui: 

E non obhlierai che giovin fosti 
Tramischiandolo nelle riprensioni. 

Nel qual propòsito ad un giovinetto che colla maggiore 
audacia disputava , disse : Alcuno non prgìierà costui 
pel tallone ? — Ad uno eh* era tacciato di prostituirsi, 
il quale sponevagli , come a lui non pareva che una 
cosa fosse maggiore di un'altra, chiese, se neppure 
una di dieci dita , di una di sei* — À certo Emone da 
Chio, eh' era deforme, e credeva di esser bèllo, e sem- 
pre si occupava della ricca sopravveste, e Io interrogava 
se non gli paresse che un sapiente potesse innamorarsi, 
rispose: Forse* quoto? altri, nè così bello fosse come 
tu se\ nè avesse così belle vesti. £ poiché costui, più che 
bardassa , ad Arcesilao, quasi persona molesta, replicò: 

Ledi è $ reverenda, interrogarti , 35 
O dobbiam starci silenMosi ? . . . . 



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3aa capo vt 

dis$e interrompendolo: 



Donna 

Che mai d'aspro e nèn solito mi vai 
Cianciando ? 

Ad un' abietto chiacchierone che gli dava molestie, 
disse : , 

Nel conversare petulanti i Jkffi ■■' ■ 
{Nascono dagli schiavi* , f • t 

Di uno che andava ripetendo molte frivolesae : Non gli 
è toccata^ disse, che una natrice molesto, -r Ad alcuni 
nulla rispondeva.— A4 uw usuraio chiamava erudirsi, 
e che diceva di ignorare qualche cosa, disse : 

I passaggi dei e*p<t» F Mensile l * 36 
, Fuor quando ha /Wq, , „./,... ( 

Questi versi sono tolti daU'l&iowoo di Sofocle. — * A 
non so qtlal dialettico aletsifieo, il cfuale non sapeva »diP 
cosacche degna fosse dì Alesano , raccontò tftÀ che Fi- 
tossono fece ai mattonieri ; cioè ^ che avendoli colti 
che .starato cantando alia peggio le cote sue, e' si mise 
a calpestare « loro mattoni, diten<to: Come ooi le*ò*é 
mie ed io garrito le vostre. > 

Xi£ Pfer il «he era avverso a coloro che tten avevano 
a tempo opportuno intrapresi gli studi. — Nel disputare 
usava quasi naturalmente di questo modo : &ico io* e, 
Non sarebbe di quesC moviso il tuie 3 pronunciandone il 



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ASCESfLAO. 3>a3 

nome. La quel cosa , e le maniere e lé forale lètte *et* 
loriche molti scolari imitarono. Eira prontissimo rei- 37 
l'inventare argomenti per fami destramente incontro 
alle obbiezioni, nel ricondurre il giro dej discorsi sulla 
rose proposte , e nell 1 accomodarsi a- tutte le circon- 
stanze. Quindi essendo più che ogn' altro persuasivo , 
molti venivano alla sua scuola, sebbene offesi dall'a- 
sprezza de' suoi modi. Ma ciò gli comportavano volen- 
tieri, perchè era buono assai , e gli uditori empiva di 
speranze} e generosissimo del proprio, era pronto nel 
beneficare, nello ascondere il favore modestissimo. 
Recatosi una volta a visitare Ctesibio malato , e veden- 
dolo oppresso da strettezza , gli mise, di nascoso, sotto 
al capezzale una borsa: il quale rinvenutala, disse: Ecco 
una burla di Arcesilao \ e di più gli mandò un 1 altra 
volta mille dramme. E raccomandando ad Eumene 38 
V arcade Arcata , gir fece acquistare grande autorità* 

. XIII. Sebbene liberale > e don andantissimo del da* 
nero, compariva al banco e in quanto alPargento, Arche- 
crete* e Callicrate, in quanto «U'oro studiatasi di supe- 
rare ,t«tti, gli altri. Molti) per altro, soccorreva co' da* 
nari raccolti. « Una volta*,, per convitare alerai ami- 
ci ^ im iato prese la sua argenteria , * e non *nes6itaeti« 
dota, ci non la ridimandò e non< ne fece, segno* Atonoi 
dicono ohe adendola egli stesso a hello < studio pre- 
stala, ed essendogli restituita ^ perchè queHo era po- 
veso, gAieoe Sm larg*. Possedea grandi ricchezze 
anche in» Pitene, che suo fratello Pilade $K spediva di 
cala, 

XIV. Di molte cose gli fornirà anche Eumene il fi- 



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3a4 'Capo vi 

gh'o di Rtletaro» Il perchè m costai solo idi tutti i monar- 
chi faeea riverenza. — Corteggiando inoliti Antigono ^ 39 
quancU si t&cmsmwo -ed incontrarlo , egli non ai movea, 
ubo volendo primo venire a tua conosceofea.t — Era 
singolarmente amico di ferocie, che. teneva Mimi* 
cki& e H Pireo, « acmpite alle feste scendeva da lui. Ora 
sebbene «neh 1 esso lo eccitasse molte volte a <ar rive* 
rema ad Antigono , mai non acconsentii, e andando 
sino nUe sue porte., tornava indietro, — Dopo la. bat- 
taglia parale di Antigono , moki; recandosi a visitarlo a 
scrivendo lettere di còoeoteiione , egli. si tacque,, e pa- 
rimente creato per la patria ambasciatóre a Demctriade 
presso Antigono, non vi andò* » 

ÌV* Generalmente facea dimora nell? Accademia 4onk fa 
tana dai- pubblici negozi. Tutta volta però anche telo r« 
in Atene nd Pireo s' intratteneva , per la sua Ameftti- 
che&sa con Ieroole, a parlare di ciò che. -gli veniva pro- 
posto. Della qual cosa taluni la accusavano.. 

XVI. Benché più che magnifico — - e ebe altro e 9 
si potea chiamare che un nuovo Aristrppo? *— era tut- 
tavia , a petto de' pari suoi , avverso al banchettare. — 
Avea seco scopertamente in casa TVodota e Fileta cor- 
tigiane da Elide, ed a chi ne lo biasimava icitavà le sen- 
tenze di Aristippo. Amava anche i fanciulli^ ed era pro- 
clive alP amore. Il perchè Aristone da Ghia, lo stoico , 
pesje dei giovani chiamatalo, e parlatore osceno e te- 
merario. Imperocché narrasi che molto avesse amato e 41 
Demetrio, emetta che navigò in Cirene;, e Cleocare 
mirleano , in proposito del quale diceva a suoi compa- 



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ASCESILAO. 

gni di sregolatezze, sè essere ben* volonteroso ili a- 
pri re, ma opporvi* Peltro; ; >' • - ■•-■i j 

XVII. Furono suoi amatori e Bemocare d> tacheley 
e Pitocle il Sglie di Ungete} *** esso eccogUeta^ -di* 
cendo di aver solo pazientemente accoudisceso. I pre- 
fati adunque e Io mordevano per questo, e lo beffavano 
perchè dedito alla plebe e ambizioso. — In particolare 
poi lo accusarono presso Geronimo il peripatetico , al- 
lorché convocò gli amici il giorno d' Alcione figlio di 
Antigono , nel qual giorno molti danari spediva Anti- 
gono perchè si facesse tempone. In quello, causandosi 
sempre dalle quistioni che si fanno tra i bicchieri, e 
proposta da Aridelo non so quale speculazione , e ri- 
chiesto di farvi sopra discorso, disse: Ma questo stesso 
più che tutto è proprio della filosofia, sapere il tempo 
di ciascuna cosa. — In quanto alla taccia di essere a- 
raico della plebe, Timone, fra Paltre cose, dice anche 
in questo modo : 

Cod dicendo i+ meno al circostante 

Popolaccio cacciassi ; il quale a guisa 
D'uccelletti dintorno alla civetta 
Fa meraviglie al suo mostrarsi stolto* 
Non è gran cosa , misero , alla plebe 
Piacer. Perchè ti gonfi come patto ? 1 ' 

; . i i ■ » 

XVIII; Ciò non pertanto era modesto sino ad esor- 
tare i discepoli a udire anche gli altri. Ed uri giòvrag 
da Ohio , al qoàle non piaceva la sua scuola, mà quella 
del dello Geronimo , condusse ei stesso e raccomandi 
a quel filosofo, esortandolo a portarsi bene. — Si tiene 43 



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3*6 iOARQ VI i 

per luo mcfai questo «olio , gratto*?,: infortofat* ida 
odo, perchè dalle altre sette gli. sedali pasaa**oo .air 
r epicorea , e non mai dagli «picjwrci «Ile aifre, rispose: 
Perchè dagli uomini nascono gU eunuchi, ma dagli 
eunuchi gli uòmini non nascono* 

XIX. Del resto, già presso a finire , lasciò tutto il 
suo al fratello Pilade, perchè questi lo area condotto a 
Cbio, ascosamente da Merea, e di là anche io Atene. — 
In vita né ebbe douna, nò generò figlinoli* Fece tre 
testamenti, e uno depose in Eretria presso Amficrìto; 
un altro in Atene ^ plesso un amico; il , terso 7 *pedi a 
casa ad un certo Tauraasia , suo parente, pregandolo 
di serbarlo, ed al quale scrisse cosici 

. . ...] , ., 

* Ho consegnato a Diogene il mio testamento da 44 
» recarti. Che pel frequente ammalare e per avere gra- 
» cile il corpo, nT è paruto di testare , onde se mai 
» accadesse qualche sinistro, io non me ne andassi dal 
* mondo facendo tòrto a te che mi fosti cosi assidua- 
n mente affezionato. Tu sempre meco fedelissimo tra 
ii quanti sono costà , e per età e per la parentela con 
» noi, lo custodirai. Cerea adunque , memore /eh' io 4o 
» pongo sotto la guardia della tua fede parentevole, di 
» essere giusto verso di noj, onde, per quanto è da te 
» onestamente io abbia disposto le cose mie, Ua simile 
» testamento fu depositato anche in Atene presso un 
i» nostro conoscente ed in Eretria presso A infierito. » 

XX. Mori dehraute, al dire di Ermippo, per es- 



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sersi empiuto troppo di vino schietto, già tocco l'anno 
seltautestmo quinto, accetto agii Ateniesi come nessuno. 
V ba di nostro su lui: /\5 

Jreesilao 4 perchè f perchè mai tanta 
Copia di vino pretta hai trangugiata , 
Sino a cadérne fuor dai sensi ? Duolmi 
Non tanto perchè tu morto ne sia, 
Quanto perchè tu hai te Muse offeso 
Non misurati calmi adopmndb. 

XXI. Vi furono tre attri Arcesitai : un poeta della 
vecchia commedia; un altro di elegie; ed uno statuàrio, 
pel quale Simonide compose quest'epigramma: 

La statua di Diana è questa: valè 

Il pretto di dugento dramme parie 

ColC knproMd del caproi Esercitato 
i Dalla man di, Minmwa pprotlm il degno 

., ÌM |J ' Aristadico figlio Araestiao, 



11 filosofò di coi Vèfarlkfo, secondo eh* «forma Apoi- 
lodoro «die . Cronache i fiori intorno Ur eementesima o- 
lioapiadev ■ ■ 



• t, 



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32» 

I 



CAPO VII. 

BtONB. 



I. Bione era ili rassft boristenite. Chi poi fossero i 46 
suoi genitori e per quai motivi s 1 avviasse alla Biosofia , 
e' lo disse apertamente ad Antigono. Imperocché in- 
terrogato da lui : 

Chi se' tu ? Di guai genie ? O» 9 è la tua 
Cillade, e i genitori ? 

sapendo che prima era stato vituperato, rtsposcgli : 
// padre mio fu uno affrancato, che si puliva il naso 
colla manica — volea significare un venditore di sa- 
lumi — razza boristenite, eh? ebbe non faccia, ma una 
scritta sulla faccia ^ segno della durezza del suo pa- 
drone f la madre , da bordello , quale sposar pofea 
un uomo così fatto. In seguito il padre i avendo firo* 
data , non so che gabella , fu meco con tutta la fami- 
glia venduto} e me , più giovine ed aggraziato , com- 
pera un oratore, il quale morèndo mi lascia tutto; ed 
io abbruciate le sue scritture, e raggranellala ogni co- 4 7 
sa , venni in Atene e mi posi a filosofare. 

Questa è la schiatta e il sangue di che teco 
Esser mi vanto. 



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CAPO V II , BIORB. 



329 



Ciò sul conto mio. Il perchè é Perseo e Filonide ces- 
sino di farne ricerca, e tu considera me da me stesso. 

II. E per verità Bione èra nel resto artificioso e 
sottile sofista, e molte volte diede occasione, a chi 
volea, di andare spanando nella filosofia. Alcune volte 
però era dolce, e poteva essere allettato dal fumo. 

III. Lasciò molti commentari! ad anche apotemmi 
pieni di utile sottigliezza ; come allorché , essendo bia- 
simato di non dare la cacciò ad un giovinetto: Non 
si può , disse , prendere colV amo il cacio molle. — 
Interrogato una volta, chi era P uomo che avea mag- 
giori inquietudini, rispose: Quello che vuol condurre 

a buon fine le cose grandissime. — Interrogato sa si 48 
dovea menar donna — poiché a lui si attribuisce an- 
che questo — rispose : Se la sposi brutta, avrai un co* 
stigo; se bella, P avrai comune. — Diceva: Essere la 
vecchiezza il porto dei mali, perchè tutte le cose in 

.quella rifuggono. — La gloria essere madre degli an- 
ni. — La bellezza un bene altrui. — La ricchezza 
nerbo degli affari. — Ad uno che avea consumati i 
suoi poderi: La terra, disse, ha ingoiato Amfiarao, 
e tu la terra. — Gran male il non poter sopportare U 
male. — Biasimava quelli che abbruciando gli uomini 
come insensibili, gli invocavano poi come sensibili. — 
Solca dire : Essere da preferirsi il compuicere altrui 49 
della propria bellezza al por la falce in quella degli 
altri; perocché si fa oltraggio alVanima ed al corpo. — • 
Mordeva anche Socrate affermando: Che se potè usare 
di Alcibiade e s* astenne, fu pazzo ; se non potè, nulla 

fece di sttaordinario. — Facile, diceva, la via delFin- 

DIOGENE LAERZIO* 22 




33ò c^po vii 

femo, perchè vi si va a chiusi occhi. — • A vitupero dì 
Alcibiade narrava, che essendo fanciullo toglieva i ma- 
riti alle mogli, divenuto giovine, le mogli ai mariti. — 
In Rodi , agli Ateniesi , che studiavano rettorica 9 inse- 
gnava quistioni filosofiche : ad uno che gliene fece riap- 
proverò, rispose : Ho portato frumento e vendo orza..— 
Diceva, che i dannati sarebbéro meglio puniti, se in 5 Q 
vasi tutti interi e non traforati portassero V acqua. — * 
Ad un chiacchierone che instantemente gli chiedeva as- 
sistenza : Farò, disse, quanto basta per /e, man- 
derai mediatori e non verrai tu stesso. — Navigando 
con alcuni scellerati, cadde ne 7 ladri ; e dicendo quelli, 
noi siamo spacciali se ci conoscono: Ed io, soggiunse, 
se non mi conoscono. — La presunzione chiamava un 
impedimento al progresso. — Di un ricco spilorcio 
ebbe a dire : Costui non possiede la roba, ma la roba 
lui. — Era solito ripetere : Che coloro che abballano 
alle minuzie , hanno cura dei beni loto , come di cosa 
propria, ma come dalle cose altrui, non ne ritraggono 
utile. — Chi ò giovine , diceva , usa la forza , ma in-* 
vecchiando vale per la prudenza. — Tanto la pru~ 5l 
denza vince V altre virtù, quanto la vista gli altri 
sensi. — Diceva spesso: Non doversi vituperare la vec* 
chiaia, alla quale, soggiugneva, desideriamo tutti di 
arrivare. — Ad un invidioso che avea l'aspetto melan- 
conico : Non veggo , disse, dei due, se sia accaduto 
un male a te, o un bene ad un altro. — - & ignobiltà, 
asseriva , essere pessima compagna di casa del parlare 
con franchezza , 

— Chò domerebbe V uomo. 
Sebbene ei fosse parlatore audace. 



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I 



BfORB. 33 1 

Gli amici, quali eh" ei fieno, doverti serbare, onde 
non paia che noi abbiamo praticati i coitivi, o rifiu- 
tali i buoni. 

IV. Rigettò costui da prima le dottrine academi- 
ebe , nel qual tempo fu uditore di Creatore } quindi 
scelse la scuola cinica , prendendo il mantello e la bi- 
saccia. Imperocché qual altea cosa , mutandolo , potea 5 a 
condurlo air apatia ? Io seguito si trasferì alla teodorea, 
fattoti uditore di Teodoro V ateo y sofista che esercitar» 
vasi in ogoi maniera di deputazioni. Dopo costui udì 

il peripatetico Teofrasto* < 

V. Era pieno di enfasi ed aito assai a muovere il 
riso usando per! le cose nomi spregevoli. Per la mesco* 
lauta ch'ei facea di ogni forma di discorso^ si racconta 
Eratostene aver detto, che Bione avea rivestita la filo- 
sofia di fiorita eloquenza. 

VI. Aveva anche una facilità naturale a far parodie, 
coiÉe queste che sono sue* 

O molle Archita , musica progenie , 
Beato fato e tra i mortali tutti, . 
Nelle quistiomi della corda bassa r 
Peritissimo. 

VII. La musica e la geometrìa poneva al tutto in 53 
canzone. 

Vili. Era magnifico, e per questo motivo si tramu- 
tava da città in città , inventando tratto tratto nuove 
ostentazioni. Come allorché in Rodi persuase a 9 mari- 
nai di vestire abito scolaresco e di seguitarlo $ coi quali 



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33a capo vii 

invadendo il ginnasio , si faceva oggetto di ammira- 
zione. 

IX. Solea fare adozione di alcuni giovanetti , e per 
abusarne, ed acciocché per benivoglienza avessero cura 
di Ini. Tutta volta però anche di sò stesso era aman- 
tissimo , e molto si fondava nell' adagio : Le cose de- 
gli amici) còmmi. Per ciò , fra tanti che Io udirono , 
nessuno si diede titolo di suo scolaro. Alcuni trascinò 
sino all'impudenza. A tale che Bezione, uno de'suòi mi« 
gnoni, secondo che si racconta, disse a Menedemo una: 
volta : Io per verità , o Menedemo, mi giaccio la notte 
con Biotte, e credo di non fare nulla di sconcio. — Di 
molte cose, e più empiamente, tenea discorso a co- 
loro che conversavano seco, tratte dalla scuola tao- 
dorea. 

X. Finalmente caduto un giorno malato, come rac- 
contavano que' di Calcide — dove anche trapassò — fu 
indotto a provvedersi di amuleti e a pentirsi delle colpe 
che avea commesso verso Dio. Ed ebbe anche molto 
a patire per la strettezza di chi avealo in cura , fin che 
Antigono gli mandò due servitori ; ed ei si pose a se- 
guitarlo in lettiga, come dice Favorino nella Varia 
istoria. — Ma del suo modo di trapassare , anche uoi 
lo abbiamo accusato in questo modo: 

Bion boris lenite, cui la terra 
Scitica generò , negare udimmo 
Ch* esistcsser gli dei. Se in tal dottrina 
Fosse durato atmen, poteasl a dritto 
Dir , eh 9 ei penseva come a lui pareo ; 
Sebben mal gli paresse. Ora caduto 
in grave morbo , e di morir temendo t 



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BIONB. 



333 



Quei che disse non essere gli dei, 
Che mai non vide un tempia , e che i mortali, 



Solca tanto deridere ; non solo , 

Sul fuoco , sull 9 aitar, sovra la mensa. 

Adipe , fumo , incenso arse de 9 numi 

Alle nari ; non sol disse : Peccai , 

Del passato pietà! ma facilmente 

Die* da incantare il collo ad una vecchia ; 

E persuaso a cingersi fu il braccio 

Di pelle ; e il bianco spino e il ramuscello 

Dello attor pose sulla porta. A tutto 

Fuor che a morir parato, E volea stolto 

Che la divinitade avesse un prezzo ; 

Quasi fosser gli dei > quando a Bione 

Di volerli paresse! Invano adunque 

Saggio , se allor che tutto era carbone 

Tese , imbecil , le braccia , e prèsi a poco 

Così: Salve, sclamò, salve, Platone. 



XI. V' ebbero dieci Biooi. ~ Il primo contempo- 
raneo del siro Ferecide, di cui si hanno cine libri. Egli 
è proconnesio. — 11 secondo siracusano, che scrisse 
dell 9 arti rettoriche. — Il terzo, quest'esso. — Il quarto 
filosofo democriteo e matematico , abderitano } scrisse 
in lingua attica e ionica. Costui primo disse che vi e- 
rano alcuni Inoghi abitati , dove la notte è di sei mesi, 
e di sei il giorno. — Il quinto da Soli, che scrisse delle 
cose etiopiche. — - 11 sesto, retore, del quale ci riman- 
gono nove libri intitolati dalle Muse. — L' ottavo, sta- 
tuario da Mileto, che è ricordato anche da Polentone. — 
Il nono , poeta da tragedie , di que' che dicono Tar- 
sici. — Il decimo, scultore, clazomenio o da Chio, di 
cui fa menzione Ipponace. 



Quando sacrificavano agli dei , 



56 




334 



CAPO Vili. 
Lacidb. 

I. Lacide figlio di Alessandro era cireneo. Costui 
è il principiatore della nuova Academia e il successore 
di Arcesilao. Uom gravissimo e eh 9 ebbe non pochi se- 
gnaci. 

II. Fu sin dall' infanzia amico della fatica e, quan- 
tunque povero, aggraziato ed affabile nel conversare. 

III. È fama ch'ei fosse, nel governo della famiglia, 
di pasta assai dolce : poiché -dopo di aver tratto (bori 
qualche cosa dalla dispensa, risuggellatala, vi gettava 
dentro di nuovo, per un buco, Panello; affinchè non 
gli fosse tolto e portata via nulla di ciò eh 9 egli avea 
posto in serbo. Di che fatta accorta la servitù, rom- 
pevano dopo il suggello e ne portavano quanto volo* 
vano , quindi allo stesso modo , pel foro , gettavano 
P anello nella dispensa ; il che fecero senza mai essere 
scoperti. 

IV. Lacide teneva la sua scuola nelP Academia in un 
orto fattogli apprestare da re Aitalo, e da lui appellato 
Lacideo ; e fu il solo, di cui s'abbia memoria, il quale 
vivendo affidasse la scuola a Telecle e ad Evandro fo- 
cesi. — Ad Evandro successe Egeirao da Pergamo } a 
costai Cameade. 



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CAPO Vili , LACIDE, 335 

V. Grazioso è ciò che si attribuisce a Lacide. Man- 
dato a cercare da Àttalo , narrasi aver detto , doversi 
le immagini contemplare da lungi. — Uno che tardi 
studiava geometria gli disse : Che ora sia tempo ? Ed fi- 
gli : Ne pur ora. 

VI. Morì quando cominciò ad essere caposcuola 61 
nel quarto anno della centrentesima quarta Olimpiade, 

e dopo avere condotta la scuola per anni ventisei. La sua 
morte fu di paralisi per soverchio bere ; e noi abbiamo 
così scherzato so di esso: 

Lacide , pur di te la fama è corsa 
Che tu sorpreso da soverchio Bacco 
Per la punta dei pie J ne gisti a Dite. 
Certo egli è manifesto , che se in corpo 
Entra di molto Bacco i membri scioglie. 

• Generato perciò non fu Lieo ? 



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336 



CAPO IX. 



Carne a de. 

I. Cameade di Epicomo o Filocomo, al dire di A- 62 
lessaudro nelle Successioni, èra cireneo. 

II. Letti i libri degli Stoici, e accuratissimamente 
que' di Crisippo , li confutò con moderatezza e sì li 
ebbe in concetto , che questo solea dire in proposito: 
Se Crisippo non era, io non sarei. 

III. Uom studioso a' altri fu mai , ma più che alle 
fisiche dedito alla morale; ond' è che per vacare alle 
lettere la chioma e Pugne lasciava crescere $ e fu nella 
filosofia tanto efficace, che gli oratori, abbandonate le 
scuole, si recavano da lui per udirlo. 

IV. Aveva anche robustissima la voce, di guisa che 63 
il prefetto del ginnasio gli mandò non gridasse taoto. 
Ed egli a dire : Dammi la misura della voce. Per la 
qual cosa quegli il riprese di rimando dicendogli: Misura 
hai gli uditori. 

V. Era acerbamente riprenditore. Nelle quistioni 
invincibile. Del resto per le prefate cagioni cansava i 
conviti. 

VI. Una volta che Mentore bitinio , suo discepolo, 
era venuto da lui per una disputa ( Mentore , come 
narra Favorino nella Varia istoria , richiedeva d' a- 



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33 7 

more una sua concubina ) , nel mezzo del discorso usò 
contr' esso la parodia : 

Qua ci bazzica un certo vecchio vano 64 
Malizioso , che sembra , voce e corpo » 
Mentore a! tutto ; costui dalla scuola 
Po 9 si bandisca. — 



ed egli alzandosi , soggiunse : 



Pronunciare il bando 
Gli uni, gli altri s'alzarono veloci 



VII. Sembra che il pensiero della morte più che 
mai lo occupasse , se andava dicendo : Ciò che la na- 
tura ha unito, discioglierà ben anco. E avendo appreso 
che Antipalro era morto col bere uu veleno, sentì ec- 
citarsi ad affrontare la morte, e disse : Date dunque a 
me pure. — - E chiestogli, che? — Vino e mele , ri- 
spose. — Si racconta che al suo morire vi fosse un e- 
disse di luna , per dimostrare, come taluno affermò, la 
compassione del più bello degli astri dopo il sole. — 
Dice Apollodoro nelle Cronache eh 9 egli si parti dagli 65 
uomini Tanno quarto della censessantesima seconda O- 
limpiade, visso cinqu'auni oltre gli ottanta. 

Vili. Sono conosciute le sue lettere ad Ariarte re 
di Gappadocia. L' altre sue cose scrissero i discepoli ; 
nulla ei lasciò. Avvi, sopra di lui, un nostro epigramma 
in metro logaoedico e archcbuleo: 

Perchè , Musa > perchè vuoi ch'io riprenda 



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338 



CAPO IX, CAMEADE» 



Cameade,? Stolto è chi non vede come 
Et temette il morir ! Un dì malato 
Di tisi 3 grave morbo , egli non volle 
Tollerar di disborsi; ma sentito 
Che col bere veleno erasi spento 
JntipatrOy sclamò : Datemi via , 
Qualche cosa da ber. — Ma che ? che mai ? 
— Datemi vino e mele. — E spesso avea 
In bocca questo: Natura che unisce 
Me , me discioglierà di certo. — Ed egli 
Non men ne gì sotterra. A ehi assai mali 
Guadagna egli è permesso irsene ali 9 Orco. 

IX. Narrasi , che colto nottetempo da una flussione 
di occhi , non se ne avvedesse , e ordinasse al ragazzo 
di accendere la lucerna ; e che quegli avendola recata 
e detto : P ho portata , Dunque , soggiugnesse , leggi. 

X. Molti altri certamente furono i suoi discepoli , 
ma celebrassimo Clitomaco \ di cni ci resta parlare. 

XI. Vi fu anche un altro Cameade , freddo poeta 
di elegie. 




33 9 



CAPO X. 



Clitomaco. 



I. Clitomaco era cartaginese. In patria nomossi A- 67 
sdrubale e nel proprio idioma filosofò. 

IL Venuto in Atene cbe già avea quarant' anni y 
udì Cameade, il quale avvertitone l'amore allo studio, 
e lo fece educare alle lettere, e ve lo esercitò. Ed egli 
spinse la diligenza a tale, da compórre sin oltre quat- 
trocento libri ; e successe a Cameade , e le oose di lui 
pose in molta luce co' suoi scritti. 

III. Uom versato in tre sette , nella Academica , 
nella Peripatetica e nella Stoica. — Così , tutti in fa-. . 
scio deride Timone gli Academici : 

Neppur degli Academici V insulsa 
Loquacità. — 

Discorsi per noi gli Academici , discesi da Palone, 
passiamo a* Peripatetici , pur dallo stesso discesi , dei 
quali fu capo Aristotele. 



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ANNOTAZIONI 



LIBRO QUARTO 



CAPO I. 

SPEOSIPPO. 

IH. Capo scuola incominciando, dalla centottantesima O- 
limpiade. — Cioè Fanno 357 aTanl * T « 

IV* Rimase perseverante nei dammi di Platone. — Ari- 
stotele distingue spesse fiate la dottrina di Platone da quella 
dei platonici. Spensippo cominciò, coli' erudizione, a recar? i 
cose straniere alla filosofia. Ammetterà, secondo lo Stagirita, 
molte maniere di enti ed on numero assai maggiore di prin- 
cipi! di questi enti che non Platone. Seguendo i pitagorici , 
face? a dell'uno, non il bene in sè, o il bene in generale, ma 
solo un bene fra gli altri beni. Pare che Spensippo volesse 
anche attribuire ad una forza animale il reggimento di ogni 
cosa; ed assai più di Platone si cacciasse per entro alla teo- 
ria fantastica dei numeri. 

IV. Alt ira e alla voluttà era soggetto. — Il lungo amo- 
re di Platone per lui è prova di migliori costumi; nè la te- 



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34» ANNOTAZIONI. 

stimonianza di Dionisio che si reca pia innanzi, circa V ava- 
risia di Speusippo, è di gran peso , se si considera l'inimi- 
cizia di costui con Dione, e per conseguenza con Speosippo. 

VI. Osservò nelle scienze ciò che aveano di comune. — 
$9 Téts p*&nt**ru. Non nelle sole «telematiche conT altri folle. 
E in ciò non fece che quello che aveva fatto Platone. Speo- 
sippo, dice Ri Iter, restò fedele al principio, che chi ?uol da- 
re la definizione df un' idea dee tutto sapere , perchè si pro- 
pone di indicare tutte le differenze per le qnali ciò che hassi 
a definire , si distingue da ogo' altra cosa. Questo principio , 
se sia ristretto fra giusti limiti, fa conoscere la connessione 
delle scienze, giusta il senso di Platone. 

Quelle cose che Isocrate appellava arcane. — Queste 
cose arcane il Casaubono non altro ha sospetto che fossero 
se non la dottrina de' ritmi , ossieno numeri oratorii, la co- 
gnizione dei qnali afferma Cicerone essere un'arte intima, 
artis intimae. Meoagio dice di non bene intendere queste co- 
se che da Isocrate si chiamano r« **òpjnT* , credendo per 
altro che Laerzio, tanto qui come nella fila di Pitagora, le 
tenesse per arcani dell' arte rettorica, e fosse da leggersi piut- 
tosto: w* *«f'lro*far«»f x*\ovpi9*. 

Trovò modo di fare con minuti legni ben capaci vasi. — 
Tm <poppt* r*t Qfvymim* twy**, ex gracilioribus lignis ca- 
pacia et in ventres tumentia vascula. propriamente, 
è spòrtala, cotinus, calathus, corbello, cofano, cestella, ec. ; ip»y- 
%èt, dà »y*éf, tumore, gonfiezza, ampio, ben capace, di giusta 
mole, ed anche, secondo la sposizione di Suida , facile da 
trasportarsi , non troppo grande. L' autore dell' articolo Speu- 
sippo , nella biografia francese , farebbe Speusippo inventore 
dell'arte di fabbricare delle picciole botti con assi sottilissime. 
Sembra, per vero , che qui non si parli di cestelle. 

IX. Se appreso io non avessi che Speusippo ec t — *• Par- 
rai il senso o?vio e degno al certo di Laerzio , senza faula- 



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UDfOTAZIOltt. 343 
sticare col Rossi che il ti *f •Spm m*ft ali a da ai pidocchi 
di cai altri sappose morto Speasippo. Del resto non è fatica 
assentire allo stessa Rossi che gli epigrammi del • booa Laer- 
zio siati pkraaue frigidiora vel, ut auispiam dixerit , facta 
srosis et A polline nullo — e peggio — Bla è fatica lo as- 
sentirgli che 11 Meibomio e F Aldobrandino abbiano peggio 
di lai interpretato l'epigramma. 

Racconta Plutarco nella vita di Lisandro. — Queste pa- 
role : lIA«r«p;g#f 81 ». r. A* il Rossi, le crede *t pi/iCiC** «, 
come moli' altre, eh 1 ei dice di avere scoperte , intruse in 
quesf opera. 

X. Io te ne troverò una per dieci talenti. — Era la dote 
che per solito datano in Atene i più ricchi, e sommava a 
più di cinquanta cinque mila delle nostre lire italiane. 

XI. Lasciò un* infinità di Commentar j ec. — Delle sue 
opere nessuna ci è pervenuta; se non che nel Iamblico 
d'Aldo, 1497, * a 601(0 8ao nonie 011 Kb* 0 di definizioni 
platoniche. 

Delle cose che hanno una trattazione simile. — - Pare che 
Speasippo, conformemente al principio che in ogni cosa, per 
giugnere alla conoscenza, è mestieri cercar di conoscere le 
somiglianze e le differenze, componesse quesV opera in cui 
forse aveva indicato il simile in tutte le cose del mondo che 
gli* erano note. — Questo libro che senza ragione , al dire 
di Ritter, si attribuisce dal Henagio al medico Speusippo col 
titolo di •/*•*«, citasi spesso da Ateneo, nel settimo libro, 
dove tratta degli animali aquatici. Dalle parole di Ateneo si 
raccoglie che Speusippo tentò di determinare la somiglian- 
za delle specie degli animali e delle specie delle piante, e 
quindi probabilmente di fare un' istoria naturale sistematica. — 
Nella ricerca della diversità del sapere, Speusippo , secondo 
Ritter, tentò fors'anco di determinare con maggior precisio- 
ne, quantunque soltanto in una forinola, il modo col quale 



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344 imoTAziosn. 

la scienza può risaltare dalla sensazione. Da un passo di 
Sesto Empirico si rilefa ch'ei parla in fatto di ana sensasio» 
ne scientifica, in opposizione alla ragione scientifica, aUa qua» 
le partecipa anco la sensazione, da poi che ella ai esercita 
colla ragione. 

Aristotele comperò i suoi libri per tre talenti» — Cioè 
più di sedici mila lire italiane. — La somma noti giogo e 
per ancora a qnella esorbitantissima pagata dal Marchese di 
Blanfort pel Decameron* di Venezia, 1471, in f.°, cioè di 
2260 lire disterlini pari a 52,000 Italiane! 

CAPO IL 

SCHOCRITE.. 

IV. Testimoniare senza giuramento. — Prifilegio che 
onora chi lo accorda e chi Io riceve. Ciò , in Inghilterra a 
in America , si concede anco a 9 Quacqueri per la lord spec- 
chiata virtù, più che pel di? ieto della pròpria setta , che col 
battesimo rifintò anche on atto le tante tolte dall' altre 
violato. 

V. Disfida a più bere che si fa da qui ài Coo. — T»#r 
*«r $wf X$vr$ A* #p Leggevasi prima r#«f x*r«- 

<r. A. ed è emendazione del Ruhnkeoio. Vedi F Hueb- 

nero. 

- X. Tossa dei forestieri. — Il fnv**tèp era una specie 
di testatico che pagavano gli inquilini od abitatori, dai quali 
gli Ateniesi esigevano dodici dramme — undici lire circa 
italiane — se maschi, la metà, se femioe. Chi non pò tea pa- 
gare vendevasi; ed a questi mercati era apprestato un luogo 
detto tu fuviti* wétXnmpff. 

XI. Fu surrogato a Speusippo e condusse la scuola ven- 
ticiruf anni — parimente con poco frutto, dice Ritter. 11 suo 



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ARROTlZIOM* 345 

insegnamento filosofico dovette starti rinchiuso io alcove de- 
terminate divisioni, delle quali ben forse potea esseve cause* 

, la divisione, a lui attribuita, della filosofia, in Logica, 
e Morale. Ciò che può tenersi per cosa sua si riduce 
ivamentc alle forinole matematiche alle quali egli si 
provò di ridurre la dottrina platonica. Ciò che dimostra, se- 
condo Ritter , che V esposizione platonica prendeva piede 
sempre più nell' Academia. — I discepoli di Platone pare 
che non vedessero chiaramente il modo , col quale il loro 
maestro aveva distinto il lato matematico dal lato sensibile 
e dal lato ideale della coscienza. La qnal cosa li condusse 
a chimeriche supposizioni. — Alcuni rigettavano il numero 
e non ammettevano che un numero matematico. Altri 
di fare scomparire la distinzione fra i numeri mate- 
e il numero ideale. Altri non volevano che il numero 
ideale. Pare che Senocrate avesse abbracciala la seconda opi- 
nione; e quindi eh 1 e' tentasse di dare un'importanza filoso- 
fica alle dottrine matematiche, ovvero di cercarvi la cono- 
scenza delle idee. Questa congettura, segue Ritter, è confer- 
mata dall' opinione che Senocrate si era formata della relazione 
della scienza e della sensazione colla essenza delle cose. Egli 
ammetteva tre maniere di essenza, la sensibile, la razionale e 
quella che componesi delle due prime e che è I obbietto 
dell 1 opinione. L' essenza conoscibile per mezzo della ragione 
è per lui al di fuori del cielo e del mondo, è resistenza 
delle idee; l'essenza sensibile è dentro del mondo; final- 
mente l'essenza mista è il cielo stesso, poiché il cielo è per- 
cettibile ai sensi, ma del pari conoscibile alla ragione per 
mezzo dell'astronomia. — E notevole sembrare che Senocrate 
non metta diversità tra scienza e intelligenui ( iTiarij^ij e 
*<*to,«), e elisegli accordi al seiuo («ftfsWi) eziandio la 
verità, non per altro una verità simile a quella che compete 
al a] discorso, scientifico. — Che se gli antichi e 

DIOGENE LAEIIZIO. ^3 



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346 AMIOTAXIOIft. 

Platone considera fallo F astronomia come ima scienza male* 
malica, egli è manifesto che ano slesso luogo assegnata Se* 
oocratè alle scienze matematiche e alla filosofia* E però dice 
Teofrasto che nessuno andò più fungi di Senòcrate nella de- 
rivazione dette cose seguendo la serie dei numeri, e ciò ve- 
rmuMktoeate perch' ei credette scoprire nei numeri stessi 
l'essenza delle cose» Lo che s'accorda col tenta tiro di ridur- 
re moltissime idee filosofiche ad alcune formolo matematiche. 
L' unità e la qualità sono per lui gli dei che reggono il 
mondo; ma la diversità dei quali ci dà le otto costellazioni; 
l'anima è per lui un numero moventesi di per se stesso; egli 
paragona il divino al triangolo equilatero, perchè ò formato 
di lati eguali; il mortale al triangolo scaleno, perchè si com- 
pone di lati ineguali; e il demoniaco al triangolo isoscele , 
che ha due lati eguali ed un lato ineguale. Pare che Sedo» 
ernie non abbia aggiunto alle dottrine platoniche che alcune 
forinole destinate ad introdurre le idee matematiche nella fi- 
losofia , ma da questo chiaro si scorge lo sfono per riunire 
pHi strettamente la dottrina di Platone sulle idee alla cono- 
scente intuitiva. La sua morale, d'altra parte poco originale, 
mostra lo stesso spirito; poiché egli cercava la felicità come 
il termine della vita razionale, no * solamente nella virtù del- 
l' anima, ma anche nelle forze o facoltà che le sono sommesse, 
poiché non eoa altro ajuto che di queste facoltà il corporeo 
ed i beni esteriori possono essere acquistati. Questo sembra il 
fondamento della dottrina della razionalità teorica e della ra- 
zionalità pratica, e la ragione per la quale egli non poteva ac- 
cordare ;al sapiente, cioè alla ragione teoretica, tutti i beni. 
Gli altri maestri, conchiude Ritter, dell'antica Academia, 
Polentone , Crate e Crantore , pare che affaticati da questi 
inutili vaneggiamenti, tornassero ad una investigazione più 
tranquilla, ma senza nulla operare pel progresso della filo- 
sofia. 



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ANNOTAI tONI. 



Hi 



CAPO III. 



POLBHONB. 



IV. Principiato avendo a filosofare oc. — Dedito, com'era, 
particolarmente «Ila morale , trascurò , al diro di Laerzio, le 
dialettiche; la qoal cosa, osserva Hitler, potrebbe esser* mm ia* 
disio dell' incomincialo scadimento nei lavori scientifici dell' Ac- 
cademia. Quando Polentone raccomandava di vivere confort 
memento alla natura, nello stabilire questo principio come il piò 
elevato, certo e' non credeva allontanarti esteoiialmaete dalla 
dottrina di Platone, nè tracciare una nnova via di ricerche. 

Discorso coW aceto e il laserpizio. — Q|»v» sai m hp <#ra, 
id est orationem acetatam et laserntem; oraiioném Juemtmm ai 
Bacando sapore condiiam. Metafora presa dall'aceto e dal la- 
serpoio, dei quali assai osavano per condimento gli antichi. — » 
Memagio. — 11 laserpitium di Plinio è una cosa sterna, col Sii* 
phium di Teofrasto e di Dioscoride* il quale dice che nelle salsa 
e mescolalo al sale serviva per. dar sapore più aggradatola 
a' cibi. Da questa pianta, si estrae V Assafetida si rihrtttaala 
per noi da chiamarla StercordeHLavolo* Eppure gli antichi» 
come si è veduto, e molli popoli dell'Asia anche al presente la 
mangiano con piacere e l'hanno per nn tornagusto dtlicatissimo^ 
Costoro le danno il nome di Mangiare-dei-mmiL> ed a Stirati*, 
dicesi, pel grande oso che so ne fa vi rimane infetto il circo* 
stante aere. Cosi ne' gusti come nelle opinioni sono gli uomini 
concordi! — Vedi Plinio I. XIX, c. i5, ed il Geoffroy. 



I. Amico di Polentone gli successe nella scuola. — Altri' 
fa succedere a Polentone Arcesilao. 



CAPO IV. 



Crate. 




348 



ANNOTAZIONI. 



CAPO V. 
Crantore. 

II. Lasciò commentar) in trenta mila versi. — us fi+putàat 
rr<£«t rtus. Intende non versi propriamente, ma linee, righe. 
Versi dicevano anche i latini , e versi gli italiani dicono 
per righe.. * ■ 

TI. // suo libro del lutto. — T# w%f « sul dolore, 

sulla mestizia , ec. Di questo libro, molto lodato da Pane- 
rio, e di cui si hanno frammenti nelle Consolazioni di Più* 
tarco, grand 1 oso fece Cicerone nelP opera eh 1 ei dettò per 
consolarsi della morte di Tullia. 

Tiensi Crantore pel primo interprete degli scritti di Pia», 
tone; la qual cosa, dice Ritter, è un sintomo dell'aftievoli- 
mento della fona proddttrice intellettuale , e in pari tempo 
il principio deir erudizione ih filosofia. Sembra per altro 
che si facesse qualche sfono nell'antica Academia per ritor- 
nare aliai pura dottrina platonica, siccome n* è prova il dom- 
ina sull'anima di coloro che si chiamano •# wtpt tùi 
t*P*. — Sesto Empirico cita un frammento di un 9 opera di. 
Crantore, nella quale, ragionando dei beni della vita, dà il 
primo luogo al coraggio; il secondo alla salute; il terzo alle* 
ricchezze; il quarto alla voluttà. 

CAPO VI. 

Arcesilao. 

II. Costui fu il primo che fondò t Academia mezzana. — 
Con Arcesilao comincia la nuova Academia, o seconda, o 
mezzana, secondo il modo di dividerla di alcuni, i quali an- 



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ANNOTAZIONI. ófo 

noverano sino a cinque Academie. Varrone e Cicerone non 
ne distinguono che due, una fondala da Platone, una da 
Arcesilao; Diogene Laerzio' e qoalcb' altro che Ire: quella fon- 
dala da Platone, la media insti tu ita da Arcesilao, la nuo- 
va da Cameade; Numenio ne dislingue cinque e pone a capo 
delle dne ultime Filone ed Antioco. Sesto Empirico ha adot- 
tala quest" ultima divisione. 

Studiò Arcesilao ' le dottrine di Afenedemo P eretrio , di 
Dioilorò megaricò e di Pirrone; e da questo derivò forse il 
suo scetticismo è P arte sua nel confutare i dommi filosofici» 
Preferi tuttavia Platone ed anche seguitò i più antichi , So- 
crate, Parmenide ed Eraclito. Nulla di beo accertato puossi 
dire circa la stia dottrina, la quale fu tenuta per uno scetti- 
cismo perfetto avente per forinola: eh' e' non sapeva nulla , 
neppure ciò che Socrate pretendeva sapete, cioè, che nuHa 
sapeva. Sembra però eh 1 egli adottasse questa forinola per op- % 
porla soltanto atle obbiezioni dei dominatici calle addizioni 
da essi fatte alla vera dottrina platonica , eh' ei forse avea 
V intendimento di rinnovellare, non provando* al pari di moi- 
li altri, prtneipii certi sulla scienza nelle opere di questo fi- 
losofo , la cui 'maniera dubitativa e condizionata gli potea 
far tenere i prìncipi*! platonici come congetture ideali. La 
qual cosa fece asserire che Arcesilao negava la certezza della 
conoscenza tanto sensibile che intellettuale. Forse, con Ari- 
stotele , egli riguardava come ipotesi senza fondamento la 
teorìa delle idee ed ì- uriti detta reminiscenza; facendo osser- 
vare P opposizione esistente fra queste due ipotest. — Il suo * 
scetticismo aveva, come quello di Pirrone, una tendenza pra- 
tica. Egli ammetteva che il sapiente non segue alcuna opi- 
nione; e ne conchiudeva che.. se dovesse mai il sapiente ap- 
provare un' idea , allora seguirebbe del pari una opinione , 
e che per conseguenza dee il sapiente ritenere il proprio 
giudizio. Ammetteva dunque una differenza fra il sapiente e 



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35o ARKOTÀZlONI. 

lìm «tolto , la quale no» borendo consistere nel sapere e non 
sapere, non si potrebbe cercare che nella condotta * pratica. 
Da ciò i molti precetti pràtici che a Ini si attribuiscono. 
Biasimata il metodo minuzioso di giudicare, che in materia 
estetica si forma la moltitudine, entrando in grandi partico- 
lari. Dee invece il sapiente esaminare la propria vita , che 
gli fornisce ampia ed utile materia a riflessione. Tene- 
va , a dir rero , F indigenza per un male , ma per un male 
che ci può servire alla pratica della virtù. Esaminò le leggi 
e vide, al par di Platone, che ove sieno molte ivi stesso cre- 
scono frequenti le colpe e i delitti* Egli non considera la 
scienza morale che come verisimile, e in generale raccoman- 
da di seguire la verisimiglianza nella scelta del bene e nella 
Ibga de) male. — La vera differenza adunque tra gli scettici 
e la nuova Àcademi a, come la formò Arcesilao, sembra, segue 
Bitter, consistere in questo, che mentre, gli scettici cerca- 
vano lo scopo della vita nella fermezza invariabile dell'ani- 
ma e non ammettevano, anche tra il bene e il male, come si 
presenta nella vita reale , che una differenza legale e no» 
naturale, gli Academici per converso non volevano rompere 
i legami della vita in modo così violento, ma ammettevano 
che il sapiente, senza divenire insensibile per tutto ciò che è 
del senso, vive come ogn' altro uomo apprezzando , al modo 
solito, il bene ed il male, salva questa sola differenza, eh' ei 
punto non credono vivere in un verace sapere. Quindi ò che 
le bizzarrie della vita di Pirrone non s y incontrano in quella 
di Arcestlao, il quale nella sua vita morale, rispettava il de- 
coro, ed era anzi inchinato al lusso ed -ai piaceri concessi 
dahV opinione comune al suo tempo* 

IV. Non solo inclito Pergamo per or/m , «e. — Pergm- 
mus httud armis , sed equis quoque dora per orbem. — Di» 
citar a Pisa quam coiuere dii. — Huebnero* 

Giannetto avea carattcrivuito Ione. — Chantderem sty~ 



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ANNOTAZIONI. 



35 1 



liunque lonis expressit. — Ione è -un dialogo di Platone in 
cui molto si parla di Omero. Laerzio, dice il Menagio, aU*~ 
de egli a questo dialogo, o, secondo la sentenza di P. Petit* 
a Ione poeta tragico e lirico? — Ione chic fu pur filosofo 
e lasciò Kbri sulle meteore. Così il Kuehoio, cai aliente 
r Hnebnero. 

XI. Alcuno non piglierà costui pel tallone? — hrrpmym- 
A#t, r osso del piede che si congiugne colla gamba; — 
Arrf*y«Aéf, gli aliassi* cai quali giuocano i fanciulli. Dice- 
vansi astragali anche eerti ossi infilatali in una fune, per oso 
di tormento. — 11 Casaobuono intende giuoco di dadi, Bo- 
rbeck traduce : alcuno non piglierà costui pel collo. 

Fuor amando ha ruoto. — #r#» tézét n+fn, cum par- 
to* adfueril. T«««# sagntica usura e portato, parto. 



Plutarco delle disp. conv. lib. VII, i. trad. dell'Adriani. 

XIII. Si recava al banco de* cambiatori* — ut rat *fy*- 
fimms £ii£f<* «v*tr« wp*Tét. — Dice Is. Casaubono che qui 
si tocca di oti uso nè da lui ne da altri osservato altrove, non 
ricordandosi di aver letto ne' greci scrittori che £i*{i<r, od 
tw$i%i$%ét apyvpmfutrmf, e ^vw/ww», che si facevano nelle 
processioni. Un solenne erudito afferma che appunto *fy*fm- 
M.mrt*mt, e £»vr*/»«rj»«« &«{h* cbiamafano i Greci h mo- 
stra di vasi d'oro e d'argento che si portano nelle preces- 
sioni, ma che mfyvpff e xfw> essendo P argento e Fora 
coniato, £fvn«i *u{w ed apwfina* era la mostra delle 
monete d' oro e d' argento esposte sul banco de 1 cambiatori. *— 
Salmasio de* Tropez. Foenorc — Interpretando il passo a 



Han li venti virtù d* ingravidare 

Gli àugelletti (T avanti che sia il tempo 

Da natura prefisso di lor parto. 




35* 



ANJlOTAZIOffl. 



«peste modo il senso* corre» L' Aldobrandino, rHuelmero tra* 
ducono : Argentea* ad pempas pmdibat priinuu Enr. Ste- 
fano : Argentei* in frinii* vasi* praeferebat. U Borbeck fot- 
ta : aite occasioni delie presentazioni dello argento. — II tra- 
daltor francese colla toKia disio vollara: « 11 était le premier 
» a satisfai re ad* contribntions. » 

XIV. Eumene figlio di Filetere* — Filatere fa mutilato 
da fanciullo; quindi intendi col Rossi figlio adotti**. 

A có%tui solo di tutti i monarchi facea riverenza. — 
•«rmf f"»f» wfS*Q»9H. — Quocirca et huic soli dicabat 
libro* suo*. Huebn. — *Ad hunc sotum libro* suo* scribebat. 
Aldobr. — Quocirca et huic soli studebat. F. Ambrog. -r- 
Ad ipsam solum solitu* litteras dare. Rossi* — Altre ' corre* 
rioni si, sono (atte dal Rossi a questo capo che P Hooboero 
per la maggior parte seguì. 

XX. Accetto, agli Ateniesi come nessuna. — Dice Nume- 
nio — in Eusebio — che i concittadini di A rcesilao rifiu to- 
tano di credere ciò eh 9 egli non aveva affermato. 



I. Borisumite. — Di Boriatene. Città sul fiume dello stesso 
ionie. U Nieper. 

, Chi se* tu? Di qual gente? ec. — Antigono Gooata, presso 
il quale i nemici di Rione cercavano di screditarlo, lo inter- 
rogò per sapere dell 1 esser suo, ed egli cominciò dal rispon- 
dergli : « Ala quando tu hai bisogno di arcieri non t' informi 
» .già dell' origine loro ; ma sì U fai tirare al bersaglio, e 
» scegli quo' che il colgono; ora l'è d' uopo fare altrettanto 
» cogli amici e non chiedere ad essi donde provengano, ma 
». ciò che e' sono. » 



CAPO VII. 



BlOtlB. 




AtfNOTAKfOlfl. 353 

* - 51? puliva il rutto colla manie*. *— -Stessa, còsa. Jàc* Sue». 
Ionio del padre di Orazio. È costarne dei pizzicagnoli pu- 
lirsi le nari còl gomito, per a?ere le mnéi piene 1 di' salamoia 
e. di salsnggine. 

#«a icnVta xo//n fadeia. — Fronte* litemti ti eapillum se- 
mirasi et pedes annuiate disse Apuleio; così^ e frontem in* 
scriptam, dissero molti fra gli antichi. — ts. Casaub. 
. III. Non si pad coir amo ' prendere il cacto molle ce — 
« Quod non cepisset praedam felis pollarla* ▼enabatur il le 
9 sub pbilosopbiae felamènto adolescentem* et com non ca- 
» perei quod cupiebat, iHam> ad phitaopbiam inepUun prono n- 
» tiatit, ut wellicolom. T*f *t*+ rè$ p«X»««»r, w* im 

* tff^*' rV 1 ^'* T9f9 •rmrrpf A*Ctit, inqftil Ko- 
» nes imitatus Epictetns 1. 3, c. 6. — » A«A/z. 

£/or/Vi madre degli anni. — Forse perchè Tuona glo- 
rioso vive moli' anni nella memòria dei posteri ? Forse perchè 
la buona fama mantiene I* animo tranquillo, che non poco torna 
utile a vivere lungamente secondo il proverbio che : fama bona 
dicitur impinguare ossa? Mer. Casanbuono da cui è tratlà 
questa nota preferirebbe fsnmp «y»». . , 

Compiacere altrui della propria bellezza ec. — « Mini 
» legendum videlur « •«* hac senlentia: Crebro kabe- 

» bai in ore, optabilius esse aelatis fiorerà alteri grati/icari, 

* quam alienimi decerpere: torpore enim potius quàm animo lae* 
» di. Quod ex falsa opinione dicH, fidelicet, qui hojnsmodi 
» agit, non etiam, qui patiti*, flag illuni patrarcv» — Rossi. 

Chi è, giovine usa la forza ec- — >iy pi» t^im — «*ft«- 
* Hnic jdicto aeunden sunna ut èonstet, mutati* 
a dura in y* f 4r M u>, aut simili mtltaliene »nccurrendum ry©/^ 
a illudine juvenes senescer e, prudentia senes vigere. » — ■ Wyu 
tembacbms ad Plut. inorai. 1 * 

V. Rivestila filosofia di fiorila eloquenza. Di molte 
«ne opere, particolarmente morali, rimangono alcuni frammenti 



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354 UWOTÀMOMI. 

consertarci Ai Slobeo , i quali giustificano ciò che afferma 
Eratosteue. 

VI. folle qmstioni della corda tassa. — V ***** , od 
pwmr* è la corda che manda il più basso suono, la 

wwrn quella che manda il pra acuto; e siccome i musici di 
«peste disputavano molte cose, Bione per deridere Archita, 

10 chiama peritissimo nelle «mistioni della corda bassa, come 
a dire, qnistione Trifola, parodiando il terso 146 del primo 
dell'Iliade* — Rossi. 

X. Indotto a provvede r e amuleti. — *ipi*wr* XmCnw ». 
r. A. T« «rtfj«ìrr«f, ciò che si attacca intorno al collo, amu- 
leto, piXmmrnftè^ cartuccia con inscrittovi qualche motto: o 
laminette di piombo con segni ec. superstiti oni non per anco 
dismesse! 

CAPO Vili. 
Lacide. 

I successori di Arcesilao ne adottarono anche le dottrine ; 
e non è quindi che una differenza apparente quella che in- 
dusse gli antichi a far distinzione tra Academia mezzana e 
nuora. Questa differenza consiste nel Pater Lucide, discepolo di 
Arcesilao, «colto per luogo ordinario delle soe adunanze scola- 
stiche un giardino del re Attalo Filometore , neH' Academia, 
chiamato dal nome del filosofo Lacidio; circostanza che sem- 
bra aver fatto dare effettiva mente alla nuora Academia il suo 
nome. Per altro né Lacide, né i suoi discepoli Telede ed 
Evandro, né il successore di questi Egesino oEgesilao furono 
rimarcabili. 

HI. Nel governo della /amiglia di pasta assai dolce. — 

11 si vorrebbe dal Menagio mutato in y\t*xf~ 
*»r#, te ameissi mo i facendo di un balordo un avaro. Noi ab- 



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annotazioni. 355 

I 

biamo segnilo la prima lezione cercando di renderla alla me* 
glio. Del resto racconta ciò stesso anche Numenio, ed ag- 
giugne, che fedendo La ci de scemare le provvigioni, senza mai 
trovare nè suggello rimosso, né rottura di sorta, tenne, me- 
ravigliato, di avere in questo una prova novella delle illu- 
sioni ingannatrici alle quali vanno del continuo esposti i 
nostri sensi. — > Il Brucker la dice una storiella inverisimile, 
inventata dagli stoici per ridersi delle dottrine academiche. — 
E forse merita egual fede quello che si narra di sontuosissi- 
mi funerali da lui fatti ad un 1 oca, alia quale era affeziona- 
to ; e che troverebbero un bel riscontro, se veri, in que'di 
un moderno cane, celebrati da un amabilissimo sbarbato fi- 
losofo. 

VI. La sua morie fu di paralisi per soverchio bere. — Al 
dire di Ateneo era il primo bevitore del suo tempo! 

CAPO IX. 

Ci RR BADE* 

Il busto di Cameade che qui si dà in intaglio è tratto 
dalla galleria farnesiana. — « La sua fisonomia tutta piena 
» di ▼ Svezza e d'ingegno mostra i segni di queir età, per cui 
* Cameade fu posto fra gli uomini che godettero lunga vi- 
li ta. » Visconti* 

Letti i libri degli stoici ec. ec. — « Hic Stoicornm et 
» Chrysippi libris diligentissime perlectis, eis m od ice (urii*- 
» reluctabatur, adeoque id verecui.de (iMftifii) facie- 

» bat, ut etc. » — Hueb. et Hen. Steph. — « Is curo — 
» legisset, adrersus ea bene disputatiti Quod ei ita ex sen- 
tentia successi t ut etc. » — Jldobrand. — « Hic — eoa 
» magna modestia refuta?it. Adeoque id ex sen lentìa facie- 
» bqt, ut etc. » Meibom. — • Cameade traeva la sua forza 



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365 ANNOTAZIONI. 

dalle dottrine degli Stoici e dalle contraddizioni eh' e' provava 
per parte loro, ed esprimeva mollo bene questa doppila dipen- 
denza in cui si trovava da essi, dicendo, che se Crisippo non 
eia* neppur Cameade sarebbe siato, — a Solo per Cameade 
» rAcadémia riacquistava splendore. Avversario terribile come 
» egli era agli Stoici, le cui armi vestiva, "pare aver diretto 
» i suoi sforzi anche allo scopo di combattere colla dialettica 
i» e con una saggia conoscenza delta filosofia tutte le tesi dei 
» filosofi. — Carneade avea l'uso in generale di principiare col 
« discorrere in favore di una dottrina , e poi di combat- 
» terla seguitando , senza decidére nè per V una parte, nò 
» per l'altra. Clilomaco , il più intimo de' suoi discepoli, 
» assicura di non aver mai saputo a quale opinione desse 

* la preferenza il maestro. Egli è per mezzo di questo sleao 
» Clitomaco che noi conosciamo con maggior precisione le 
» lezioni che faceva Carneade , il quale nulla lasciò di 
» scritto. Quantunque senza staccarsi da Arcesilao, pare eh' et 

* meglio particolarizzasse l'opinione dell' Academia mezza* 
» na, anzi, in parte, ne avesse cangiato lo spirito. Ei confutò 
» le dottrine dell' altre scuole, della stoica segnatamente, e 
» non senza una tal quale sagaci là , Sebbene gli elementi di 
» quelle controversie, piuttosto che inventati da lui dir si 
« potessero attinti alle dottrine degli anteriori filosofi. Tali 
» erano gli argomenti coi quali combatteva il domma dell' e* 
» sistenza di Dio, professato dagli Stoici — e la loro opinione 
» intorno alla necessità di tutto ciò che accade, e l'idea che 
« quanto esiste in natura ha un fine per l'uomo. — In morale 
n sembra ch'e'tentasse distruggere sistematicamente 1 principi*! 
» delle scuole anteriori ; e che non fosse inchinato ad abbassare 
» il fine dell'homo quanto Aristippo, od a elevarlo quanto gli 

* Stoici. Si credette scorgere ne' suoi discorsi una tendenza 
» ad approvare l'opinione che riguarda , come fine della vita 
» il soddisfacimento de' primi bisogni della natura, i quali 



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annotazioni; 35 7 

racchiudono il germe della Tirlù, ma non si affermò* Il 
sue scetticismo per altro giunse ad inspirargli fino dei 
dubbi sulla conformità delle idee morali colla natura. N'è 
prova il suo discorso contro la giustizia. — In questi dubbi 
sorpassò Arcesilao, il quale ammetteva resistenza di un bene 
e di un male naturale ; e si scostò dalla dottrina platonica 
più che non area fatto P A ca demi a mezzana. — Circa il 
pensiero dell' uomo in generale, cercava egli di mostrare 
che tutti gli anteriori tentativi della filosofia per trotare un 
criterio della verità erano rimasti senza successo, e che 
anzi era impossibile trovare nn siffatto criterio. — Sembra 
per altro che seguendo Crisippo, Cameade, meglio che i 
suoi predecessori, determinasse la differenza nella sensa- 
zione e nella rappresentazione tra ciò che appartiene al- 
l' oggetto sensibile e rappresentabile, e ciò che appartiene 
alP oggetto senziente e rappresentante. — Ai dubbi sulla pos- 
sibilità di conoscere il vero unì Cameade la sua dottrina 
sulla verisimiglianza. Questa dottrina si fonda tuttavolla nel- 
P impossibilità in che trovasi il sapiente di. sempre ratte- 
nere il proprio giudizio, poiché altrimenti sarebbe mestieri 
eh' e* si lasciasse morire. Cameade non volea né pure, con 
Arcesilao e in opposizione agli Stoici* seguitare P impres- 
sione necessaria e cieca, tua si riserbava là scelta ragione-' 
Toie tra maniere di agire opposte, pretendendo nonostante 
che questa scelta non riposi affatto su di una vera scienza, 
ma unicamente su di una verisimilitudine, or più or meno 
grande. — Scopo, a dir vero, di questa teorica era eviden- 
temente la vita pratica; pure, siccome la vita pratica non 
ha per nulla bisogno di si fatta dottrina, chiedere si po- 
trebbe benissimo perchè Cameade non applicò la sua dot- 
trina della verisimilitudine ne' suoi discorsi prò e contro 
la giustizia ; perchè parlò contro la giustizia , dopo a- 
verne parlalo in favore, e perchè non fece P opposto. Pa- 



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358 A tra OT AZIONI* 

» re, dopo ciò almeno, eh' e 9 ooo t'occupaste della bontà uio- 
» rale della vita. Tatto adunque ci fa supporre nno scopo 
» nascosto sotto quello eh' ei confessata» L' arte colla quale 
» svolgeva lunghi discorsi in favore o contro una tesi; la pre- 
» ferenta eh' ei dava alla morale in confronto della fisica , 
• perchè piò adatta alla trattatone , oratoria ; la cura in fine 
» eh 1 ei poneva alla ricerca dei mezzi pei quali un' opiniope 
» può essere resa verisimile; tutto questo ce lo presenta co» 
» me un uomo cui fortemente sta a petto lo sviluppo del- 
» l'arte oratoria. Troppo onore si farebbe alla dottrina di 
» questo nuovo academico, se si volesse derivarla da quella 
» di Platone ; poiché la sua dottrina sulla verisim illudine ri- 
9 duce ogni convincimento al testimonio dei sensi, e non si 
9 differenzia da quella degli Stoici sulla conoscenza che in 
9 ciò, eh' ella non vuole ammettere, che l' evidenza delle im- 
» pressioni sensibili sia d'una forza incontestabile e con- 
9 duca ad un verace sapere. » — Ritter. 

III. OnJT è che per vacare alle lettere* — Osserva E. Q. 
Visconti che questo passo non fu compreso dal' Fabro; ed 
aggiugne che Cameade, per rendere più pronte le operazioni 
dell' animo, non i sdegnava neppure i mezzi che trarre si pos- 
sono dalla medicina, e che quindi disponevate alle dispute 
cogli Stoici con bibite purgative, usando al dire di Plinio del- 
l' elleboro, al dire di Vairone dell' aceto. — Una fantesca , 
sua concubina, era costretta, tanto immerge vasi ne' propri i stu- 
di!, a farlo mangiare. Costei, come si vedrà più innanzi, sol- 
lecitata da Metrodoro, destò la gelosia del filosofo, il quale 
parve sospendere per allora ogni disputa sulla probabilità e 
sulla incomprensibilità. — Veggasi Bayle. 

V. Nelle quistioni invincibile. — L' eloquenza tornò uti- 
lissima a questo filosofo per combattere il dommatismo ; e, più 
che tutto, sull'eloquenza fondasi la celebrila di Cameade. 
Dessa era tale, che, al dire di Cicerone, niuna cosa e' sostenne 



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ANNOTAZIONI. 



359 



mai senza provarla, né mai ne impugnò alcuna seoaa distrug» 
gerla allatto. 

VII. Sembra che il pensiero delia morie lo occupasse, — * 

• La sua filosofia lo aveva condotto al godimento di tutti gii 
» agi della t ita, ed avea distrutto io lai quella specie di Corsa 
» assai comune presso gli antichi, che li traeva a prevenire 

* i mali della vecchiaja con una morte volontaria. » — 
Anommo* 

Vanno quarto della censessanlesima seconda Olimpiade 

Cioè Panno 1*9 avanti l'è. v. Essendo morto di 89 anni, N 
la sna nascita viene a cadere 1' anno ai 3 avanti Ve* v. 

Il nostro Diogene in questa rassodia, tra molte cose, omette 
l'ambasciata, ch'ebbe a sostenere Cameade, l'anno varrò- 
niano 599,01. i55. Avendo gli Ateniesi saccheggiato Oropo, 
furono dal senato romano condannati a pagare la somma di 
cinquecento talenti. Per ottenere qualche sollievo spedirono a 
Roma Diogene lo stoico, Crittolao il peripatetico, e il no- 
stro Cameade. Fu tale la fona delle costoro parole, che pa% 
rocchi senatori, secondo racconta Eliano, dovettero affermare, 
che gli Ateniesi non avevano spediti ambasciatori a persua- 
dere, ma a strappare ad essi ciò che volevano. I Ire filosofi, 
per dare anche al popolo romano un saggio del loro sapere, 
si posero a recitare arringhe, e a tenere filosofici convegni. 
Arrossirono quei róssi conquistatori della loro nobile barba- 
rie, e trassero a calca, massime la gioventù, al novella spet* 
tacolo, Cameade primeggiò tra' suoi colleghi, e rese attoniti 
gli spettatori per la grazia, la robustezza, ed una divina aum» 
dam ceSeritate ingemi et dicendi copia. Fu allora eh' ei re- 
citò le due celebrate arringhe, una in favore ed ona contro la 
giustizia: virtù che i Romani tuttora onoravano. Il dubbio, 
presso gli antichi, avea qualche cosa di solenne e di spav co- 
toso. Al vecchio Catone parve pericolosa la presenza di uo- 
mini che persuadevano ciò che volevano, e li fece licenzia- 




36o ANNOTAZIONI. 

re. Un senato consulto ordinò loro di abbandonar Roma im- 
mediatamente, per tema cbe ne fosse corrotta la gioventù. — 
Il ragionamento di Cameade contro la ginstizia ci fu conser- 
tato da Lattanzio; gli argomenti in Tarare si sono smarriti. — 
Merita di essere ricordalo questo suo detto: V arte dì cavai» 
care essere' Ut sola' cosa che i principi apprendano perfetta-* 
mente. Gli altri maèstri adularli ; lasciarsi {•incere que* che 
lottano con loro ; ma un cavallo rovesciare per terra tutti i 
maldestri senta distinzione di grado. E un altro che onora 
questo filosofo per una morale che non teme riscontro: Se si 
sapesse in segreto che un nemico dovesse venire ad assidersi 
suW erba in mi 'fosse nascosto un aspide, bisognerebbe avver- 
timelo, quando pure nessuno potesse sapere che si avesse ta- 
ciuto* — Biograf. e più distesamente Bayle. 

CAPO X. 

Clitomaco. 

II. Sin- oltre quattrocento libri. — Borek traduce quaran- 
ta. Per altro Cicerone, parlando degli scolari di Cameade di* 
ce : Declorai multitudo librorurn ingenii non minus in hoc , 
quam in Cameade efoquentiae* 

Clkomaco successore di Cameade sostenne e difese nei 
molti suoi scritii- V incertezza aca demica. Le sue quisliooi 
sulla divinità, contro gli stoici, lo fecero tenere per ateo. Cre- 
dette che V amore della vita fosse un inganno, e preferendo, 
cornei miglior cosa, la morte,, si uccise di propria mano, dando 
a divedere che ei. non era avverso alle probabilità. Cicerone dice 
che aveva ■ uno spirito sagacissimo come tutti i Cartaginesi. — 
Morì V anno 100, avanti V e. v. 



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2?io^en^Zaerxt'd T.J. pop. 3£i 




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LIBRO QUINTO. 



CAPO PRIMO. 
Aristotele. 

I* Aristotele stagi ri ta era figlio di Nicomaco e della t 
Festiade ; e Nicomaco , al dire di Ermippo nel libro 
sopra Arinotele, era disceso da Nicomaco di Macaone 
figlio di Esculapio, ed era visso con k min tare de 9 Ma- 
cedoni in qualità di medico e d' amico. 

II. Aristotele, il più genuino tra 9 discepoli di Pia* 
tone, fa scilinguato, come afferma V ateniese Timoteo 
nel libro Delle vile; e aveva anche, raccontano, le gambe 
sottili e gli occhi piccoli ; e usava abiti sfoggiati e a* 
nelli ; e si radeva la barba. 

III. Ebbe, secondo Timoteo, il figlio Nicomaco 
dalla concubina Erpillide. 

IV. E si partì da Platone, che tuttora vivea;il per* * 
chi ò voce questo aver detto : Aristotele ci ha dato dei 
calci, come i nati puledrini alla madre. — Narra Er- 
mippo nette vite, che quando fu mandato ambasciatore 
per gli Ateniesi a Filippo diventò caposcuola nelP Aca- 

DfOGEHE LAERZIO. 2^ 



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36a CAVO PRIMO 

demia Senocrate } che tornando poi, e vedendo sotlo un 
altro la scuola, elesse il passeggio ( «^f«rw ) eh' è nel 
liceo, e sino all' unzione innanzi e indietro cogli sco- 
lari filosofò; donde ebbe il nome di passeggiatore (*•- 
piwmmnȎf ). Altri afferma che in presenza di Alessandro, 
il quale dopo una malattia passeggiava, alcuna cosa di- 
sputò; ma che finalmente, divenuti già molti, si pose 
anche a sedere, dicendo: 

Turp'è, se parla Isocrate* Mio tacia. 

E i discepoli esercitò insieme nelle tesi, educandoli in 
pari tempo anche alla maniera dei retori. 

V. Che in seguito si recò da Ermia l'eunuca, tiran- 
no: degli. Carnei, il quale altri dicono che fosse suo mi- 
gliane, altri «qco imparentato, per avergli data io mo- 
glie ujt£ Ggjia od una nipote, siccome; afferma Deme- 
trio magnesio ne' suoi libri Dei poeti e degli scrittori 
di i\no stessa nome, , il quale soggiugne aacbe eh' Er- 
mia fu unq schiavo di Eubulo, di razza bitinio . e che 
uccise il suo padrone. Aristippo per altro^ nel h'br<* 
Delle delizie antiche, dice che Aristotele amò una con- 
cubina di Ermia ; che e la sposò col suo assenso e, per 
eccesso di gioia, sagrificò a quella donnicciola, come . 
gli Ateniesi a Cerere eleusina ; e che scrisse ad Ermia 
un peana che. qui entro si scrive, 

VI. Che poscia fa in Macedonia, presso Filippo, e 
ti* lui ricevette a discepolo il figlio Alessandro; che 3 
questo chiese di rialzargli la patria rovinata da Filippo, 
e l' ottenne», e perciò anche vi costituì leggi) che pari* 



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AJM6T0TKLE. 362 

mente io iseuola, imitando Senocrate, pose leggi per lare 
ogni quindici giorni un arconte} e che quando gli parve 
di essere stato a bastanza con Alessandro navigò ad A* 
tene, raccomandatogli prima il sno congiunto Callistene 
da Olinto. Il quale troppo liberamente parlando col re 5 
e non obbedendogli , fa da esso , narrano , rimprove- 
rato col dire : 

Sarai di corta vita, figliuol mio, 
Se coiai parli. 

Lo che presto accadde. Poiché sospettandosi eh 9 e 9 fosse 
partecipe con Ermolao della congiura contro Alessandro, 
pidocchioso e lordo fu attorno condotto in una gabbia 
di ferro, e da ultimo gettato a 9 leoni, fini per tal modo. 

VII. Aristotele adunque venuto in Atene e per tre- 
dici anni condottavi la scuola, fuggì in Calctde, sendo- 
gli data un'accusa d'empietà dall' ierofemte Eurime- 
donte, o Demofilo, perchè, come dice Favorino nella 
Varia istoria, compose il sovra menzionato inno ad 
Ermia, ed anche quest'epigramma sulla statua eh' è in 
Delfo : 6 

DJ Persi il rege arderò, empio, violando 
Già de* beati la giustkia, uccise 
Costai ; né colla lancia sanguinosa, 
Apertamente, combattendo in campo, 
Ma la fede delP uom^scaltro, abusando. 

Quivi, come afferma Eumelo nel quinto delie istorie , 
beendo aconito morì, vissuti settantanni. E Io stesso 
ci narra, che di trenta si era posto con Platone ; ma 



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364 CAP ° primo 

s' inganna ; poiché ne visse ire sopra sessanta, e si pose 
con Platone di diciassett' anui. — L' inno è di tal ma- 
niera : 

Virtù, air umana schiatta faticosa, 
Alla vita bellissimo conquisto, 
O Vergine, pel tuo volto e la sorte 
S'ambisce in Grecia del morire e lunghi 
Patir duri travagli: tal nelP alma 
Metti frutto immortai, miglior dottoro, 
De 9 genitori e del soave sonno. 
Per te di Giove il figlio Ercole e i nati 
Da Leda molto travagliàrsi in opre 
A procacciar tua possa* Per desio 
Di te scendeano alla magion di Plato 
E Achille e Ajace ; e pel tuo caro volto 
Della luce del dì fu <f Atamea 
Pur vedovato un cittadino. Ond? esso 
In opre celebrato ed immortale, 
Le Muse innalzerà*, figlie a Memoria, 
Che crescon reverenza all'ospitale 
Giove, ed alV amistà costante il pregio. 

E v'ha anche su di lui un nostro epigramma ch'ècosì: 

// mistico di Cerere ministro 
Eurimedonte già per accusare 
Stava Aristotel <f empietade : aconito 
Beendo e* si sottrae* Vincer fu questo 
Sema Jatica una calunnia ingiusta. 

Aristotele, come racconta Favorino nella Varia istoria 
fu il primo a scrìvere un discorso forense sovra sé stesso 
e per questa medesima accusa, e a dire come in Atene: 

Dopo di un pero invecchia un pero, e dopo 
Di un fico un fico. 



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ARISTOTELE. 365 

Narra Apollodoro nelle cronache, che, nato il pri m'arino 
della nonagesima nona Olimpiade, di diciassette anni si 
era accostato a Platone, e vent' anni àvèa dimorato con 
lui; eh 1 era andato a Mitiléne, sotto I 9 arconte Eobnlo , 
il qoàrt'anno della cent 1 ottesima Olimpiade, e, morto 
Platone, nel primo anno di Teofilo si era recato daEr- 
mia ed ivi era rimasto tre anni ; che poi sotto Pitòdoto 
era ito a Filippo, il fecondo anno dqlla cennovesi- io 
ma Olimpiade, quando Alessandro area già quindici 
anni ; che era ritornato in Atene V anno secondo della 
cent 1 undecima Olimpiade, ed avea fetta scuola tredici 
anni nel Liceo; che quindi, il terz' anno della cenquat- 
tordicesima Olimpiade, era partito per Galcide, e che 
era morto per malattia di sessantatrè anni circa, nel 
qual tempo anche Demostene finiva in Calarmi sotto 
Filocle. 

Vllt. Raccontasi che per la congiura di Callistene 
contro Alessandro divenisse odióso al re, e che questi 
per attristarlo innalzasse Ànassimene e mandasse doni 
a Senocrate. Scherzò sopra di lui in un epigramma an- u 
che Teocrito chio, cosi poetando, al dire di Ambrione, 
nel libro sopra Teocrito: 

Ad Ermia eunuco e in un étEohuìo schiavo 
Fece Innalzai* un vuoto monumento 
Aristotele vuoto di giudizio, 
Che », pel suo ventre indomito, abitare ' 
Preferì, air Academia i fonti BorborL 

In oltre anche Timone tocca di lui dicendo : 

E neppur d'Aristotele la trista 
Frivolezza» 

E questa fu la vita del filosofo. 



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366 ciffo primo 

IX. E noi leggemmo anche il suo testamento che a 
un di presso è in questo modo : 

« Certo andrà tutto bene ; pur se avvenisse alcun 
99 che, cori ha testato Aristotele : Che Àntipatro sia cu- 
» nitore di tutto e per sempre. — - Che sino all' arrivo 
» di Nicànore, Aristomene, Timarco, Ipparce, Dioiele 1 2 
» e Teofrastoj quando voglia e possa, abbiano cura dei 
99 figli, delP Erpillide e di quanto lascio. — Che la fan* 
» ciulla, fatta nubile, si sposi a Nicànore. — • Che , se 
» abradesse qualche cosa dia fanciulla ( il che non av* 
99 venga, nè sarà) prima di maritarsi, o dopo marita- 
» ta, non avendo ancor figli, sia padrone Nicànore, e 
n circa i figli e circa il resto amministri in modo degno 
» di Ini e di noi. — Che Nicànore anche abbia cura 
99 e della figlia e del figlio Nicomaco, essendo per essi 
n come padre e fratello. — Che accadendo qualche 
99 cosai a Nicànore ( il che non avvenga) o prima di spo- 
99 sare ta fanciulla, o dopo di averla sposata, non essen* 
99 dovi figli, si faccia quello eh 9 egli avrà ordinato ; e se 
99 Teofrasto vorrà essere colla fanciulla come con Nica- i3 
9 nore, sia, se no, i curatori, consigliandosi con Antipa- 
99 tro, per ciò che spetta alla fanciulla ed al fanciullo , 
99 amministrino come ad essi pafa esser meglio. — Che 
99 i tutori e Nicomaco, memori di me, abbiano cura an- 
n che del? Erpillide che fu a mio riguardo sì premuro- 
99 sa, non solo nel resto, ma acciocché, s'ella volesse 
99 sposarsi, il faccia in modo non indegno di noi ; e 
fi diasi alla stessa oltre ciò che le fa dato prima, anche 
» un talento d' argenta tra quo' che abbiamo lasciati , 
» e, se volesse, tre schiave, e la piccola schiava che ha, 



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AtlSTOTtLE. 367 

* e il ragasio Pirreo ; e, se le piacesse abitar Caloide , 14 
99 la foresterìa eh 1 è presso Portole Stagira r la casa 

* paterna } e <jual ella sia per volere di queste, i cura- 
a tori la forniranno del mobile che ad essi parrà, con* 
n veniente e bastevole all' Erpillide. — Che Nicànore 

* abbia cura anche del fanciullo Mirmece; affinchè in 
» maniera degna di noi sia rimandalo a 1 suoi concepiamo 
» da esso abbiamo ricevuto. — Che V Ambracide sia Jibcr 
» ra, e le si dia, quando maritisi la fanciulla, cinquecento 

* dramme e la piccola schiava ch'ella ha. Che si 
n diano anche alla Talete, oltre la fanticell* comperata, 

* eh' eHa ha, mille dramme ed una piccola schiava.—* i5 
» Che j oltre il danaro datogli prima per un altro 

* schiavo, o si comperi a Simonie un giovine schiavo, o 
» gli si dia il danaro. — Che qualora si mariti la fan<- 
» ciulla, sia libero Ticone, e Filone^ e Olim pione, 0 la 
n sua figlioletta. «— Che non si venda nessuno dei 
fi fanciulli che sono al mio servigio, ma si usino, e fatti 
fi adulti, si lascino liberi secondo il merito. — Che si 
9f abbia tuta di dedicare, quando saranno finite, le im- 
n magmi allogate a Orillione : e quella di Nicànore , e 
fi quella di Prosseno, ch'io pensava allogargli, e quella 

fi della madre di Nicànore} e di innalzare quella finita 16 
fi di Àriranesto, perchò gli serva di monumento, essendo 
fi morto -senza figliuoli $ e di consacrare quella di no* 
fi stra madre a Cerere in Nemea> o dove paja. — Che 
tt dove facciasi il sepolcro, quivi pure, dissotterrate , si 

* pongano le ossa della Pitiade, cornicila ordiuò. — 
» Che finalmente Nicànore, se sarà salvo, il qual voto 
» abbiamo fatto per lui, dedichi statue di pietra di quat- 



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368 



C4FO PtUfO 



» tra cobiti a Giov* ospitale, a Minerva salvatrici io 
» Stagira. ,m — Tali tono le sue deposizioni. 

X. Narrano ed esserti rinvenute molte «ne olle ed 
affermare Lieone che e ? si bagnava in una tinozza di 
olio caldo, e V olio ' a questo e a quello vendeva. Al* 
tri dicono che nn otricello di olio caldo poneva sovra 
il suo stomaco ; e quando si corcava, cacciatasi in mano 
una palla di bronzo, sopponendovi un badie, affinchè 
cadendo la palla nel bacile , e' fosse desto dal rumore. 

XI. A lui si attribuiscono anche questo bellissime 17, 
sentenze. Interrogato, qùal guadagno derivi ai bugiardi ? 
Rispose : Che allorquando dicono la verità non sono 
creduti. — Rimproverato una volta perchè avea latta 
elemosina ad un malvagio , IP. wom, disse, ho compas- 
sionato, non il costume. — Avea in uso continuamente 

di ripetere agK amici ed a coloro che frequentavano la 
sua scuola, e ovunqne gli accadea fermarsi, che la vista 
dair aria ambiente riceve la /noe, ma P animo dagli stu- 
di. — Spesso inveiva contro gli Ateniesi dicendo : Aver t g 
essi bensì trovato il frumento e le leggi, ma usare il 
frumento e non le leggi. — Della disciplina, afferma- 
va, essere amare le radici, dolci i/rutti. — Interrogato 
quel cosa più presto invecchiava? Il benefizio, rispose. — 
Interrogato che cosa è la speranza ? disse : -// «fogno di 
uno che veglia. — Offerendogli Diogene un Geosecco, e 
pensando egli che, se no'I preodea, fosse preparato, un 
molto,presolp, disse : Diogene col motto ha perduto an- 
che il ficosecco. — Offertogline di nuovo, prendendolo e 
alzandolo io aria, come co' bimbi, e dicendo: Magno Dio* 
gene,, glielo restituì. — Tre cose diceva essere mestieri 




aiusyovb&b* i6g 
all' «dotazione: Ingegno, istruzione, esercizio* — Udita 
che uh tale lo diffamava, Assente me, disse, percuota 
par anche. — Diceva fa belle*** migliar commendati- 
zia di qualunque lettera. — Altri affermilo tale essere 19 
l'opinione di Diogene, ed egli chiamar dono un bel 
?0 |lo—»., e Socrate, impero di breve durata} Platone, su* 
premila di natura ; Teofraato, tacito inganno } Teocrito, 
danno eburneo:, Cameade, regia autorità priva di guar- 
die* — Interrogato «e i dotti ai differenaiano dagli i- 
gnoraati, Quanto, rispose, i vivi dai morti — IL sapere 
chiamava ornamento nelle còse prospere^ nelle avverse 
rifugio. — Tra 1 genitori doversi maggiormente ono~ 
rare que^ che educano di qw? che soltanto generàno , 
poiché questi U vivere, quelli il ben vivere ci prepara-, 
no. — Ad uno che s\ vantava essere di usa grande cit- 
tà, disse: Non a questo è d'uopo guardare, ma senno 
è degno di una gran patria. Interrogato che cosa è 20 
amico? Rispose: Uri* anima che abita in due corpi.— 
Diceva degli uomini: Alcuni essere vasi assegnati come 
se dovessero viver sempre^ altri larghi per modo, co» 
me se tosto morire. — Ad uno che gli dimandava per 
qual cagione molto tempo conversiamo co' belli rispo* 
Domanda da cieco ! — Interrogato che cosa final- 
mente s'era egli avanzato dalia filosofia rispose: Di 
Jare^ non comandato, ciò eh* altri J mino pel timore delle 
leggi. — Addimaudato in qual modo i discepoli profila 
tino disse: Seguitando qué "che sono innanzi e non a* 
spettando gli ultimi. — Ad un cianciatore, il quafe fat- 
togli addosso un profluvio di parole gli disse : forse che 
io nt>o t' offesi chiacchierando ? No certo, soggi uose, 21 



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570 capo vino 

perchè non ti diedi reità. — s Ad uno che lo accusata 
perché avesse dato dei danaro ad un inonesto . ( cbè pure 
la si racconta cosi), Non /iodata, rispose, air uomo, ma 
alT umanità. -~ Interrogato come ci dobbiamo comporta* 
re cogli amici, disse : Come brameremmo cA V si compor- 
tassero perso di noi. — La giustizia chiamava una 
virtù dell'animo, che dà a norma del merita di ciascu- 
no. — Ottimo viatico alia vecchiaia diceva F istruì 
Mone. — Racconta poi Favorino, nel secondo dei Com- 
meritarti, ch'egli sempre dicesse : Amici, nessun amico. 
lSd è anche nel settimo dei Morali" — Questo si rife- 
risce di lui. 

XII. Compose un gran numero di libri, i cfnàli sii-' 
mai conveniente descrivere per V eccellenza di que- 
st 9 uomo in ogni maniera di studi. — Della giustìzia 1, 
a, 3, 4 — Pei poeti, t, a, 3 — Della filosofia, 1, a, 22 
3 Politico ,i,a — Detta retto rica, ovvero Gril- 
lo , 1 — Iferinto , 1 — // sofista , 1 — *• Menesse- 
rta, 1 — Amatorio, 1 — // convito, 1 — Della ric- 
chezza, 1 --Esortatorio, 1 — DeW anima, 1 — - 
Della preghiera , 1 — Della nobiltà, t — Della vo- 
luttà , 1 — Alessandro, o sopra i coloni , 1 — DeUd 
regia autorità , 1 — Della educazióne , 1 — Del be- 
tie, 1, 2 , 3 — * Cose estratte dalle leggi di Platone, 1, 
1,3— Cose estratte dalla repubblica, 1,2 — Ù eco- 
nomico , 1 — DelT amicizia, 1 — Del sofferire odel- 
P essere sofferente , 1 — Delle scienze , l — Delle 
cose disputabili, 1,2 — Soluzioni disputabili, 4 — 
Distinzioni sofistiche , 4 — Dei contrarj , 1 — Delle 
Specie e dei generi, t — Dei proprii , 1 Contmèn- 23 



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ARISTOTELE* 



>7«- 



fori epkherematici, 3 — Proposizioni circa la virisi, iy 
a, 3 — Obbiezioni, i — DeWe cose xhe si dicono in 
diversi modi, o a norma dei presupposti , i — Dei 
mali delT ira , i — Morali, i, a, 3, 4 ? 5 — /* 
elementi i, a, 3 — Della scienza * ì — De/ princi- 
pio, i — Diciassette divisioni. — Divisibili, i — De//o 
interrogare e rispondere, ì , a — De/ movimento, 1, 
a — Proposizioni, 1 — Proposizioni disputabili, 4 — « 
Sillogismi, 1 — Dei primi analitici) 1, a, 3, 4^ 5, 64 
7., 8 — De£# analitici posteriori maggiori, 1 , a — 
Dei problemi, 1 — Metodici, 1, a, 3, 4? 5, 7, 8 — 
De/ migliore , 1 — Dell idea, 1 — Definizioni ante* 
riori a? topici 1, a, 3, 4> 6? ^? 7 — Sillogismi, 1, 
a — Sillogistico e definizioni, 1 — De/&> elegibile e ?4 
delP accidentale, 1 — Ctwe precedenti i topici, i — 3Ta* 
pici che precedono le definizioni, 1, % — Passioni, 1 — 
J7 divisibile , 1 — Matematico , 1 — Tredici defini- 
zioni. — JEpicherematu 1 , a — Zte//a voluttà , 1 — 
Proposizioni, 1 — Ue/ volontario, 1 — De/ Ae//o, 1 — * 
Te ri epicherematiche , venti cinque — Teff amatorie^ 
quattro — 2Te« amichevoli , a — 2Wi intorno alt ani- 
ma, 1 — Politiche, a — Letture politiche alla. maniera 
di Teofrasto, 1 , a, 3, 4, 5, 6, 7, 8 — Zte//e coje £*ux/e, 1 * 
a — Raccolta di arti, 1 , a — Di or/e rettorica , j, 
a — Vartc, 1 — ^///a ar/e, 1, a — Metodico, 1 — 
Introduzione alP arte di TeodeUo , 1 — £W/o de/- 
TarTe poetica, 1, a — Entimemi rettòrici, 1 — De/fa 
dizione, 1 , a — Uè/ consiglio, 1 — Collezione, 1, a& 
a — I?e//a natura , 1 , a, 3 — Fisico , i — He/Za 
filosofia di Archita, 1, a , 3 — JW 9<*e//a <// 6pea- 




3?2 CAPO PRIMO 

sippo e dì Senocrate , r — Cose tratte dagli scritti 
di Timeo e di Archita, i — Contro Te opere di Me* 
lisso , i — Contro quelle di Alcmeone , 1 — Con* 
tro i Pitagorei, i Contro Gorgia, i — Contro 
Senofane, i — Contro gli scritti di Zenone, i — 
De** Pitagorei, i — Degli animali, x, a, 3, 4, 5, 6, 
7, 8, 9 — Di anatomiche dissezioni, \, a, 3, 4, 5, 
6,7,8 — Scelta di anatomiche dissezioni , i — 
Sopra gli animali composti, i — Sopra gli animali 
favolosi, i — Sul non generare, i — Delle piante, i; 
a — Fisiognomonico , ì — Medicinali, a — Delt u- 
nità, i — Segni delle procelle, i — Astronomico, i — 2 6 
O/Imo , i — Del moto , i — Della musica , i — 
Drf/a memoria , i — Quistioni omeriche, i , a, 3, 4> 
5,6 — Co** poetiche , i — 2W co,re fisiche per or- 
dine d'alfabeto, trentotto — Di problemi patenti , I, a 
— JDj encicliche , i , a — Meccanico , i — Problemi 
trMi dagli scritti di Democrito 1,2 — De/fa pietra, 1 — 
Paragoni, 1 — Miscellanee, dodici. — Sposizioni per 
generi, quattordici. — Olimpioniche, 1 — Pitioniche per 
la musica, 1 — Pitico, 1 — bo rfeZfc Pitioniche, 1 — 
littorie e dionisiache, 1 — 2>eZ/e tragedie, t — 
Insegnamenti,' 1 — Provèrbi \ 1 — 2W leggi <fa /£a- 
Atfir.fi, 1 — Di fegyi, 1, a, 3,4 — Di predica- 27 
menti, 1 — De//' interpretazione , 1 — Governi di 
città, due meno di ceti sessanta, ed in particolare de- 
mocratici, oligarchici , aristocratici e tirannici — IJ^i- 
■rfofe a Filippa — Epistole dei Selimbrii — Quattro 
epistole ad Alessandro — Ad Antipalro , nove A'- 
Mentore , 1 — Ad Aristone , t — Ad Olimpiade , 1 ^ 



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AMST0TRJ.P1 

Ad Efestionc , 1 — A Temistagora , . una — ? A Filos? 
seno, 1 -r- A Democrito, 1 — Poemi, il celi princt» 

pio è : - s . 1 

Lungi saettante, venerando, paro 
Degli dei. 

Elegie, che principiano : 

Figlio di ben-industre madre* — 

Tulle insieme quest' opere aggiungono' a quarantaquat- 
tro miriadi di versi più cinque mila dogensettanta (44 5 

»7°)- 

XIII. Cotante furono le opere da Idi composte. In 28 
esse vuole queste cose: Che doppio sia il concetto della 
filosofia, uno pratico, V altro teoretico; del pratico V uno 
morale, V altro politico, che, le cose della città e le do- 
mestiche prescrivono ; del teoretico I 9 uno fisico, V altro 
logico, de 9 quali il logico sia non al tutto come parte, ma 
come uno strumento perfettissimo. Stabilito anche di 
questo un duplice scopo, il verisimile ed il vero dichia- 
rò; e per ciascuno usò due potenze : la dialettica e la 
rettorica pel verisimile ; pel vero l' analitico e la filoso- 
fia; nulla tralasciando né di ciò che spetta all'inven- 
zione, uè di ciò che al giudizio ed all' uso. Per Y inven- 
zione adunque offerse i Topici ed i Metodici, moltitu- 29 
dine di proposizioni, dalle quali si possono trarre in ab- 
bondanza argomenti verisimile per i problemi; pel giu- 
dizio i Primi analitici e i posteriori, col mezzo dei pri- 
mi giudica i lemmi , col mezzo dei posteriori esa- 
mina le conclusioni ;. per V uso poi ciò che si riferisce 



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3^4 CAPO PRIMO 

al disputare, ali 9 interrogazione , ed ali* arie di comv 
battere le dimostrazióni sofistiche, i sillogismi, e simili. 
Criterio della verità, per le cose che opera la fantasia , 
dimostrava essere il senso, per le morali che riguardano 
la città, la casa e le leggi, la mente. — Dichiarava uno 3o 
il fine, 1* uso della virtù in una vita perfetta*, e diceva an- 
che essere la felicità un'unione di tre specie di beni: quei 
dell'anima, che appellava pure primi in potenza; secon- 
do, que* del corpo, salute, robustezza, beltà e somiglie* 
voli; terzo, gli esterni, ricchezza, nobiltà, gloria ed altri 
tali. — E la virtù non essere di per se stessa bastante 
per la felicità, poiché ha mestieri e dei beni del corpo, 
e degli esterni, essendo in/èlice anche il sapiente sia che 
in travagli, sia che in povertà si ritrovi e in sì folti 
mali. Il vizio, per altro, bastare da sè aW infelicità, 
quantunque gli sieno presentissimi i beni esteriori e 
del corpo. — Le virtù, diceva, non seguirsi fra loro r 
poiché è possibile ch y essendo uno e prudente e giusto 3i 
in pari tempo sia intemperante e dissoluto. —rr Diceva: Il 
sapiente non essere al certo impassibile, ma con misura 
passibile. —IL V amicizia difiniva : Uri* egualità di be- 
nivoglienza reciproca. E di questa essere una di con* 
sanguiniti una <T amore, una di ospitalità. — Essere 

V amore non solo per congiugnimento, ma anche per fi- 
losofia.-** E ^potere il sapiente innamorarsi, e governare 
la città , e menar donna , e vivere anco insieme coi 
re. — Ed essendo di tre sorta vite, speculativa, prati* 
ca, voluttuosa, la speculativa preferia. — Utile, diceva, 

V istruzione generale aW acquisto della virtù. — Nel 
dar ragione delle cose naturati Ai sopra tutti abilissimo 



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Al UTC TELE» 3^5 

per modo,* ebe dalle più piccole assegnava le cagioni. 
Ond' è che no» pòchi volami compose di cemmeuiarj 
feioi. — Dio, non altrimenti che Platone, affermava in* 3a 
corporeo. Estendere la sua provvidenza sino alle cose 
celesti, essere immobile ; ma le cose terrestri governarsi 
» per simpatia con quelle. Oltre i quattro elementi esi- 
stere mi altro quinto elemento ; di questo consistere le 
c*se eteree, ed essere il movimento di esse, perchè cir- 
colare^ diverso. — Incorporea diceva anche Pani- 
ma-', essendo essa la prima perfezione ( ftnAt^««#» ) 
e avendo vita «ella potenza del corpo fisico ed organi- 
cq. Secondo Ini ella ò doppia. Chiama poi entelechia 33 
qoal siasi -specie incorporea. Entelechia per potenza ; 
come 3 Mercurio nella cera, la quale ha la proprietà di 
ricevere le impronte, e la statua nel bronzo* Entelechia 
per costituzione chiama quella di «n Mercurio, o di una 
statua compila. Del corpo naturale, essendoché dei corpi 
altri sono manufatti, come le produzioni degli artieri , 
per esempio una torre, una nave ; altri naturali, come 
le piante e gli animali. Organica, la disse, cioè dispo- 
sta per qualche cosa, come la vista al vedere, e V udito 
all' udire. Avente vita nella forza, come in sA stesso. E 34 
questa forza doppia o per costituzione , 0 per azione. 
Per azione, come chi è desto si dice aver anima; per 
costituzione, come chi dorme. Affinchè adunque anche 
questo #i potesse intendere aggiunse quel nella forza. — 
Moke cose ha dichiarato anche intorno a molti altri ar- 
gomenti che troppo lungo sarebbe annoverare; poiché 
dj ogni cosa fu studiosissimo ed abilissimo trovatore, co- 
pie è manifesto dalle sopra descritte opere, le quali ag- 



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Ó^G CAPO PRIMO , ARISTOTELE. \ 

giungono presso ehe al numero di quattrocento, almeno 
le non controverse ; poiché si spacciano per sue molte 
altre opere e sottili apotemmi detti a foce e non i- 
scritti. 

XIV. Furono otto Aristoteli. — Primo, quest' es- 35 
so. — Secondo, colui che amministrò la città d'Atene, 

e del quale vanno attorno eleganti discorsi giudiziali.— 
Terzo, colui che scrisse sopra P Iliade. —- Quarto, un 
retore siciliano che scrisse contro il Panegirico d'Isocra- 
te. — Quinto, quello che fu soprannomato Favola (M»> 
famigliare di Eschine il socratico. — Sesto, un ci- 
reneo che scrisse delP arte poetica. — Settimo, un mae- 
stro di scuola, di cui fa menzione Aristosseno nella vita 
di Platone. — Ottavo, un oscuro grammatico, del quale 
si ha un 9 arte del pleonasmo. 

XV, Dello Stagirita v' ebbero molti chiari discepoli; 
ma celebratissimo essendo Teofrasto, di lui è mestieri 
parlare. 



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3 77 



CAPO II. 
Teofrasto. 

I. Teofrasto eresio, secondo che afferma Àteo od oro 
nell'ottavo Delle passeggiate, era figlio di un Melante 
tintore. 

II. Egli da prima fa in patria discepolo del suo con- 
cittadino Leucippo, poi, udito Platone, si recò presso 
Aristotele; e ritiratosi questi in Calcide gli successe nel- 
la scuola la centesima quarta Olimpiade. 

III. E fama, come dice Mironiano d' Amastrìa nel 
primo de 1 suoi Capitoli istorici simili, che anche un 
suo schiavo per nome Pompilo fosse filosofo. 

IV. Teofrasto fu nomo intelligentissimo ed assai la- 
borioso, e, al dire di Pamfilo nel trentesimo secondo 
dei Commentari, precettore del comico Menandro, ed 3y 
in oltre benefico ed amante delle lettere. 

V. Il perchò e 9 fu caro a Cassandra, e Tolomeo 
mandò per lui ; e fu dagli Ateniesi stimata degno di 
tanto favore, che Agnonide, avendo osato accusarlo di 
empietà, per poco non fu condannato in sua vece; e ve- 
nivano alla sua scuola più di due mila discepoli. Egli 
io una lettera a Fania il peripatetico dice tra I 9 altre cose 
anche queste intorno al giudizio; Non solo una grande 
assemblea, ma ne un convegno, quale da taluno si vuole, 
facile è a procacciarsi. Le letture per altro producono 

DIOGENE LAERZIO. &5 



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878 CAPO ti 

emendazioni} e il differire e negligere ogni cosa più non 
comportano gli anni* Io quett* epistola usò il vocabolo 38 
scolastico. Benché tale ei fosse, nonostante per qualche 
tempo dovette allontanarsi, egli e tutti gli altri filosofi, 
per aver Sofocle di Amficlide proposta legge : nessuna 
scuola sari condotta dai filosofi senza beneplacito del 
senato e del popolo, altrimenti pena la morie, Ma nuo- 
vamente tornarono al prossina* anno, quando Filione ac- 
cusò Sofocle di aver proposta una legge contraria a 
quella dello stato, e gli Ateniesi, abrogatala e condan- 
nato; Sofocle in cinque talenti, decretarono il ritorno 
dei filosofi, affinchè tornasse : anche Teofrasto e fosse 
come prima. 

VI. Lui, Tirtamo chiamato, Teofrasto, per la sua di- 
vina maniera di esprimersi, nominò Aristotele. 

M; VII. Per il figlio del quale, Nieomaco, dice Ari-, 3g 
stippo nel qaarto delle delUie antiche, , egli era, tutto 
che maestro, amorosamente disposto. 

VIIL È- (ama che Aristotele, e di caso e di Calli- 
stene, dicesse la stessa cosa, che Platone, come di so» 
pra è stato raccontato, affermano dicesse di Senocratn 
e di lui medesimo ; cioè, che V uno, Teofrasto, per un 
eccesso di penetrazione essendo atto ad interpretare 
quanto fu pensato* l'altro avendo la natura tarda, quegli, 
di freno area mestieri, questi di sprone. 

IX. Narrasi aver egli posseduto dopo la morte di 
Aristotele anche un orto privalo, soccorrendolo io que- 
sta insogna Demetrio Xslereo, che era suo famigliare» . 

X. Vanno attorno queste sue utili sentenze; Più 
p resto j diceva, doversi Fuomo affidare a un cavallo sfre* 



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TEorirXsTO. 

nàto, che a-un discorso disordinato*-- Adunate farti* 4° 
in un -convito -al' lutto- taceva, d'iste : Se sei ignorante, 
operi prudentemente, stoltamente^ se istrutto. -^Edieea 
spesso, essere il tempo uno spendk>< magnifico. 

XI. Morì vecchio^ essendo vnsoto ottanta «cinque 
anni, ed avendo appena rallentate le sue fatiche. 
V*ha di nostro sopra di lun 

Certo non disse in van questa sente» t a 
Qualche mortale: di sapienza t'arco 
Ritassato spezzarsi, Anche Teofrasto 
Finché si travagliò^ del carpò Mero 
Ebbe ogni membro, ri lussato pòi, 
Mor\ % delt uso delle membra privo. > ■ ■ 

Raccontano che interrogato dagli scolari s 1 egli ave* 
da ingrognare ad essi qualche cosa, rispose: NulP al- 
tro ho da ingiugnervi se non di rammentare che fa- 
vita spaccia arrogantemente molti piaceri per mezztì 
della gloria \ poiché appena cominciamo a mere allora ^\ 
moriamo*) e che quindi niente avvidi più vuoto delFumó* 
re della gloria* — Siate per altro felici; e , o> lasciate 
andare lo studio della sapienza chi molta è la fati** 
ca — o convenientemente applicatevi a quello — . che 
grande . è la gloria. — La vanità della vita è maggiore- 
dei profitto. Ma non lice più a me consigliare il da 
farsi $ considerate voi .tiessi piò , ohe dovete operare. 
Così dicendo, affermano, spirò} e lui, come si narra j 
gli Ateniesi di unanime consenso, per . onorarlo, accom< ■ 
pagliarolo a piedi. . t 

Xl'L Dice Favorino che invecchiando «si taceA por-* 



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38o càpo ii 

tare attorno in tattica, e che ciò narra Ermippo alle- 
gando asserirlo Arcetilao da Pi tane ne' suoi racconti a 
Lacide, cireneo.' 

XIII. Anch' egli lasciò dopo di sé dei libri) i quali 4 a 
tono in numero aterminato, e meritano pur essi di es- 
sere descritti, perchè ripieni di ogni pregio. Sono. que- 
sti : Dei primi analitici, x, a, 3 — Dei secondi ana- 
litici, i, a, 3, 4) 5, 6, 7 — Z?e/Za risoluzione dei sil- 
logismi, i — Ristretto degli analitici , i — Dèi /iio- 
ghi derivati^ i, a Uno polemico .ra/Za teoria dei di- 
scorsi contenziosi — /tei .fewi, i — ^rf Anassagora — 
Z>e7Ze dottrine di Anassagora, i — Di' ^ueZZe rfi Anas- 
simene , i — Di ^rueZ/e A' Archelao , ì — Dei sali , 
nitro, allume , i ■ — Dei pietrificati, i , a — Dei/e Zi- 
tte* indivisibili, i — BeZZe 7e//i/re v i, a — Dei ven- 
ti, i — Differenze delle virtù, i — Della regia au- 
torità , i — Dei&z educazione di un re, i — Zte/Zg pi- 
le, i, a * 3 — 2te7/a vecchiezza , i — ' #eZZa astrologia 
di Democrito, i — Discorsi intorno alle cose cele- /J3 
j/i$ i — Delle immagini, i — Degli umori, delle pel* 
li, delle carni , i — DeW ordine , i — Degli uomi- 
ni, i — Raccolta dei motti di Diogene , i — Di efe- 
finizioni, i, a , 3 — Amatorio, i — Altro DeW amo- 
re , i — De/fa felicità, ì — UeZZe specie, i , a — DeZ- 
T Epilessia , i — DeW entusiasmo, i — Di Empedo- 
cle^ i — Di epicheremi, i, 2, 3, l\, 5, 6, 7, 8$ 9, 10, 
11, ia, i3. i5, 16, 17, 18 — Di controversie, 1 , 
a , 3 — Del libero arbitrio, 1 — Compendio della re- 
pubblica di Platone, 1 , a — Della differenza dàlia 
voce negli animali di una stessa specie, 1 — - &i quelli t 



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TEOMASTO. 38 1 

che appafono repentinamente , t — ;< Dèi velenosi al 
morso e al tatto , i *— begli animali che dtconsi sen- 
tire invidia, i — Di quelli che stanno alP asciutto , ì — 44 
Di quelli che cambiano colori, i — 2W que che inta* 
nano, i — Degtfi animali, \, a, 3, 4«> 5, 6, j — Delta 
voluttà, secondo Aristotele , i — Un altro della vo- 
luttà — Tesi , *4 — '^el caldo e del freddo , i — 
Delle vertigini e degli offuscamenti , i — Del sudo- 
re , ì — DelP affermazione e della negazione, i — lì 
Cali isterie o del lutto, i — Delle /ittiche, i — Del mòto, 
i , a, 3 — Delle pietre, i — Della pestilenza, i — Del 
deliquio, i — // Megarico, i — Detta melancolia^ i — 
Dei metalli, i , • — Del miele, i — Raccolta delle 
sentenze dì Metrodoro , i — Tratteniménti sulle cose 
celesti, i , a — DelP ebrietà , i — Delle leggi, per or- 
dine alfabetico , %t\ — Compendio delle leggi, \, à,' 3, 
4, 6 9 6, 7, 8, 9, io — Per le definizioni, i — De- 45 
gli odori, i — » DelP oglio e del vino — Delle prime 
proposizioni, \, a, 3, 4? 5, 6, y, 8, 9, 10, 11, la, i3, 
14, i5, 16, 17, 18 — Dei legislatori, 1, a, J — JPei 
governi, 1, a, 3, 4i 5 , 6 — Governo secondo i tem- 
pi, t, a, 3 , 4 ~~ -Drffc consuetudini dei governi, 1, a, 
3,4 — ™'gftor governo , l — JPi ima raccolta 
di problemi, 1, a, 3, 4i 5 — Dei proverbi, 1 — Zte//e 
co*e dfce congelano e si iiquefanno, 1 — Ue/ fuoco, \, 
a — i Degli spiriti, 1 — Z>e//a p arali sia ^ 1 — Dei 
sqffbcamento, 1 — -De/Za demenza, 1 — DeMe passio- 
ni, 1 *— JPei jegfw/, 1 — > 2>i sofismi, 1 \ a — #e/fe 
soluzioni dei sillogismi % t -— Di topici, t, a — De/ 
castigo, i , a Dei peli, 1 — Z>e//a tirannide, 1 — 



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38a CADO II 

DelT acqua., 1, a , 3 — Del sonno e dei sogni , t -ju 
Dell'amicizia, i, a, 3 — Dell' ambizione , i , a — 
Della natura, i, a, 3 — 2>e//e cwe naturali, i, a v 3, 
4, 5, 6, 7, 3, 9, io, u, ia, i3, 14, i5, 16, 17, 18 — 
Epitome di cose naturali, 1, a — Di cose naturali, 1, 
a, 3, 4* 5, 6, 7, 8 Contro i naturalisti, \ — -Z>e/- 
V istorie delle piante, \, a, 3, 4 r 5, 6, 7, 8, 9, 10 — * 
Delle cagioni delle piante, \, a, 3, 4* 5 V 6, 7, 8 — ifeg 
succhi, 1, a, 3, 4? 5 — He/ ^/a/jo piacere, 1 — Ite/- 
V anima, una tesi — Z*?//e senz'arte, 1 — ite/fe 

dubitazioni sincere, 1 — Di cose armoniche, 1 — 2te//a 
wVtà, 1 — fle/fe opportunità o delle contrarietà, 1 — 
Zte/As negazione, 1 — fletta sentenza, 1 — fle/ ridico- 
lo, 1 — Di discorsi di dopo pranzo, \, a — Divisioni, 1, 
a — flette differenze, 1 — flette q^exe, 1 — fletta caiW 
n/a, 1 — fletta forfè, 1 — flett' esperienza, 1 — Ai /e/te-, 
/e, 1, a, 3 — Degli animali fortuiti, 1 — fletta secrezio- 
ne, 1 — Encomj di iddìi, 1 — ite/ giorni solenni, 1 — 
Della felicità , 1 — Ae#tt entimemi, 1 — He* /rot>a- 
//", 1, a — fl/ esercizi morali, 1 — Caratteri mora- 
li, 1 — -De/ tumulto, 1 — fle/f istoria, 1 — fle/ gia- 
<ttaib dei sillogismi, 1 — fle/f adulazione, 1 — r Del 
mare, 1 — A Cassandra della regia autorità, 1 — Della 
commedia, 1 — Delle meteore, 1 — Della dizione, 1 — 
Raccolta di discorsi , 1 — Soluzioni, 1 — Della mu» 
sica, 1, a, 3 — flette misure, 1 — Megacle, 1 — 
Delle leggi, 1 — Di ciò che è contrario alle leggi, t — 
Raccolta delle sentenze di Senocrate , a — // conver- 
sevole, 1 — Del giuramento, 1 — Precetti di reto- 
rica, 1 — Della ricchezza, 1 — Della poetica , 1 — > 



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TEOFRASTO. 383 

Problemi politici, morali, fisici, amorosi, i — Di pive* 
mii, i — Raccolta di problemi, i — » Dei problè* 
mi naturali, 1 — DeW esempio, i — Della proposi» - 
zione e della narrazione, i — Della poetica , un al- 
tro — Dei sapienti , i — Dèi consiglio , i — Dei 
solecismi, 1 — DeW arte retorica, i — Delle arti re- 
toriohe, specie 61 — Della simulazione, 1 — Di com» 
mentari Aristotelici e Teofrastici, 1, 2, 3, 4< 5, 6 — 
Di fisiche opinioni, 1, 2, 3, (\, 5, 6, y, 8, 9, io, 11, 12, 
i3, 14, i5, 16 — Epitome di opinioni fisiche, 1 — Della 
grazia — Del falso e del vero, 1 — Studii intomo alla 
divinità i, 2, 3, 4-> 5, 6 — Degli iddìi , 1, 2, 3 — - 
Di cose istoriche geometriche, 1, 2, 3, 4 — ^* epitomi 
della storia degli animali di Aristotele, 1,2, 3, 4-. 5, 6 
— Di epicheremi , 1, a* — Di 2W# , 3 — Dei/a re- 49 
g/a autorità, 1,2 — De/7e cagioni, 1 — » D/ Demo* 
crito, 1 — De//a generazione , 1 — De/Az prudenza 
e dei costumi degli animali, 1 — Del mòto, 1,2 — 
D*7/a ws/a, 1, 2, 3, 4 — ^ r definizioni, 1 , a — 
De/T cwer rfafo, 1 — De/ maggiore e del minore, 1 — 
Dei musici, 1 — Della divina felicità , 1 — Agli 
Academici , 1 — Esortatorio , 1 « — Come una città 
possa meglio essere abitata, 1 — / commentari, 1 — 
Del vulcano eh* è in Sicilia, I — Delle cose assenti- 
te, 1 ~ Quali sieno i modi di imparare , 1 — Dei 
falsa, 1, 3 Cere anteriori ai topici, 1 — -^rf 25-' 5o 
schilo, 1 -r~ -Di istoria astrologica, 1, 2, 3, 4, 5, 6 — ' 
Di istorie aritmetiche sulV aumento , 1 — Achka* 
ro, 1 — De//c arringhe giudiziali, 1 — Lettere ad 
Asticreonte, Fania, Nicànore — De/Za devozione, 1 — 



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384 CAFO 11 

Euiadc, i — t Delle occasioni ,1,2 — Dei discorsi 
privati , 1 — DelP educazione dei fanciulli, 1 — Un 
altro diverso — Ddla disciplina, ossia delle virtù, o 
della temperanza, 1 — Dei numeri, 1 — Definizioni 
della dizione dei sillogismi, 1 — Del cielo , 1 — Di 
politica , 1, 2 — Della natura, dei frutti, degli ani- 
mali. Le quali opere formano a3a,8o8 versi — Tanti 
adunque anche di costui sono i libri. 

XIV. Io rinvenni anche il suo testamento che è di Si 
tal maniera. 

« Andrà bene di certo; pur se accadesse alcun 
9» che, in questo modo ho testato : Le robe che sono in 
9% casa lascio tutte ai figli di Leonzio, Melanto e Pan- 
» Creonte. — Di quello che ci somministra Ipparco pia* 
99 cerni sia (atto così : prima, che quanto spetta al mu- 
ti seo ed alle dee , si compia anche aggiugnendo pò» 
si tendosi , qualch' altro ornamento per maggior de- 
99 coro. — Che dopo sia posta nel sacrario V imma- 
99 gine di Aristotele e V altre offerte che prima erano 
91 nel sacrario. — Che in seguito si fabbrichi un porti* 
» chetto attiguo al museo, non inferiore al primo. — 
» Che nel portico di sotto siano appete le tavole che 
» contengono i periodi della terra. — Che si rifaccia 
» l'altare per modo che riesca perfetto e di bella appa- Sa 
99 renza. — Voglio che anche V immagine di Nicomaco 
99 facciasi di tutta grandezza. Prassitele ha il materiale per 
99 la forma; P altra spesa facciasi da esso ; e L'immagine 
99 pongasi dove parrà a coloro che avranno cura anche 
99 delP altre cose descritte nel testamento. — Lascio a 
99 Callino il podere che noi abbiamo nel territorio di Sta- 



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TEÓFRA3T0. 385 

» gira. — Tolti ! libri a Neleo. — V orto, il passeg- 
» gio e tutte le case vicine air orto lascio a quegli a- 
» mici da aie nominati, che vorranno in esso cooti- 
>» nuare a ricrearsi fra loro ed a filosofare insieme 
91 (poiché non è possibile a tutti gli uomini di viaggiare 53 
99 continuamente ) e non lo alieneranno , e non se lo 
f» approprerà alcuno, ma, quasi fosse sacro, ne saran- 
» no possessori in comune, e fra di loro con dimesti- 
» chezza e amichevolmente ne useranno siccome con- 
» viene ed è giusto. Siano i partecipanti, Ipparco, Ne- 
fi leo^ Stratone, Callino, Demotimo, Demarato, Calliste- 
» ne, Melanto, Pancreonte, Nicippo;'e possa, volendo 
y> filosofare, anche Aristotele figlio di Metrodoro e della 
99 Piziada, parteciparne con essi, ed abbiano i più vec- 
99 chi ogni cura di lui, perchè profitti al possibile nella 
il filosofia. — Ci seppelliranno in qualche sito dell 9 or- 
» lo, che più ad essi paja acconcio, nulla facendo di 
9i ricercato nè pei funerali , nè pel monumento. — 
99 Come, mano mano, dopo la mia morte, siasi prov- 5^ 
99 veduto alle cose del sacrario, del monumento, dell'or» 
99 lo e del passeggio, voglio che insieme cogli altri ne 
99 abbia cura anche questo Pompilo che ivi abita, e co- 
99 me prima abbia eziandio cura del resto, e gliene dia 
99 il comodo chi' di queste ha il possesso. — Pompilo 
99 poi e Trepta, che già da tempo sono liberi e di molto 
99 utile ci recarono, se qualche cosa hanno prima avuto 
99 da noi, e se qualche cosa si sono procacciati da se, 
99 e le due mila dramme che ordinai ora si dessero ad 
99 essi da Ipparco, ciò intendo doversi possedere si- 
99 curamente da essi, siccome ne parlai di frequente coi 

DIOGENE LAERZIO. 26 



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386 capo ii 

» medesimi Pancreonte e Melanto, e tutto mi assetiti* 
» rono. Do pure ad essi anche la fanlicella Sonialale. — 55 
n Tra i fanciulli schiavi lascio liberi tosto, Molone, Ci- 
y> mone e Parmenonte. — Lascio liberi Mane e Callia 
9» dopo che saranno rimasti quatti anni nell' orto, e la- 
99 vorando insieme, e non avendo colpe. — Delle sup* 
» pellettili domestiche, diasi a Pompilo quanto a 9 cura- 
» tori parrà conveniente ; vendasi il resto. — Do Ca- 
y» rione a Demotimo, e Donace a Neleo. — Eubione sia 
» fenduto. — Dia Ipparco a Cattino tre mila dram- 
mi me. — Che se non avessimo veduto Ipparco, prima 
» essere stato utile a Melanto, a Pancreonte ed a noi, e 
» ora aver fatto gran naufragio del suo, avremmo ordina- 
» to che quelle cose e redasse con Melanto o Pancreoo- 56 
» te; ma sapendo che non era facile ad essi lo animini- 
» strare insieme, e pensando che a questi potea tornare più 
» spediente ricevere alcun che da Ipparco a' tempi doler- 
» minati; dia Ipparco a Melanto ed a Pancreonte, per 
» ciascuno, un talento. — Darà Ipparco anche ai curato- 
» ri, per le spese che sono scritte nel testamento, a'tempi 
» di ciascuna, ciò che abbisogna per farle. — Regolate 
99 queste cose, Ipparco sia libero da ogni impegno verso di 
99 me. Che se ad Ipparco provenne in nome mio qual- 
99 che guadagno a Calcide, questo è d' Ipparco. — Siano 
» esecutori di ciò eh 1 è scritto nel testamento, Ipparco, 
99 Neleo, Stratone, Gallino, Demotimo, Callistene, Cte* 
99 sarco. — Copie del testamento sigillate colf anello 5^ 
99 di Teofrasto furono deposte, una presso Egesia d'Ip» 
99 parco ; testimonj, Callippo palleneo, Filomelo euoni» 
» meo, Lisandro ibadc, Filione alopecense. L' altra ha 



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TEOFRASTO. 

» Olimpiodoro } testimoni gì! stessi. L'altra ricevette A- 
jì diroante, e gliela recò suo 6glio Adrosteoe 5 testimo* 
» ni, Aironesto di Cleobulo, Lisistrato di Fidone tasio, 
» Stratone di Arcesilao lampsaceno, Tesippo di Tesip- 
99 po ceramese , Dioscoride di Dionisio epiceGsio. t — 
Tali sono anche le sue disposizioni. 

XV. V ha chi djce essere stato suo uditore il me- 
dico Erasistrato, ed è verisimile. 

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CAPO III, 
Stratone. 



I. Gli successe nella scuola Stratone figlio di Arce- 58 
silao lampsaceno, del quale fece memoria anche nel te- 
stamento. 

II. Uomo celebratissimo e soprannomato il fisico per 
essersi più cbe ogn' altro occupato con grande studio 
di quella speculazione. 

III. Fu anche precettore di Tolomeo Filadelfia, e, 
dicono, ricevette da lui ottanta talenti. Cominciò , se- 
condo che afferma Apollodoro nelle cronache, a diri- 
gere la scuola nella cenveutesima terza Olimpiade, e la 
condusse anni diciotto. 

IV. Vanno attorno libri suoi, Della regia autori- 
tà, tre — Della giustizia, tre — Del bene, 3 — Degli 
iddìi, 3 — Dei principii, 3 — Di vite — Della felici- 
tà — Della filosofia — Della fortezza — Del vuo- 5g 
to — Del cielo — Dello spirilo — . DelV umana na- 
tura — Della generazione degli animali — Del me- 
scolamento — Del sonno — Dei sogni — Della vi- 
sta — Dei sensi — Della voluttà — Dei colori — Delle 
malattie — Dei giudizii — Delle forze — Delle mac* 
chine metalliche — Della fame ì e delV offuscamen- 
to — Del leggiere, e del grave — DelV entusiasmo — 
Del tempo — del cibo, e delV accrescimento — Degli 



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CAPO III , STRATONE. 389 

animali incerti Degli animali* favolosi Dulie ca • 
gioni — Soluzione di dubbi — Proemi di topici — 
Delt accidente — Della definizione. — Del più e elei 60 
meno — Dell* ingiusto — DtlV anteriore e del poste- 
riore — Della prima stirpe — Del proprio — Del 
Juturo — Di invenzioni, due elenchi — ■ Commentari* 
si dubita — - Lettere, il cui principio è; Stratone ad 
Àrsinoe salute. 

V. Narrano eh 9 e 9 fu gracile al ponto da morire sen- 
za accorgersi. Ed è nostro 1' epigramma sopra di lui 
che dice così : 

Er % uom, se m' odi , estenuato il corpo 
Dagli unguenti; Stralon , dicoti , questo 
Cui generava Mémpsaco una volta j 
Però co 9 mòrbi combaUendo ognora 
Muore sema saperlo, e neppur sente* 

VI. Furono olto Stratoni: Primo un uditore di 61 
Isocrate. — Secondo quest'esso* — < Tenso, un medico, 
discepolo, o secondo alcuni, creato di Erasistrato. — 
Quarto, V istorico che scrisse i fatti di Filippo e di Per- 
seo, i quali combatterono contro i Romani. Sesto, un 
poeta epigrammatico. — Settiofto, un antico medico, di 
cui parta Aristotele. — Ottavo, un peripatetico, vissuto 

in Alessandria. 

VII. Di questo Bsico va in giro anche il testamen- 
to) ch' è di tal manierai 

« Queste cose dispongo «e alcun che dovessi acca- 
» dermi: Ciò eh 9 è in casa lascio tutto a Laropirione e 
» ad Arcesilao. — Co' mici danari che sono in Atene, 



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3go CAPO HI 

» gli esecutori provvederanno in prima al funerale , 
» ed a quanto è di uso dopB il funerale , nulla fa- 
si cendo né di superfluo, né di basso. — Saranno ese- 
9» cutori testamentarj questi: Olimpico, Aristide, Mne- 6a 
n sigene, Ippocrate, Epicrate, Gorgilo, Diocle, Licone, 
n Atane. — Lascio la scuola a Licone, poiché degli al* 
» tri alcuni sono più vecchi, alcuni occupati ; ma anco 
» i restanti faranno bène se coopereranno ad ajatar- 
n \o. — Lascio ad esso anche tutti i miei libri, eccetto 
9i gli scritti da noi, e le suppellettili tutte da tavola, e 
* le coltrici, e le tazze. — Dieno gli esecutori ad Epi- 
» evale cinquecento dramme ed uno dei giovani schiavi 
9» cui paja ad Arcesilao. — E in prima Lampirione ed 63 
9> Arcesilao sollevino Ireo dai^alti che gii ha imposti 
» Daippo, e non dovendo più nulla nè a Lampirione, nè 
9i agli eredi di Lampirione, sia libero da ogni impe- 
» gno. — Diano a lui anche gli esecutori cinquecento 
» dramme in- danaro, e dei giovani schiavi uno che sarà 
9i scelto da Arcesilao, affinchè avendo egli molto con 
» noi affaticato e recatoci utile, abbia di che abbastau- 
9» za e' onestamente vivere. — • Lascio andar liberi e 
9» Diofaoto c Diocle e Abo. — Simia assegno ad Ar* 
» cesilao. — Lascio libero anche Dromone. — Giunto 
99 che sia Arcesilao, Ireo con Olimpico ed Epicrate e 
» gli altri esecutori faccia il conto dell' importare della 64 
99 spesa pel funerale e per V altre cose, e ti danaro che 
91 avanza, riceva Arcesilao da Olimpico , senza mole- 
99 starlo per circostanze o f er tempi. Ritiri Arcesi- 
91 lao anche le convenzioni che stabilì Stratone con O* 
99 limpico ed Amenia, e che stanno presso Filocrate di 



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STRATONE. 3o, I 

» Tisamene. — Quanto al monumento , facciasi ciò 
n che paja ad Arcesilaé e *d Olimpico e a Licone. » — 
Queste sono le disposizioni che di lui si conoscono, se- 
condo che le raccolse in qualche modo anche Arnione 
ceo. 

Vili. Esso Stratone poi fu uomo , siccome anche 
sopra è manifesto, degno di molta stima, versato in o- 
gni genere di studi e massime in quello che appellasi 
fisico, eh 1 è il genere e più antico e più grave. 



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3g5 



CAPO 1¥. 
Licore. 

I. Successe a costai Licone di Astianatte , della 
Troade, nomo eloquente e all' educazione de' fanciulli 
sommamente adatto. Egli era solito ripetere doversi nei 65 
fanciulli unire insieme la vergogna e V amore della glo- 
ria, come ne' cavalli gli sproni ed il freno. La sua faci- 
lità di parlare e la eccellenza nello esprimersi appare 
anche da questo che e 9 disse favellando di una povera 
vergioe : Grave peso ad un padre la fanciulla cui tra" 
scorre, per pochezza di dote, il fiore dell'età giovanile. 
Il perchè narrasi che Antigono questo ebbe a dire di lui: 
Che siccome la fragranza e la grazia di un pomo non era 
trasportabile in alcun modo altrove, così nell'uomo istes- 
so, come nelP albero,, si doveaoo considerare le singole 
cose che si parlano. E questo perchè nel dire era soavis- 
simo. E perciò aggiugnevano alcuni il gamma al suo no- 
me. Nondimeno nello scrivere era da sè diverso. — Circa ^ 
coloro, per esempio, che si pentivano di non avere im- 
parato quando era tempo, e desideravano imparare, e- 
sprimevasi elegantemente in questo modo: diceva^ c/tV 
rimproveravano sè stessi, poiché il pentimento mostrava, 
colP impotente voto, T incorreggibilità delP ignavia.— A 
quelli che non si erano consigliati a dovere, diceva, essere 
scaduti dalla ragion* al pari di chi esamina con una 



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CAPO 1* , Licone. 
riga storta una figura diritta, o il volto in un'acqua agi- 
tata, o in uno specchio rovescio. — E che molti aspirano 
alla corona forense, alV olimpica o pochi, o. nessuno. 

II. Spesso dando molti coosigli agli Ateniesi, fu ad 67 
essi utile in cose cP importanza. 

III. Anche nel vestire èra pulitissimo sino ad usa- 
re abiti, secondo Favorino, di una insuperabile mollez- 
za. Ed era esercitatissimo nella ginnastica, ben fatto di 
corpo, e in tutta la persona mostrava dell' atletico, a* 
vendo, al dire di Antigono caristio, le orecchie ammac- 
cate e il corpo unto. Ed è per questo che si racconta 
aver egli in patria e lottato nelle feste iliache, e giuo- 
cato alla palla. 

IV. Sopra ogni altro era caro ad Eumene e ad At* 
tato, i quali lo fornivano di moltissime cose. Tentò di 
averlo anche Antigono, ma non vi riuscì. E fu avverso a 68 
Geronimo il peripatetico per modo eh 9 egli era il solo 
nel giorno anniversario, a non recarsi da lui, di che ab- , 
biamo tenuto discorso uella vita di Arcesilao. 

V. Fu a capo della scuola quattro anni oltre i qua- 
ranta, avendolo Stratone lasciato erede nel suo testa- 
mento, la cenvensettesima Olimpiade. 

VI. Ciò non pertanto egli udì anche it dialettico 
Pantedo. 

VII. Morì di settanta quattro anni, travagliato da 
malattia podagrosa. Ed è nostro sopra di lui : 

Non io, per Giove, lascerò da un canto 
L icone, che moria per duolo a 9 piedi. 
Piuttosto meravigliomi di questo, 
Che andando ei pria cogli altrui pie, la lunga 
Via d* Averno abbia corso in una notte. 



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3^4 CAPO ,v 

Vili. Furono anche altri Iaconi : Primo, un pila* 69 
gorico. — Secondo, qucsl 1 esso. — Terzo, un poeta e- 
pico. — Quarto, un poeta di epigrammi. 

IX. Ci siamo abbattuti anche nel testamento del 6- 
losofo eh' è questo: 

« Così dispongo della mia roba, se non potrò sop- 
*> portare questa malattia : Lascio tutto ^quanto è in 
99 casa ai fratelli Àstianalte « Licone ; e di questo re- 
99 pitto doversi restituire ciò che debbo in Atene da 
» chiunque io V abbia avuto o pigliato, 4 c ciò che nel 70 
fi funerale e nelP altre còse si potesse spendere. — 
n Quello che si trova in città ed in Egina, lascio a Li- 
99 cone; perchè e porta il nostro nome, e diinorò gran 
» tempo assai amorevolmente in nostra compagnia co- 
fi me si conveniva a chi tenea il luogo di un figlio. — » 
* Lascio il passeggio agli amici che lo desiderano, Bn- 
99 Ione, Callino, Aristone, Amfìone, Licone, Pitone, A- 
' » ristomaco, Eracleo, Licomede, Licone mio nipote. 
fi Propongano poi essi colui che crederanno perchè 
n rimanga sopra la scuola e sra abile, in tutto, a man- 
r tenerla*, e vi cooperino insieme, per amor mio e del 
a luogo, gli altri amici ancora. — Del funerale e del- 
99 P abbruciamelo avranno cura Bilione e Callino coi y X 
fi famigliari, perchè non sia nè gretto, ne ricercato. — 
fi Parte delle mie entrate in Egina, dopo la mia morte, 
fi distribuisca Licone a 1 giovani per le unzioni, affinchè 
fi e di me e di chi mi ha onorato sia memoria per P u- 
fi lilità che ad esse è congiunta. — E ponga la nostra 
fi statua \ ed esamini il luogo ove sia conveniente di col- 
fi locarla ; e ne lo ajutino Diofanto ed Eraclide di De- 



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LICONB. 0g5 

' 9» metrio. — • Con quello che posseggo in oitlà 5 Licone 
»* paghi a tutti le cose eh' io ho prese dopo la sua par* 
» teuza. — Verranno in seguito Bulone e Callino e 
» ciò che si fosse speso nel funerale e nel resto di uso. 
99 E questo tolga da quanto fa da me in casa lasciato 
n in comune ad entrambi. — Ricompensi anche i me* 72 
» dici Pasitemi e Media, che e per la eura prestatami 
» e per Parte sono ben degni della- maggior ricompen- 
99 sa. — Lascio al fanciulletto di Callino un pajo di tazze 
» tericle ed alla donna sua un pajo di rodi e, tappeti 
n senza pelo, un tappeto col pelo da due parti, una co- 
si perta, due cuscini tra* migliori che sono rimasti *, ac- 
» ciocché per quanto spetta a ricompensa, eòn paja che 
ss ci siamo dimenticati di loro. — Circa a coloro che 
» mi hanno servito così dispongo : a Demetrio che già 
» da tempo è libero, rilascio il prezzo del riscatto e'do 
» cinque mine e un mantello ed una veste, affinchè , 
99 molto avendo travagliato con me, goda una vita o- 
99 nesta. — A Critone calcedonio del pari rilascio il 
ss prezzo del riscatto e do quattro mine. — Lascio li- ^3 
99 bero Microne, e Licone lo nutrisca e lo educhi, da 
ss oggi innanzi, per sei anni. — - Lascio libero Crate, e 
ss Licone lo nutrisca. Do al medesimo anche due mine, 
ss ed i miei libri conosciuti; i non pubblicati lascio a Cai- 
» lino, perchè li pubblichi eoa diligenza. — Lascio a 
ss Siro, eh 9 è libero, quattro mine, e la Meuodora, e gli 
ss rimetto ciò di che mi fosse debitore. — Ad Ilara cin- 
ss que mine e un tappeto col pelo da ambe le parti e 
99 due cuscini e coperte e letto, qual più le piaccia. — 
ss Lascio libera la madre di Micro e Noemone e Dio- 



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3g6 CAPO IV , LICORE. 

fi ne e Teone ed Eufranore ed Ermia. — Lascio libero, 
j> dopo due anni Agatone; e, dopo due anni anche i Ietti- 
» gbieri Ofelione e Posidonio. — A Demetrio, a Crito* 
n ne ed a Siro do un letto per ciascheduno e le coperte 
» che a Licone parranno convenienti tra le cose rima- 
» ste. — Ciò sia di coloro che mostreranno di aver fatto 
» puntualmente quello che a ciascuno verrà comanda- 
» to. — Quanto alla sepoltura se piacesse a Licone 
fi seppellirmi qui o a casa, così si faccia; poiché sono 
fi persuaso eh 9 egli non vede meno di me quello eh' ò 
a decoroso. — Tutte queste cose acconciate sia rata 
» la donazione di quanto sin qui. — Testimoni, Callino 
» ermioneo , Aristone chio , Eufronio peaniese. » — 
Ma egli facea tutto con tale prudenza in riguardo e 
alla disciplina e ad ogni maniera di studi, che, in 
certo qual modo, per le cose del testamento , si con-* 
tenne parimente con molta economia ed accuratezza } 
tanto che e 1 fu imitabile anche in quelle. 



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3 9 7 

CAPO V. 
Demetbio. 

I. Demetrio di Fano'strato era falereo. Egli udiva j5 
Teofrasto. 

IL Essendo oratore presso gli Ateniesi governò 
dieci anni la città , e fa stimato degno di trecenses~ 
santa immagini di bronzo, di cui la maggior parte era 
sovra cavalli e bighe e quadrighe , condotte a 6ne in 
meno di trecento giorni, tanta sollecitudine vi si pose. 
Demetrio magnesio negli Omonimi dice eh' et fu capo 
della repubblica quando, fuggendo Alessandro, Arpalo 
venne in Atene. Molte cose e utilissime alla patria fece 
nel suo reggimento; poiché e di entrate e di ed i fui ac* 
crebbe la città, sebbene e' non fosse di stirpe nobile. 

III. Era egli, al dire di Fanorino nel primo dei ^6 
Commentari, della famiglia di Conone, civile per altro 

ed illustre. 

IV. Vivea , come afferma lo stesso nel primo, in 
compagnia di Lamia sua innamorata. 

V. E come racconta nel secondo, avea anche ceduto 
all'amore di Cleone. 

VI. Didimo ne^imposiaci dice che era chiamato da 
non so qual cortigiana Grazio so-palpehre e Raggiante. 

VII. Narrasi che avendo perduti gli occhi in Ales- 
sandria, nuovamente e 1 gli ottenne da Serapide; il per- 
chè compose gli inni che sino a oggi si cantano. 



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ago capo v 

Vili. Per quanto appo gli Ateniesi splendesse-, fu 
anch'esso dall'invidia che tutto rode offuscato; poiché, 77 
tesegli insidie da taluno, venne, assente, condannato 
alla morte. Non però s' impadrooirouo del suo corpo; 
ma contro al bronzo vomitando il veleno, ne levarono 
le 3tatue« alcune vendendo, alcune sommergendo, altre 
mettendo in pezzi per far pitali — che anche ciò si 
raccoata — una sola serbatane nell'Acropoli» Favorino, 
nella Varia istoria^ dice che gli Ateniesi fecero questo 
per ordine del re Demetrio; ma che parimente, secondo 
Favorino , accusarono \\ suo governo come illegale. — 
Narra Ermippo ch'egli, dopo la morte di Cassandro, per 78 
timore di Antigono, si recò da Tolomeo Solere; eh' ivi 
dimorato assai tempo, tra l'altre cose consigliò anche 
a Tolomeo di rivestire della regia autorità i figli avuti 
dall'Euridice; che Tolomeo non ne fu persuaso, ma aven- 
do lascialo il diadema al figlio che avea dalla Berenice, 
costui, dopo la morte del padre stimò a proposito di far 
custodire Demetrio in paese finché di lui qualche cosa 
avesse disposto; che quivi Demetrio visse più scorato che 
mai, e che a caso dormendo, puntagli da un aspide la ma- 
no, passò di vita, e fu sepolto nella provincia Busirite pres- 
so Diospoli. — Noi gli abbiamo fatto quest'epigramma: 79 

Pica d'impuro yeleno un aspe uccise 
II sapiente Demetrio; ei non vibrava 
Luce dagli occhi, ma d'Averno il tosco. 

Eraclide nel Compendio delle successioni di Sozione 
racconta come Tolomeo, volendo cedere la regia podestà 
a Filadelfo, Demetrio nel dissuadesse dicendo: Se da- 



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DEMETRIO. 

rai ad un altro, non avrai tu. — Quando fu in Atene 

falsamente accusato anche questo ho appreso — 

poco mancò che il comico Menandro venisse condan- 
nato non per altra cagione che per essere suo amico ; 
ma Telesforo cugino di Demetrio intercesse per lui. 

IX. Alla molUplicità dei libri e al numero dei versi 80 
sorpassò pressoché tutti i Peripatetici del suo tempo, 
essendo per sceltezza di erudizione e molta sperienza 
pari a qualunque. Dei quali libri alcuni sono istorici , 
alcpni politici, alcuni poetici, alcuni retorici; e di arin- 
ghe e di legazioni e fino raccolte di favole esopicbe , e 
altre molte; e sono: Della legislazione degli Ateniesi, 
\, a, 3, 4, 5 — Dei cittadini ateniesi, 1, a — Del favor 
popolare, i,a — Della politica, 1, a — Delle leggi, 1 

— Della retorica, \, a — Di cose militari, 1, a — 81 
Dell' Iliade, *, a, — DeW Odissea, 1, a, 3, 4, — To- 
lomeo, 1 — • U amoroso, 1 — Fedonda, 1, — Medo- 
ne, 1 — Cleone, 1 — Socrate, 1 — Artaserse , 1 — 
L? Omerico, 1 — Aristide, 1 — Aristomaco, \ — IJe- 
sortatore, 1 — Per la repubblica, 1 — Del decennio, 1 

— Degli lonii, 1 — Di ambasceria, 1 — Della fèr- 
de, 1 — Della grazia, 1 — Della fortuna, 1 — Della 
magnanimità, 1 — Del matrimonio, t — Del tra- 
ve, 1 — Della pace , 1 — Delle leggi , 1 — Delle 
consuetudini , 1 — DeW occasione, 1 — Dionisio , 1 

— Calcidico, 1 — Incursione* di Ateniesi, 1 — Di 
Antifone^ 1 — Proemio isterico, 1 — Epistole , 1 — 
Assemblea giurata, 1 — De Ita vecchiezza, 1 — Di» 
ritti, 1 — Esopiche , 1 Di sentenze, 1. — Stile 
filosofico, mista l'efficacia retorica alla forza. 82 



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/JOO CAPO V 

X. Quando seppe Demetrio che gli Ateniesi aveva- 
no abbattute le sue immagini, disse: Non però la virtù 
per cui le innalzarono. — Diceva: Non' essere una 
piccola parte le sopracciglia se possono oscurare tutta la 
vista. — Non solo appellava cieca la ricchezza, ma an- 
che la fortuna che di quella è guida. — Quanto il ferro 
è potente in guerra, altrettanto, affermava, valere nelle 
repubbliche la parola. — Vedendo una volta un giovine 
dissipatore: Ecco, disse, un Mercurio quadrato, che ha 
veste con istrascico, ventre, pudende e barba. — Diceva 
che agli uomini ambiziosi era mestieri , ora recidere 
rattezza, ora lasciare Vanimo elevato. — Diceva che 

i giovani in casa rispettar devono i genitori; per le vie §3 
coloro che incontrano; quando sono soli, sè stessi. — 
E che devono gli amici, nelle prosperità, venire se so- 
no chiamati, nelle sventure, spontaneamente. — - Questo 
pare che gli si attribuisca. 

XI. Venti furono i Demetri degni di considerazione. 
Primo, un retore cartaginese, più antico di Trasimaco. 
— Secondo, quest' esso. — Terzo, un bizantino, peri» 
patetico. ■ — Quarto, uno che fu chiamato il pittore, 
chiaro nel raccontare. Veramente costui era anche pit- 
tore. — Quioto, un aspendio, discepolo di Apollonio 
da Soli. — Sesto, un calaziano che scrisse venti libri 
sull'Asia e sulPEuropa. — Settimo, un bizantino, il quale 
scrisse in tredici libri il passaggio dei Galli dall'Europa 
ned' Asia, e in altri otto le imprese di Antioco e di 
Tolomeo e il governo della Libia sotto di quelli. — 
Ottavo, quello che abitava in Alessandria, scrittore del- 
Parti retoriche. — Nono, un grammatico adramiteno, 



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DEMETRIO. 4 01 

toprannomato Issione per qualche offesa , pare , fatta 
a Giunone. — - Decimo» un grammatico cireneo, quello 
che era soprannomato Drna y uomo notabile. — Unde- 
cimo, uno scepsio , uomo ricco e nobile e cima di let- 
terato. Egfi fu il primo institutore del suo concittadino 
Metrodoro. —Dodicesimo, un grammatico eritreo, ascrit- 
to, in Mno, tra'cittadini. — Tredicesimo, un bitinio, figlio 
dello stoico Difilo e discepolo di Panezio da Rodi. — 
Quattordicesimo, un retore smirneo. — Questi, prosa- g5 
tori*, poeti poi: Primo, un compositore della vecchia 
commedia. — Secondo un poeta epico, del quale sola- 
mente ebbero a salvarsi questi versi contro gli invi- 
diosi : 

Spregiano vivo, quel che bramati morto; 
E un giorno per la tomba e il non spirante 
Simulacro discute la cittade 
Conlese, e il popol si commove m rissa. 

— Terzo, un satirico da Tarso. — Quarto, uno scrit- 
tore di jambi, uomo acerbo. — Quinto, uno statuario 
ricordato da Polentone. — Sesto, un eritreo, un uomo 
che scrisse di molte cose , e compose libri storici e 
retorici. 



D10GI5B LAI C ZIO/ 2J 



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4<>ft 



CAPO VI. 



Eraclide. 



L Eraclide di Eutifrone , eracleote del Ponto , era 86 
uom ricco. 

II. Io Atene da prima s'accostò a Speusippo; poi 
fu discepolo de 9 Pitagorici e imitatore di Piatone; da 
ultimo, al dire di Sozione nelle Successioni, scolaro di 
Aristotele. 

III. Egli usava abiti molli, ed era corpulento a se* 
gno che gli Attici non pontico lo chiamavano, ma pom- 
pico; ed avea l'andare facile e grave. 

IV. Di costui si hanno opere bellissime ed ottime. 
Tra i dialoghi sono morali : Della giustizia, tre — e u« 
no Della temperanza — e Della pietà, i — e Della for- 
tezza, i — e in generale Dèlia virtù , i — ed un al- 
tro — Della felicità — Della signoria, i — e Delle leg* 
gi 9 i — e Delle cose affini a queste — Dei nomi, i — 
Convenzioni, i — V amoroso per forza e Clinia, i . — 
Sono fisici: Della mente — Dell 'anima — e separatamen- 
te Dell 'anima — e Della natura — e Dei simulacri — 
Contro Democrito — Delle cose che sono in cielo — 
Delle cose che sono in inferno — Delle vite , i , a — 
Cagioni dei mali, i — Del bene, i — Contro le opi- 
nioni di Zenone, i — Contro le opinioni di Metrone, 
i. — Sodo grama tic ali: DeW età di Omero e di Esio- 




CAPO VI , ERACL1DE. 4°' 

do. i, a — Di Àrchiìoco e di Omero, i, a, — E mu- 
sicali: De/fe co^c che sono in Euripide ed in Sofocle , 

musica , i , a — Di soluzioni omeri- 88 
cAe, i, a — Speculativo, i — Dei Ire poeti tragici, i — 
Di caratteri, i — Di poetica e dei poeti, i — Di 
congettura, i — Di preveggente, i — Esposizioni di 
Eraclito, 4 — Esposizioni a Democrito, i — Di 
luzioni controverse i, a — Assiomi, i — - De/fe jpe- 
cie, i — Soluzioni^ i — Avvertimenti, \ — A Dioni- 
sio i. — Sono retorici: DeW officio di retore o Pro- 
tagora. — Istorici: Dei Pitagorici e delle invenzioni. — 
Di questi libri gli udì foggiò alla maniera dei comici , 
come quello Della voluttà e Della modestia, gli altri tra- 
gicamente, come quello Delle cose che sono in inferno 
e quello Della pietà e Del potere; e tiene non so qual 89 
mezzo quando conversano filosofi, capitani e politici. E 
parimente suoi ve n' ha di geometrici e dialettici, e, eh 9 è 
più , in tutti è anche vario e distinto Io stile e a suffi- 
cienza potente per attrarre gli animi. 

V. Pare eh' ei liberasse la patria tiranneggiata, oc* 
rìdendo il monarca, come afferma Demetrio magnesio 
negli Omonimi. 

VI. Il quale anche questo racconta di lui : « Che 
m avendo egli allevato un serpente da piccolo, e questo 
n cresciuto essendo, da poi eh 9 e 9 fu sul punto di morire, 
» ordinò ad un suo fidato di ascondere il cadavere e di 
m porre il serpente sul letto, affinchè si credesse ch'ei 

9 fosse passato fra gli dei; che tutto accadde; ma che <j Q 
1» mentre i cittadini accompagnavano il funerale di Era* 
» elide e lo celebravano con acclamazioai, il serpeote, 



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4o4 CAPO VI 

» udite le grida, uscì dalle coltri e mi«e iu isoo ripiglio 
m la maggior parte ^ che da ultimo poi tutto ti scoper- 
n se, e fu veduto Eraclide pon quale si credette, ma 
» quale era a. — Ed è nostro un epigramma sovra di 
lui che è. così : 



Fama volesti, o Eraclide, lasciare 
. Tra gli uomin, ch'eri, nel morire, un vìvo 
Serpente divenuto; e pure,, scaltro, 
T ingannasti, chè fiera era il serpente, 
E tu fiera convinto e non serpente» 



Questo racconta anche Ippoboto. Ma Ermippo dice 91 
che assalito da fame il paese, gli Eracleoti, interpellaro- 
no la Pitia per esserne liberati, the Eraclide corruppe 
con danari e i teori e la Pitia perchè annunziassero 
pubblicamente che sarebbero liberati dai mali se Eracli- 
de di Eutifrone, fosse da essi, vivente, con una corona 
d' oro incoronato , morto , onorato come eroe ; che di 
fatto l'oracolo fu recato, ma che di nulla proGltò a co- 
loro che ne furono gli inventori, poiché sul punto istes- 
so che in teatro s'incoronava, Eraclide fu collo d'apo- 
plessia e i teori morirono lapidati. Anzi ali 9 ora medesi- 
ma, scesa la Pitia nell'adito, e appena presentatasi, 
punta da uno dei serpenti, incontanente spirò — Tali 
sono le cose riguardanti la morte di lui. 

VII. Afferma il musico Aristosseno eh' e' compose ga 
anche delle tragedie e quelle attribuì a Tespide. E Ca- 
meleonte dice che gli rubò ciò eh' esso avea scritto di 
Esiodo e di Omero. E lo biasima del pari Autodoro 



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KftACLIBE. 4°5 

epicoreo net confutare le cose eh* egli scrisse della già* 
i tizia. Inoltre, ancora Dionisio il' Metatemeno, o Spin- 
taro , cora' altri dice , scritto il Partenopeo , lo attri- 
buì a Sofocle, ed Eraclide, credendolo, in alcuna delle 
proprie opere se ne valse per le citazioni come fosse di 
Sofocle. Saputo questo Dionisio gli avvisò ciò che era e, g3 
negando egli e non se ne persuadendo, gli scrisse di os« 
servare il principio dei versi, in cui vi avea pancalo — - 
era costui amante di Dionisio — e siccome poi non 
credeva ancora e diceva essere possibile che ciò fosse 
per caso, Dionisio gli riscrisse di nuovo : Anche questo 
ci troverai: 

Vecchia scimia non pigliasi nel laccio : 
Si piglia è t*r, ma pigliasi col tempo. 

E dopo: Eraclide non conosce le lettere, nè si vergogna* 
Vili. Vi furono quattordici Eraclidi. — 11 primo 
questo medesimo. — Secondo, un concittadino di esso, 9^ 
il quale compose pirriche e frottole. — Terzo, un cu ma no 
che scrisse le cose persiane in cinque libri. — Quarto, 
un cumano, retore, il quale compose Le arti. — Quin- 
to, un calaziano, o alessandrioo, scrittore di una sue*? 
cessione in sei libri e di un 9 orazione Lembeutica. per 
la quale fu anco Lembo chiamato. — Sesto, un alessan- 
drino, che compose le particolarità persiane. — Settimo, 
un dialettico bargileite, che scrisse contro Epicuro. — 
Ottavo, un medico della scuola d' Icesio. — Nono, r un] 
medico empirico tarentino. — Decimo , uno scrittore , 
poetico, di precetti. — Undccimo, uno scultore foce* 



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4o6 CAM TI , EUCLIDE, 

se. — - Dodicesimo, uno scrittore pungente di epigram- 
mi. — Tredicesimo , un magnesio 9 il quale scrisse le 
Mitridatiche. — Quattordicesimo, uno scrittore di cose 
astrologiche. 



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\ 



ANNOTAZIONI 



LIBRO QUINTO 



CAPO L 
Aristotele. 

Dell 1 autenticità del nostro ritrailo si convinse il Visconti, 
ne* diversi paragoni, dagli occhi piccoli, dalle guance crespe, 
dalla magrezza della persona, non che dai capelli corti, ma 
non negletti, che osservò in tntti gli altri. 

I. Riconta co di Macaone figlio di Esculapio. — La me- 
dicina era una professione ereditaria nella famiglia degli A- 
sclepiadi, i quali da lungo tempo e quasi per tradizione la 
coltivavano colle scienze naturali, di cui è fama arcr lasciato 
Wicomaco alcune opere. Pretendono alcuni che Aristotele, sciu- 
pate in gioventù le proprie sostanze, facesse lo speziale in A- 
tene. Ma forse non vi professò che la medicina, vendendo i 
rimedii air uso dei medici antichi, ed anche dei moderni che 
quell'arte esercitano in oriente. I suoi nemici, per altro, non 
mancarono di appellarlo, per derisione, lo speziale. 



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4<>8 ANNOTAZIONI. 

H. Aristotele il pià genuino tn? discepoli di Platone. — 
Molti, diceRitler, Tollero separare questi due nomi, ma d'al- 
tro canto s' affermò che V opposizione tra i due filosofi non 
era che apparente, e, sendo essi d'accordo nelP essenziale, non 
area luogo che sopra accessori!. Bisogna confessare, segue Ri Iter, 
che entrambe queste opinioni sono fondate. Aristotele non fu 
un tanto cattivo discepolo di Platone da sconoscere la verità 
che risplende in modo sì luminoso nella dottrina del suo mae- 
stro; ma la trovò anche mescolata ad una specie di errore 
eh 1 e* volle dissipare, il che lo costrinse ad aprire a se stes- 
so una strada in filosofia - massime allorché trattasi di spie- 
gare i fenomeni col mezzo delle idee - allora noi troviamo 
Aristotele opposto a Platone. - Aristotele, secondo Cousin, 
riconosce con Platone esservi nello spirito idee non esplica- 
bili da IP esperienza dei sensi; ma non parte da questo per 
innalzarsi, col mezzo dell' astrazione, alla loro sorgente invi- 
sibile; e' si pone invece a seguirle nella realtà e in questo 
mondo. Qui sta tutta la differenza tra Platone ed Aristotele* 

Si radeva la barba. — Tonsura utens. — Diogene, dice 
Visconti, parla della cura che si prendeva Aristotele nel /yi- 
dersi; ma non dice espressamente la barba: la voce s«»f« 
è generica , e si riferisce pià generalmente a* capelli; ma è 
provato dai ritratti di Alessandro e degli immediati suoi sue*' 
cessorì, che i Macedoni avevano il costume di radersi ec, ce. 

III. Ebbe Nicomaco dalla concubina Erpillide, — « Ari* 
» stotele unitosi all' Erpillide , dopo la morte di sua moglie 
» la tenne seco fino eh' ei visse. Alcuni moderni hanno cre- 
» duto che fosse sua legittima sposa; ma ciò essendo come 
» si spiega il perchè Nicomaco, che si vorrebbe figlio legilti- 
» mo e naturale, e la di cui madre era viva , sia stato, nel 
* testamento di suo padre, meno favorito di Nicànore, figliò 
•> adottivo?» — Visconti. 



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ANIfOTAZlOHI. 4<>9 

IV. Si partì da Platone che tuttora vivea. — Gli anti* 
chi hanno già ribattala questa tradizione <P ingratitudine. 

Sino air unzione, — Cioè sino air ora destinata air un- 
zione. 

Passeggiatore* — Peripatetico è pi u v erisi mi le che derivi 
dal sito che dall' atto del passeg^ are. 

Educandoli anrhe alla -numera dei retori. — La sua scuo- 
la non era una semplici «cuoia di filosofia; vi si apprendeva 
tutto che allora serviva alla coltura dello spirito, massime l'e- 
loquenza. Aristotele si trasferiva al Liceo due volte il giorno, 
e i suoi scolari erano divisi in due classi. La mattina eser- 
citava la prima alle ricerche profonde della filosofia; la sera 
tutti quanti amavano un' istruzione più comune e desiderava- 
no udirlo. Il primo genere d' insegnamento chiamavasi acroa- 
tnatico o acroatico , il secondò exoterico. E naturale che a' 
primi esercizi non prendessero parte che discepoli provati e 
maturi. Questa divisione , come vedremo , passò anche nelle 
sue opere. 

V. Si recò da Ermia T eunuco. — Ermia , eunuco sin 
dall' infanzia, e successivamente schiavo di molti, meritò, per 
l' ingegno e per la virtù di succedere ad Kubulo che fu l' ul- 
timo de' suoi padroni, e che erasi fatto tiranno degli Alar- 
ne!. Narrasi che il povero Ermia, a somiglianza di un no- 
stro musico celebratissimo, non sapea comportare, che in sna 
presenza si parlasse di nessuno strumento che potea rammen- 
targli il taglio patito. 

Scrisse ad Ermia un peana. — Ateneo dice ch'era uno 
seolion, specie di canzone convivale. 

VI. Poscia fu in Macedonia presso Filippo ec. — Aristo- 
tele godette di un grande favore presso Filippo ; anzi alcuni 
credono che non da Alessandro, ma da questo fosse rifabbri- 
cata, a sua intercessione, Stagira, e che vi si aprisse anche 



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4 IO AmOTASIOM. 

un ginnasio per l 9 insegnamento della filosofia. Io benemerenza 
di che gli Stagirili celebravano ogni anno nna festa ad ono- 
re del loro concittadino, detta Ari&totelia. È fama che Aristo- 
tele sia rimasto con Alessandro nn anno solo dopo ch'ei fu 
asceso al trono; ma dalla vita di Ammonio pare che il mae- 
stro seguitasse IV allievo in alcuna delle sue spedizioni, anzi, 
dice Cuvier, non si comprende come Alessandro abbia po- 
talo inviare in Atene tntti gli animali di cui Aristotele fece 
la descrizione anatomica con tale esattezza da non lasciar 
dubbio eh 1 egli stesso gli avesse sparati. Cuvier adunque è 
inclinato a credere che Aristotele abbia seguito Alessandro fi- 
no in Egitto, e che sia ritornato in Atene verso Y anno 33 1 
avanti Te. v. recandovi tutti i materiali necessari! per la 
composizione della sua Storia degli animali. Memorabile è la 
munificenza di Alessandro verso il filosofo, se è vero che nel* 
le indagini delle cose naturali spendesse la somma di 800 ta- 
lenti, che equivalgono, secondo Bartelemy, a più di 4 milioni. 
La Storia degli animali frutto di queste largizioni è l'opera che 
più onora il precettore di Alessandro. Non solo, dice Cuvier, 
ei ne conobbe un gran numero di specie , ma le studiò e le 
descrisse con vasto e luminoso disegno, al quale forse nessu- 
no de' suoi successori si è accostato, poich'egli ordinava i 
fatti non già secondo le specie, ma secondo gli organi e le 
funzioni, solo mezzo di stabilire risultati comparativi; quindi 
si può dire eh 1 egli non solo è l'autore più antico di anato- 
mia comparata, di coi possediamo gli scritti, ma uno di co- 
loro che hanno trattato con maggior ingegno tal parte di sto- 
ria naturale, e quegli che più merita di essere tolto a mo- 
dello. 

VII. Vii 1 accusa d'empietà. — « Io ho molti dubbi sul 
» fondamento dell' accusa, anzi siili' accusa stessa. Paragonan- 
ti do gli avvenimenti politici di quell' epoca, il processo di A- 



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▲mroTAziom, 4 11 
» ristotele sarebbe accaduto al tempo della guerra lamica , o 
» immediatamente dopo. Le t rad iti odi a 9 accordano in que- 
» sto che Aristotele era an amico di Antipatro. Egli dunque 
» non poteva essere condannato dopo la guerra lamica* For- 
lì sechè gli si fece un delitto , al tempo di questa guerra , 
» della sua amicizia con Antipatro. Bla allora non vedo per- 
» chè gli se n' avrebbe imputato un altro più difficile da 
» provarsi. Per sopra più la tradizione che porta che Aristo- 
» tele fu accusato a cagione delle sue dottrine è senza alcun 
» fondamento ». — Riiter. 

De* Persi il rege arciero ec. — Pare che Ermia pagasse 
un tributo alla Persia* Avend' egli tentato di affrancarsene , 
Artaserse comandò a Mentore, generale greco a 1 suoi stipen- 
di!, di ricondurlo al dovere. Costui ricorse all'artifizio, e pro- 
mettendo a Ermia di riconciliarlo col suo padrone, sotto co- 
lore di stabilire le condizioni dell' accordo , lo attirò ad un 
abboccamento, s' impadronì di lui,' e lo mandò al re, che 
ignominiosamenle lo fece morire. 

Un nostro epigramma eh* è così. — - Quest' epigrammac- 
cio contiene per soprassello anche il giuoco scipito delle doe 
parole: ««•ur«F, e «««»in aconito e senza fatica. — Dice 
Visconti, che quello che si narra del suicidio di Aristotele 
dee porsi tra le favole, e che non su comprendere come il 
Bayle abbia potuto stare in forse sul modo della sua morte. 
Ha Tennemann inclina a credere che il grand 1 uomo, vecchio 
e stanco di persecuzioni , s' avvelenasse da sé medesimo in 
Calcide , ov' erasi rifuggito per risparmiare agli Ateniesi un 
nuovo delitto contro la filosofia l 

Vili. Raccontasi che per la congiura di Callistene dive» 
nisse odioso al re ec, ec. — Pretendono alcuni che l'odio 
di Alessandro contro Callistene si estendesse fino allo zio, A- 
ristotele, e Plutarco ne reca in prova una lettera nella qua- 



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4 I 2 ARffOTAZIOHI. 

le si tocca dell' inimiciiia di Aristotele col re. Ma quella let- 
tera è apocrifa, e le persecuzioni patite dal filosofo , subito 
dopo la morte di Alessandro, sembra che provino gli Atenie- 
si averlo considerato come dedito intieramente a lui. La con- 
dotta di Callistene, dice Visconti, fa sempre riprovata dallo 
zio, e sembra piuttosto che gli intrighi di Olimpia contro An- 
tipatia, lasciato dal re al governo degli antichi suoi stati, e 
tenuto da Aristotele come il migliore de 9 suoi amici, abbiano 
negli ultimi anni del conquistatore scemato alquanto 1' affet- 
to eh 1 ei portava al maestro. 

Anassimene. — Crede V Aldobrandino che debbasi legge- 
re A nassa reo, il quale ed era abderitano ed era stato di fatto 
con Alessandro. L* Anassimene del libro II, se di questo si 
parla, nato essendo nelF OI. 66, appena poteva aver conver- 
sato con Aristotele, nato tanti anni dopo. 

Fonti BorborL — Fiume presso Fella. Alludesi air an- 
data del filosofo da Filippo e da Alessandro. 

IX. Sino air arrivo di Nicànore. — t*s £s N#*«p*f s«- 
r«A«C«. Leggi la Nota di Is. Casaubuono del quale ho segui- 
ta F interpretazione. 

Statue di pietra di quattro cubiti. — £«« A<£ii>« rirp«* 
« Tutti i traduttori di questo passo, in luogo di sta' 
» tue tli marmo) scrivono animali di marmo. Ho altrove pro» 
» vato che il greco vocabolo in queste frasi non sigoi- 

» fica un animale, ma una figura ». Risconti. Mon. gab. 

XI. Offerendogli Diogene un ficosecco ec. • — a Un uso, 
» tra gli antichi filosofi spiega questo passo. Essi non solo 
» si proponevano a vicenda quistioni , sillogismi ec, ma il 
» proponente era solito porgere in pari tempo un ficosecco, 
» quasi arra della risposta ec. Chi lo accettava vi si era 
» come obbligato; chi non approvava quest'uso, accettata 
» spesso la quistione e il ficosecco, deludeva chi area dato F u- 



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ÀNNOTàZIOJf!» 4 1 3 

i» no e l'altra. Così Aristotele con Diogene. Quindi in vece 
» di ti dessi leggere fi pif ec. — Quando Diogene offerì 
n ad Aristotele un altro ficosecco, questi lo accettò, ma scher- 
» zò all' nso dei ragazzi, i quali alzando in alto il dono che 
» ricevevano, lodavano il donatore con queste parole: t*%y$ 
» • Sur* ». — Kuhnii. 

XII. Compose un gran numero di libri. — Molte opere 
attribuite ad Aristotele ancora sussistono, che sono ben lungi 
dal comprendere tutte quelle che gli antichi possedevano sot- 
to il nome di lui, e delle quali abbiamo due cataloghi oltre 
questo del nostro Diogene. Le stesse citazioni di Aristotele 
provano che la maggior parte delle sue opere è perita, seb- 
bene citando spesso la stessa opera sotto titòli differenti, non 
sia facile decidere, al dire di Ritter , quali siano gli scritti 
citati, perduti o serbati sott' altro titolo. — Vedi in proposi- 
to la lunga nota dello stesso Ritter* — Alla divisione della 
sua scuola dobbiamo quella delle sue opere in acroatinhe o 
acroamatiche (*xf*p*Ttxts che si ode) ed exoteriche - 
rtfjxtr esterno). Questa divisione, dice Ritter, sembra fon- 
data sulle stesse espressioni di Aristotele, quantunque per Io 
più equivoche, ad eccezione di un passo solo, dal quale ri- 
sulta eh' e' me» tea differenza tra le ricerche esoteriche e le 
ricerche filosofiche. Le prime contenevano una dottrina co- 
mune che tutti potevano intendere, le seconde, destinate a' 
suoi discepoli, avevano mestieri di essere spiegate colle lezio- 
ni. — Sono note le supposte avventure corse dalle opere di 
Aristotele, prima di giognere sino a noi; che forse non ebbero 
altro scopo che di aumentare il pregio dell' edizione di An- 
dronico. 

XlII. Che doppio sia il concetto della filosofia ec. — Si 
attribuì ad Aristotele anche questa divisione , ma egli ne dà 
espressamente un'altra, quella cioè che già si trova in Pla- 



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4«4 



ANNOTAZIONI. 



Ione, e che difide la filosofia in logica, fisica ed etica* Per con- 
ciliare queste difisioni ira loro converrebbe ammettere che 
la logica e la fisica non fossero che saddi visioni. Aristotele, 
dice Bitter, non è stato abbastanza preciso nel determinare 
l'idea delle differenti parti della filosofia, anzi risalta dall'e- 
same de' suoi scritti eh' e' non rimane sempre fedele alla di- 
visione da lui fatta. — « La filosofia teorica o speculativa 
» ha per oggetto l'ordine reale che non dipende dalla no- 
li stra volontà ; la pratica^ 1' accidentale ed il volontario. Gli 
» enti reali sono o invariabili o variabili; questi ultimi cu- 
li duchi, o non caduchi. Le cose sublunari sono variabili e c*i- 
i» ditene; il cielo non caduco, ma variabile; Dio solo non può 

* mutare né perire. Per conseguenza, la filosofia speculativa, 
» in ragione che più o meno ci innalziamo ad astrattezze è, 
» o la fisica, o la matematica, o la filosofia prima ( meta fi - 

* sica); in ragione de' suoi oggetti essa diventa fisica, cosmo- 

* logia , psicologia , teologia. La filosofia pratica comprende 
» la morale, la politica e 1' economia ». — Tennemann. 

Del pratico Fano morale, f altro politico. — « La poli- 
ti fica, che così Aristotele chiama piuttosto tutta la sua mo- 
li rale, abbraccia ogni maniera di ricerche le quali hanno per 
» iscopo il bene dell' uomo, sia nel!' individuo, sia nella fa- 
» miglia e nello stato. Aristotele parte di là per dividere la 
» politica in tre parti, etica, economica e politica, nel senso 

* stretto della parola. L'etica, che ha per iscopo il bene mo- 
li rale dell'individuo, gU sembra come il fondamento delle 
» altre parti della politica, poiché nulla di bene puossi fare 
» in uno stato se buoni non sono i costumi. Viene in segui- 
li to 1' economico, che tratta della buona amministrazione del- 
» la casa, e che dee precedere la politica, perchè la famiglia 
» è il fondamento dello stato. — Il nostro filosofo non è 
» molto severo nella sua morale. Egli insegna come l'abile 




ANNOTAZIONI* ^\ 5 

» nomo di stato* ne' cerchi liberi deità società* dee svilup- 
* pare eoo misura ciò che promove la vera gloria, la magni* 
» licenza e V allegrezza della vita* e a noi moderni par qua- 
li si, eh' egli abbia fatto a questi beni un troppo ampio par- 
» laggio. Ha re lo determinarono le circostanze tra le quali 
» ei vivea* siccome le circostanze determinarono gli altri* i 
» quali hanno seguito una direzione opposta. » — Bitter. — 
Nella Politica Aristotele distingue ciò eh' e' trova assoluta- 
mente buono nello stato, da ciò che non è buono che relati- 
vamente. — La politica dee non solo considerare il meglio* ma 
anche il praticabile* il quale consiste appunto nel mezzo tra il 
bene e il male. Ei va si lunge in questo intendimento suo eh' e' 
non solo dà regole per raffermare i gorerni imperfetti, ma giu- 
gno persino a dare consigli ai tiranni * agli oligarchi ed a 1 più 
sfrenati democrati sul modo col quale possono conservarsi per 
mezzo di artifizii che hanno servito di modello al Segretario 
fiorentino. — Bitter. — La politica come la morale consi- 
ste, secondo Aristotele* in una specie di temperamento fra 
contrari!; in un mezzo fra la tirannia e V anarchia, in un 
governo o costituzione, in cui la monarchia * 1' aristocrazia e 
la democrazia si combinano. — Dall'utile eh 1 ei dà perfine 
alla politica dedusse la legittimità della schiavitù. Essendo 
la più vantaggiosa tra le proprietà quella dell 1 uomo* ei ri- 
guarda lo schiavo come elemento necessario della famiglia. 
Si trova in Aristotele non solo, ma in Platone l'antica opi- 
nione che la schiavitù entra ne' disegni della natura * avendo 
essa destinato tuttoquanto ad un fine* e per conseguenza an- 
che 1' uomo ad essere servito od a servire. — Nè ciò solo * 
dice Ri Iter, ma da vero greco Aristotele trova giusto che i 
Greci comandino ai barbari; la barbarie e la schiavitù sono 
egualmente V opera della natura ec.* ec. — Il governo di- 
pende dalla qualità dei cittadini* ma e questa e il primo* dal 



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4 1 6 AMOTAZKWI. 

clima. I cittadini detono a?er coraggio ed intelligenza. 11 co- 
raggio manca agli abitanti della calda Asia. L' intelligenza' a 
quelli delle fredde contrade d'Europa. Quindi i Greci che 
abitano un paese intermedio possono soli avere un buon go- 
verno. — Aristotele aveva compilato le leggi e le costituzioni 
di più che cencii](|i]antotto stati, cominciando dalT opulenta 
Cartagine fino alia povera e piccola Itaca; che poi epilogò 
negli otto suoi libri che a taluno piacque chiamare r esprit 
des loix degli antichi. 

Del teoretico r uno fisico r altro logico ec, — « Potreb- 
» he dirsi in favore di questa divisione che Aristotele sepa- 
» ra le sue quistioni sulle cause in tre parti: P una che trat- 
» ta dell'immutabile, P altra di ciò ebe si muta ma non pus- 
» sa, la terza di ciò che si muta e passa. Di queste tre parti 
» la prima non appartiene alla fisica; (Phys. II, 7; cf.); e 
» d'altro canto questa divisione non sarebbe d'accordo colla 
» sua divisione della filosofia teoretica in teologia, che tratta 
» dell' ente immutabile, in matematica e in fisica. (MeL VI, 
» 1) ». — Hitter. 

Fisico, — L'idea della natura, dice Riiter, è per Ari- 
stotele P opposto delle idee della ragione e dell' arte. La fisi- 
ca non si occupa che di ciò che ha relazione ai corpi; sia 
questo qualche cosa di corporeo in se, o qualche cosa che 
abbia un corpo, o il principio di uu corpo , o qualche cosa 
di relativo ad un corpo. L' anima , per questo mezzo , si fa 
ricca di ricerche fisiche; ma non la ragione, essendo questa 
alcun che di separabile dal corporeo. — « Aristotele fa con- 
ti correre tre ordini di nozioni alla spiegazione fisica del moo- 
» do, i principii, le cause e gli elementi. Egli stabilisce due 
» principii contrarli, la forma e la privazione combinati con 
» un terzo principio, la materia che P una e P altra compor- 
» ta. Le cause sono di quattro specie: la causa materiale, 



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àWOTÀZlOKf I. 4 1 7 
n ex qua aliquul J!t\ la causa formale, per quam; la causa 
» efficiente, a qua; la causa finale, propter quam. Degli eie- 
» menti re n'ha due di primordiali, la (erra, eh 1 è pesante, 
» e il fuoco, ch'è leggiero. Essi sono uniti col mezzo di due 
» altri elementi, V aria e V acqua che sono analoghi fra loro, 
» e partecipano in pari tempo 1' una alla natura della terra, 
» T altra alla natura del fuoco. Quest'idea si trova nella fi- 
» losofia di Platone ed in quella di Kanada. I tre principiò 
» le quattro cause, i quattro elementi , combinati colle leggi 
» del movimento, sono le sorgenti della fisica generale di Ari- 
li sto tele ». — De Salini* ec. 

Logico. — Aristotele ha cercato, al dire di molti, un mez- 
zo tra l 1 idealismo e il sensismo; tra Platone e la scuola di 
Elea; ma non è chiaro in che consistesse. « V'hanno nello 
» spirito umano due parti, le forme 'logiche e gli elementi 
» forniti dalla sensazione. In virtù delle forme che la costi- 
li tuiscono essenzialmente, la ragione produce delle afferma- 
» zioni che imprimono al variabile e ali 1 industriale il carat- 
» tere della necessità e dell' universalità logica, che si risol- 
» ve nel principio di con tradizione, in conseguenza del quale 
» la stessa cosa non può essere e non essere nello stesso tein- 
» po. Ma queste (orme della ragione e le affermazioni che 
» da esse procedono hanno mestieri di una materia cui ap- 
» plicarsi: questa materia è la sensazione; ed è fornita dal- 
li r esperienza. Aristotele ammette con Platone che la conoscen- 
» za rinchiude un elemento radicalmente distinto dalla sensa- 
li zione. Ammette con Epicuro, che senza la sensazione ues- 
» suna conoscenza potrebbe esistere. Si distingue da Platone, 
» perchè nella costui dottrina le idee, sorgente delle afier- 
» inazioni assolate, che non si risolvono in verità puramente 
* logiche, sono realtà eterne, indipendenti dalla ragione, ad 
» essa estrinseche , e soltanto ad essa manifestate. Si separa 

DIOGENE LAERZIO. 28 



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4 1 8 ANNOTAZIONI» 

» da Epicuro, perchè lo anticipazioni di questo non tono che 
» la general inazione delle sensazioni stesse . mentre nel si - 
» sterna aristotelico le forme della ragione, benché non pos- 
» sano applicarsi che alle sensazioni, ri aggiungono, per co- 
» stituire la conoscenza, un elemento, indipendente daW e- 
» sperienza. Seguiva da ciò , dovere la filosofìa incominciare 
* dal determinare le leggi interne della ragione , o in altri 
» termini, essere primitivamente dipendente dalla logica. La 
» logica in efletto è la grand" opera di Aristotele, la chiave 
» di tutte le speculazioni, il legame che unisce tutte le parti 
» de* suoi immensi lavori. — La logica inchiudendo le leggi 
» della dimostrazione, e quindi stesso della scienza, snppone, 
» secondo questo filosofo , alcune nozioni indimostrabili che 
» gli servouo di base. Supposte queste basi, Aristotele clivi- 
» de la logica in tre parli. La prima tratta dei termini , e* 
» «pressioni delle idee; la seconda delle enunciazioni, espres- 
» sioni dei» giudizi! ; la terza del ragionamento. Siccome il 
» ragionamento , eh 1 è P istromeuto della dimostrazione gene- 
» ratrice della scienza, è V oggetto proprio della logica, è ne- 
» cessario conoscere i suoi elementi. Egli si compone di pro- 
li posizioni; bisogna, adunque esaminare da prima le propo* 
» sizioni. Ma le proposizioni si compongono esse smesse di ter- 
» mini ; è mestieri adunque incominciare dai termini , che 
» sono gli elementi primitivi del ragionamento. » — De Sa- 
lini* ec. 

La dialettica pel verisimile, — Oltre la logica dimostra— 
ti?a, che parte da ciò eh' è certo per giugnere a conclusioni 
certe, avvi una logica, la quale non è che l'arte delle con- 
getture, che opera sul probabile, e che riceve il nome di dia- 
lettica. Le sue leggi sono fondamentalmente quelle della lo- 
gica dimostrativa, il suo valore solo è diverso. — Fu detto 
che Callistene abbia mandato ad Aristotele un compiuto si- 



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ArwoTJtzioNr. ^19 

sterna tecnico 'di logica, comunicatogli da' Bramini , il qnale 
divenne fondamento del metodo aristotelico. 11 suo siHogismo 
trofasi di falli in Kanada. 

Per le morali la mente. — « Il principio della morale di 
D questo filosofo è la moderazione dei desiderj secondo il gin- 
» dizio della ragione. Al principio positivo del dovere asso- 
li luto, stabilito da Platone, al principio positivo del piacere, 
» stabilito da Epicuro, egli sostituisce, conformemente al ca- 
ri ratiere generale della sua filosofia, una regola astratta. La 
» virtù consiste, in conseguenza di questa regola, in un mezzo 
» tra passioni contrarie. Lo scopo della morale è il contento 
» «che deriva da codesta moderazione di desideri. Si dee 110- 
i) tare, in ciò eh' ei dice della giustizia, una distinzione die 
» fu in seguito generalmente adottala dai teologi castristi e 
» giureconsulti, la distruzione cioè della giustizia commutatila, 
*» che regola le transazioni e i rapporti da privalo a privalo, 
» seguendo una proporzione aritmetica, e la giustizia distri- 
li butiva, che, nello stato distribuisce le ricompense e le pene 
» secondo una proporzione geometrica. » — Sali ni s ec. 

Dio affermava incorporeo^ non altrimenti che Platone. — 
Ritter non osserva una differenza essenziale tra Platone e A- 
rislotele nella maniera con cui si formano l'idea di Dio. fu 
Platone la dottrina sopra Dio e sulle sue relazioni col mondo 
è assai più mitica che io Aristotele. Questo filosofo è lontano 
dallo accontentarsi di un'esposizione mitica, volendo tutto ri- 
vestire di un' espressione scientifica determinata. 

Estendere la sua provvidenza ec. — Nella spiegazione del 
mondo, dice Riiter, tanto in Plalone quanto in Aristotele, la 
necessità si colloca insensibilmente e quasi in maniera non 
visibile, a lato della forza divina e razionale. La dottrina di 
Aristotele non si differenzia in questo dalla dottrina ^lel mae- 
stro; essa non cerca nella natura delle cose subordinate il 



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4*0 ANNOTAZIONI. 

principio deh? imperfezione del mondo, ma fn sussistere eter- 
namente la materia e il divenire a lato di Dio, senza cer- 
carne ragione. Così, nel vero, fattività divina non dee essere 
limitata a sè sola, alla immutabile contemplazione di sè me- 
desima, ma Dio invece appare in relazione un po' strana colle 
cose del mondo. Poiché e' non dà ad esse la loro facoltà d'essere 
o di divenire : questa facoltà è ben piuttosto nella materia; 
solo ptiossi affermare eh' è in virtù dell'azione divina eh* 1 esse 
giungono ad un 1 esistenza, ad una realtà determinata. E in 
questo stesso, Dio agisce in una maniera quasi indifferente, se 
chiedendo come e perchè Dio muove il mondo, noi vediamo 
nonostante eh 1 ei non agisce primitivamente nella formazione 
di quello, ma dà solamente il nascimento alle forme nelle 
cose messe in movimento. — Dalla conoscenza delle cose, se- 
gue Bitter, che ora sono in riposo, ora in movimento, Ari- 
stotele è convinto dover esistere un motore, il quale non possa 
essere nè mosso, nè non mosso. Ora se il movimento deve es- 
sere eterno e continuo, fatto attestato dalla conoscenza che 
noi abbiamo del movimento dei corpi celesti, deve esistere un 
motore, il quale non sia mosso egli stesso, poiché non avvi 
che F immutabile che sempre possa muovere alla slessa ma- 
niera ; e reciprocamente del pari, se vi dee essere un movi- 
mento variabile, come la nascita e la morte, esservi dee un'al- 
tra natura motrice mezzana, tutt' insieme in movimento e in 
cangiamento, la quale per questa ragione sia abile ad agire 
in diverse maniere e in tempi differenti. Tre specie di enti 
sono dunque necessari i alia spiegazione della natura : uno 
fuori dalla materia, il non mosso, o Dio ; due materiali , il 
cielo eterno e che non può perire, il quale non si muove che 
nello spazio, in maniera uniforme e sempre in giro; e I' en- 
te in fine che perisce, che abita la terra. 

Olire i quattro elementi un altro attinto. — « Aristotele 



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ANNOTAZIONI. 4 aI 

in generale considera gli elementi come corpi semplici. Lor 
base è la materia che è sempre in opposizione. Egli è 
dalle opposizioni che s' incontrano nella materia, che gli 
elementi derivano, i quali, iu conseguenza della natura del 
materiale sulla terra, non hanno nulla di slabile, ma si tras- 
formano fra loro. — I contrarli delle qualità sensibili o fi- 
siche, i contrarli del movimento naturale, sono tutte oppo- 
sizioni che costituiscono il principio delle differenze degli 
elementi. Le opposizioni sensibili o corporee sono il fred- 
do e il caldo, il secco e V umido. Ora siccome V opposto 
non può essere unito coli 1 opposto, le sue qualità contrarie, 
unite a due a due, formano quattro specie di corpi sem- 
plici, il caldo e il secco, il fuoco; il caldo e 1' umido, Pa- 
ria ; il freddo e il fuoco, V acqua; e finalmente il freddo ed 
il secco, la terra. Ciò nulla meno d* ordinario e in pari 
tempo in maniera più compita, Aristotele deriwi gli ele- 
menti, dalla differenza del movimento del mondo. INel 
mondo, per la sua sfericità, si distinguono naturalmente due 
luoghi, il centro e la circonferenza. Ciò eh* è nel mezzo è 
il di sotto naturale, ciò eh 1 è alla circonferenza è il di sopra 
naturale. V'hanno adunque tre movimenti principali nel 
mondo: il movimento circolare, il movimento d'alto in 
basso e quello di basso in alto. Ora siccome il movimento 
naturalo precede il movimento ricevuto, questi movimenti 
principali devono del pari aver luogo in una maniera na- 
turale, prima di aver luogo in un'altra maniera, e deb- 
bonvi essere dei corpi che si muovono naturalmente, co- 
me altri si muovono naturalmente di basso iu alto, o di 
alto in basso. Ma perchè nessuno dei corpi semplici che 
noi rinveniamo sulla terra non si muove naturalmente a 
cerchio, Aristotele immaginò un quinto elemento, eh' è an- 
teriore ai quattro altri e più divino di essi, allo slesso 



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4*2 ANNOTAZIONI. 

» modo che il movimento circolare è più antico e più di- 
w tino che il movimento in linea retta. Ri lo chiama se- 
ti rondo un' antica tradizione V etere. Qnesl' elemento non 
» ba nè pesantezza nè leggerezza • perchè e' non tende nè 
» verso il centro, nè verso l'alto. Non è soletto alle im- 
» perfezioni, alle quali gli altri elementi sono soletti; è im- 
•» possibile, perchè nel tmovi mento circolare che gli è proprio 
i) non incontra alcuna opposizione; ei non ha per conseguenza 
» che un movimento locale e sul posto, e non un movimento 
* d' aumentazione o di diminuzione, nè un movimento di tras- 
i> formazione, di nascita o di morte. Il cielo e le stelle pro- 
» vengono da esso: come loro egli è eterno; il che provano 
w del pari le tradizioni, le quali non attestano alcun cangia- 
li mento nel cielo. Se non esistesse che questo solo elemen- 
ti to, non vi sarebbe nè nascimento, nè morte, ma unicamente 
» movimento. — Riiter. 

Prima perfezione , •?TfAt£i««y *y«r*>. — ErnAi^/«i, 
perfezione, atto, continuità di movimento nella materia ec. Così 
il Lessico. — Osserva Ritler che in Aristotele non v'ha dif- 
ferenza di sorta tra energia e entelechia. Queste espressioni , 
dice egli, vi sono adoperate assai spesso indifferentemente l'ima 
per I' altra. Trovasi una spiegazione di entelechia nel lib. IT, 
4, De An. Tév JvtapH «»r#f X§y§f jj ifrtAf^u*. In questa 
spiegazione è mestieri ricordarsi che A«y«f, come idea, e 
àèt suonano una stessa cosa pel nostro filosofo. Secondo que- 
sta spiegazione, l' entelechia significherebbe la forma del ma- 
teriale; ma ella è troppo ristretta, poiché l'ente primitivo è 
parimente chiamato entelechia. Met. XII, ec. — I peripate- 
tici trassero questa celebre parola a significare tutto che loro 
pane. Narrasi perfino, che Emi. Barbaro ricorse al diavolo 
per saperne il senso, il quale con voce sottile e simile al si- 
bilo, prae tenutili et pene subsibilantcm, glielo svelò col foca- 



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ANNOTAZIONI. fai 

bolo pprfectihabia. Altri di questa parola fa inventore Bu- 
de". — Monlorius, scrisse un trattato ile Entelechia. — V. Bay- 
le. — Secondo Buhle le monadi di Leibnizio non sono che 
r entelechia di Aristotele. 

A 1 vendo vita nella potenza del corpo. — a Aristotele ri- 
» ferisce le differenti funzioni delle diverse parti' del corpo 
i» organico ad altrettante facoltà del Tao ima ; ciò che dà chia- 
» ra mente a conoscere la sua idea, non esservi alcuna parte 
» del corpo che non sia in relazione coli' anima. — L'ani- 
» ma non può significare per lui se non la riunione delle 
» differenti funzioni che si manifestano ne' corpi organici, la' 
i» qual cosa egli spiega manifestamente dicendo che ciascun 
» organo ha una destinazione, ma che la destinazione è un' a- 
» zione; donde ne viene per conseguenza, che tutto il Corpo 
» è destinato ad un' azione totale, e che quest'azione totale 
» è I 1 anima. Lo che fa che V anima è anche concepita co- 
» me un'azione che porta seco il suo fine, come un'energia 
» o entelechia , e che la perfetta definizione dell' anima si 
» risolve nel dite eh' ella è la prima entelechia di mi corpo 
» organizzato. — Prima entelechia in questo che, come anima 
» ella si trova anche negli cuti che non hanno precisamente at- 
» tivilà, ma che sono come addormentati e non posseggono die 
» la facoltà d'essere attivi. Poiché la prima entelechia, nella 
» prefata definizione, significa la forza già sviluppata -in una 
» maniera qualunque, e che non ha precisamente mestieri di 
* essere in giuoco. — La qual cosa fa che dal nostro filo- 
» sofo si dovea concepire lo sviluppo del corpo e quello del- 
>» l'anima come indissolubilmente legati l'uno all'altro, poi- 
» che il corpo organico formato dalla natura è la condizione 
» dell' anima. — L'anima, secondo Aristotele, non è nè corpo, 
» nè?alctu»a grandezza estensiva, ma qualche cosa di corpo- 
v» reo, e qualche cosa in grandezza. — È un 1 antica qtii- 



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ASHOTAZlONI. 

ii stione quella di sapere se Aristotele abbia insegnala o ne- 
» gala F immortalità dell' anima. 1 passi staccati delle opere 
» di questo filosofo che ci rimangono, non provano nè in fa- 
» ?ore, nè contro. Non ptiossi adunque giudicare cbe dal conr- 
» plesso della sua dottrina, e questo complesso prova chiara* 
» mente cho lo Slagirita non pensava affatto ad una immor- 
* (alita dell' ente individuale ragionevole , ma eh' egli altri- 
» buiva alla» ragione generale una esistenza eterna e un 1 es- 
» senza immortale. » — Bitter. 

Il nome di Aristotele, del maestro di color che sanno % al 
quale , secondo lo stesso Dante, la natura più aperse li suoi 
segreti ', e fu il duca della vita e della umana ragione, è il 
solo che in tutta V antichità faccia veramente riscontro a quel 
di Platone. — Aristotele e Platone, dice Cousin, sono nomini 
piuttosto diversi cbe opposti. Dall'* uno vennero in occidente 
le idee fondamentali intorno a cui aggirasi la filosofia , dal- 
l' altro il metodo che ad essa conviene e eh' essa serbò. I loro 
sistemi hanno radici sì profonde nella natura dello spirito li- 
mano e in quella delle cose, cbe il tempo, che tutto cangia, 
non ha potuto mutare le loro forme; anzi è lecito rigorosa- 
mente affermare , che l' umano pensiero non altro fece di 
poi se non se mano mano passare dall' nno all' altro , mo- 
dificandogli e perfezionandogli sempre. — L'ammirazione 
eh' ebbero i posteri a qnesto grande filosofo sorpassò quella 
tributata al maestro. La filosofia d'Aristotele trasandata dai 
Greci, alla cui ridente fantasia poco garbeggiava e dai Ro- 
mani ai quali ogni filosofia speculativa era indifferente, ri- 
provala dai primi cristiani, pressoché tutti platonici, trovò fa- 
vore appo gli Arabi, che nel medio evo la introdussero in 
Europa ove le si tributò un culto al tutto superstizioso. Nè 
alla scienza sola ma al maestro si rese questa pazza venera- 
zione! Fu detto che prima del nascimento di Aristotele la 



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ANNOTAZIONI. 4*5 

natura noo èva compita ; ch'%egli era U colmo dell 9 umana per- 
fezione ; che senza di lui molti articoli di fede manchereb- 
bero a' cristiani ; eh" egli vinceva di lunga mano Salomone • 
Maometto; ch'egli era un santo e che si dovea celebrarne la 
festa, ec. ec. Quindi V anatema di chi non s' inchinava al fi- 
losofo, i decreti della Sorbona ; quindi le persecuzioni di Car- 
tesio, il carcere di Valeriano, V assassinio di Ramo. Final- 
mente si cadde, al solito, in un eccesso opposto, e la filosofia 
aristotelica fu dispregiata ; e le opere dello Stagirita sì stet- 
tero affatto senza lettori , e senza un* intera traduzione nelle 
moderne lingue di Francia e d' Italia. Ma Aristotele, dice 
Cutier, è capo di uno dei due grandi partitiche divisero la 
filosofia sino a' nostri giorni, — e forse la dividono tuttora 
e la divideranno per mollo tempo mascherata sotto forme di 
altri sistemi. 

CAPO li. 
Teofrasto. 

Ennio Visconti tiene per vero il solo ritratto di Teofra- 
sto che noi diamo qui, e che è quello della villa Albani. Il 
sig. Verily di Parigi misurandone frenologicamente un al- 
tro del museo Borbonico di Napoli, trova in esso più o meno 
sviluppati i seguenti organi: Molto larghi que' della Concen- 
trativi; Secretivilà; Benevolenza; Paragone. — Larghi, 
que' dall' Acquisività ; Venerazione ; Speranza, ed i percetti- 
vi. — Piuttosto larghi que' della Stima di sè; Approbativilà; 
Linguaggio; Causalità. — Pieni que' della A! ara viziosità e 
dell' Idealità. Non offerendoci il sig. Verily nè il disegno, nè 
alcun' altra particolarità del suo busto, rimane dubbio se il 
Teofrasto napolitano, simile p diverso dall' altro , sia stato 



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26 ANMOTlZIOMi 

ignorato dal Visconti, o scoperto dopo la morte dell' illustre 
archeologo. 

V. Usò il vobabolo scolastico. — #£«Acr7#*«» *Mp«xf: 
ma pensa il Menagio doversi leggere *%**mAèM «uni 

VI. Tiriamo chiamato, Teofrasto nomò Aristotele. — 
Le opere che vanno sotto il nome di Teofrasto troppo si ras- 
somigliano nello stile a quelle di Aristotele per meritarsi in 
tanto elogio. Pure Strabone , e Snida , e Fabio, e Plinio, e 
Cicerone dicono press' a poco ciò che Diogene. La moderna 
critica non si piega neppure a queste autorità! a Spiacenti» 
» ad Aristotele il barbaro nome di Tiriamo, vuoisi che gliel 
» mutasse prima in Eo frasi o, che significa bnon-par latore , 
» poscia in Teofrasto, parlatore-divino. Può darsi che il gio- 
ii vine filosofo abbia mutato il proprio nome per averne un 
» altro più attico, ma la particolarità che qui si tocca ba tutte 
» le sembianze di una favola. Se Teofrasto significa parlatore- 
» divino, non pare che il discepolo d'Aristotele abbia potuto 
i» sì presto meritare un elogio tanto esagerato. Oltreché que- 
» sta spiegazione non è conforme all' indole del greco idio- 
» ma. Qié<Pfurl*{ non può veramente significare che annitri- 
to ziato-dagli-deiì ciò che potè di leggieri supporsi in un paese 
» pieno di oracoli. Anche un figlio di Temistocle aveva gran 
» tempo prima portato lo stesso nome. » — Risconti. 

IX. Un orto privato. — Tengono alcuni che quest'orto 
fosse botanico e che fosse il primo di questo genere. 

XL Lui accompagnarono a piedi. — Menagio vorrebbe mu- 
tato il w§rt in •ItrmTt per leggere: <t*»£jj^«h i s-i/ce^rtr, 
ivT*rt t»w «ràfj* TtpnrxtTK, non essendo costume degli A te- / 
niesi accompagnare i morti in cocchio od a cavallo. 

XI II. Lasciò dei libri in numero sterminato, la maggior 
parte dei quali è perduta. T. de Berneud ne ha raccolti con 



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ANNOTAZIONI. 4 a 7 

lungo amore tulli i frammenti sparsi in altre opere per tes- 
sere la storia di questo filosofo, della quale intrattenne l'Isti- 
tuto di Francia. Gli scritti principali che ancor ci rimangono 
di Teofrasto sono : La storia delle piante ; il trattato della 
causa della vegetazione , ed i Caratteri. II prefato Berneud , 
nel primo tomo della società Lineana, facendo conoscere 
le dottrine botaniche dei due primi, ha mostrato come ivi 
Teofrasto abbandoni le ipotesi de 1 suoi predecessori, «e sta- 
bilisca le regole, dianzi ignorate, dell'arte di sperimentare; 
ha detto i furti che per fondare le loro classificazioni gli 
hanno fatto i moderni senza nominarlo ; ha raccontato come 
Teofrasto troti nei caratteri generali ed essenziali delle piante 
un' affinità diretta col sistema che regge la fila degli anima- 
li ; come li vegga soggetti alle stesse leggi per V organizza- 
zione e T incremento, perla nutrizione e la riproduzione ec, 
ha finalmente provato come, secondo il nostro filosofo, la ri- 
produzione abbia luogo per l'unione intima dei sessi; come 
il polviglio de' fiori maschi fecondi i fiori feminei > e faccia 
loro produrre i frutti : come, se i sessi non sono uniti sul 
medesimo stelo, l'imeneo si compia pel ministero dei venti o 
degli insetti ; come Teofrasto abbia dato al sistema dei sessi 
tutto l'incremento possibile in tempi in cui 1' occhio non a- 
teta ajnto di lenti. — Vedi l'articolo Teofrasto della Biogra- 
fia. — Il suo libro dei Caratteri, voltato in tutte le lingue e 
a tutti noto, sebbene non egualmente giudicato, offre bellezze 
originali e difetti di cui devesi accagionare l' epoca nella quale 
fu scritto e chi ne ha fatto il sunto, cbò opera imperfetta e 
da rapsoda è quella che ci è rimasta, e servì di modello al 
La Bruyère. — Le opere di Teofrasto aspettano ancora [lo 
studio degli Italiani. — a Teofrasto non era intieramente 
» d' accordo col suo maestro circa l'idea del movimento. — 
» Attaccò egli la dottrina di Aristotele che nell'anima non 



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^a8 ANNOTAZIONI. 

» vi ha movi mento, ma sole energie. Anzi cercò mostrare che 
» l'anima è in movimento, sehhene non al modo del corpo. — 
» Parvegli anche possibile che V energia non fosse che un 
» movimento. — Al pari di Aristotele stimando non poco 
» F influenza ^dei beni esterni siili 1 umana felicità, dovette con- 
ni sigliare di cercarne F acquisto ; ma egli con ciò diminuì il 
*» pregio della virtù e non temette asseverare che la vita del- 
» l'uomo non è retta dalla saviezza, ma dal caso.» Bitter. 

XIV. L immagine di Nicomato facciasi di tutta grandez- 
za * — tt*9tx 0-vrriAf*$9»*« a Cioè : immagine pari in 
» grandezza allo stesso Nicomaco. Noi francesi la diciamo fi- 
rn gara intiera. » — Menagi o. 

CAPO III. 

Stiutohe. 

IT. Soprannomato il fisico* — Questo soprannome, dice 
Riiter, prova già per sè solo, che Stratone nelle sue ricer- 
che dirigeva particolarmente i suoi sguardi sul corporeo e il 
sensibile, mentre la morale lo occupava assai meno. — « Stra- 
» Ione, fra 1 peripatetici, è quello che più si è allontanato da 
» Aristotele , combattendolo con sagaci là. — Teofraslo già 
» lo avea preceduto considerando V energia della ragione pen- 
» sante come un movimento. Lo seguì Stratone, il quale sem- 
» bra essersi fondato sn questo, che V intendimento è una fa- 
» colta da assegnarsi all' attività reale, e che nulla può pen- 
» sare senza la precedente sensazione. Ma la sensazione che 
» mette in giuoco V intendimento è essa stessa posta in moto 
» dai sensi. Al che sembra anche riferirsi quello che Stra- 
» toue diceva di un organo corporeo particolare ;da k lui at- 
» tribuito ali 1 intendimento. — Stratone , battendo questa via 



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ANNOTAZIONI. 4*9 

v» con poca intelligenza, dorelle farsi tuli' altra idea che A- 
n ristatele del primo principio delle cose, poiché se il pen- 
ti siero della mente è un movimento, il principio di tutti gli 
» sviluppameli cosmici non pnò essere concepito come un ente 
» pensante immobile; non avvi allora nè meno ente immu- 
» labile, esistente, per dir così, fuori della natura, e sol- 
» tanto comprensibile dall'intelletto, ma ogni cosa deve ri- 
» dursi, secondo il principio d 1 Aristotele, alla natura che per 
» lutto è il movimento e la cagione di qualunque itfovimen- 
« lo. Il che dovette condurlo a lutto spiegare col mezzo 
» della sola natura, senza intendere il bisogno di un Dio, che 
w nella sua immobilità mette il mondo in movimento. L' o- 
» pinioue di Aristotele che il movimento si propaghi nel mondo 
» da tutta T eternila, sembra a Stratone interamente d 1 ac- 
» cordo colla non necessità di un Dio. Può dirsi eh' ei con- 
» cepì la natura come Dio, e come essente a un tratto il 
» principio della forma e della materia. — Pare che Stra- 
» Ione sia ito più lungi. Egli rifinta al suo Dio , alla nalu- 
» ra, T anima e la vita di un ente vivo, cioè il sentimento e 
» la sensazione; lo che, in generale, Aristotele chiamava, nel 
* senso proprio della parola, se non c' inganniamo, forma o 
» idea. E palese che Stratone concepì la natura come un 
» principio senza coscienza delle cose, come una materia che 
» porta in essa la facoltà e il motore della forma, e eh' è in 
>» istato di produrre nelle sue opere più perfette questa for- 
» ma, e con essa l'anima e V intelligenza. — Ei si mostrò 
» per converso alieno alla meccanica atomistica. » — Riiter. 

VI. Quarto r isterico ec. Sesto un poeta ec. — Il quinto 
Stratone è rimasto nella penna o di Diogene o degli a- 
maouensi. 



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43o 



ANNOTAZIONI. 

9 

CAPO IV. 



Licore. 

I. Aggìugncvano il gamma al suo nome. — Cioè di Av- 
Kétf facevano r\v**i. rAv«»f, dolce* 

HI. Le orecchie ammaccate e il corpo unto. — A tiri- 
tis auribus et habitior esset. — Contusis auribus oleoque po- 
litior esset. Tali erano coloro che si esercitavano alla pale- 
stra. — EftTitm, che fa spesso unto dal o olio pale- 
strico. Gli Spartani perchè dediti a quell'esercizio erano 
chiamati dagli Ateniesi: que' dalle orecchie rotte. 

IX. Vn pajo di tazze lericle. — 0«f <«Ai<*r fyvyt. Così 
dette, secondo Plinio, dal nome del primo inventore delle 
tazze di cristallo. 

Rodie. — F«£i#**f fyvyif. Il Westenio legge f EL 
Stefano jS«i«««f. — a Pi che già mi piacque, ora non 

i» mi garba più. Penso che fosse una specie di bicchieri co* 
» me que'che fvrm , e piifr* si chiamavano ». — Is. (ai- 
saub. — Leggi una lunga nota di Menagi o. — Seguo l'emen- 
dazione del Lennep. 

CAPO V. 
Demetrio. 

II. Fu stimato degno di trecensessanla statue di bronco. — 
Dice Strabone che secondo alcuni Atene non fu mai tanto 
felice quanto sotto il governo di Demetrio, nonostante il lus- 
so e le sfrenate libidini di cui lo accusa Duri, che forse De- 
metrio Falereo confase col Poliorcete, Il popolo che si av- 



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ANNOTAZIONI. 

\cniò contro le site staine era cerio sdegnalo con luì, perchè si 
w<!era escluso dall'amministrazione della repubblica, e non 
piaggialo come al solito. 

IX. Libri. — Corre sotto il nome di Demetrio un Trat- 
tato dell elocuzione, che tiensi di altro, e del quale abbiamo 
dne versioni, una di P. Segni, una di M. Adriani. 

Del decennio* — wtpi tu* #i«aHT<«<, spazio di dieci an- 
ni. Secondo Menagio, forse quello dell' assedio di Troja. 

Del trave. — fv — Striscia ( di luce che di 

nolte a ciel sereno si Tede talvolta nell'aria; se orizzontale , 
t'hiamatn Trave, se perpendicolare Colonna; Bolide, o Dardo 
se colla punta. 

X. Non essere piccola parte le sopracciglia ec. — O Q^ì*, 
sopraccìglio, signi Bea anche orgoglio, quindi non piccola 
parie le sopracciglia il cui portamento lo dimostra. 

Mercurio quadrato. — I Greci tenevano Mercurio per in- 
spettore del discorso e della verità, e ne facevano I* immagi- 
ne quadrata e in forma di dado per significare copertamente 
'che in qualunque parte cadesse, era per tutto stabile e ret- 
ta. — Secondo un commentatore di Omero quattro grandi 
cose aveva trovalo Mercurio quando fu tra gli uomini: le 
lettere, la musica, la palestra eia geometria; il perchè i Gre- 
ci Io foggiavano quadrato. — 11 chiamare Erma o/ Mercurio 
quadrato un giovine d'allora tornava come dire pilastro, pezzo 
di pietra ec. 

CAPO VI. 
Eraclide. 

TV. Opere. — Non rimangono che pochi brani di un 
compendio del suo trattato delle repubbliche (*%ft wXtrttmf), 



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43» ANNOTAZIONI» 

dimenticato da Laerzio, e che al dire di Coray non è altro 
che no epitome della grand' opera di Aristotele sullo slesso 
argomento, tradotti con bel garbo in volgare da Spiridione 
Blandi, unitamente a questa stessa vita di Diogene. Corre sot- 
to il nome di Eraclide anche un'altro trattato delle allegorie 
omeriche, il quale non è suo. 

VI. Avendo egli allevalo un serpente. — « Eraclide a ve- 
li va nodrito e addomesticato un serpente, e lo teneva seco 
» mangiando e dormendo. Questo solo si trovò sul Ietto non 
» rinvenendosi Eraclide che pure si era corcato sano. Altri 
% tennero eh' e' fosse divenuto immortale; altri che si fosse 
• gettato in qualche pozzo. » — Suida. 



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INDICE DEL PRIMO VOLUME. 



D anici. P<*g' ▼ 

Cenni del Traduttore » vii 

Proemio dell' autore *» i 

LIBRO PRIMO. 

Vita di Talete » i3 

- di Solone .* » *5 

di Chtlone . . » 37 

di Pittaeo .......... » 4» 

- di Biante » 4$ 

- di Cleobulo . . . • » 5o 

- di Perìandro » 53 

- di Anacàrsi lo Scita .............. 57' 

di Misone ..........*» 60 

- di Epimenide ............... 6a 

di Ferecide « 66 

Annotazioni al libro primo 71 

LIBRO SECONDO. 

Vita di Anassimandro »tot 

- di Anassimene ..»..»... *> io3 

di Anassagora • » io5 

- di Archelao » 1 1 o. 

- di Socrate , «olia 

- di Senofonte », '» 137 

- di Eschine . . « i33 

- di Aristippo m i36 

- di Fedone • » i54 

- di Euclide » i55 

- di Stilpone » 159 



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434 

Vita di Critone Pag. i63 

- di Simone ................ 164 

- di Glaucone •••••» i65 

di Simia .......... iti 

- di Cebcte • • • » ivi 

- di Mcnederoo . . T . 166 

Annotazioni al/libro secondo • • . • » 177 

LIBRO TERZO. 

Vita di Platone » a 18 

Annotazioni al libro terzo » a63 

LIBRO QUARTO. 

Vita di Speusippo . • » 3o< 

- di Senocrate » 3o{ 

- di Polentone , » 3io 

- di Crate » 3i3 

- di Crantore . • • » 3i5 

- di Arcesìlao n 3 18 

- di Bione 3a8 

- di Lacide .......»* 334 

di Cameade » 336 

di Clitomaco « » 33q 

Annotazioni al libro quarto • • . » 34 1 

LIBRO QUINTO. 

Vita di Aristotele » 36i 

di Teofrasto 377 

- di Stratone » 388 

di L'icone . • » 392 

- di Demetrio • » 397 

di Eraclide . • » 4°a 

Annotazioni al libro quinto . . . . » 4<>7 

FINE DEL VOLUME PRIMO. 



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435 

INDICE 



DEI RITRATTI DEL PRIMO VOLUME. 



Talele Pag. i3 

Solane . . ^ » a5 

Chilone . . » 37 

PitUco » il 

fiiaote , . . • » 46 

Periaodro » 53 

Anassagora » io5 

Socrate . f » na 

Euclide » i55 

Platone «217 

Cameade » 336 

Aristotele ................. 36i 

Teofrasto . - » 377 



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436 









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Per lo 



366-i9eaose Teofrasto vorrà 
sere ecc. 



- 3G8 

- 3 97 



29 come co* 
i5 Fanorino 



es^ se Teofrasto vorrà tiare 
(sposarsi?) colla fan- 
ciulla sia come con Ni- 
cànore 

come i 

Favorino 



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LE VITE 

DEI FILOSOFI 

DI 

DIOGENE LAERZIO 

VOLGARIZZATE 

D A li 

CONTE LUIGI LEGHI 



VOLUME SECONDO ED ULTIMO* 



MILANO 

COI TIPI DI PÀOLO ANDREA MOLINA 

Contrada deW Agnello , N. 963. 
1845. 



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Jtwjftie Laerzio T. II f>#y. J 




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LIBRO SESTO 



CAPO I. 
Artiste!» e. 

I. Àntistene figlio eli Antistene era ateniese, ma non i 
ingenuo, per quanto si dice : quindi ad uno ebe gliel rin- 
facciò rispose: Anche la madre degli iddìi è frigia; pec- 
che credevasi che fosse nato di madre trace. Onde in 
Tanagra, acquistatasi gloria combattendo, die motivo a 
Socrate di affermare, che dm due Ateniesi non sarebbe 
nato un sì prode. Ed egli a svilire gli Ateniesi che si van- * 
lavano di essere nati dalla terra, diceva, che non erano 
più nobili delle lumache e dei grilli. 

II. Questi fu da principio uditore del retore Gorgia; 
per ciò ne' suoi dialoghi usa stile retorico, e massime in 
quello della Verità^ negli Esortatori^ Racconta Ermippo a 
che nelP adunanza generale dell' Istmo avea stabilito e 
di biasimare e di lodare gli Ateniesi, i Tebani , i Lace- 
demoni, ma che poi se ne dispensò veggendo che molti 

Diogene Laerzio. T. IL 1 



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CAPO PRIMO 



erano accorsi da quelle città. In seguito t'accostò a So- 
crate, e n* ebbe tal profitto eh' ei stesso esortava gli sco- 
lari a farsi suoi condiscepoli presso di lui ; e abitando 
il Pireo, tornava ogni giorno, per quaranta stadj, a udir 
Socrate. 

III. Dal quale togliendo la pazienza, e imitandone 
V imperturbabilità, primo istituì il Cinismo; e provò che 
la fatica era un bene, cogli esempi del magno Ercole e 
di Ciro, P uno da 1 Greci, V altro dai barbari traendo. 

IV. Primo definì il discorso dicendo : Il discorso è 3 
quello che dichiara ciò che fu ed è. - Ripeteva di con- 
tinuo : Più presto pazzo che voluttuoso; - e : Bisogna 
praticare con quelle donne che ne sapranno grado. — 
Ad un giovinotto di Ponto , che dovea venire a scuola 
da lui, e che gli domandava di quali cose avrebbe avuto 
mestieri : Di un libretto nuovo, risposegli; di uno stile 
nuovo; e di una tavoletta nuova; significando nello stesso 
tempo la mente. - Ad uno che gli domandava di qual 
sorte donna e 9 dovesse sposare, disse : Se bella, F avrai 
comune con altri; avrai una pena, se brutta. - Senten- 4 
do una volta che Platone parlava male di lui : È cosa 
da re, disse , che oprando bene s ) oda dir male. - Ini* 
liandosi un giorno ne 9 misteri orfici , dicevagli il sacer- 
dote, che air inferno gli iniziati partecipavano di molte 
cose $ ed egli : Perchè dunque non muori? - Un altro di 
essendogli rinfacciato eh 9 e' non nascesse da due persone 
libere: E nè meno, disse, da due lottatori, e pure sono 
lottatore. - Domandato perchè avesse pochi scolari, ri- 
spose : Perchè gli scaccio con verga d* argento. - Do- 
mandato perchè aspramente riprendesse i suoi discepoli, 




ANTIATEHI. 3 

rispose: Anche i medici gli infermi. - Vedendo una yolta 
(uggire un adultero: Disgraziato, gli disse, a che gran 
pericolo tu potevi sottrarti con un obolo! - Meglio , di- 
ceva, al riferire di Ecatone, nelle Crie, dare ne' corvi 
che negli adulatori; poiché quelli i morti , i vivi man- 
giano questi. - Interrogato qual cosa fosse più beata 5 
tra gli uomini, rispose : Morire quando si è fortunati. - 
Un suo famigliare dolevasi seco di avere smarriti i co- 
mentarj : Bisognava , disse, scriverli nelV anima , non 
sulla carta. - Come dalla ruggine il ferro, così, diceva, , 
gli invidiosi dal proprio costume essere divorati. - Que' 
che bramano di essere immortali, diceva, aver mestieri 
di vivere piamente e giustamente. - Allora, diceva, ro- 
vinare le città, quando discernere non ponuo i malvagi 
dai buoni. - Lodato una volta da tristi , disse : Temo 
assai di non aver fatto qualche male. - 1 fratelli che vi- 6 
vono concordemente , affermava , essere di qualunque 
muro più forti. - Diceva : doversi apprestare viatico di 
tal fatta che anche col naufrago potesse insieme nuota* 
re. - Una volta rimprocciandoglt taluno il suo conversare 
coi malvagi : Anche i medici, rispose, stanno in com- 
pagnia dei malati, ma non hanno la fèbbre. - Strano, 
diceva, che si separasse dal grano il loglio, e dalla guerra 
poi gli inetti , dalla cosa pubblica non si rigettassero i 
malvagi. - Richiesto qual frutto avesse ritratto dalla fi- 
losoGa , rispose : II poter conversare con me stesso. - 
Un tale dicendogli in un couvito : canta ; Tu suonami 
il flauto, rispose* - A Diogene chiedente una veste pro- 
pose di raddoppiare il mantello. - Interrogato quale tra y 
le discipline fosse la più necessaria, rispose: Disparare 



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4 CAPO PRIMO 

il male. - Esortava chi era biasimato ad aver pazienza 
più cbe se alcuno gli gettasse dei sassi. - Burlava Pia** 
tone come vanitoso. Ora facendosi una pubblica festa , 
osservato un cavallo che nitriva, disse, vòlto a Platone: 
Parmi che anche tu saresti un cavallo da sfoggio e 
questo perchè Platone continuava a lodare quel cavallo. 
Ed una volta visitandolo malato, e veduto il bacino in 
cui Platone avea vomitato : La bile certo, disse, veggo 
qui dentro, ma il fumo, non lo i>edo. - Consigliava gli g 
Ateniesi a dichiarare con un decreto gli asini cavalline 
stimato pazzo: Ma pure anche capitani , disse , si 
fanno da voi che non intendono nulla , e sono tali pel 
solo cenno della mano. - Ad uno che gli disse, molti ti 
lodano, rispose : Ho forse fatto qualche cosa di male? 
- Rivoltando egli la parte lacera del suo vecchio man- 
tello per metterla in vista , Socrate , che lo osservava , 
disse : Veggo a traverso di quel mantellaccio la tua 
ambizione. - Interrogato da un tale - come racconta Fa- 
ma nel libro intorno a' Socratici - che cosa egli avreb- 
be dovuto fare per essere uomo dabbene? Rispose: dp- 
parare da chi sa, che i mali, che tu hai, sono da fug- 
girsi. - Con uno che lodava le delicature f disse : Vi- 
vano delicatamente i figli dei nemici. - Ad un giovine g 
che stava a modello col suo scultore: Dimmi, chiese, se 
il bronzo pigliasse voce , di che avrebbesi a gloriare ? 
E quegli rispondendo, di beltà : Dunque . riprese, non 
ti vergogni godere di cose simili alle inanimate? - Un 
giovinetto pontico prometteva di avere gran cura di 
lui, se gli fosse giunta una barca di salumi. Antistene , 
preso costui ed un sacco vuoto, andò da una farinajuola, 



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ÀNT1STENE. 5 

e riempiuto questo, se ne partiva. Ora dimandandogli la 
donna il prezzo: Te lo darà il giovinetto, le rispose, se 
arriverà la sua barca di salumi. - Pare eh' egli sia stato 
cagione e del bando di Anito, e della mòrte di Melito: 
perciocché abbattutosi in alcuni giovani di Ponto", ac- io 
corsi al nome di Socrate, li condusse da Anito, affer- 
mando ebe nel costume era più savio di Socrate} per la 
qual cosa, que' ebe gli stavano d' intórno, forte sdegnati 
Io discacciarono. -Se per caso vedeva qualche donniccio- 
la adorna, andava alla casa di lei e sollecitava il marito 
di mostrargli cavallo ed armi ; onde se queste cose avesse 
avute, la lasciasse sfoggiare - poiché queste lo avrebbero 
difeso - altrimenti le togliesse <T intorno quegli orna- 
menti. 

V. Sue massime erano queste : Insegnabile dimo- 
strava la virtù. - E quei medesimi esser nobili che sono 
virtuosi. - E la virtù essere bastevole per la felicità , 1 1 
non d? altro avendo mestieri che del vigore socratico. - 
E la virtù consistere in opere^ ne di molti discorsi, nè 
di lezioni aver d'uopo. - Che il savio basta a sé stesso^ 
poiché sono sue tutte le cose degli altri. - Che VabbieU 
tezza è un bene, ed è eguale alla fatica. - Che il savio 
non dee governarsi secondo le leggi stanziate , ma se- 
condo quelle della virtù. - E s* ammoglierebbe perpro~ 
creare figliuoli unendosi con donne bellissime. - E po- 
trebbe anco innamorarsi, poiché il solo sapiente sa chi 
dee amare. - Diocle ascrive a lui anche queste: A\sag- 12 
gio nessuna cosa è straniera o nuova. - Uuomo dab- 
bene è degno cP amore. - / buoni sono amici. - Farsi 
alleati gli animosi insieme e giusti. - Arma che non si 



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6 CAPO PRIMO 

può torre è la viriti. - Meglio è con pochi buoni contro 
tutti i cattivi, che con molti cattivi contro pochi buoni 
combattere. - Fare attenzione a? nemici , poiché primi 
s 1 accorgono dei falli. - Uuorn giusto stimare più del 
congiunto. - DeWuomo e della donna la virtù è la stes- 
sa. - Le cose buone, belle} le cattive, deformi} tutte le 
malvage, stima forestiere. - Muro saldissimo è la pru* i3 
denza , che ne crolla , nè si dà per tradimento. Muro 
da fabbricarsi nei nostri invincibili ragionamenti. 

VI. Disputava nel Cinosarge, ginnasio poco discosto 
dalle porte. Onde affermano alcuni che da quello fosse 
nomata la setta cinica; ed egli chiamato semplice cane. 

VII. Fu il primo, secondo racconta Diocle , a rad- 
doppiare il mantello, e ad usare soltanto di questo. Prese 
bastone e bisaccia; e al dire di Neante fece anche scem- 
pia la veste. Ma Sosicrate, nel terzo Delle successioni, 
racconta che fu Diodoro aspendio , ed anche a lasciar 
crescere la barba, e ad usare il bastone e la bisaccia. 

Vili. Costui solo di tutti i socratici è lodato da Teo- i4 
pomposi! quale asserisce eh' egli era meraviglioso nello 
attrarre qualunque si fosse anche coli* elegante conver- 
sazione. E ciò si manifesta dagli scritti suoi, e dal Con* 
vito di Senofonte. Sembra ancora che da lui avesse prin- 
cipio la vintissima setta stoica, al cui proposito così parla 
anche 1' epigrammista Ateneo : 

Oh dotti negli stoici discorsi. 
Oh voi, che nobilissime dottrine, 
Ne % vostri sacri libri riponete, 
E viriate deW alma unico bene. 



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ANTISTEJE. J 

Poiché sola a* mortoli custodisce 
La vita e le città* Ma della carne. 
Dolce fine agli altri uomini, il piacere 
Affinò una figlia di Mnemosine. 

Questi fa il maestro e dell'apatia di Diogene e della i5 
continenza di Grate e della tolleranza di Zenone \ egli 
aoppose i fondamenti alle città. Senofonte afferma eh 9 ei 
fa piacevolissimo nelle conversazioni, ma del resto assai 
ritenuto. 

IX. Corrono, di suoi, scritti , dieci tomi. Il primo 
io cui si contiene , Della dizione , ovvero degli stili - 
JJAjace, o discorso d*Ajace - 1? Ulisse, ossia di U* 
Osse - L* apologia di Oreste, o dei causidici - Ij accu- 
sa pari (\r*yf*Q%\ ossia Lisia ed Isocrate - Contro V o- 
razione a? Isocrate senza testimoni (*f*«pr« p #i ). - Il tomo 1 
secondo, in cui, Della natura degli animali - Del fare 
figliuoli, o del maritarsi, erotico - De 1 sofisti , fisiono- 
mico - Della giustizia e della fortezza ; esortatorio , 16 
primo, secondo, terzo - Di Teognide, 5. - Il tomo ter* 
zo in cui , Del bene - Della fortezza - Della legge , 
ovvero delV amministrazione della repubblica - Della 
legge , ovvero delV onesto e del giusto - Della libertà 
e della schiavitù - Della fede - Del curatore , o del- 
l' obbedire - Della vittoria, economico. - Il tomo quarto 
in cui, 77 Ciro - Ij Ercole maggiore, o della roAn- 
stezza. - Il tomo quinto , nel quale, Il Ciro , ovvero 
del regno - V Aspasia. - Il tomo sesto, nel quale, La 
verità - Del disputare, contraddittorio - IlSatone, o Del 
contraddite, 1, 2, 3 - Del dialetto. - Il tomo settimo, 17 



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g CAPO PRIMO 

in cui, DelV insegnamento, ossia dei nomi, \, 3, 3, 4, 5 - 
Z>c/r uso dei nomi, o il contenzioso - Della interroga- 
zione e della risposta =» DelV opinione e della scien- 
za, i, a, 3, 4 - morire - De//a w'/a e della mor- 
te - Delle cose delV inferno - Della natura , i , % - 
Quistioni sulla natura, a - Xe opinioni, ovvero £? con* 
tenzioso - 2?e/r imparare i problemi. - Il tomo olia- 
vo, nel quale, Della musica - Degli interpreti - Di Or- 
merò - DelV ingiustizia e delV empietà - Sopra Cal- 
cante - DelV esploratore - De//a voluttà. - Il tomo 
nono, in cui, DeW Odissea ~ Della verga - Minerva, 
ovvero Di Telemaco - 2W JB/en<x e di Penelope - ZV 
Proteo - 7Z Ciclope , ovvero dPUlisse - DelV uso del x g 
vino , o delV ubbriachezza, ossia de/ Ciclope - Sopra 
Circe - Sopra Anfiarao - Sopra Ulisse e. Penelope , 
e del cane. - Il lomo decimo, nel quale, Ercole, o Mi- 
dd - Ercole, ovvero fife/Za prudenza, o <fe//a fortezza - 
Il signore, o V amato - I padroni, o g/i esploratori - jlfe- 
nesseno, ovvero comandare - L* Alcibiade - VAr- 
chelao, o delV autorità regia. - E questi sono i libri 
ch'egli compose^ della cui moltiplicità per altro biasi- 
mandolo Timone, lo chiama fertile dicitore d' inezie. 

X. Morì consunto da malattia; durante la quale Dio* 
gene ito da lai gli chiese : se aveva bisogno d' un ami- 
co ? Una volta venne anche da lui con un pugnale, e 
Àntistene dicendogli : Chi mi libererà dagli affanni? 
mostratogli il pugnale : questo, gli rispose. E V altro : 
Dagli affanni, diceva, non dal vivere. Poiché sembrava > 
in qualche maniera che, per V amore della vita, egli por- 
tasse il male peggio che vilmente. - V ha su di lui un 19 
nostro epigramma, che è così : 



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ANTISTEMB. 



Antistene, tu in vita, per natura 

Fosti un cane, che il cor colle parole 
Morde, non colla bocca. Or tu morivi 
Tisico. - Forse chiederà tantosto 
Qualcun : Questo perchè ? - Mestieri al tutto 
È d* aver qualche guida alt altro mondo. 



XI. Furono anche altri tre Àntisteni: l'eracliteo 
uno, V altro efesio , e un rodiano, istorico. 

E dacché abbiamo discorsi quelli che da Aristippo 
e da Fedone discesero , ora annaseremo i Cinici e gli 
Stoici che da Antistene. Così n'è la serie. 




CAPO II. 



Diogene. 

» 

I. Diogene, figlio dei banchiere Icesio, era da Sino* 20 
pe. Narra Diocle che lenendo suo padre il banco pub* 
blico e falsando la moneta , dovette fuggire : Ma Eu- 
bulide nel libro Di Diogene dice che Diogene stesso fe- 
ce questo, e che andò ramingando col padre ; ansi nel 
Pordalo parla anch' egli di sè come di aver falsato mo- 
neta. Alcuni affermano che essendo provveditore, vi fosse 
indotto dagli artigiani, e che andato a Delfo o a Delo 
consultasse Apollo, se in patria dovea fare ciò che gli 

si consigliava. Che assentitogli, non intendendo la civil 
consuetudine che significa anche moneta), alterò 

il rame, e che colto sul fatto, secondo gli uni fu bandito, 
secondo gli altri, per timore si sottrasse volontario. 
V ha chi dice che ricevuta la moneta dal padre suo, ei *i 
la corruppe, e che quegli morì in catene, questi fuggì. 
Che ito poi a Delfo, chiese, non se dovea falsare, ma 
qual cosa operare per divenir gloriósissimo, e che così 
ebbe quell' oracolo. 

II. Venuto in Atene, s' attaccò ad Antistene, il quale 
rigettandolo, poiché nessuno ammettea, dovette poi ce* 
dere all'insistenza; e una volta avendogli alzato contro 
il bastone, Diogene postavi sotto la testa; Baiti) disse, 



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DIOGENE. Il 

che non Coverai legno sì duro per discacciarmi, fin che 
si vegga che tu ragioni di qualche cosa. allora in poi 
divenne suo uditore, e siccome era bandito , si diè di 
proposito ad una vita di poca spesa. 

III. Avendo veduto, come racconta Teofrasto nel 22 
Megarico, passar correndo un topo, il quale nè si dava 
pensiero di letto, nè temeva P oscurità, p desiderava 
nessuna di quelle cose che si credono dilettevoli, trovò 
un compenso alla necessità della vita, essendo stato il 
primo, al dire di alcuni, a doppiare il mantello pel bi- 
sogno di portarlo, e per dormirvi. Portava anche una bi- 
saccia entro cui stavano i cibi, e ogni cosa usava fare da 
per tutto, e mangiando, e dormendo, e disputando : a 
tale che, additando il portico di Giove e il Pompeo, era 
solito dire, gli Ateniesi averglieli preparati perchè vi a* 
bitasse dentro. - S' appoggiò , per malattia , ad un ba- 2 3 
stone, poi lo portò di continuo, non per altro, in città : 
ma in viaggio, e quello e la bisaccia , siccome afferma- 
no Olimpiodoro protettore degli Ateniesi, e Polieucto il 
retore, e Lisania di Escrione. - Avendo scritto ad un 
tale che gli procurasse una casetta, e quegli indugiando, 
prese per efisa la botte eh 9 è nel Metroo, come lascia ve- 
der chiaramente ei slesso nelle Lettere. - E la state si 
voltolava sulP arena bollente, il verno le statue coperte 

di neve abbracciava, a tutto assuefacendosi. 

IV. Era terribile nel disprezzare gli altri ; onde la 24 
scuola (<&•>*>) di Euclide chiamava bile (*'*«f); i col* 
loqui (SiMrpifaf) ài Plalone,xonsumamento (**T*rptfinf) : 

e disse le feste dionisiache grandi miracoli per gli stolti; 
i capi popolo* servitori della plebe. - Diceva eziandio , 



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12 CAPO li 

allorché nel mondo vedeva piloti , e medici, e filosofi , 
che l'uomo era 1' intelligentissimo degli animali; ma 
quando in cambio interpreti di sogni e indovini , e chi 
crede a costoro, o quelli che sono attaccati alla gloria 
e alle ricchezze, nessuna cosa stimava più matta del- 
l'uomo. - Diceva credere che nella vita fosse d'uopo 
apprestare con maggior frequenza la ragione che il lac- 
cio. - Una volta avendo osservato Platone gustare in 25 
una cena suntuosa delle olive : Perchè, disse, o valen- 
ti uomo, tu che navigasti in Sicilia in grazia di siffatte 
mense, ora che Vhai vicine, non le godi? E quegli: Ma 
per gli dei , rispose, o Diogene, colà pure io mi acco- 
stava d'ordinario alle olive ed a cose simili; e questi: 
Che bisogno era dunque navigare a Siracusa? forse 
che V Attica allora non produceva olive ? Favorino 
per altro riferisce, nella Paria istoria, ciò aver risposto 
Aristippo. -E un'altra volta abbattutosi, mangiando dei 
fichi, in Platone, Pigliane, disse, se ti piace; e pren- 26 
dendone e mangiandone l'altro, Diogene aggiunse: Ho 
detto prendere, non divorare. - Calpestando i tappeti di 
lui, un giorno eh' e' banchettava alcuni amici di Dioni- 
sio, disse : Calpesto la vanità di Platone. E a lui Pla- 
tone: Quanto fumo fai travedere senza parer di aver- 
ne!— Narrano altri che Diogene dilesse: Calpesto il fu- 
mo di Platone; e quegli soggiungesse: Con altro fu- 
mo, o Diogene. - Nondimeno Sozione nel quarto afferma 
questo aver detto il Cane a Platone. - Una volta Diogene 
chiese a questo del vino, e in pari tempo anche dei fi- 
chi. Ei gliene mandò un' anfora piena; e quello: Se tu y 
disscgli, fossi interrogato : due e due quanti fauno, venti 



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DIOGENE. 1 3 

risponderesti? Così non dando Secondo che ti è richie- 
sto, neppure rispondi secondo che tisi domanda; quindi 
pungevalo come paròlaio. - Interrogato in qual parte 27 
di Grecia avesse veduto uomini dabbene ? Uomini, ri- 
spose, in nessun luogo, fanciulli a Lacedemone. - Ra- 
gionando una volta di cose gravi, siccome nessuno gli 
dava retta, prese a canticchiare. Fattasi allora ragunata, 
usci in rimproveri perchè si accorresse alle bagattelle con 
serietà, con negligente indugio alle cose serie. - Diceva 
che gli uomini gareggiano per darsi delle sfiancate o de 9 
calci , ma dell' onestà e della probità nessuno si pren- 
de briga. - Si maravigliava dei grammatici che cercas- 
sero i mali di Ulisse , e i propri non conoscessero, ed 
ancora che i musici le corde della lira accordassero, e i 
costumi dell 9 anima lasciassero scordati; che i materna- a 8 
tic! contemplassero il sole e la luna, e non vedessero le 
cose che hanno tra' piedi ; che i retori si studiassero dire 
le cose giuste, e per nulla di farle; e più poi che gli a- 
vari biasimassero il danaro, e V amassero sopra ogni co- 
sa. - Biasimava colorò eziandio che lodano i giusti, sic- 
come spregiatori di ricchezze, ma invidiano quo' che so* 
no danarosi. - Movealo parimente a sdegno che si fa- 
cessero sagrifizj agli dei, e nello stesso sagrifizio, a dan- 1 
no della salute, si cesasse. - Ammirava gli schiavi , i 
quali vedendo i loro padroni mangiare con avidità, non 
rubavano nulla delle vivande. — Lodava chi stando sul a ^ 
prender moglie, non si ammogliava mai ; e chi essendo 
per navigare, non mai navigava ; e chi volendo ammini- 
strare la repubblica, non V amministrava poi mai ; e chi 
in procinto di allevar fanciulli, non mai gli allevava; e chi 



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l4 CAPO II 

parato a convivere coi potenti) non vi s' accostava mai. - 
E diceva pure che agli amici non si doveano stendere 
le mani colle dita chiuse. — Racconta Ermippo , nella 
Fendila di Diogene , che preso e venduto 9 lo si inter- 
rogò qual cosa sapesse fare ? e che rispose : Coman- 
dare ad uomini, E ai trombetta poi : Grida , disse , se* 
qualcuno volesse comprarsi un padrone. - Proibitogli 
di sedere, Non fa caso, disse } che anche i pesci , come 
che si giacciano, si vendono. ~ Diceva maravigliarsi che 3o 
se comperiamo una pentola od un tegame , li facciamo 
suonare, se un uomo poi, stiamo contenti alla sola vi* 
sta. - Disse a Seniade suo compratore ch' egli doveva 
obbedire a lui, quantunque schiavo ; perchè se anche ua 
medico ed un pilota fossero schiavi, si dovrebbe a quelli 
obbedire. 

V. Eubulo, nel libro intitolato : La vendita di Dio» 
gene, riferisce, ch'egli educò i figli di Seniade di tal 
modo che, dopo le altre discipline , imparassero a ca- 
valcare, tirar d' arco, girar la fionda, lanciare il giavel- 
lotto. Poi nella palestra non permetteva che il mae- 
stro gli esercitasse a mòdo degli atleti, ma solo per a* 
verne bel colore e dispostezzq. Ritenevano que 9 fanciulli 3 1 
molti detti di poeti , di scrittori e dello stesso Dioge- 
ne. Usava in ogni cosa esposizione ricisa, onde meglio 
tenessero a memoria. Gli educava in, casa ne 9 servigi, ad 
usare poco cibo, e a bei e acqua; e li facea tosare si- 
no alla cute , avvezzandoli senza attillature , e senza 
tunica di sotto, e scalzi, e silenziosi, a guardare a sò 
per le. vie. Li faceva anche uscire alla caccia. Ed essi 
in ricambio si prendevano cura del medesimo Diogene, 
e gli aveva mediatori presso i parenti. 



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DIOGtlf ^. 1 5 

VI. Racconta lo stesso eh' egli invecchiò in casa di 
Seniade, e che essendovi morto, fu sepólto dai figli del me* 
desimo.Su di che, richiesto da Seniade come voleva essere 
seppellito, rispose : Colla faccia in giù, e V altro ioter- 32 
rogandolo del perchè ? Perchè, soggiunse, le cose di sotto 
devono rivolgersi alV insù. E questo perchè già comin- 
ciavano a prevalere i Macedoni, oda umili a farsi gran* 
di. - Un tale introducendolo in una casa magnifica a 
proibendogli sputare, da poi che s f era spurgato , gli spu- 
tò in faccia dicendo, che non avea trovato luogo peg- 
giore per farlo. - Altri racconta ciò di Aristippo. ~ Gri- 
dando una volta: Ohi uomini! e essendone accorsi 
molti , li toccò <?ol bastone dicendo : Uomini ho io 
chiamati, non sudiciumi; come dice Ecatone nel primo 
delle Crie. - È fama che Alessandro dicesse, die se non 
fosse nato Alessandro, avrebbe voluto essere Diogene. - 
Affermava difettosi (mimmifvt) non i sordi ed i ciechi, ma e 33 
coloro che non avevano bisaccia (v9f«t). - Entrato una 
volta, al riferire di Metrocle nelle Crie, col capo mes- 
so raso in un banchetto di giovani, toccò delle busse ; 
dopo scritti i nomi di coloro che Io avevano percosso , 
sovra una tavoletta bianca, andava attorno con quella at- 
taccata, di modo che, facendoli riconoscere e biasima- 
re, li copri d'infamia. - Diceva eh 9 egli era bensì uno tra 
i cani lodati, ma che nessuno dei lodatori osava andare 
a caccia in sua compagnia. - Ad uno che affermava: Io 
ne 9 giuochi pitici vinco uomini, rispose: Io sì certo uo* 
mini, ma tu schiavi. - A taluno che gli diceva : sei vec- 3^ 
chio ; riposati ormai : E che, rispose, se corressi il Do* 
licon, dovrei sul fine allentare e non piuttosto far for* 



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l6 . CAPO II 

za ? - Invitato a cena, rispose di non volervi andare , 
perchè da ultimo non gliene fa saputo grado. - Calpe- 
stava la neve a piedi ignudi, e faceva tutte V altre cose 
che si sono raccontate di sopra. Si provò anche a man- 
giar cruda la carne, ma non potè digerirla. - Sorprese 
una volta Demostene V oratore che pranzava air oste* 
ria j e ritirandosi costui in dentro: Tanto più, dissegli, 
sarai nell osteria. - E un giorno volendo- alouni fore- 
stieri veder Demostene, steso il dito medio: Eccovi, dis- 
se, il demagogo degli Ateniesi. - Volendo ammonir uno 35 
che gettava via del pane e si vergognava raccorio, lega* 
togli ai collo un vaso di terra cotta, lo strascinava pel 
Ceramico. - Diceva imitare i maestri dei cori , poiché 
essi pure danno un tuono alto, onde gli altri tocchino il 
tuono conveniente. - Diceva la maggior parte degli tfo- 
mijniMi un dito vicini ad impazzare ; imperciocché se 
uno passasse col medio proteso, lo si stimerebbe matto, 
se colP indice, no. - Affermava le cose di sommo pregio 
vendersi per nulla, e al contrario quelle di nessuno , 
poiché una statua valeva tre mila dramme, e un chenice 
di farina due monete di rame. - Al suo compratore Se- 36 
niade: Or su, disse, vediamo come tu faccia quello che 
ti verrà comandato; ed egli rispondendogli : 

In su le fonti corrono dei fiumi. 

Se tu avessi, riprese, comperato un medico, essendo £n- 
' formo, non V ubbidiresti, ma gli diresti: 

In su le fonti corrono dei fiumi ? 



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DIOGENE. IJ 

- Voleva udo sotto di lui imparare filosofia , ma egli 
datagli a portare una saperda , se lo fece venir dietro. 
E siccome per vergogua gettatala , era svignato , dopo 
qualche tempo abbattutosi in lui , dissegli ridendo : La 
tua e mia amicizia ha disciolto una saperda. - Diocle 
però cosi la racconta. Dicendogli un tale : Diogene, co- 
mandaci , egli conducendolo seco gli diè a portare un 
formaggio da jnezao obolo ; ma rifiutandosi colui : La 
tua e mia amicizia, dissegli) un formaggio da mezz'o- 
bolo disciolse. - Una volta osservando un fanciullo ber Z*] 
colle mani, gittò fuori delia bisaccia la sua ciotola di- 
cendo : Un fanciullo mi vinse nel fare con poco. Get- 
tò poi anche la scodella vedendo parimente un fanciul- 
lo, dopo eh 9 ebbe rotto queir utensile, por la lente uel 
concavo di un pezzo di pàne. - Faceva questo sillogi- 
smo : Tutte le cose sono degli iddìi ^ amici agli idi^i i 
sapienti} le cose degli amici comuni ; dunque tutte le 
cose sono dei sapienti. - Osservando un giorno una 
donna prostrarsi innanzi agli dei nel modo il più scon- 
cio, e volendo - siccome riferisce Zoilo pergeo - torle 
d'attorno quella superstizione, le si fé' presso dicendo' : 
Non hai r o donna, nel fare ques? atto sconcio, un santo 
ribrezzo , pensando che il nume - da che Ogni cosa è 
piena di lui -ti stesse forse di dietro? - Appese, per voto 38 
ad Esculapio, un manigoldo, il quale, saltando addosso 
a coloro che cadevano colla faccia per jterra, li percó- 
teva. - Era solito dire che a lui erano toccate tutte le 
imprecazioni tragiche } perciocché : 

Egli senta cittade; senza casa; 
Diogene Laebzio. Voi. IL a 



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1:8 . CAJ»0 II 

t Privo di patria 3 mendico, ranking* 
Traea la vita di per dì, - 

Ma che costi apponeva alla fortuna il vigore dell' anir 
mo ; alla legge la natura; alfa passione la ragione. — 
Stendasi a soleggiare nel Craueo, gli d'use , sopravve» 
nendo, Alessandro : chiedimi ciò che; vuoi. Ed egli: Non 
aombrarmi, risposegli. - Faceudo un tele una lunga 
lettura, e mostrandosi, alla fine del libro, la parte non 
scritta : Coraggio, disse, signori, vedo terra. - Ad uno 
che con sillogismi provava eh' egli avea le corna, 'toc- 
candosi la fronte: Io certo, disse, non le senio. *• An* 
che ad uno ohe parimente sosteneva, non. v' esser niob- 
io, aliatosi, passeggiò intorno» - Ad un altro che discor- 
reva sulle meteore, chiese : Da quando in qua se* tu ve* 
tìi^o di cielo? — Un eunuco, uom pessimo, avendo scrit- 
to sulla sua casa : Nessuna cosa cattiva entri qui, dis- 
se; Ove dunque entra il padrone di casa? - Untisi t 
piedi di unguento, disse: Dal capo certo Forfore se ne 
va per Varia, ma dappiedi alle narici. - Instando gli 
Ateniesi perché e 9 si facesse iniziare, asseverando come 
ali 9 inferno gli iniziati a' misteri ottenevano i primi seg- 
gi^ disse : Sarà da ridere se Agesilao ed Epaminonda 
staranno, nel fango, e gli iniziati abbietti nelV isole bea-* 
tei - Di certi topi che gli si arrampicavano sulla meu«- 
sa : Ecco, disse , anohe Diogene nutrisce parassiti. 
Platone chiamandolo cade : Certo, disse , perchè sono 
ritornato a quelli che m 1 hanno venduto. Uscendo del 
bagno, a chi gli chiese se molti uomini vi si lavavano , 
rispose del no : a chi se molta gente, disse di sì. - Pia- 



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DIOGENE. 19 

Ione avendo daU qUesla definizione : IT nomo è un a- 
nimale bipede, senza penne ; ed essendone applaudilo , 
Diogene, pelato un gallo, lo introdusse nella sua scuola , 
dicendo: Questo è P uomo di Platone ,* onde si fece 
alla definizione 1' aggiunta : a ugna Urga. ~ A chi lo in- 
terrogava a che ora si dovea desinare : Se uno è ricco, 
rispose, quando vuole; se povero, quando può. - Ve- 
dendo tra Megaresi le pecore coperte di pelli, e i loro 
fanciulli ignudi, disse : E meglio esser becco d* un Me* 
garese che figlio. - Ad uno che lo aveva urtato con 
una trave, e gli diceva poi, guarda, chiese se forse lo vo* < 
Jea percuotere aucora. —Chiamava i demagogia' servi 
della plebe } le corone pustole della gloria. - Accesa una 
lucerna di giorno: Cerco, disse, un uomo. - Stava una 
volta sotto uno spruzzo d' acqua che cadeva dall' alto, 
e i circostanti compassionandolo, Piatone eh' era pre- 
sente disse: Se volete avergli compassione partite, ac- 
cennando alla sua ambizione. - Un tale gli die 9 di for- 
za un pugno sul volto: Oh Ercole, disse, come ignota 
m? jera la cosa di dover passeggiare coir elmo. - Anche ^ a 
un certo Mida dandogli dei pugni e dicendo : Tre mila 
dramme per te si souo poste sul banco \ al dì seguen- 
te, prese le coregge da pugillatore, e battendolo come si 
fa col grano, disse : Si sono poste sul banco tre mila 
dramme per te. ~ Domandato dallo speziale Lisia se e 9 
credeva negli dei? Come non credo, rispose,, quanoV 10 
ti reputo nemico agli dei? Altri affermano ciò aver detto 
Teodoro. - Vedendo uno purificarsi con aspersioni , 
disse : Sciagurato, oh non sai, che siccome collo asper- 
gerti non potresti cancellare gli spropositi che si Jan» 



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20 ' CAPO II 

no in grammatica, così né quelli che si commettono nel 
vivere. - In proposito della fortuna accasava gli uomini 
dicendo , che e 9 chiedono i beni che loro sembrano ta- 
li , e non quelli che veramente sono. - A quo' che si 43 
spaventavano dei sogni diceva, come sulle cose che 
fanno vegliando, non riflettono, sulP altre che nel sonno 
fantasticano, si danno un gran che fare. - In Olimpia 
proclamandosi dal trombetta: Diosippo vince nomini 5 
Costui per certo schiavi, ma io, uomini. - Era amato 
anche dagli Ateniesi $ e per verità avendogli un giovi- 
netto fracassata la sua botte, diedero a quello delle bus- 
se, a lui ne procurarono nn 9 altra. - Racconta Dionisio 
lo stoico, che preso dopo la battaglia di Cheronea , fu 
condotto a Filippo , e interrogato chi fosse , rispose : 
Un esploratore della tua insaziabilità. - Mandando un 44 
giorno Alessandro una lettera ad Antipatro in Atene 
per un certo Atlias , trovandosi presente , disse : Uno 
sciagurato (»$Ai*r), da uno sciagurato (*V m$Xi*),per 
mezzo di uno 'sciagurato (*/ «£aj««), ad uno sciagura* 
to (wft «&»«t ). - Minacciando Perdicca, se non ve- 
niva a lui, di ucciderlo, disse: Cosa non grande ; poi** 
chè anche una cantarella ed un ragno potrebbero far 
ciò. Ma di questo dovea minacciarmi piuttosto: che se 
fosse vissuto senza di me , sarebbe vissuto felicemen- 
te. +• Gridava spesso dicendo : Che i Numi aveano conces- 
so agli uomini un viver facile, ma che era stato occultalo 
da coloro che vanno in traccia di cose fatte col miele, di 
unguenti e simili. - Quindi ad uno che si faceva calzare 
dal servitore: Non ancora* disse, tu sé* beato, / ei non 
ti soffia anche il naso; e questo avverrà, essendo tu im- 



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DIOGEUE. 21 

potente dette mani. - Vedendo una volta condur via da- 4 5 
gli IeromaemoniV un tesoriere ehe aveva rubata certa 
fiala, disse: / grandi ladri conducono il piccolo, — Ve- 
dendo una volta un giovinetto gettar delle pietre ad una 
croce : Coraggio, disse, tu aggiugnerai lo scopo. - Ai 
fanciulli che gli stavano d' intorno e dicevano, guardia- 
mo che tu non ci morda: Fidatevi, disse, ragazzi, ca- 
ne non mangia bietole. - Ad uno die si compiaceva di 
aver indosso una pelle di leone: Cessa* disse, di svér» 
gognare le coperte della forza. - Ad uno che beatifi- 
cava Callislene, é raccontava coni' era partecipe alle 
magnificenze di Alessandro: Infelice egli adunque, dis- 
se* che desina e cena quando piace ad Alessandro. - 
Solea dire, quando abbisognava di danari, eh' era un ri* 4 6 
chiederli agli amici , non un chièderli. - Uba volta in 
piazza lavorando di mano : Cosi, disse , col fregare il 
ventre si potesse non aver fame! - Vedendo un giovi- 
netto andare a cena con alcuni satrapi, lo trasse di for- 
za con sè, e lo condusse a 9 suoi di casa, ordinando che 
lo custodissero. - Ad un giovinetto attillato che gli chie- 
dea qualche cosa, rispose, che e' non gli avrebbe par- 
lato se prima, alzatisi i panni, non gli mostrava qua! 
dei due fosse, femmina o maschio. - Ad un giovinetto 
che $1 bagno faceva il giuoco del cottabo, disse : Quan* 
to meglio \ tanto peggio. - In una cena alcuni gli get- 
tavano delle ossa, come ad un cane : ed egli nel par- 
tirsi pisciò loro addosso, come i cani. - Gli oratori e ^ 
tutti che cercano gloria dalla parola chiamava tre volte 
uomini, per dire tre volte sciagurati. - Chiamava un 
ricco ignorante, pecora dal vello d' oro. - Vedendo 



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ai capo ir 

cerino sulla casa di un dissipatore: Da vendersi; disse: 
Sapeva già. o casa, che tu, sì piena di crapula, avre- 
sti facilmente vomitato colui che ti possedeva. - Ad 
un giovine che accusava molti importuni , disse: Cessa 
adunque anche tu di portare attorno i segni di boga» 
sciane, — -Entrando in un bagno sudicio: Questi, disse, 
che qui si lavano, dove si lavano? - Lodava et solo un 
grossolano sonatore di cetra da lutti biasimato ; e ri- 
chiesto del perchè, rispose: Perchè, anche tale, suona 
la cetra, e non fa il ladro ! - Un altro sonatore di ce- 
tra che sempre era abbandonato dagli uditori, to' salu- 
tò eoo dirgli:- Addio gallo! e soggiuguendo costui, Per- 
chè ciò? Perchè, riprese, cantando fai levare ognu- 
no. - Vedendo un giovinetto che si faceva contemplare 
da molti, riempiutosi il seno di lupini, andò mangiandone 
pubblicamente. La moltitudine si volse a lui, ed egli 
disse, che si meravigliava che lasciato queir altro guar- 
dassero lui solo. - Dicendogli un uomo assai supersti- 
zioso, Io con un colpo ti spaccherò il capo ; Ed /o, ri* 
spose, starnutando da sinistra ti farò tremare. - Pre- 
gandolo Egesia di prestargli qualche suo scritto; Tu 
sé pazzo, disseglt, o Egesia, il quale certo non prende* 
resti fichi dipinti, ma otri, pure negletta la vera scuo* 
la, brami la scritta. - Ad uno che gli rinfacciava Ve* 
siglio. Ma se appunto per questo, disse , o sciagurato , 
io divenni filosofo! - E di nuovo dicendogli un altro, i 
Sinopesj hanno condannato te ad esulare dal loro pae<* 
se. Ed io) essi, soggiunse, a rimanérvi. ~ Vedendo una 
volta un vincitore olimpico pascolare le pecore^ Presto^ 
disse, o , buon'uomo, sei passato dalie Olimpie alle Ne* 



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\ 



DIOGENE. 



mee. - Interrogato perchè gli atleti fossero insensibili ?; 
rispose: Perchè fabbricati di carni di maiali e dibuoù — 
Chiedeva ulta volta l'elemosina ad una statua 2 interro- 
gaio perchè facesse questo ? Mi avvézzo, rispose, a non 
ottenere. - Chiedendola ad no tale 1 -* e questo fece la 
prima volta peivJrisogno — disse: Se hai dato ad altri , 
dà a me pure ; ve a nessuno, comincia da 'me. - Io- 5o 
terrogato un giorno da nn tiranno, quale sarebbe il mi»' 
glior bronzo per fare una statua rispose : Quello col 
quale si sono fuse le statue di Arrnodio >e di Arittogito- 
ne.- Interrogato come usasse Dionisio cogli amici, disse: 
Come co* sacchi :' pieni appendendoli \ Vuoti gettando- 
li. - Uno sposo novello avendo scritto sulla sua casa : Il 
figlio di Giove, Ercole dalle belle vittorie abita qui, npu 
entri alcun male ; egli vi scrisse sotto : Dopo la guer- 
ra gli afu/i. - Chiamava l' avarizia, metropoli di lutti 
i mali. *~ Vedendo un dissipatore mangiar ulive all'o- 
steria, dissegli : Se così tu avessi pranzato, così non ce- 
neresti. - Gli uomini buoni diceva essere immagini de- 5i 
gli dei. - L' amore occupazione di sfaccendati. - Inter- 
rogato che vi fosse di miserabile nella vita, rispose : Un 
vecchio povero. - Interrogato qual bestia avesse peg- 
giore il morso, rispose : Tra le salvatiche il calunnia- 
/o/e, V adulatore tra le domestiche. - Vedendo una 
volta due centauri malissimo dipinti disse : Quali di 
questi due è Chirone (peggiore) ? - II discorso fatto per 
lusingare chiamava laccio unto di miele. - Il ventre Ca- 
riddi della vita. - Un giorno avendo udito che l'adul- 
tero Didimo {testicoli) era stato preso : Merita, dfssé, di' 
essere impiccato pel suo nome. - Interrogato perchè V o- 




a4 capo 11 

ro è paMido? Disse: Perchè ha molti insidiatori -Ve- 5» 
dendo uba donna in lettiga , La gabbia, disse; non è 
secondala bestia, r Vedendo sedere su di uu pozzo 
uno schiavo fuggilo, disse: Guarda, o giovinetto, di non 
' cadervi. - Vedendo in un bagno un giovincello ladro di 
vesti, disse : &' tu qui per fa piccola unzione (%w *>tip- 
ftmrt*9) y o per altra .veste (•* «xx« - Vedendo 

u*a volta alcune donne appiccate ad un ulivo $ Piacesse 
a Dio % disse, che tutti gli ulivi portassero fruUacotati!- 
Vedendo Un ladro di vesti, disse : 

Perchè tu qui, buon uom? per {spogliare 
Forse qualche cadavere di morti? 

- Interrogato se aveva fanticella o ragazzo, disse : No\ 
e T altro soggiugnendo, se tu dunque morissi, chi ti por- 
terà a seppellire ? rispose : Chi avrà bisogno della ca- 
sa. -Vedendo un giovine di bell'aspetto dormire sba- 53 
datamente, urtandolo, svegliati, disse : 

Onde talun, dormendo, 
Non € infigga la lancia per di dietro. 

- Ad uno che comperava vivande suntuose : 

Figliò^ tu mi sarai di corta vita, 
Se queste cose compri. - 

Disputando Platone delle idee, e nominando la tavo» 
lità e la bicchierità : io, disse, o Platone, veggo la ta- 
vola e il bicchiere ; ma la tavolila e la bicchierità per 



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DIOGENE. a5 

nessuna maniera. E quegli : À ragione, disse, poiché la 
hai gli occhi coi quali fri mirano tavola e bicchiere; ma 
quella che vede la tavoUtà e la bicchièrità , la mente , 
non hai. - Cbiesegli un tale : che uomo, ò Diogene , 54 
stimi Socrate? rispose: Un pazzo.- interrogato in qual 
tempo si dovea menar donna l Disse : 1 giovani non ari' 
cora^ i vecchi non mai. ~ Interrogato che cosa volesse 
per ricevere un pugnò, disse : Una celata. ~ Vedendo 
un giovinetto che studiavasi di comparire attillato, dis- 
se : & Io fai per gli uomini è una cosa mutile ) colti- 
va , se per le donne. - Vedendo Una' volta un giovinetto 
arrossire, Fatti animo, disse, che tale è il colore della 
virtù. ~ Uditi una volta due legisti, li condannò amen- 
due dicendo, che Pano avea rubato, ma che V altro non 
avéa perduto. ~ Chiestogli qual vino più volentieri be- 
vesse ? rispose : V altrui. - Ad un tale che gli diceva : 
Molti ti deridono ; Ma io, disse, non mi tengo deriso. * 55 
Ad uno che affermava essere un male il vivere, Non il 
vivere, disse, ma il viver male. ~ A coloro che lo con- 
sigliavano di cercare lo schiavo che gli era fuggito : &- 
rebbe ridicolo, disse, se Monete vive senza Diogene, che 
Diogene non potesse senza Monete! Desinando con 
delle ulive, gli fu posta innanzi una focaccia 5 disse, get- 
tandola vi»: 

Fuor dai pie de* tiranni, o foréstkro. 
- E un' altra volta: 

• E abbacchiò poi f ulive* 



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26 CAPO 11 

- Interrogato di che specie cane egli fosse, rispose : Af* 
fumato ^ maltese \ pasciuto, molosso, di quelli che ku 
maggior parte degli uomini lodano, ma non s y attentar 
no, per la fatica, di uscir con loro a moda. Allo stes- 
so modo neppur voi potete vivere con me per tema dei 
dolori. - Domandato se i sapienti mangiano focaccia m , 56 
Di tutto, disse, conte gli altri uomini. - Domandato 
perchè a' mendicanti sì desse e ai filosofi no, rispose: 
Perchè ognuno sospetta bensì di t diventare e zoppo e 
cieco, ma filosofo non mai. - Chiedeva ad un avaro, e 
quello andava per le lunghe; Galantuomo, dtssegli, ti 
chiedo pel vitto, non pel sepolcro. - Un di gli rinfaccia- 
vano di essere statò monetario, disse: Fu già quel tem- 
po ck 1 io era tale, quale tu se* adesso ; ma quale io so- 
no ora, tu non sarai mai. u E ad un altro che della 
stessa cosa gli facea rimprovero : Prima anche io mi 
pisciava addosso, ed ora no. - Venuto a Mindo e viste $J 
grandi le porte, e piccola la città, Signori Mindii, dis- 
se, chiudete le porte onde la vostra città non esca. -< 
Vedendo mia volta un ladro di porpore preso sul fatto, 
disse : 

- La morte 
Purpurea il prese e f indo mah il Parca* 

- Richiestolo Cratero ohe andasse da lui, rispose : Ma 
io voglio più presto leccare il sale in Atene, che gode- 
re una mensa sontuosa presso Cratero. - Accostan- 
dosi all' oratore Ànassimene, eh 9 era assai grasso , Fa, 
disse, di partecipare anche a noi pweretti della tua 



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DIOGENE. 27 

pancia, impercibcchè e tu ne saresti alleggerito, e noi 
tre avremmo prò. - Disputando un giorno il medesimo 
oratore, Diogene, mettendo fuori un sala me, trasse a aè 
gli uditori. Sdegnatosene PaUro : La disputa di Anas< 58 
simene* disse , è stata disciolta da un salame di un o- 
bolo. -Un dì lo si biasimava perchè mangiasse in piaz- 
za , In piatta , disse , ho anche avuto fame.— Alcuni 
tengono per suo anche quel motto : che quando Plato* 
ne vedendolo larare dei camangiari, avvicinandosi a lui 
pianamente gli disse : Se tn aversi fatta la corte a Dio* 
nisio non laveresti 1 camangiari \ egli pienamente dei pari 
gli rispondesse : E tu se lavati i camangiari, non apresti 
servito Dionisio. - Ad uno che gli diceva: Molti si bur- 
lano di te : Anche di loro per avventura gli asini , ri* 
spose*, ma ne dessi abbadano agli asini, nè io a lóro. - 
Vedendo un giovinetto filosofare, dissegli: Coraggio via, 
trasferisci gli amatoti del corpo alle bellezze deìP ani* 
ma. -~ Ammirando uno i Voti che sono in Samotracia , 5g 
disse : Sarebbero molto di più se ve gli avessero posti 
quache non si salvarono. ~ Altri raccontano questo di 
Diagora oidio. - Ad un bel giovinetto che andava ad un 
convito, disse: Tu ritornerai indiètro Chironè {peggiore). 
Tornato costui il giorno dopo e dicendo: Io andai e non 
diventai Chirone, gli rispose: Per verità Chironeno,ma 
Euriztone (più largo). ~ Chiedeva ad uno assai difficol- 
toso, e costui rispondevagli, se mi persuaderai. Dissegli : 
e ti potessi persuadere, ti persuaderei a strangolarti. - 
Era tornato da Sparta in Atene. Ora ad uno thè gli 
dimandò : Donde e dove ? DalF appartamento degli uo- 
mini, rispose, alt appaiiameato delle donne. * Tornava 60 



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*8 CAPO II 

dai giuochi olimpici ; ad odo pertanto che lo interrogò 
se vi era molto popolo ? Molto popolo certo, rispose , 
ma uomini pochi. - Gli scialacquatori diceva essere simili 
ai fichi nati in lnogo dirupato, il fruito dei quali V uo- 
mo non gusta, ma se lo mangiano gli avoltoi ed i cor- 
vi. - Avendo Frioe consacrato in Delfo una Venere d'o* 
ro, egli vi pose quest' iscrizione : dall' mtempbbavza dei 
greci. - Un giorno Alessandro gli si presentò dinanzi 
dicendo : Io sono Alessandro il gran re, Ed io, disse, 
Diogene il cane. - Chiestogli che cosa faceva per esser 
chiamato cane, rispose; Accarezzo chi dà; a chi non dà 
abbajo, e mordo i cattivi. - Coglieva frutta da un fico) 61 
dicendogli il guardiano, non ha guari vi s' appiccò un 
uomo, lo dunque, rispose, lo purificherò. - Vedendo un 
vincitore olimpico fissare gli occhi frequèntemente in 
una cortigiana: Vedi, disse, quello smargiasso, come 
gli fa torcere il collo la prima raganella, che si pre- 
senta. ~ Le belle cortigiane diceva essere simili a mi- 
sture mortifere di miele - Desinando in piazza i circo- 
stanti seguitavano a dargli del cane, ed egli: Voi siete 
cani, che mi state dintorno mentre desino. - A due gio- 
vani éflemminàti che si ascondevano da lui, disse : Non 
temete , il cane non mangia bietole. - D'un fanciullo 
che si prostituiva, richiesto di dove fosse ? Tegeate ( di 
bordello), rispose. - Vedendo un inetto lottatore fare il 6a 
medico, Perchè questo, disse, se non per abbattere ora 
quelli che una yolta ti hanno vinto ? - Vedendo il figlio 
di una cortigiana gettare un sasso nel popolaccio: Guar- 
dati, disse, di non cogliere tuo padre. - Un fanciulletto 
gli facea vedere un coltello, che avea ricevuto in dono 



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DIOGENE. 29 

dall' amoroso ; // colletto, disse, è beilo per certo, ma 
ri 1 è brutta la presa ). - Lodando alcuni un tale 
che gli data, E me, disse, non lodate che sono degno 
di prendere? - Da un tale gli era ridomandato il man* 
tello ; disse : Se me V hai donato , lo posseggo , se me 
r hai prestatò , lo adoperò. - Dicendogli un bastardo 
cbe aveva dell' oro nel mantello: Anzi, rispose, per ciò 
stesso me lo pongo sotto a dormire. - Interrogato qoal 65 
vantaggio avesse tratto dalla filosofia , rispose : Quan- 
ti? anche nessun altro, questo almeno di essere appa~ 
recchiato ad ogni evento. - Interrogato d 1 onde fosse ? 
Cosmopolito, rispose. - Alcuni facevano sagri6cio per 
la nascita di un figlio, E per la sua riuscita, disse, non 
farete sagrifizj ? Richiesto un giorno di un' elemosina , 
disse al capo della colletta : 

Gli altri spoglia, da Ettor rattien le mani* 

- Le cortigiane, diceva essere regine dei re $ poiché 
chiedevano quel che ad esse pareva. - Avendo gli Ate« 
niesi fatto un decreto che Alessandro fosse Bacco, Me 
pure, disse ,fate Serapide. - Ad uno che il rimprove- 
rava com' egli entrasse in luoghi immondi , Anche il 
solt, disse, entra ne 1 cessi; ma non s* imbratta. -Prau- 
zando in un sacrato, gli furono posti dinanzi dei pani 
sporchi; levandoli, li gittò via col dire: Nessuna lor- 
dura entrar dee nel sacrato. - Ad un tale che gli di- 
ceva: Tu fai il filosofo senza saper nulla, rispose: E 
s'io fingo sapienza, non è ciò stesso filosofare? *• Ad 
uno ehe gli raccomandava un fanciullo e diceva, come 



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3o CAPO U 

fosse d' indole buonissima ed ottimo per costumi, ri* 
spose: Che ha dunque bisogno di me? - Quelli che 
dicono cose buone e poi non le fauno, afleroiava nati 
differire dalla cetra* la quale del pari nè ode, né ha sen- 
timento. - Entrava in teatro a rovescio di que' ebe usci- 
vano» Interrogato del perebè ? Questo^ rispose, mi sta- 
dio di fare tutta la vita. - Vedendo qua volta uu giovine 65 
fnieminirsi , Non ti vergogni , disse, di stimarti peg- 
giore di quel che ti abbia stimato natura ? poiché essa 
ti fece uomo) e tu sfòrzi te stessp ad essere donna. - Ve* 
dendo uno sciocco accordare un salterio, Non ti vergo* 
gnij disse, che accomodando i suoni col legno , non ac- 
cordi poi V anima alla vita? - Ad uno che diceva, io 
non sono adatto alla Biosofia , rispose: Perchè dunque 
vivi se non ti dai pensiero di viver bene? - Ad uno 
che disprezzava il padre, Non ti vergogni, disse, di di- 
sprezzare quello dal quale ti provenne ciò per cui fu 
apprezzi tanto te stesso ? - Vedendo un bel gioviue 
parlare bruttamente, Non ti vergogni disse, di tirare da 
un fodero d? avorio un coltello di piombo ? - Lo biasi- 66 
mavano che bevesse alla taverna, E nella barbieria^ dis- 
se , mi faccio tondert. ~ Lo biasimavano che da Anti- 
patro avesse ricevuto un picco! mantello } disse: 

~ Ngn vanno 
V incliti foni degli iddii rejetti ! 

~- Ad uno che lo urtò con uu trave, e dopo gli disse 
Guardati ; percependolo col bastone, disse, Guardati. - 
Ad uuo che pregata istantemente uua cortigiana, disse; 



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BIOOBtfC. 3l 

Perchè w/oi, o misero, che attenga ciò eh? è meglio non * 
avvenga? Ad imo ci** osava miglienti, Guarda, dis- 
se, rAe // ftuon odore del tuo capo , non prepari, cut* 
iwo odore élla tua vita. - Gli schiavi, diceva, servire ai 
padroni, gli stolti alle cupidità. - Interrogato perchè gli 67 
schiavi (*jfy«jréfl#) si chiamino così, Perchè , rispose , 
hanno i piedi d'uomini, (*#vr m*à»t •»ty*f), ma hanno 
V anima quale hai tu ora chemi stai interrogando con tanta 
premura* - Chiedeva una mina ad uno scialacquatore, e 
interrogato perchè agli altri cercava un obolo , ad esso 
una mina ? Perchè, rispose, dagli altri spero di aver 
nuovamente, ma, sta sopra le ginocchia degli dei, se da 
te riceverò un* altra volta. - Vituperandolo eh* egli ac- 
cattasse, mentre non accattava Piatone; Accatta, dis* 
se, anche costui, ma : 

Il capo accosta onde noi sentati gli altri. 

- Vedendo un arciere inetto, si assise al bersaglio, di- 
cendo: Perchè non mi colpisca. - Gli innamorati, after* 
m*vp, ingannarsi circa il piacere. - Interrogalo se la gg 
morte era male? Come, rispose, male, se quando è pre- 
sente non la sentiamo ? - Ad Alessandro che gli s' era 
accostato, e gli diceva : Non bai timore di me ? E chi 
se* tu, chiese , tuonò , o cattivo ? E quegli dicendogli ; * 
buono ; Chi dunque, riprese, teme le cose buone? ~ La 
disciplina diceva èssere temperanza a' giovani, conforto' 
a 9 vecchi, ai poveri ricchezza, ai ricchi Ornamento. -. A 
Didimone, l'adultero, che una volta medicava su oc* 
cbio di una fanciulla (* *fn*}, Guarda, disse, che mediean* 



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3» CAPO It 

do V occhio delta vergine, tu non guastassi mai la pu- 
pilla (««fi»). - Dicendogli nn 4ale ohe gli amici gli ten- 
devano insidie , E eh* cosa, disse, s^hm egli a fare,, se 
a un modo istesso e 9 converrà servirsi degli amici e dei 
nemici? - Interrogato che vi fbsae di più bello tra gli 69 
uomini ? rispose : La franchezza nel dire. - Entrando 
in una scuola «i vedendovi di molte Muse , ma scolari 
pochi, disse: Maestro, compresi i numi, tu hai scolari 
in buon dato. ~ Avea per costarne di fare tutto in pub* 
blico e le cose di Cerere e le cose di Venere} e questi 
ragionamenti faceva con alcune domande: Se il desinare 
non fosse cosa sconveniente, ne in piazza sarebbe scon- 
veniente $ ma il desinare non è cosa sconveniente ; dun- 
que non e sconveniente in piazza. ~ Facendo di fro 
quente in faccia a tutti un atto sconcio, Oh perchè, di* 
ceva, non si può anche fregando il ventre, far cessare 
la fame? - Altre cose ancora si attribuiscono a lui, 
che lungo sarebbe raccontare, essendo molte. - Diceva 70 
che doppio era il modo dell' esercitarsi : uno spirituale, 
P altro corporeo } secondo il quale le immagini, che del 
continuo si creano coli' esercizio, forniscono, alP opere, 
della virtù, la scioltezza} ma essere P uno sensa del- 
l' altro imperfetto} creandosi la buona disposizione e la 
robustezza non meno nelP anima che nel corpo. Ed 
aggipgneva a prova delP arrivare facilmente alla virtù 
colP esercizio, P aver egli veduto ne' mestieri meccanici, 
e d' altra maniera , gli operai essersi fatta colio studio 
una prestezza di mano non comune } e i suonatori di 
flauto e i lottatori, soltanto colla propria fatica vincersi 
gli uni gli altri fra loro } c che se questi trasportassero 



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DIOGENE. 33 

il loro esercitarsi anche solle cose dell' anima, non inu- 
tilmente e imperfettamente si travaglerebbero. Nulla 71 
insomma nella vita, diceva, condorsi a boon 6 ne senza 
esercizio , e questo poter vincere ogni cosa. Dovendosi 
adunque, collo scerre, in cambio di fatiche inutili, quelle 
che sono secondo natura, vivere felicemente, gli uomini 
per istoltezza si rendono infelici. E per vero il disprezzo 
della stessa voluttà è piacevolissimo, premeditato. E sic- 
come gli accostumati a vivere voluttuosamente con di- 
sgusto si lasciano andare nel contrario, così quelli che 
si sono esercitati nel contrario, con maggior piacere di- 
spregiano la* voluttà. - Di tali cose teneva discorso , 
e col fatto le dimostrava, veramente falsando la moneta 
(il costume)^ col non concedere nulla cosi alla legge come 
alla natura , affermando di condurre una vita del conio 
istesso di quella di Ercole, niente preferendo alla liber- * 
tà 5 e dicendo tutte le cose essere dei sapienti ; e fa- y % 
cendo interrogazioni con que' modi di ragionamento 
che sopra abbiamo riferito: Tutte le cose sono degli id- 
dìi; amici à* sapienti gli iddìi ; comuni le cose deglia» 
mici; tutte le cose dunque dei sapienti* - Intorno 
alla legge, cioè che senza di quella era impossibile go» 
vernare uno stato, diceva : senza città non esservi alcun 
utile delP urbano ; cosa urbana la città $ e di nessun u- 
tile la città senza la legge 5 urbana dunque la legge. - 
Della nobiltà, della gloria e simili cose burlavasi dicen- 
do, che erano abbigliamenti del vizio, e che il solo go- 
verno retto era quello del mondo. - E affermava che 
anche le donne doveauo essere comuni, e senza far cen- 
no di matrimonio, che ognuno potea congiugnersi col 
Diogene Laerzio. Voi. IL 3 



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34 CAPO 11 

vicendevole assenso, e che per questo fossero anche. i fi- 
gli comuni. - E che non era al tutto sconveniente preo- jZ 
dere alcune cose dal sacrato, o mangiare di qualsiasi a- 
oimaU : uè scellerato il gustar carne anche d' uomini , 
come è manifesto pei costumi di altri popoli ; e ciò a 
dritta ragione, dicendo tutte le cose essere in tutte e 
per tutte ; e trovarsi di fatto nel pane delle carni e neg- 
l'erbaggio del pane, e degli altri corpi in ogni cosa, in- 
sinuandosi e svaporando insieme, per mezzo di certi oc- 
culti pori c»gon6ezze. 

VII. Ciò che dichiara nel Tieste, se pure di lui so- 
no le tragedie, e non di Filisco egiaese, suo famigliare, 
o di Pasifonte, figlio di Luciano, il quale, secondo che 
racconta Favorino nella Varia istoria, le scrisse dopo 
la morte di lui. 

Vili. Della musica, della geometria, dell'astrologia e 
delle altre sì fatte cose non davasi cura nessuna, siccome 
inutili e non necessarie. - Era destassimo a farsi incon- 74 
tro agli argomenti colle risposte, come è chiaro da ciò 
che si è raccontato sopra. 

IX. Anche la propria vendita comportò nobilissima* 
mente. Navigava egli ad Egina, quando, preso da 9 pirati 
dei quali era capo Scirpalo, fu condotto in Creta e ven- 
duto. Interrogato dal banditore che cosa sapesse fare 9 
rispose: Comandare agli uomini. Accennandogli poi un 
tale da Corinto pomposamente vestito { il prefato Se* 
niade ) disse : Vendimi a colui; egli ha bisogno di pa- 
drone. Così Seoiade lo comperò \ e cooducendolo a Co* 
rinto, lo pose vicino a 9 suoi figli, e gli die' il maneggio di 
tutta la casa. Ed egli per tal modo si condusse iu ogni 



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DIOGENE, 35 

cosa, che Seniadé andava attórno dicendo: Un buon ge- 
nio è entrato in mia casa. - Racconta Clcomcde nel li- ^5 
bro^he ha per titolo : Pedagogico, che i suoi famigliari 
il volevano riscattare , ma che e' li chiamava semplici , 
poiché i leoni non sono schiavi di quelli che li nutri- 
scono, ma quelli che li nutriscono dei leoni • ed è cosa 
da schiavo l'aver paura, e le fiere sono paurose agli 
uomini. 

X. Aveva quest'uomo non so quale mirabile persua- 
siva che ne 1 discorsi, chi che fosse, facilmente rapiva. A 
proposito di che si racconta come certo Onesicriio egi- 
nese mandò in Atene uno dei due figli che aveva, chia- 
mato Androstene, il quale avendo udito Diogene , colà 
si rimase con lui ; che mandatogli appresso anche V al- 
tro, detto di sopra, cioè Filisco, il maggiore, fu del pari 
trattenuto anche Filisco; che giuntovi terso anch'esso, 
si pose egualmente insieme co'figli a filosofare. Tale in- 
canto avevano in sè i discorsi di Diogene. - Furono 
suoi uditori e Focione, soprannominato il buono, e Stil- 
pone megarese, e molti altri personaggi di repubblica. 

XI. Si dice eh' e' mori dopo quasi novant 1 anni di 
vita. Ma della sua morte si fanno diversi racconti; poi- 
ché affermano alcuni che avendo mangiato una zampa 
cruda di bue, fu preso da morbo colerico, e per tal mo- 
do cessò*, altri che per rattenimento di respiro. E tra 
questi è anche Cercida megalopolitano, o cretense, il 
quale ne' suoi meliiambi dice così : 

Or presente non è quel sinopeo , 

Quei che ii baston portava e il manlel doppio^ 



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36 capo 11 

E mangiava al scren ; che, stretto un giamo 
Con fona il labbro a* denti e morso il fiato, 
In del sali ; che Diogene vero , 
Era ; prole di Giove, e con celeste. 

Altri affermano che volendo spartire a 9 cani un polipo, 
ne avesse morsicato il tendine di un piede , e morisse. 
I suoi famigliari per altro, al dire di Àntistene nelle 
Successioni , cougetturavano che e 9 si fosse ucciso col 
rattenere il Gato. Poiché trovandosi egli per caso ad a- 
bitare nel Cranao, quel ginnasio eh 1 è rimpetto a Co* 
rinto, e venendovi, come per costume, i suoi famigliari, 
lo sorpresero ravvolto nel palio ; nè stimando eh' e' dor- 
misse, poiché non era nè sonnacchioso, nè pigro, svol- 
tone il mantello, lo trovano spirato; e sospettarono che 
ciò avesse fatto volendo sottrarsi al resto della vita. In 
quel frangente , come si racconta , nacque contesa tra' 
discepoli per chi dovea seppellirlo , e poco meno che 
non vennero anche alle mani. Ma sovraggiuoti i genitori 
con alcune persone riputate, il 6losofo, secondo eh' e' 
vollero, fu sepolto presso la porta che mena all'Istmo} 
e gli posero* una colonna, e sopravi un cane di marmo 
pano. - Da ultimo anche i concittadini Io onorarono 
con immagini di bronzo e collo scrivervi sotto così: 

Per tempo invecchia il bronzo ancor ; ma tutta 
V eternitade non potrà tua gloria, 
O Diogene, abbattere giammai. 
Perocché il dàmma tu solo a mortali 
D* una vita mostrasti a sè bastante , 
E di viver pianissimo il sentiero. 



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DIOGENE. 37 

V'ha anche di nostro in metro proceleus malico: 79 



A. Diogene , su via dimmi qual sorte 

In Averno ti trasse ? 
D. Mi vi trasse erudel morso di cane. 

Però dicono alcuni che morendo ingiugnesse di non 
seppellirlo, ma di gettarlo via, onde qualche parte di sè 
toccasse a tutte le fiere; ovvero di cacciarlo in una fossa 
e di coprirlo con poca polvere \ o, secondo altri , den- 
tro V Elisso, affine di essere utile a 1 fratelli. - Racconta 
Demetrio negli Omonimi, che il medesimo giorno che A* 
lessandro in Babilooia, Diogene finì in Corinto. Egli 
era vecchio nella centredicesima olimpiade. 

XII. Corrono come suoi questi libri. Dialoghi: // Ce» So 
Jalione - V Idia - La cornacchia - La pantera - 
// popolo ateniese - La repubblica - V arie mora- 
le ~ Delle ricchezze - L* amatorio - // Teodoro - 
i 1 Ipsia - Li Aristarco ~ Della morte. Alcune let- 
tere. - Sette tragedie : V Elena ; Il Tieste ; L'Ercole; 
La Medea; Il Crisippo; L'Achille; L'Edipo. - Sosi- 
crate nel primo della Successione , e Satiro nel quarto 
delle Vite affermano che nulla è di Diogene ; e le tra- 
gediole, dice Satiro,, che sono di Filisco eginese, disce- 
polo di Diogene. - Sozione però nel settimo assevera 
che sono di Diogene queste opere sole: Della virtù - 
Del bene - L 1 amatorio - Il mendico - Il Tolomeo - 
La pantera - // Cassandro - II Ce f alio ne - L'Aristarco 
di Filisco - // Sisifo - // Ganimede - Le Crie - Le 
lettere. 



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38 - CAPO II , DIOGENE. 

XIII. Furono cinque Diogeni: il primo apolloniate, gì 
fisico. Egli incomincia il suo libro in questo modo : 
Chiunque si pone a discorrere) pare a me ohe' debba 
di necessità produrre un principio irrefragabile. - Il 
secondo da Sidone, che scrisse le cose del Peloponne- 
so. - Il terzo questo medesimo. - Il quarto uno stoico, 
razza seleucia, \na chiamato, per la vicinanza , babilo- 
nese. - li quinto da Tarso , che scrisse delle Quistioni 
poetiche^ cui si sforza di sciogliere. 

XIV. Dice Ateuodoro nelP ottavo delle Passeggiate, 
che il filosofo appariva sempre lucido dalP ugnersi che 
faceva. 



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39 



CAPO III. 

MONIMO. 

I. Monimo siracusano, discepolo di Diogene, fu, se- %% 
condo Sosicrate, famigliare di un cambiatore corinzio. 
Venendo frequentemente da costui quel Seniade che a- * 
veva comperato Diogene, e raccontandone le virtù, sia 

d' opere che di parole, fece innamorar Monimo di quel- 
lo. Il perchè ad anfratto fingesi pazzo ; getta qua e 
colà le piccole monete e tutto V argento eh 9 era sol 
banco , a tanto che il padrone lo licenziò. Ed egli subito 
fa di Diogene. - Spesso accompagnava anche Crate, il 
cinico, eco 9 siffatti bazzicava, onde il padrone, che 
lo vedeva, stimavalo pazzo tanto di più. 

II. E divenne uomo celebrato a tale , che anche il 83 
comico Menandro fa memoria di lui. In qualche suo 
dramma pertanto, cioè aeìVIpponico, disse così : 

SapienC uomo, o Filone,, era un tal Monimo, 
Ma più oscuro ; nè aveva una bisaccia, 
Ma Ire bisacce. Pur costui, per dio, 
Non fea suonare alcun motto conforme 
Al conosci te stesso, o ad altri tali 
Romoreggianti. Sordido, mendico 
Tali cose ei neglesse; poiché quanto 
Noi concepiam, lutto esser fumo disse. 



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4<> CAPO III, MOMMO. 

- Fa egli co5tantissio%o nel dispreizare la gloria, e Del- 
l' eceitare con forza al vero. 

III. Scrisse opere scherzose, mescolate ad un serio 
ascoso } due degli Appetiti, e un Esortatorio. 



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4» 



CAPO IV. 



OSESICMTO. 



I. Onesicrito. - Costui da alcuni è chiamato egine- 84 
ta, ma astipalese da Demetrio magnesio ; efb anch' esso 
tra 9 celebri discepoli di Diogene. 

II. Sembra eh 1 egli abbia avuta qualche rassomi- 
glianza con Senofonte, poiché l' uno militò con Ciro , 
V altro con Alessandro ; quegli P educazione di Ciro , 
questi scrisse come fu allevato Alessandro ; il primo fe- 
ce V elogio di Ciro, di Alessandro il secondo; il quale 
anche nelP elocuzione si avvicina a Senofonte, fuori che, 
come copia, ha il secondo luogo dopo V originale. 

III. Discepolo di Diogene fa anche quel Menandro 
soprannomato Drimo y ammiratore di Omero ; ed Ege- 
seo da Sinope, detto CloioSj e 'Filisco egioeta, come so- 
pra si raccontò. 




4* 



CAPO V. 



Crate. 



I. Grate Ubano, figlio di Asconda, fu anch' esso tra 85 
i celebri discepoli del Cane. Afferma Ippoboto per altro 
che non di Diogene, ma fu scolaro di Brisone Pachi vo. 

II. Si riferiscono questi aaoi versi scherzosi : 

Bisaccia è una città che al nero fasto 

Sta in mezzo ; bella e pingue ; <T immondezze 

Ricinta ; nulla possidente ; in cui 

Alcun non entra, navigando, stolto 

Parassito^ nè ghiotto di puttana 

Piantatrice di chiappe : ma cipolle 

Produce, ed aglio, e fichi, e pane ; quindi 

Nessun fa guerra altaltro, o per fai cose 

Si procurano brandi, o per danaro, 

O per gloria. - 

È suo anche quel tanto decantato giornale che dice 86 
così : 

Poni ; da darsi al cuoco : dieci mine. 

- Al medico : una dramma. - Al piaggiatore : 
Cinque talenti. - Al consiglierei Aimo. 

- Alla puttanai un talento. - Al filosofo 
Un triobolo. - 



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CkTO V , CRATB. /fi 

- Era appellato anche P apriporle, perchè entrava in 
gni casa per fare ammonizioni. - E suo anche questo : 

Tarn? ho, quanto ho studiato, e meditato, 

E apparato di santo dalle Muse : 

Ma portossi f orgoglio, il molto e il ricco. 

E 'che dalla filosofia egli aveva avuto : 

Di lupini una chinice, e il non darsi 
Briga di nulla. 

Di suo si riporta anche questo : 

La fame, o almeno il tempo, attuta amore, 
E se questi giovar non sanno, il laccio. 

III. Fiorì nella centredicesima olimpiade. 87 
IV* Racconta Àntistene nelle Successioni che in una 
tragedia avendo veduto Telefo con una sporta, e in tutto 
il resto mendico, si gettasse a dirittura alla filosofia ci- 
nica, e che, convertita la sna sostanza in danaro ( era 
tra gli illustri-) e riuniti piò di trecento talenti , li la- 
sciasse a* suoi cittadini e si desse fortemente a filosofa- 
re, pe* lo che ebbe a far menzione di esso anche Filemo- 
ne il comico. Dice adunque : 

E portava t estate il mantel grave, 
Per esser sofferente, e lieve il verno. 

1 

- Narra Diocle che Diogene lo persuadesse abbandonare 



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44 CAPO T 

i suoi beai a pascolo, e se aveva danaro, a gettarlo. E diee 
poi che fa della casa di Crate sotto Alessandro, come di gg 
quella di Ipparchia sotto Filippo ; e che spesse volte col 
suo bastone scacciò alcuni parenti che gli s'accostavano, e 
lo dissuadevano del suo proposito, ma eh 9 egli era fermo. 

' V. Narra Demetrio magnesio ch'ei pose il suo dana- 
ro in deposito presso un certo banchiere, a patto, che se 
i suoi figli erano idioti, si desse a quelli; se filosofi, si 
distribuisse al popolo, poiché non avrebbero abbiso- 
gnato di nulla , coltivando la filosofia. - Racconta Era* 
tostene, che natogli da Ipparchia, della quale parlere- 
mo, un figliuolo, per nome Pasicle, quando fu uscito di 
pubertà lo condusse in camera di una fanticella , e gli 
disse che queste erano per lui le nozze paterne \ che gg 
tragiche erano quelle degli adulteri, i quali hanno per 
premio esilii e morti ; comiche quelle di chi frequenta 
le cortigiane, producendosi la pazzia dalle libidini e dal- 
l' ubbriachezza. 

VI. Fu suo fratello Pasicle discepolo di Euclide. 

VII. Favorino nel secondo dei Memorabili riferisce 
un suo tratto grazioso. Narra, che pregando di qualche 
cosa il ginnasiarca, gli toccava le cosce, e che inquie- 
tandosene quello, gli disse : E che? non sono tue anche 

, queste come le ginocchia ? - Diceva essere impossibile 
trovare uno senza difetto, al pari delle melagrane, che 
hanno qualche grano marcio. - Nicodromo, il suonatore 
di cetra, da lui provocato gli percosse la faccia; appli- 
catosi un pezzo di cerotto alla fronte , vi scrisse sopra 
Nicodromo faceva. - Ingiuriava a bella posta le prosti- go 
tute per esercitarsi con loro a tollerare le ingiurie. - Rin- 



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chat e. 45 

Cacciò a Demetrio falereo eli avergli mandato del pa- 
ne e del vino, dicendo : Oh se le fonti portassero an- 
che pane ! È chiaro adunque eh 9 ei bevea acqua. - Da- 
gli astinomi di Atene ripreso perchè vestivasi di tela, 
disse : Io vi farò vedere involto di tela anche Teofrasto. 
E non credendolo essi, li condusse ad una barbierìa, e 
lo mostrò loro che si faceva tosare. - Flagellato in Te- 
be dal ginnasiarca - secondo altri in Corinto da Euti- 
crate - e strascinato da esso per un piede , tranquilla- 
mente recitava: 

Presol da un piè per la divina H trasse 
Soglia d'Olimpo. 

Ma afferma Diocle eh 9 ei fu trascinato da Menedemo gì 
d' Eretria; poiché essendo costui di beli* aspetto e a- 
vendo notne di stare a' comodi di Àsclepiade fliasio , 
Grate toccogli le cosce, dicendo : Dentro Àsclepiade. 
E soggiugne, che questo Menedemo mal comportando- 
lo, il trascinò, ed egli applicò ad esso quel motto. 

Vili. Zenone il cisieo racconta inoltre nelle Crie 
eh' egli una volta cucisse nel mantello, senza vergognar- 
sene, anche una pelle di pecora. - Era di aspetto 
deforme, e si rideva di lui negli esercizj ginnastici. Egli 
per altro solea dire, alzando le mani: Orate, rassicu- 
rati, per riguardo agli occhi ed al resto del corpo. Que- . 
sii dileggiatori li vedrai ben presto rattratti dal male g % 
chiamar te /èlice, rimproverando a sè slessi T ignavia. 

IX. Diceva che si dovea filosofare finché i capi* 
tant paressero asinai. - Soli chiamava coloro che sta- 



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46 CAPO T , CRATB. 

vano cogli adulatori ; non altrimenti che i vitelli quan- 
do sono in compagnia dei lupi, poiché nè quelli né que- 
sti hanno vicino chi ad essi convenga, ma chi medita 
insidia contro di loro. 

X. Sentendosi morire , disse , sovra sé stesso , can- 
tando : 

- Dunque vai, caro gobbo, 
E scendi, per vecchiezza, a casa Fiuto. 

- Era curvo dall' età. 

XI. Ad Alessandro che lo interrogò, se voleva che 
si rifabbricasse la sua patria ? rispose : Qual prò ? se 

forse un altro Alessandro la distruggerà di nuovo. 

- E per patria doversi 
Aver la vita povera ed oscura 
Invàno tocca da fortuna. 

E di Diogene: 

- Cittadino esser egli 
Che delF invidia non paventa insidie. 

- Fa menzione di lui anche Menandro, ne 1 Gemetti) in 
questo modo : 

Però che meco* in lacero mantello 
A passeggiare andrai, come la donna 
Vn dì di Crate il cinico. 

XII. Lasciò anche in mano a 1 suoi scolari la figlia , 
siccome dice egli medesimo, ad essi 

Dando, per esperienza, trenta giorni. 



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4? 



CAPO VI. 
Mbtroclb. 

I. Metrode, fratello d' Ipparchia, il quale da prin- ^ 
eipio fu uditore di Teofrasto il peripatetico, era sì gua- 
sto di salute, che disputaudo tratto tratto , ed in quel 
mezzo sfuggendogli non so come dei venti, si avvilì per 
modo, che chiuso in casa volea lasciarsi morir di fa- 
me. Saputolo Grate, andovvi chiamato da lui, e fatta a 
bella posta una buona satolla di lupini, si pose da pri- 
ma a persuaderlo con ragioni che nulla di male avea 
fatto; poiché sarebbe un prodigio se i venti non uscis- 
sero naturalmente ; in fine spetezzando anch' egli, lo ri- 
confortò cercando di consolarlo colla somiglianza dei 
fatti. D'allora in poi Metrocle fu suo uditore, e divenne 
uomo valente in filosofia. 

II. Secondo Ecatone, nel primo delle O/e, abbru- g5 
ciando costui i propri! scritti, diceva : 

Questi non son che immagini dei sogni 
Del? altro mondo, 

cioè frivolezze. Secondo altri, ardendo le lezioni rac- 
colte dalla bocca stessa di Teofrasto, disse : 

Qua ? accosta, o Vulcan, Tetiha mestieri 
Di te. 



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, 48 CAPO TI , METROCLE. 

III. Egli diceva che tra le cose alcune ti potevano 
comperare per danaro, come una casa ; altre col tem- 
po e colla diligenza, come V istruzione. ~ Che la ric- 
chezza era dannosa, se pur taluno degnamente non ne 
faceva uso. 

IV. Morì soffocatosi da sé stésso per essere vecchio. 

V. Discepoli suoi furono Teombroto e Geomene; 
discepolo di Teombroto Demetrio V alessandrino ; di 
Cleomene Timarco alessandrino ed Ecbecle efesio. Ciò 
non di meno Echecle udì anche Teombroto, del quale 
fu discepolo Menedemo, di cui parleremo. - Menippo 
finopese fu pur chiaro tra questi. 



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49 



C A Pi> VII. 

fpPARCHIA. 

I. Si lasciò prendere ai ragionamenti di costoro an- 96 
che la sorella di Metrocle, Ipparchia, maroniti ambedue. 

II. Innamorata di Crate, de' suoi discorsi, della sua 
vita, nessuno dei pretendenti alle sue nozse potè farla 
rinyeuire da quel traviamento, non ricchezze, non no- 
biltà, non bellezza ; ma ad essa tutto era Crate. Ed anzi 
minacciava a 9 genitori di uccidersi se a lui non Pares- 
sero data. Grate adunque, pregato dai genitori di quella 
perchè rimovesse la fanciulla dal suo proposito , tutto 
fece. Da ultimo, non potendola persuadere, alzatosi, in 
piedi e in faccia sua deposta la propria veste, disse : Lo 
sposo è questo; questa la sua ricchezza $ pensaci. Poi* 
che non potrai essere sua compagna senza appartenere 
del pari alle medesime istituzioni. ~ Lo prese la fan- <^ 
ciulta, e assunto lo stesso abito, andava attorno col ma- 
rito, e si congiugneva seco in pubblico, e andava alle 
cene. 

III. Il perchè venne ad un banchetto anche da Li- 
simaco, dove redarguì Teodoro soprannomato V ateo , 
proponendogli questo soGsma : Quello che Teodoro fa- 
cendo, non si direbbe essere male , nè Jpparchia fa- 
cendolo , si direbbe che fosse male. Neanche Jppar* 

Diogene Laerzio. Voi. IL 4 



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5o CAPO VII , 1PPÀRCH1A. 

chia adunque, percolendo Teodoro, fa male. Nulla ri- 
spos 1 egli a quel discorso, ma la scoprì alzandole il ve- 
stito. Per altro non si sbigottì Ipparchia , uè si turbò 
come suole la donna. E dicendo egli 5 gg 

Chi è colei che abbandonò le spuole 
Presso il subbio? 

Sono io, rispose, o Teodoro. Forse che ti paio essermi 
consigliata male, se il tempo che doveva essere consumato 
intorno a quelle , f ho dispensato alle discipline ? - E 
queste cose e milP altre si raccontano della filosofessa. 

IV. È attribuito a Crate un libro di lettere, in cui 
si trattano egregiamente argomenti di filosofia. Nello 
stile si accosta talvolta a Platone. Scrisse anche trage- 
die, aventi un altissimo carattere filosofico; siccome in 
questo passo : ~ 

Non una patria torre, non un solo 
Tetto posseggo, ma del mondo tutto 
Le cittadi e le case ad albergarmi 
Stanno parate. 

- Morì vecchio, e fu sepolto in Beozia. 



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5i 



G A PO VII. 



Menippo. 



I. Menippo, cinico por etto, era originaria meo te fé* 99 
nicio; schiavo, come afferma Àcaico ne* M'orali. Ansi ag- 
giugne Diocle, che il padrone di lui era pontico , e si 
chiamava Baione. Nondimeno, per amor di danaro ^ 
chiedendo con importunità, potè Menippo riuscire ad 
esser tebano. 

II. Non ci reca dunque nulla di buono; e i suoi li- 
bri sono pieni di molto ridicolo, e un po' simili a que' 
di Meleagro, del quale fu contemporaneo. - Narra Er- 
mippo che e 9 faceva il prestatore giornale (iw - 
*t%9 ), e che lo chiamavano con questo nome ; poiché 
dava colP interesse marittimo e col pegno \ e che perciò 
^aveva accumulati danari assai. 

III. Finalmente che essendogli perciò tesi aguati, fu 100 
di tutto spogliato, e per dolore tramutò la vita col lac- 
cio. - E noi abbiamo scherzato sopra di lui: 

Razza fenìcia, ma cane di Creta , 
Usurarlo giornale - chè era detto 
Così — Menippo fórse hai conosciuto. 
Costui, da che forato in Tebe un muro 
Gli fu una volta, e tutto perse - vedi 
Di ean natura - sè medesmo impese. 



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CAPO Vili , MBNIPPO. 



IV. Altri afferma che quei libri non fossero suoi, ma 
eli Dionisio e di Zopiro cefalonii, i quali scrivendoli per 
giuoco, li dessero a lui, come ad uno eh' era ben atto a 
venderli. 

V. Furono sei Menippi. Il primo che scrisse le cose 101 
de* Lidii, e compendiò Xanto. - Il secondo quest' esso. - 

Il terzo un sofista stratouicese, originario di Caria. - Il 
quarto, statuario. - Il quinto e il sesto, pittori. D' am- 
bedue fa menzione Àpollodoro. 

VI. I libri del cinico sono tredici. Dei morti - 1 
testamenti - Le lettere, piacevoli invenzioni, in persona 
degli iddii -* Contro ijisici; e i matematici} e i gram- 
matici- La nascita di Epicuro - E i giorni ventesimi 
dagli Epicurei osservati ; ed altri. 




53 



CAPO IX. 
Meuedemo. 

I. Menedemo, discepolo di Colote, era lampsaceno. io a 

II. Egli avanzò tanto, al dire d'ippoboto, nell'arte 
di fare prestigi, che presa la figura di un' Erinni, anda- 
va attorno affermando, che era giunto dall' altro mondo 
come esploratore di coloro che commettono peccati, on- 
de, discendendo di nuovo , riferirli ai demoni di quel 
luogo. - Quest'era P abito suo : Veste bruna, lunga si- 
no a' piedi} attorno a questa una cintura color di san- 
gue ; berretto arcadico in testa*, con intessuti i dodici 
segni ; calzari da tragedia; una barba sterminata; una 
verga in mano di frassino. • 

III. E queste sono le vite di ciascuno dei Cinici. io3 
Scriveremo in oltre qui sotto le comuni loro opinioni \ 
giudicandosi da noi setta anche questa maniera di filo- 
sofia, non , come dicono «alcuni, regola di vita. - Piace 
dunque a costoro di toglier via la parte logica e fisica, 

a somiglianza di Àristone chio; e di applicarsi alla sola 
morale. E ciò che altri a Socrate, Diocle lo ascrive a 
Diogene, ripetendo spesso ciò eh 9 egli avea detto : Do* 
versi ricercare 

Il male e il bene che s* è fallo in casa. 



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54 CAPO IX 

- Rifiatano anche le discipline encicliche; e però An- 
tistene era solito dire, non apparassero lettere coloro 
che hanno buon senno, affine di non essere da cose 
straniere distratti. - Tolgono di mezzo auche la geo- 
metria e la musica, e tutto il resto di simil genere. Il 
perchè Diogene ad uno che gli mostrava un oriuolo : 
Lavoro utile, disse, per non rimanere senza cena. - Ad 
uno che gli faceva vedere alcune cose di musica, disse: 

Ben si governan le ctttà e la casa 
Col consiglio degli uomini ^ col canto 
E col suono non mai. 

- Tengouo anch'essi per fine il vivere secondo virtù, 
come Antistene, al pari degli stoici, afferma ne\V Erco- 
le $ perchè tra queste due sette è non so quale parte- 
cipazione, che fece appellare anche il cinismo una scor- # 
ciatoja per giugnere alla virtù. Cosi visse Zenone ci- 
zieo. - E piace anche a loro di vivere semplicemente, u- 
sandocibi frugali, e un mantello soltanto; e di avere in 
dispregio la ricchezza, la gloria e la nobiltà. Quindi e 
di erbe e assolutamente di acqua fresca fanno uso ; e si 
riparano ne 1 luoghi ove per caso si trovano , ed in botti, 
a somiglianza di Diogene, il quale andava ripetendo, che 
era proprio degli dei il non abbisognare di nulla, e di 
coloro che assomigliano agli dei V aver mestieri di po- 
co. - È opinione di costoro eziandio , che la virtù si 
possa insegnare, secondo che dice Antistene nelPJSrco- 
le ; e che posseduta una volta non si può perdere ; e 
che il sapiente è degno di amore e senza peccato, e a- 



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MKIf EDEMO. 55 

mico a chi è simile a lui ^ e nulla doversi affidare alla 
fortuna. - Le cose che stanno di mezzo tra la virtù ed 
il vizio, chiamano indifferenti, al modo stesso di Ari- 
stone chio. - E questi sono i Cinici. - Ora è da passare 
agli Stoici, dei quali è capo Zenone, discepolo che fu di 
Crate. 



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ANNOTAZIONI 



LIBRO TERZO 



CAPO PRIMO. 
Artistbri. 

« I capelli neglètti e la lunga barba ( del nostro ritratto \ 
» corrispondono appieno alle descrizioni che gli antichi ci bau- 
li no (atte di questo filòsofo. Non batti indole umana che sia 
9 stata meglio stelata dalla propria fisonomia, di quella di Anti- 
» stene. Quésto tolto potrebbesi tenere per iin modello del bello 
» ideale d' una figura esprimente un austero cinico sgridatore. — 
n I ritratti di Antistene si fanno ammirare in molte raccolte di 
» antichità, ed io attribuisco la sollecitudine di moltiplicare le 
» immagini del capo dei Cinici alla riverenza che gli Stoici, al 
» pari di costoro, avevano per Antistene, fondatore della loro setta 
w la quale era in grande riputazione a Roma terso gli anni del- 
» la repubblica èd anche più tardi, segnatamente nella classe 
» dei giureconsulti, n - E. Q. Risconti 

Il busto del museo capitolino, secondo il sig. Verity di 
Parigi , offre più o meno sviluppati i seguenti organi : Larghi 
i percettivi, e dello spirito. Piuttosto larghi que' della ri- 



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58 àmsot azioni. 

flessione. Piuttòsto pieni qW della coscienziosità v e della fer- 
mezza. — Gali vi aveva già prima osservato F organo sviluppa- 
tissimo di quell'orgoglio del quale lo motteggiava Socrate. V. 
tav. 69, fig. 5. 

I. Ma non ingenuo , per quanto si dice. - » 
e t$*ty%9*4 , dicevasi • ?w««r, »«< /m« •« r«AA«x^ir, 
• Tvf **t ibo, **t ivBvTiT* ffitt ytimwtmt , *** fin 
*\*y$*t wms rm y%t%t *rtirayt*tft. Il figlio nato da mo- 
glie legittima , e non da concubina, cioè nato per diritta li- 
nea , per discendenza legittima, e non obbliquamente come in 
razza importata; quasi generato per via retta e legittima. 
Questa voce si usa anche parlando di cittadini *vr#£$#r*r, 
nati in paese, da loro maggiori; non avveniticcj. - I figli 
di madre non ateniese si consideravano come spurii. - I tra- 
duttori voltano: non indigena, Stef. - Non ingenuus, Aldobr. 
- Non nativo del luogo , ma venuto <f altronde, il Sai fini , il 
quale fu qui interprete poco felice , siccome alcune altre vol- 
te in questo libro medesimo, dà lui tradotto, che ha i pre- 
gi e i difetti eh* erano proprj di questo letterato. Il lettore 
s' accorgerà eh' io ho avuto sott' òcchio la sua versione. 

II. NelT adunanza generale delT Istmo oc. Lessing pensa 
che Diogene foglia dire che Antistene si fosse un giorno pro- 
posto di biasimare gli Ateniesi e di lodare i Tebani e i La- 
cedemoni , ma che avendo veduto gran concorso d' amendoe 
quest'ultimi, se ne astenesse, non tanto perchè temesse di 
parere un censore de' primi , quanto perchè non voleva esser 
tenuto per adulatore degli altri. Questa interpretazione, segue 
Lessing, si fonda in cièche Antistene, come vedesi in Laer- 
zio, era malcontento degli Ateniesi , e che •per contrario il 
modo di vivere degli Spartani e de' Tebani si confaceva al 
suo proprio. Diogene, suo discepolo, era del medesimo parere. 

Tornava ogni giorno, per quaranta stadj, a udir Socrate, 
ec. - Quaranta stadj sono cinque miglia circa. — « Antistene 



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ANNOTAZIONI. 5g 

» tolse da prima alla filosofia socratica quel principio disfi lap- 
is palo da Platone, che il sommo bene dell' uomo consiste nel- 
» la virtù, o rassomiglianza con Dio. Poi partendo da quest' i- 
» dea che Dio è sommamente indipendente, fece consistere la 
» Tirtù in un'orgogliosa indipendenza da tntte le cose esteriori. 
» Tutto ciò che poteva impedire quest'indipendenza doveva es- 
» sere disprezzato e rejetto dal sapiente : quindi il suo disprez- 
zi zo non solo per i piaceri e per la riputazione, ma ancora 
» per le convenienze sociali, gli usi più rispettabili, e per le 
n teorie scientifiche, eh' ei respingeva come un ammasso di sle- 
» rili sottigliezze. Così mentre Platone facendo consistere, come 
» lui, il sommo bene nella virtù, cercava di ricondurre ad es- 
» sa armonicamente tutti gli elementi della natura umana, An- 
» tistene salificava la natura umana a un' idea di virtù, che 
» in fondo altro non è che la selvaggia esaltazione dell' egoi- 
» sino. » — De Salini* ec. 

IV. Il discorso è quello che dichiara ec - « Questa de* 
finizione del che si dice aver data prima Antistene, non 

è per sé stessa suscettibile di alcuna interpretazione. » Ritter. 

Più presto patto che voluttuoso. - Quest' esagerazione che 
gli è posta in bocca è contradittoria , osserva Ritter , di altre 
tradizioni, come allorquando gli (anno dire , che non si deve 
correr dietro ai godimenti che indeboliscono e snervano I' ani- 
ma, ma curare soltanto quelli che derivano dal travaglio e 
dall'attività, e quindi essere un bene la fatica e il dolore, 
in quanto conducono ai piaceri sani, alla libertà, alla vir- 
tù ec. 

Di un libretto nuovo , risposegli ec. BiffA<«f<v ««< »•», 
««* yp*$ttM n+4 9§9, xjm *-*9**i$i* mmt fv. - Ogni grazia 
«li questo motto e di alcuni successivi sfugge nelle versioni. 
K*< r«v, staccato, significa e cervello , giudizio , mente; «««• 
»•» , unito , nuovo. Il perchè Antistene dicendo ad un giovi- 
netto , che per venire a scuola avea mestieri di un libretto 



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60 ANNOTAZIONI. 

nuwo, e di una tavoletta nuova ce., ?eni?a a dire in pari tempo 
che ci voleva un libretto e cervello , uno stilo e cervello , una 
tavoletta e cervello* 

Perchè gli scaccio con verga d'argento* ~ Il Casaubono 
trova ragionevole la negativa $ il Leasing pensa che si possa 
farne senza. Crede egli che Antisteoe altro non voglia dire 
se non che: perch'io gli caccio col bastone. Ch'egli usasse 
far ciò vedesi nella vita di Diogene il cinico; e che forse per 
giuoco abbia voluto assomigliare il proprio bastone alla ver- 
ga di Mercurio. - Salvini dice che alludeva a voler molta 
provvisione per insegnare. — Fatto sta che la sua scuola era 
poco frequentata, a tale che licenziò il piccol numero di sco- 
lari che aveva, meno Diogene, che restò con lui sino alla 
sua morte. 

Disparare il male. - Tendenza negativa della scuola d' An- 
tisteoe. Voleva costui ridurre , secondo Ri Iter , V uom mo- 
rale, il sapiente, a sé solo, rompendo ogni legame naturale 
che lo unisce cogli altri. Voleva fare dell' uomo un tutto che 
si bastasse a sé proprio, e quindi la sua dottrina dovea es- 
sere, quantunque in un altro senso, altrettanto egoistica che 
quella dei Cirenaici. - Diogene il cinico dice chiaramente 
non essere la sua filosofia che un mezzo più sicuro degli or- 
dinar) per giugnere al piacere. - I Cinici volevano il savio 
non soggetto alle influenze esterne , e per questa ragione An- 
tistene non trovava nell'amore dei congiunti alcun elemento 
morale , e nel matrimonio altro fine che la procreazione del- 
l' umana specie. Quindi quella mancanza di ogni pudore , ne- 
mica di tutte le convenienze; quindi anche l' orgoglio di que- 
sti sapienti ebbri della libertà e dell' indipendenza morale* 

* Cagione del bando di Anito e della morte di Melilo. — Que- 
sto fatto si pone in dubbio dal Barthélemy. 

V. E potrebbe anco innamorarsi. - L' esempio di Socrate 
o un' indole socievole lo rendevano non avverso ai legami del- 



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▲ROOTAZIORI. 6l 
l'amicizia. - Il suo rispetto per la bellezza è unito verisimile 
mente, secondo Ritter, ali 9 idea di Socrate, che la bellezza 
del corpo è F immagine della bellezza dell'anima. 

Al saggio nessuna cosa straniera.- «*>«. Enr. Stefano 
congettura «i. L' Aldobrandino traduce : NihiI sapienti no- 
vum. Kunio corregge «v*«*«fi ed il Samboco *f «rr«r 
(meglio «*«{4t*«rr«r, • «r«(<if «rr«* ) indotto da F. Ambro- 
gio, il quale ? oliò : ncque indignus est. ~ Così V Hoebnero 
in una nota. 

VI. Disputava nel Cinosarge, ginnasio, ec ~ K9M*«fy«t, 
cane bianco. Era presso il tempio d' Ercole: eroe che pane 
ad Antistene il tipo dell 9 umana virtù. In questo ginnasio so* 
levano adunarsi i giovani, i quali non avendo una madre ate- 
niese -si consideravano come illegittimi. 

Semplice cane. - • Altri legge nwXms sim- 

pliciter et absolute canis\ ma il Kunio volta simplex vulgaris- 
que canis. 

VII. Fu il primo a raddoppiare il mantello ec., ec. - E- 
StmXmn r«v tftCmi», onde sopperire alla mancanza della tu- 
nica. Il vtfiGm* era nn mantello lacero, usato, che d' ordina- 
rio portavano i filosofi, ma particolarmente i Cinici e gli Stoi* 
ci. Se non che i primi non avevano tonica, «£jt»w, e tu- 
nicati erano gli Stoici. — A'mXmvmt 5»i/ft«r««v, cioè kwXm %f%- 
e&ms tfèmttm» simulici veste sino tunica*, usando gli altri tanto 
V interna che V esterna tonica. Quando Diogene , non conten- 
to della pura camicia, chiese una tunica, gli fu risposto di 
dupplicare il mantello. - Antistene sminuiva al possibile i suoi 
bisogni. Armato del suo bastone e della sna bisaccia, aveva 
F aria di un mendicante. Povero e, per nascita , escluso dai 
pubblici affari , si creò una specie di celebrità collocando il 
vero valore dell 1 nomo nelT uso della ragione, equest' uso le- 
gittimò neir indipendenza di spirito , o piuttosto licenza; e 
facendo guerra alla mollezza ed al lusso , allora crescenti. 



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62 



ANNOTAZIONI. 



Vili. Una figlia di Mnemosine. - TaKa, ed è nome di 
una Mnsa e di una Grazia. Prendesi tal? otta per voluttà , e 
qui allude il poeta a* Cirenaici ed agli Epicorei. 

IX. Corrono , di suoi scritti , dieci tonti» - Di tanti snoi 
scritti non ci rimangono che alcune lettere, stampate con 
quelle di altri Socratici, e due declamazioni, una d' Ajace , 
V altra d' Ulisse ; ma le lettere sono evidentemente supposte, 
e molto lasciano dubitare le declamazioni, contenendo appe- 
na alcune tracce della sna dottrina. Le numerosissime sue o- 
pere s' hanno forse a considerare per latori puramente sofi- 
stici. Gli antichi, poco sapere e poca erudizione rinvennero 
in quelli, sebbene fi notassero molta penetrazione e somi- 
glianza colla maniera di Gorgia. 

X. Antistenc , fu in l'ite, per natura, ce. - Piacemi tra- 
scrivere una nota di Salvini a questo epigramaccio, per isfo- 
gare almeno una volta la ooja patita nelP averne dovuto tra- 
dare tanti ! « Il raccoglitore di queste Vite non aveva molta 
» galanteria ne 9 suoi epigrammi, e con tutto ciò te li voole 
» cacciare per tutto ; quasi volendo fare pagare con questo 
9 prezzo il gusto eh 9 egli ci dà con raccapezzare da autori in 
» oggi perdati, tante e sì belle notizie de 1 filosofi antichi. Ora, 
» sebbene questi suoi epigrammi sono un poco sciatti, e forse 
» nel suo tempo non ci era chi facesse meglio; in riguardo 
» air utile che ha fitto al mondo con queste Vile, si può 
* comportare la boria eh' egli ha , che sieno sentiti i suoi 
» renacci. » 



Il ritratto di questo filosofo è toko da una statuetta della 
villa Albani. - « La piccola statua rappresenta senza alcun 



CAPO II. 



Diogene. 




ANNOTAZIONI. 



63 



» dubbio il filosofo di Sinope, e, come si esprime Giovenale, 
» il Cinico ignudo. - Il cane non è qnì solamente il sim- 
» bolo della sna sella, ma F emblema particolare di Dioge- 
» ne, sai cai sepolcro fu posto nn cane di marmo parto. La 
» lunga e folla barba che par quasi una capellatura, barba 
» cornanti fu già notata da un antico scrittore qual distinti- 
» vo delle immagini di Diogene. Merita di esserne attenta* 
9 mente osservato il profilo, il quale sembra esprimere in 
» chiaro modo Pacatezza e la causticità del filosofo cinico* a - 
Visconti. 

I. Di aver falsato moneta. - M«^ir/»« significa in pari 
tempo moneta - uso - /egge, ec„ onde V ambiguo responso 
dell'oracolo che gli assentì di falsare la moneta intendendo il 
costume, le consuetudini, le leggi, ec. 

III. Prese per casa la botte cK è nel Metroo. - « Al* 
» cuni eruditi tedeschi disputarono a lungo intorno alla di- 
9 mora che fece Diogene nella botte: ma ciò che pare fuor 
9 di contesa si ò che Diogene si riparava effetti ra mente qual- 
» che volta nella gran botte d'argilla (dolium) che stava en- 
9 Irò il Metroo, ossia tempio della Madre degli dei, presso il 
» Ceramico, che noi diremmo les Tuilléries d'Atene. Questa 
9 maniera di ricorrersi non era ignota agli Ateniesi. Aristo- 
» fané, pia antico di Diogene, fa cenno dei poveri contadini 
9 delF Attica costretti dalla guerra a rifuggirsi io gran nu- 
9 mero nella città, ed a cercare un asilo celle botti. (Equi» 
9 tes^ v. 79»). Quanto a Diogene molte antiche gemmo e 
9 alcuni bassi rilievi lo rappresentano nel dolio. Il più ceie- 
9 bre monumento di questo genere è a Roma nella villa Al- 
w bani. 9 - Visconti. 

VI. Se corressi il Dolicon. - Spazio di dodici, o venti- 
quattro stadj, ore si correva. Da £«*i£«r lungo. 

Steso il dito medio, eccovi, ec. - Era gran segno di con- 
tumelia e disprezzo. Digitum porrigito medium. - Marziale. 



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64 AiBOTiZIOM. 

La maggior parie degli uomini di un dito vicini ad im- 
pazzare; imperciocché^ ec. - Emv ut rirrojKim ». r. A. Me- 
nagio congettura : i«r ut r$s rf wapa rittr «-•fiv*r##. 

p*iftwS+i, o aleno che di simile. Plurimos ajebai insa- 
nire unius digiti discrimine: siquis igitar medium digitum 
praetendens pergat, insanire videbitur, sin autem indicem non 
ila. - « Chi afesse camminato, tenendo il medio (infami* , 
» impudicus digitili) tratto in fqori anche ' essendo in estima- 
». tione, lo si sarebbe giudicato impastare non meno di chi 
9 ora uscisse di casa o col capo scoperto , o con nnde le 
» parti che cela il pudore. » - Casaubuono. 

Saperda. - fwvif&ar, specie di pesciatellt fluviali che si 
pesca? ano coir amo e si salavano. 

Appese per voto ad Esculapiò un manigoldo. - «-Aasrav, 
»AiKTfv«f« p*%tp*t, gallum gaUinaceum pugnacem. * Eoo. - 
TJAf »rar, dicesi tanto degli uomini che de* bruti. 

Fedendo irà* Megaresi té pecore coperte di pelli) ec. - 
Ciò praticatasi per rendere più morbida la lana, quindi V o- 
raziano pellitas ove*. - K Vairone, I. n, e a. Pleraque si- 
militer faciendum in ovibus pellitis, quae propter lanae boatta- 
tem, peUibus intéguntur, ne lana inquinetur. 

On giovinetto faceva il giuoco del cottabo. - Giuoco col 
quale si gettata dall' alto' e con rumore il ?ino che ri manca 
nella coppa dopo aver bevuto, onde cavarne augurj ; ovvero 
versavasi in certi piattellini natanti in una catinella piena 
d' acqua , restando vincitore coloi che riempiendoli giugneva 
a sommergerne maggior numero. 

Fedendo sedere su di un pozzo uno schiavo fuggito* ec. - 
4>pi*f è pozzo in uno e tribunale, e la voce cadere si presta 
allo scherzo, significando anche scappare. 

Che uomo, o Diogene, stimi Socrate? - Questa diman- 
da fu per certo fatta a Platone. Tale è il parere dei critici. 

Inutile per gli uomini, ingiusta per le donne. - •?**•<* 



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4 

AMféTAfctONjt 65 

e SoKti bisticci; cioè o non ci riesci* o commetti un 

male. 

Maltese , Molosso. — Cioè carezzevole quando ha fame; 
se pasciuto, mordace. 

Ti chiedo pel vitto, non pel sepólcro* — tir rf$m t non 
•tf r«<pm; altro bisticcio. 

€7/i giorno Alessandro, ec. - « Si cercò di porre in dub- 
» bio rincontro di Diogene con questo eroe. Ha però F ap- 
». poggio di valide autorità , come per esempio , di Vairone 
». (in Marc. ap. Nom.) e di Cicerone (Tusc., v, % 3a), senza 
» contare ciò che affermano tanti altri scrittori posterio- 
» ri. - Dice Plutarco che Alessandro soddisfatto perchè il 
» filosofo manteneva sì bene il proprio costume, ripigliò su- 
» bito, se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene. Qoe- 
» sto racconto dee parere tanto più verisimile, in quanto che 
» Filisco d 9 Egina, che aveva istruito il principe ne" primi 
» elementi della letteratura, era stato esso stesso discepolo di 
» Diogene. » Visconti. 

Tegeate. - Altro bisticcio. Tiyi»r»# significa di bordel- 
lo, e di Tegea città d' Arcadia* 

Dicendogli un bastardo che aveva delT oro nel mantel- 
lo, ec. - Scherza sulF »«r«j8«Ai/*»4#f , di parto supposto, e 
iwflifi?ufi%fèt t posto sotto. 

Chiedeva una mina ad uno scialacquatore. - Mina, lir. 
ital. 92, 68. Obolo cent. i5, 44. 

•Sfa sopra le ginocchia degli dei. - 9i*f ir y viari xa~ 
*«#. Frase omerica che corrisponde al nostro : Dio lo sa. 

Doppio il modo dèli esercitare , ec. - «La tendenza 
» scientifica sembra anche aver maggiormente perduto ne'Ci- 
1» niei posteriori ad Autistene. La filosofia non era per co~ 
» storo che una maniera di vita. Diogene voleva ridurre tutta 
» la filosofia alla pratica delle azioni che possono condurre 
v> con certezza ad una vita felice, e questa vita pratica cou- 

DiOGEiiE Laerzio. Voi. IL 5 



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66 ANNOTAZIONI. 

» sisleva, secondo loi, nelP accostumarsi a far senza tolto, an- 
» che, al bisogno, delle cose più necessarie; ciò che lo con* 
» dusse ad una esagerazione ridicola della semplicità della 
» vita socratica, e gli meritò il nome di Socrate in delirio. 
» Da quanto ci Tenne trasmesso come sua dottrina, si potreb- 
» bero forse sapporre in esso alcune idee originali sul moo- 
» do, quantunque senza legame sistematico; ma queste tra - 
» dizioni, non avcudo nulla lasciato di scritto, sono incerti*» 
» sime. - Molte ricorderebbero la dottrina d' Eraclito , che 
» Schléiermacher ha sospettato anemie in Antistene; sospetto 
» favorito dall' intima relazione tra il portico ed i Cinici.» - 
Bitter. 

Urbano, ec. — Cosa urbana, ci? ile, della città, anche gar- 
bata, onesta, ec, significa il vocabolo «rrt**r. 

Il solo governo retto quello del mondo. — « Il fine degli 
» uomini dee esser quello di seguire la ragione e la legge 
» dell'universo, il quale è la più antica citta e la più anli- 
i» ca repubblica. *» - M. Aurelio. 

XI. Proceleusmatico. — Piè di Terso di quattro brevi , 
così chiamato dal grido col quale si incuoravano i marinai a 
vogare, e per cui adopera vasi talvolta il verso proceleusmatico, 
ove entrava quel piede per la sua rapidità. 

0, secondo altri, dentro tElisso, ec. - *i •<# r«» E A *##-•» 
*ftC*A»ir ». r. A. Vedi la nota dell' Huebnero, il quale con- 
chiude : aliud quid Intere censeo salis inusitatum, quod quale 
sit qunerant beatiores. 

XII. Corrono come suoi questi libri. - Nessuna rimane 
delle sue opere, e come ha dimostrato Boissonade in una sua 
memoria air Istituto di Francia, sono supposte e le epistole 
già stampate sotto nome di lui, c ventidue ancora inedite. 



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ABNOTAZJOHJ. 



capo ih. 

MoKIMO. 

» 

I. ««4 rsf *p*tm* u%tTé. - Ambrogio: caeterosque ul 
genus studiose consectatus. Hueb.: eadem studia conseciatus. 

IL M#*r ài nnsat év» t%*w ». r. A. - Veggasi la oola 
dell 1 Huebnero. 

III. Scrisse opere scherzose, te. - « Chiaro fia 1' utile di 
» questi disconi, purché da quello ch'ei disse facetamente 
9 fogliasi cavare la verità* » - M. Aurelio. 

CAPO IV. 
Ohesicrito» 

Onesicrito scrisse la storia di Alessandro di cai era am- 
miraglio. Ei P area rimpinzata di favole ridicole, piccandosi, 
secondo Strabone, di accrescere le meraviglie che si erano 
spacciate di quel principe. 

CAPO V. 
Crate. 

IL Poni, da darsi al cuoco x dieci mine. - Cioè ita), lire 
926, circa, essendo una dramma poco più di 91 centesimi. — 
Cinque talenti sono lire 27,804. 45; un talento lire 556o. 
89. ~ Il triobolo era 46 centes. e qualche millesimo.. 

Di lupini una eh in ice. — misura che conteneva il 

grano bastante per un giorno a mantenere uno schiavo. 

IV. Più di trecento talenti. ~ *ft r« tataro 
ducenla saprà centoni. Perigonio congettura: *ft r* t*mv . 

• l»«tt. 

/ suoi beni a pascolo. - « Nou meritano fede tulli i rac 



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6ft A&*OTAÌIORt. 

» conti che si fanno sul modo col quale abbracciò la cinica fi- 
li losofia. - Forse è vero che lasciò incolti ed a pascolo i suoi 
9 beni. È verosimile che Crate fosse ano degli infelici , cni 
» toccò, espugnala Tebe, di fuggire alla rabbia del vincitore; 
» onde saccheggiate le sue case -e venduti i suoi schiavi, gli fa 
» certo mestieri, per mancanza di braccia, lasciare incolte le 
» proprie terre. Riparatosi in Alene, mal costituito di corpo, 
» non potendosi dare al lavoro, vesti per consiglio di Diogene 
» il mantello cinico, che era nna specie di permesso di men- 
to dicare. Clavier. 

VII. Gli toccava le cosce. — Era oso dei Greci toccar 
le ginocchia di coloro ai quali si raccomandavano. 

Degli astinomi d'Atene. - Edili. 2#pJ«»f tela di lino, 
mussolina. Salvini traduce, sciugatojo. 

Vili. Cucisse nel mantello , senza vergognarsene , una pel- 
le di pecora. - « Per acquistare credilo nella setta conveni- 
» va disprezzare la pubblica opinione. - Gobbo, contraffatto, 
» frequentava i ginnasi!, onde si facessero beffe di lui; veniva 
» a contesa colle meretrici per farsi dire delle ingiurie. ~ Tal- 
li volta andava semplicemente involto in un lenzuolo; talvolta 
» cociva una pelle di montone al suo mantello, ec. » Ciavier. 
- Questo modo di abbiettarsi con abiti strani e rattoppali 
ad arte, non fu sconosciuto in altri secoli, o per altro sco- 
po, e non mancherebbe di tornare in voga eoa nuove pazzie, 
senza P ostacolo della crescente civiltà, che a dispetto di alcuni 
vi si fa incontro, e ride di sette egoistiche e menzognere , 
invano rinascenti. 

IX. Finché i capitani paressero asinai* - Cioè sino a tan- 
to che gli uomini saranno asini • 

XII. Lasciò in manoji suoi scolari Ut figlia, ec. - «** 
tìj* rp <«ko&* «pff«. Ambr. et filiam tradebat illis proba* 
tioni triginla inductis ditbus discipulis ejus. - Aid. Filiam quo- 
que suis discipulis pervnlgavit, datis illis ad txperiendum tri- 



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AltlfOT AZIONI. 69 

ginta diebus. Sollo asmi* il £asanbono crederà ascondersi 
il nome di quello cui la sposò Grate. Tupio congettura »sn. 

- Le indecenze che sr attribuiscono a Orate non ai affanno 
per certo col sno carattere. La soa probità , la sua disereste» 
ne, dice Clavier, erano sì note che non fiera padre di fa- 
miglia che avesse segreti per lui , non si giovasse de' suoi 
consigli, e non lo considerasse come un genio tutelare. Il più 
celebre dei discepoli di Diogene non aveva la causticità ca- 
ratteristica del maestro. La soa indole dolce Io rese pio pro- 
prio a formare, col soo discepolo Zenone, il passaggio della 
morale cinica alla stoica. Secondo Hitler, né in esso, né nei Ci- 
nici suoi contemporanei e posteriori, nessuna coltura scientifica. 

CAPO VI. 
Metrocle. 

I. Era sì guasto di salute* - $n<p$*ff. Voce sospetta al 
Menagio. Forse secondo luì i^vr»*? <r«, vergognoso* - 11 Sai* 
vini voi la, guasto da ir ambizione. 

CAPO VII. 
Ipparchu. 

II. Assunto lo stesso abito andava attorno col marito ec. 

- Per quanto singolari , non sono men vere e men possibili 1 
le stranezze d' Ipparchia. Secondo Apulejo ed altri, il suo ma* 
trimonio fu consumato coram luce clarissima, sotto il Pecile; 
se non che un amico dr Crate copri gli sposi col suo man- 
tello. I Cinici edificati di tanfo, istituirono ad onore d' Ip- 
parchia una festa che intitolarono Cinogamia (nozze cagnesche ), 
e che si celebrava sotto lo stesso portico. — E noto nn poe- 
ma latino di P. Petit, stampato a Parigi nel 1677 in ©\ 9 
Cynogamia^ sive de Cratetis et ffipparchiae amoribus. 



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*JO UffROTiZIOlfl. 

IY. È attribuitoli Grate un libro di lettore ec. -La con- 
gettura di Menagio che queste lettere fossero d'Ipparchia 
wft,T9? Kf«r«r«, panni ragionevole, non cosi forse il rife- 
rire ad essa il resto del paragrafo. 

CAPO Vili. 
Mepiippo. 

II. / suoi libri sono pieni di molto ridicolo. - Non ne 
rimangono che i titoli. Erano specie di salire scritte in pro- 
sa mescolata di Tersi de' più grandi poeti volti in ischerno. 
Menippo fu il modello di Varrone, ne' suoi componimenti sa- 
tirici. 

Prestatore-giornale ; ifttfèSattèrrnt , diariuni /venerato- 
rem. — a Cambiatore giornale. - Cioè , forse , che esigeva 
» gli interessi de' cambi (non mese per mese, come si face- 
ti va comunemente, ma dì per dì), oppnre che tutto il giorno 
dava a cambio. » — Salvini. — Il solo Laerzio qualifica u- 
soraio Menippo. Luciano, che molte volte lo tolse ad inter- 
locutore ne' suoi dialoghi, dipinge questo filosofo qual uomo 
disinteressato , e sprezzatore della vita , della fortuna e de' 
suoi beni caduchi. A che il turpe mezzo dell'usura per I' a- 
cquisto di un danaro ch'ei stimava inutile! 

VI. E i giorni ventesimi. - u Gli Epicurei in 
questo giorno di ciascnn mese onoravano la memoria del lo- 
ro maestro, per lo che eicadisti erano appellati. 

CAPO IX. 

MeW EDEMO. 

II. Presa la figura di un Erinni ec. - Tutto ciò, paro- 
la per parola, scrive Snida non di Henedemo, ma di Me- 
nippo. 



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J)t€>4>*n* Laer.n'* Tl£fMy. fi 




LIBRO SETTIMO 



CAPO PRIMO 
. Zenone. 

I. Zenone di Mnasio, o Demio, era cizieo da Ci* f 
prò, piccola città greca tenuta da coloni fenicii. 

II. Al dire di Timoteo ateniese, nel libro Delle vite, 
aveva il collo inclinato da una parte ; e secondo Apol- 
lonio Cirio era magro, alquanto lungo, nero la pelle, 
(onde a (Ter ma Crisippo, nel primo Dei proverbi , che 
taluno lo chiamò per questo , sarmento egizio ) e gon- 
fio le gambe , c floscio e debole : e però, racconta Per* 
seo ne' Contentar} simposiaci, che per lo più evitava i 
conviti. - È (ama che amasse i fichi verdi e lo starsi al 
sole. 

ITI. Fu, secondo che già si narrò, discepolo di Cra* a 
te: e dopo, tengono alcuni, come Timocrate, nel Dione, 
ed anche Polemone, aver egli udito eziandio Stilpone e 
Senocrate. Dice Ecatone e Apollonio tirio, nel primo 
libro di Zenone, che avendo egli interrogato V oracolo, 
come potrebbe vivere ottimamente, rispondessegli il dio: 



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7 a CAPO PRIMO 

se fosse di un colore coi morti. Il perchè, intesone il 
senso, si pose a leggere le cose degli antichi, - Si ac- 
costò poi a Grate in questa maniera : Portando di Fe- 
nicia della porpora per negoziare, fece naufragio presso 
il Pireo. Salito in Atene, che già avea trent' anni , si 
pose a sedere presso un libraio. Leggeva costui il se- 
condo dei Comentarj di Senofonte. PT ebbe diletto , e 
chiese ove stesero nomini così fatti ; e passando oppor- 
tunamente Grate, il libraio lo mostrò ad esso dicendo: 
segui costui. Dà quel giorno fecesi uditore di Grate; atto 
d' altronde alla filosofia, beuchè troppo verecondo pér 
la cinica impudenta. Ond 1 è che Crate volendolo gua- 
rire anche di questo , gli die 9 a portare pel Ceramico 
una pentola di lenti 9 e poiché videlo farsi rosso e na- 
sconderla y ruppe, con un colpo di bastone, la pentola. 
Postosi egli a fuggire e scorrendogli per lè gambe le 
lenti, gli disse Grate: Perchè fuggi, Feoioiattolo? non 
t' è accaduto nulla di grave. Per qualche tempo adun- 
que udiva Crate. 

IV. Poiché, sendosi scritta da lui La Repubblica, ta- 
luno ebbe a dire scherzando, che e 1 la scrisse sulla co- 
da del cane. Oltre La Repubblica scrisse anche queste 
opere : Della vita secondo natura r Degli appetiti, os« 
sia Della natura delY uomo - J9e//e passioni - Del 
dovere - Della legge - Della educazione ellenica - 
DelV aspetto - Del tutto - Dei segni - Pitagoriche - 
Universali - Delle dizioni - Di quistioni omeriche r y 
cinque - Di lezioni poetiche. Sono pur sue : e L* Ar- 
te ~ e Le soluzioni - e due Argomenti - Comentarj « 
ISlorali di Crate - Questi sono i suoi libri. 



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ZEWOHR. »jZ 

V. Finalmente si separò da Grate, e per veut' anni 
fu uditore di quelli, di cui sopra abbiamo parlato. À pro- 
posito di che raccontano a?er egli detto : Allora navi' 
gai felicemente eh? io feci naufragio. Altri afferma che 
ciò disse parlando di Grate ; altri , che dimorando in 
Atene, udì il naufragio e disse : Fa bene la fortuna che 5 
ci spigne alla filosofia: ed altri che, fendute in Atene le 
mercatanzie , si die 1 per tal modo a fil Sfare. 

VI. Quindi passeggiando nel portico 'vario , quello 
che chiamasi anche Pisianacteo, ma per Je dipinture 
di Polignoto vario, vi faceva i suoi discorsi, volendo che 
fosse frequentalo anche quel luogo ; poiché dai Trenta 
vi furono posti a morte sopra mille quattrocento citta-, 
dtni. • 

VII. Vi accorsero in seguito i suoi discepoli, e per*, 
ciò furono chiamati Stoici, non altrimenti che i loro, suc- 
cessori $ prima , a detta di Epicuro nelle Epistole , so* 
prannomati Zenonii, perchè prima appellavansi Stoici i 
poeti che in esso frequentavano, pei quali, secpndo £«. 
ratostene nell'ottavo DelP antica commedia, ebbe assai 
incremento quella denominazione. Del resto gii Ate- g 
niesi tennero in sì gran concetto questo Zenpne, che e 
le chiavi delle fortezze presso lui deponevano, e P ono- 
ravano di corona d' oro e d' immagine di bronzo. Ciò 
fecero anche i suoi cittadini stimando un ornamento 

P immagine di tant' uomo ; e fecero altrettanto per lui 
anche i CizJei di Sidone. 

Vili. Fu egualmente accetto ad Antigono, il quale 
se talvolta veniva in Atene, recavasi ad udirlo, e molto 
lo pregava di andare da lui. Di questo per altro e' si 



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74 CAPO PRIMO 

scusò ; ma gli mandò Perseo, uri suo famigliare, che era 
figliuolo di Demetrio, cizieo di razza, e fiori nella cen- 
trentesima Olimpiade, quando Zenone era già vecchio. 
La lettera di Antigono, secondo afferma Apollonio tirio 
ne' suoi scritti sopra Zenone, è dì questo teoore : 




^ONO RE A ZE ICONE FILOSOFO 
SALUTE. 



« Nella f ita certamente io credo starti iunanzi per j 
» fortuna e per gloria, ma essere inferiore a te nel di* 
» scorso, nel sapere e nella compiuta felicità , che tu 
» possiedi. Il perchè ho risoluto eccitarti a venire da 
♦ » me, persuaso che tu non disdirai la richiesta. Sfor* 
» zati dunque in ogni modo di unirti meco, pensando a 
» questo, che non solo diverrai mio precettore, ma an« 
* che di tutti i Macedoni in breve ; poiché egli è chia- 
» ro, che colui che ammaestra e guida alla virtù il prin- 
» cipe di Macedonia, prepara ad essere valenti anco i 
» sudditi ; e tali per lo più diventano probabilmente i 
» sudditi, quale è quello che comanda. » 
E Zenone risponde così : 

A RE ANTIGONO ZENONB 
SALUTE. 

fi Approvo il tuo zelo d'imparare, inquanto che 8 
99 chi tende la mano alla filosofia , abbraccia lo studio 
» del vero, e di ciò che mira alP utile , non il volgare 
» e corrompitore dei costumi» E declinando dalla t*n- 



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taaom. ?5 
» to vantata voluttà che ammollisce V animo di alcuni 
» giovani , ti fai vedere inclinato alla nobiltà non per 
» natura solo, ma anche per deliberazione. Ora un'in- 
» dole nobile , aggiuntovi .moderato esercizio , e per 
n sopra più copia di chi insegni, facilmente perviene 
» ali 9 ultimo acquisto della virtù. In quanto a me, per <j 
n vecchiaia, essendo negli ottanta, impedito da fievolez- 
» za di corpo , non posso recarmi pressò di te. Bensì 
» mandoti alcuni miei compagni di studio , i quali nel* 
» le cose dello spirito non mi sonò inferiori, mi vin- 
' » cono in quelle del corpo. Stando con essi non rimar» 
99 rai secondo a nessuno di coloro che sono giunti ad 
» una compiuta felicità. » - E gli mandò Perseo e Filo* 
nida il tebano, d'ambedue! quali fa menzione Epicu- 
ro nella lettera al fratello Aristobulo, siccóme di aventi 
famigliarità con Antigono. 

IX. Parvero! poi di scrivere qui sotto anche il de» 
creto degli Ateniesi per lui. - E sta cosi: 

Sotto f arconte Arrenida; nella quinta pritania del- io 
la tribù Acamantide ; a' venC uno di Memacterione, vi- 
gesimo terzo della pritania s nelP adunata solenne, Ip* 
pone di Cratistotele acipcteo, tra i proedri, propose , 
co* suoi colleghi} Trasone di Trasone anaceo disse: 

«Da che Zenone di Mnasio,cizieo,si dedicò per molti 
99 anni , in città, alla filosofia, e nel resto continuò ad 
99 essere uom dabbene, e i giovani che venivano a 9 suoi 
99 ragionamenti con esortazioni fortemente eccitò alla vir» 
n ih ed alla frugalità, ponendo per le cose ottime esem* 
99- pio a tutti la propria vita, che era conforme alle dot-» 
» trine da lui insegnate; sotto filasti auspici!, il popolo ha 1 1 



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J 6 CAPO PRIMO 

» decretato: che Zenone diMnasio,cizieo,9ta lodato e in- 
» coronato con corona d' oro, a termini di legge, per la 
» sua temperanza e virtù, e gli si fabbrichi del pubblico 
n eziandio un sepolcro nel Ceramico. -Della frittura dèlia 
9» corona e dell' erezione del sepolcro eleggerà tosto il 
» popolo i deputati, cinque persone fra gli Ateniesi , e 
9t il cancelliere del popolo farà incidere il decreto sovra 
f» due colonne , e gli sarà concesso porre P una nelP A- 
» cademia, l'altra nel Liceo; e lo spendio che si farà 
99 per le colonne verrà ripartito dalP intendente del te* 
t> soro ; affinchè vegga ognuno che il popolo degli Ate* 
» niesi onora i buoni e in vita e in morte. - Sono eletti la 
99 sopra la fabbrica: Trasone anaceo, Filocle pireo, Fe* 
99 dro anaflistio,Medone acarneo, Micitosjpaletteo, Dione 
99 peanieo. » - E il decréto sta così: 

X. Dice Antigono caristio, non aver egli negato di 
essere cizieo; poiché essendo uno dei contribuenti al 
rifacimento di un bagno , fu descritto tra questi, sopra 
una colonna, il nome del filosofo zbrore , ed ei pre- 
gò che vi fosse aggiunto anche quello di cizieo. 

XI. Fatto un giorno un coperchio cavo ad un al* 
berello, portava attorno del denaro , affinchè il suo mae- 
stro Grate avesse pronto di che sopperire ai bisogni. - 
Dicono eh' ei venisse in Grecia con più di mille talenti, i3 
e li prestasse colP usura di mare. 

XI I. Mangiava piccoli pani e miele, e bevea vinello 
profumato! 

XIII. Rado osò con fanciulli $ una o due volte for- 
se con una fauticella per non parere avverso alle don- 
ne. Abitava la stessa casa con Perseo ; e questi avendo 



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UHORE» , ^ 

introdotta da lui una giovine flautista, e* s' affrettò di 
ricondurla al medesimo Perseo. 

XIV. Era, si dice, tanto compiacente, che re An- 
tigono spesso facea bagordi da lui, o lo conducèva in sua 
compagnia a farne dal citarista Aristocle; ma egli visi 
sottraeva dopo. 

XV. Narrano, che e 9 schifasse la molta frequenza 
del popolo, assidendosi 6no sull'alto dei gradi, e quindi 
ne proflttasse per un 1 altra parte di molestia. Cleante, 
nel suo libro Del rame, afferma, che esigeva da' alcuni 
circostanti anche lo sborso di una moneta di rame, per- 
chè non gli fossero importuni. E standogli intorno mol- 
te persone , mostrato nelP alto del portico il giro di 
legno delP altare, disse : Questo una volta stava nel mez- 
zo $ ma perchè impediva, fu posto da banda f e voi pu- 
re togliendovi di mezzo, non e* importunerete. 

XVI. Democare di Lachete salutandolo e dicendogli, 
che se abbisognava di qualche cosa, ne avrebbe parlato 
è scritto ad Antigono, quasi di tutto fosse provveduto 
da lui, uditolo, non praticò più seco. - Raccontasi pu- i5 
re che dopo la morte di Zenone, Antigono dicesse: qua- 

le teatro ho io perduto 1 Onde anche per mezzo di Tra- 
sone, legato presso gli Ateniesi, chiese per lui sepolcro 
nel Ceramico, e interrogato perchè tanto lo ammiras- 
se? perchè, rispose, delle molte e grandi cose eh' io gli 
diedi non mai &* inorgoglì, ne fu veduto avvilirsi. 

XVII. Investigatore della verità , ogni cosa esami- 
nava con gran diligenza; il perchè Timone così parla 
ne 9 Siili : 



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7 8 



CAVO PRIMO 



NeW ombroso suo fasto la fenicia. 
Vecchia ghiotta mirai, desiderosa 
Di tutto: ma in' andar smaniasi, il suo 
Picciol paniere; e avea <f una chitarra 
Peggior la mente. 

- Disputava assiduamente con Filone, e seco lui ri- 16 
creavasi; onde presso il più giovane. Zenone non fu 
in minore stima di Diodoro suo ,maestro. 

XVIII. Gli stavano d' intorno , come dice Timone, 
non sò quali uomini ignudo-sudici : 

Chè una nube di poveri raccolse 

Fra quanti più meschini e più leggieri 

Eran per la città. 

- Egli poi era triste e severo , e raggrinzava la feccia; 
ed era oltre modo frugale e portato, a pretesto di eco- 
nomia , alla sordidezza dei baciari. 

XIX. Se riprendeva taluno, il facea copertamente 
e non troppo, ma da lontano. Sia d'esempio ciò che 
una volta disse ad un tale, che si ornava con ricerca- 
tezza. Passando costui , con circospezione sopra una 1 y 
pozzanghera, disse Zenone: Teme il fango a ragione, 
perchè e 9 non può specchiarvisi* - À non so qnalc Gì* 
nico , che affermando di non aver oglio nel suo vaso , 

ne chiedeva a lui, disse , che non ne darebbe; esortol- 
h> per altro , allontanandosi, a considerare chi dei due 
fosse più sfrontato. - Sentendosi amorosamente dispo- 



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sto per Cremonide , e, standogli assiso da presso que- 
gli e Cleante , ei s'alzò. Meravigliandosene Cleante fis- 
segli : Odo anche da' buoni medici y il riposo esser* 
un potentissimo rimedio per k enfiagioni. - Dne in un 
convito erano sedati superiormente a Ini , e quello che 
staragli dappresso urtava col piede il sottoposto. Lo 
urtò*egli col ginocchio , e dissegli , poiché si voltò ; 
Che pensi dunque soffra da te colui che ti sta sotto? 

- Ad un amatore di ragazzi disse: Non hanno senno , 18 
nè i maestri che conversano co? Jknciulletti, nè costoro. 

- Ripeteva pure che i discorsi degli eruditi , eziandio 
quando perfetti , erano simili all' argento alessandrino : 
grato alla vista, e improntato d' intorno , come la mo- 
neta, ma perciò non punto migliori. Quelli che altri- 
menti, asstmigliava all' attiche tetradramme ornate a 
caso e rozze ; per altro spesso preponderanti alle di- 
zioni bene scritte. - Si disputavano da Aristone sno di- 
scepolo molte cose senza ingegno, alcune anche affrettai 
temente e con petulanza: Impossibile, disse v parlar 
così, se tuo padre non ti avesse generato mentre era ub* 
briaco', il perchè lui chiamava chiacchierone pur quan- 
do era stringato. - Ad un mangiatore, che nulla lascia- ig 
va indietro a 9 commensali, fu una volta servito un gran pe- 
sce. Se lo prese Zenone, e cominciando a mangiarlo solo, 
disse a lui che lo guatava fiso : Qual pensi che fòsse il pa- 
tine de' tuoi commensali ognidì, se tu non puoi comportare 
un giorno solo la mia ghiottornia?- Propostagli certa que- 
stione da un giovine curioso oltre Pela, lo condusse innan- 
zi ad uno specchio, e gli comandò di guardarsi in quel- 
lo $ poscia gli chiese se tali questioni parevangti accor- 



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8o 



cìpo punto 



darsi col suo volto, - Ad un tale che andava dicendo 
molte cose di Antistene non piacergli, chiese, recitan- 
do una sentenza di Sofocle, se non gli parea ch'esso 
pure avesse alcun che di buono ; e dicendo costui di 
non saperlo: Dunque non ti vergogni, soggiunse , di 
scegliere e rammentare ciò che Àntistene avesse mal 
detto , e di non {studiarti di ritenere ciò che bene? - 
Ad uno cui parevano brevi i motti dei filosofi, disse: 
È vero ; ciò nulla meno dovrebbero anche le sillabe di 
quelli essere" più brevi, se fòsse possibile. - Affermando 
alcuni di Poi e mone , eh' altro proponeva e d* altro par- 
lava $ fatto brutto viso, chiese, quanto gli si dava? — As- 
seriva, che chi disputa dee avere, a guisa degli istrioni, 
gran voce e forza, ma non deve per altro allargare la 
bocca ; lo che fanno coloro i quali dicono molte cose , 
ma fiacche. - Quelli che parlano bene, .affermava, non 
aver mestieri, come i buoni artisti , di cangiar sito per 
farsi ammirare ; e per converso chi ascolta, dover esse- 
re tanto occupato di coloro che parlano, da non aver 
tempo alle considerazioni. - Ad un giovinetto assai lo- 
quace disse : Le orecchie ti sono andate nella lingua. - 
Ad un bello, il quale diceva, non parergli che il sapiente 
potesse amare : Nessuno, rispose > sarebbe più misero 
di voi altri belli. ! - Affermava che eziandio molti filo» 
sofi erano insipienti in molte cose , ignoranti le picco* 
le e le fortuite. Ed allegava il fatto di Gafesia, il quale 
scorto un suo discepolo gonfiarsi troppo, gli disse, per» 
colendolo , come non nel grande fosse posto il bene , 
ma nel bene il grande. - Un certo giovane disputava 
più che audacemente; dissegli: Non potrei raccontarti, 




ZENONE. Si 

o fanciullo, ìe cose che mi soccorrono ! - Uno ila fto- a» 
di , bello , ricco e nulla più , gli si pose vicino ; non 
volendolo tollerare, prima lo fece sedere su 9 panche pol- 
verose, perchè insudiciasse la clamide; poi nel posto 
dei poveri, onde lo sfregassero co' loro stracci. Il gio- 
vine finì coli 9 andarsene. - Appellava V orgoglio la più 
sconveniente di tutte le cose, massime ne 9 giovani. E di» 
ceva non doversi tenere a memoria le voci e le frasi , ma 
sì occupare la mente nello stabilire ciò che è utile, onde 
non prenderle come qualche cosa di cotttf e preparato. 
Ed essere mestieri che i giovani praticassero la decen- 
za in tutto , nell' incesso , nel portamento e nell'abi- 
to,'; e citava spesso i versi di Euripide sopra Capaneo : 
ch'egli < 

Grandi sostante possedei ma paco *3 
Alla ricchezza altero, più fastoso \ 
un mendico non era, 

- Diceva nulla essere più contrario della poesia all'acqui* 
sto dei sapere ; e noi di nulla più bisognosi che del 
tempo. Interrogato, che cosa è un amico, rispose: 
Un altro me. - Batteva , narrano, uno schiavo per fur- 
to; e dicendogli costui: era destino in me il rubare; E 
Tesser battuto , risposegli. - Diceva che la bellezza era 
il fiore della voce; altri, che la voce della bellezza. - 
Vedendo il fanciulletto di uno tra' suoi famigliari coi 
segni delle battiture, disse a questo: Veggo le impronte 
della tua collera. - Ad un tale unto di unguento , Chi 
è, disse, che sa di donna? - Sendogli addimandato da 
Diogene Ljebzio. T, IL 6 



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8a CAPO FUMO 

Dionisio il Disertore, perchè Ini solo non correggesse? 
rispose : Perchè non ti credo. - Ad un giovine ciancia- 
tore, Ecco , disse, abbiamo due orecchie ed una bocca 
sola, affinchè ascoltiamo di più e parliamo di meno. - 
Standosi senza parlare corcato io nna cena, fu richie- 
sto del perchè; rispose a chi ne lo biasimava, annuo* 
ciasse al re , che eravi presente nn tale che sapeva ta- 
cere. Quelli che interrogarono erano ambasciatori prò* 
venienti da Tolomeo, e desiderosi di sapere ciò che di 
lui dovessero dire al re. - Interrogato, come si sarebbe 
condotto io caso di maldicenza ? A quel modo, rispose, 
che si rimanderebbe un ambasciatore senza risposta. - 
Racconta Apollonio tirio, eh 1 e 9 disse a Grate, che via 
traevalo pel mantello da Stilpooc : Oh Cro/e, la presa 
dei filosofi fossi destramente per gli orecchi: traimi 
dunque persuadendo questi. Forzandomi, il corpo sarà 
teco , ma presso Stilpone t anima. 

XX. Conversò, secondo afferma Ippoboto, ezian- 
dio con Diodoro, e da Ini apprese le dialettiche; e seb- 
bene già avesse fatto progressi, per modestia s' intro- 
duceva anche da Polemone, di modo che, narrano que- 
sti avergli detto , invano ti nascondi , o Zenone , col 
cacciarti furtivamente per le porte degli orti, e col 
travestire alla fenicia i dommi che rubi. - Ad un dia- 
lettico che, in un discorso mietitorio , dimostrava sette 
specie dialettiche , chiese quanto denaro ne esigesse ; e 
sentendo che cento dramme , dogento gli ne diede. 
Tanto coltivava l'amore dello studio. 

XXI. È fama eh 9 ei prima usasse il nome di dovere 



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SSHOBS» 



83 



e componesse io tomo a quello un trattato; e 
mutasse i Tersi d'Esiodo così : 

Ottimo al tutto è colui che si affida 
A* ben parlanti ; ma pur buono è anello 
Che da tè stesso conosce ogni cosa* 

Essere perciò migliore chi può ascoltare quello che ben *6 
si dice, ed usarne, di chi per sè ogni cosa medita. 
Poiché di costui è proprio solo il comprendere ; ma in 
quello che si. lascia ben persuadere ?a unita anche la 
pratica. 

XXII. Interrogato, perchè essendo cosi austero, 
diveniva gaio ne' simposj ? rispose: Anche i lupini che 
sono amari indolciscono bagnandoli. Ecatone nel se* 
condo delle Cric afferma del pari, eh 1 era troppo indul- 
gente per simili compagnie. Era solito dire tornar me* 
glìo sdrucciolare co 9 piedi che colla lingua. - Non essere 
certo poca cosa ciò che è qnasi bene. Questo si attri- 
buisce da altri a Socrate. » 

XXI li. Era pazientissimo è frugalissimo , usando 
cibi che non si éuocono, e mantello leggiero^ di modo 
che si diceva sul conto suo : 

Non domano costui ne f aspro verno , 27 

Jfè la dirotta pioggia; non la fiamma 

Del sole, o il crudo morbo , o quanto in prezzo 

Tiene il volgar ; ma infaticabil sempre 

Tende alla sapienza e notte e giorno. 

XXIV. Per altro i comici non sapevano di farsi 




84 <* A *0 PRIMO 

suoi lodatori coi sarcasmi \ siccome Filemone , che nel 
dramma / filosofi , dice cosi : 



Costui filosofeggia una novella 
Filosofia ; insegna la miseria 
E discepoli acquista: mangia un pane, , 
Fichi in pietanza e sopravi delT acqua. 

- Altri intendono di Posidippo. - Già quasi era ito in 
proverbio il dire, parlando di lui, più temperante del 
filosofo Zenone. Ed anche Posidippo ne' Traslati : 

• - Perocché in dieci giorni 
Parve più continente di Zenone. 

XXV. E veramente sorpassava ognuno e in questa 
sua qualità , e nella gravità , e, per Giove, anche nella 
felicità; poiché di ott' anni sopra i novanta finì di vive- 
re, essendo campato sano e senza malattia. Ma Perseo, 
nelle Ricreazioni morali, afferma che e 9 finì di settanta 
due anni , e venne in Atene di ventidue; e Apollonio 
dice che fu a capo della sua scuola due anni meno di 
sessanta. 

XXVI. Morì in questo modo. Neil' uscire di scuola 
inciampò e si ruppe un dito. Battendo quindi colla 
mano la terra disse le parole della Niobe : 

- Vengo ; perchè mi chiami? 

e morì di fatto soffocandosi da sè stesso. Gli Ateniesi 



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ZENONE. 85 

lo seppellirono nel Ceramico e l'onorarono del surrife- 
rito decreto, attestando della virtù di Ini ; e Antipatie 
sidonio così poetò : 

Questo è Zenone di duo delizia, 

Che salì un giorno a cielo, e non impose 
Pelio ad Ossa, nè fece erculee prove t 
Virtù, soia trovò sentiero agli astri. 

E in altro modo Zenodoto lo stoico, scolaro di Dio- 
gene : " 

Posto il bastare-a-sè , la vanitosa 3 0 

Sprezzi ricchezza , per canuto ciglio 

Venerando Zenone; che un virile 
i Discorso rinvenisti^ combattendo 

Con previdenza una dottrina, madre 

Di lihertade intrepida. - Qual male 

Se di patria fenicio ? Eralo Cadmo, 

Da cui la Grecia ebbe sue scritte carte* 

E in comune poi, anche su tutti gli Stoici, l'epigram- 
mista Ateneo dice così : 

Oh dotti negli stoici discorsi, 
Oh voi, che nobilissime dottrine 
Ne' vostri sacri libri riponete , 
È virtute deir alma il solo bene: 
Poiché sola a mortali custodisce 
La vita e le città. Ma della carne, 
Dolce fine agli altri uomini, il piacere 
Perfezionò una figlia di Mnemosine. 



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86 Ciro primo 

Come morisse Zenone dicemmo anche noi nel Pamme» 3i 
tro in questo modo : 

Dicono che il cizieo Zenon morisse 
Per gran travaglio di vecchiezza , alcuni ; 
Aliti perchè senza cibarsi slesse ; 
Altri perchè ferito un di cadendo 
Disse, percossa colla man la terra: 
Vengo da me ; perchè mi chiami , p morte? 

poiché taluno afferma eh 1 e 9 morisse eziandio così. - E 
questo intorno alla sua morte. 

XXVII. Racconta Demetrio magnesio, negli Omo- 
n/mi , che spesse volte il padre di lui , Moasio , veniva 
in Atene e molti libri socratici portava a Zenone , an- 
cor fanciullo. Il perchè già in patria informato alla fi- 3» 
losofia, e così recatosi in Atene, accostato si era a Ora- 
te. - E dice , credere eh 9 egli ponesse fine agli errori 
delle enunciazioni. - E giurava , dicono , pel cappero , 
come Socrate pel cane. 

XXVIII. Sono per altro alcuni, tra quali Cassio lo 
scettico , che accusano Zenone in molte cose $ primo , 
allorché dimostra inutili le discipline encicliche, parlan- 
done in principio Della Repubblica; secondo, allorché 
afferma essere nemici fra loro e battaglieri , e schiavi 
e stranieri tutti gli uomini non virtuosi, i genitori ed i 
figli , i fratelli e i fratelli , i famigliari e i famigliari $ e 

di nuovo, nella Repubblica, quando insegna, cittadini, 33 
e amici, e parenti , e liberi essere soltanto i virtuosi , 
di modo che per gli Stoici sono nemici i genitori ed i 



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ZSKONE. 87 

figli, perché non sono sapienti ; e quando stabilisce, 
nella Repubblica del pari e ne* dugento versi , essere 
comuni le donne , e non doversi fabbricare nelle città 
né sacrati, né tribunali, né ginnasi; e della moneta 
così scrive: Credere che ne in grazia de* cambi, ne in 
grazia de* viaggi, sia necessario preparare la moneta ; 
e vuole ebe uomini e donne usino le stesse vesti; né 
celino i genitali. 

XXIX. Che questa Repubblica sia di benone, lo as- 34 
serisce aoche Gisippo nel primo della sua Repubblica. 
Trattò di cose amatorie nel principio del libro che s'in- 
titola Deir arte amatoria; e di tali argomenti scrisse 
anche nelle Diatribe. Alcune di si fatte, accuse stanno 
presso Cassio ed eziandio presso Isidoro retore da Per- 
gamo , il quale affermò che da Atenodoro lo stoico , 
cui era affidata la biblioteca di Pergamo, furono espun- 
te dai libri le male cose scritte dagli Stòici ; dopò ri- 
messevi , quando Atenodoro fu colto sul fatto e accu- 
sato. - E questo per le cose di che lo si accagionava. 

XXX. Furono otto Zenoni: primo Peleate, di cui 35 
diremo. - Secondo quesf esso. - Terzo un da Rodi , 
che scrisse una storia particolare del suo paese. - Quar- 
to P istorico , che scrisse la campagna di Pirro in Ita- 
lia ed in Sicilia, e anche un ristretto delle cose operate 
dai Romani e dai Cartaginesi. - Quinto un discepolo 

di Crisippo , che compose pochi libri , ma lasciò molti 
scolari. - Sesto un medico erofileo , atto al concepire , 
fiacco nello scrivere. - Settimo un grammatico, del 
quale fra Pàltre cose vanno attorno anche epigrammi. - 



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88 CAPO PRIMO 

Ottavo uno nativo di Sidone , 61osofo epicureo , chiaro 
nel concetto e nell'esposizione. ' 

XXXI. Discepoli di Zenone furono molti , ma ce- 36 
lebri : Perseo di Demetrio cizieo ; secondo alcuni suo 
famigliare, secondo altri servo, uno di quelli che gli 
spedì Antigono per copiar libri; e fu anche allevatore 
del Gglio Alcinoo. Antigono un giorno volendo pren- 
dere costui ad una prova, fecegli simulatamente recare 

P annunzio che i suoi poderi erano stati rubati da 7 ne- 
mici; e mostrandosene Demetrio rammaricato, vedi, 
gli disse , che non è la ricchezza indifferente ? Corrono 
per suoi questi libri : Del regno - La repubblica lace- 
demone - Delle nozze - DeW empietà - // Tieste - 
Degli amori - Discorsi esortatomi - Di diatribe - 
Di Cne, 4 - Comentarii - Stdle leggi di Platone, 7. - Zy 
Aristone, precettore di Milziade, chio, introduttore del- 
P indifferenza. - Erillo, cartaginese, che disse esser 
fine la scienza. - Quel Dionisio che si trasferi alla vo- 
luttà da che per grave malattia d' occhi , non osò più 
chiamare indifferente il dolore. Era costui eracleote. - 
Sfero , bosforiano. - Cleante di Fanio , assio , che gli 
successe nella scuola , e fu da lui paragonato alle ta- 
volette di cera dura , che difficilmente si scrivono , ma 
conservano le cose scritte. - Sfero dopo la morte di 
Zenone udì puf e Cleante ; e diremo di lui nella vita 
di Cleante* - Discepoli di Zenone furono , secondo 38 
Ippoboto, anche questi: Filonida , tebano. - Callippo, 
corinzio. — Posidonio , alessandrino. - Zenone, sidonio. 

XXXII. Di tutti in comune i dorami stoici ho giu- 
dicato parlare nella vita di Zenone, perchè fu costui 



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ZENONE. 89 

il fondatore della setta , e sono suoi i molti libri sopra 
descrìtti, ne 9 quali così ragionò, che nessuno degli Stoi-' 
ci. Universalmente adunque sono questi i dommi , toc- 
candone -, come usammo fare cogli altri, per capi. 

XXXIII. Triplice affermano in filosofia il discorso; 39 
cioè fisico, morale e logico. Così il primo, lo divise 
Zenone cizieo nel libro Del discorso , e Crisippo ne) 
primo Del discorso e nel primo delle Fisiche, e Àpol- 
lodoro e Siilo nel primo delle Introduzioni a? dommi ^ 
ed Eudromo ne' suoi Elementi morali, e Diogene babi- 
lonese, e Posidonio. A queste parti Afjollodoro dà il 
nome di Luoghi , Crisippo ed Eudromo di Specie , al- 
tri di Generi. Paragonano la filosofia ad un animale , ^ 0 
assomigliandone il discorso logico air ossa ed a 1 nervi , 
il fisico alle carni, all'anima il morale; o in altro mo- 
do , ad un uovo , le cui parti esterne sono il logico, le 
successive il morale, le più interne il fisico; 0 ad un campo 
fertile, alla cui siepe circostante paragonano il logico, il 
morale al frutto , alla terra od alle piante il fisico ; ov- 
vero ad una città munita benissimo di muraglie e go- 
vernata secondo ragione; nessuna parte, come affer- 
mano alcuni , è preferibile alP altra , ma sono miste ; c 
mista ne trasmisero la dottrina. Altri stabiliscono primo 
il logico , secondo il fisico, e terzo il morale. Tra que- 
sti è Zenone, nel libro Del discorso, e Crisippo e Ar- 
chedamo. Diogene tolemaico comincia dalP etiche ; le ^i 
etiche pone seconde Apollodoro; ,e Panezio e Posido- 
nio principiano dalle fisiche, secondo narra Fania disce- 
polo di Posidonio , nel prima libro delle Scuole di Po* 
sidonio. Cleante parla di sei parti: dialettica, retorica, 



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go CAPO PRIMO 

etica, politica, fisica , teologica. Altri non del discorso 
chiama queste parti, ma della stessa filosofia, come Ze- 
none traseo. 

XXXIV. Tengono. alenai doversi dividere la parte 
logica in due scienze , in retorica e in dialettica; ed 
altri eziandio in un genere definitivo intorno le regole 
ed i giudizj. Alcuni tolgono via il definitivo; quello as- 
sumendo che riguarda le regole ed i giudizi al ritrova* 
mento della verità , poiché in essa dirigono le diversiti 
delle fantasie. Anche il definitivo usano parimente al 
riconoscimento del vero; da che per le nozioni si con- 
cepiscono le cose. Ed arte retorica chiamano il dir bene 
nello svolgimento dei discorsi : e dialettica il ragionare 
dirittamente ne* discorsi che si fannò per dimanda e 
risposta. £osì la definiscono eziandio scienza delle cose 
vere e false, o che non sono né V uno né l'altro. Dico- 
no poi essere tripartita la stessa retorica , cioè , una 
parte di essa deliberativa , una giudiciale, una dimo- 
strativa; e dividersi in invenzione, indizione, indi* 
sposizione e in azioné ; -e il discorso oratorio , in esor- 
dio , in narrazione , confutazione ed epilogo. 

XXXV. E dividersi la dialettica nel luogo delle cose 
significative ed in quello della voce; e il luogo delle cose 
significative nel luogo delle fantastiche e nel luogo di 
quelle che hanno sussistenza dalle loro enunciazioni e 
sono perfette da sé , e dai predicamenti , e simili , retti 
e obbliqui, e generi e specie; e del pari anche da discorsi, 
e luoghi , e sillogismi , e dai sofismi della voce e delle 
cose ; dei quali sono i falsi ragionamenti e i veri, e i ne- 
gativi, e i soriti, e i simiti a' questi, deficienti, ambigui, 



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UMORE. 91 

concbiudenti , nascosti , e cornati, e nulli, e mietenti; 
ed essere nn luogo particolare delia dialettica anche cip 
che prima si disse della voce stessa, nel quale si mostra 
la voce scritta e quante sieno le parti del discorsole il 
solecismo e il barbarismo^ e i poemi e le ambiguità e le 
modulazioni della voce, e la musica, e i limiti, secondo 
alcuni, e le divisioni e le disioni. - Affermano essere uti- /J5 
lissima la teorica sui sillogismi, perchè offre la dimostra* 
zione, che giova alla correaione dei dommi; e V ordine 
e la memoria scientifica dimostrare la comprensione; e 
il discorso stesso essere nn sistema formato di lemmi e 
d'illazione; e il ragionamento sillogistico trarre il sillo- 
gismo da questi; e la dimostrazione essere un discorso, 
per mezzo di ciò che meglio si comprende , di ciò ohe 
meno si comprende delle cose che si paragonano; ed es* 46 
sere la fantasia un' impronta dell'animo, derivatone con* 
venevolmente il nome dalle impronte che fa Fanello nella 
cera; e della fantasia una essere comprensibile, V altra 
incomprensibile: comprensibile quella che dicono crite- 
rio delle cose, e deriva da un oggetto esistente, secondo 
esso oggetto esistente improntata e modellata ; incom- 
prensibile quella che non da oggetto esistente, od anche 
da esistente deriva, ma non secondo esso oggetto esisten- 
te, « non ha chiara impronta. Tengono poi che la dia- 
lettica sia necessaria e una virtù contenente virtù in 
ispecie; e V impreciso (•mf*ìmrt*i) > scienza del quando 
debbasi assentire e no ; e il circospetto (mpuwvtf*) , 
valido ragionamento contro il verisimile, onde non ab* 
bandonarci ad esso; e il non redarguibile («MAip£f«t), 
potenza nel discorso , pér non essere da essa condotti 



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ga capo primo 

all'oppostole il non frivolo abito che Ie- 

fantasie riconduce al retto discorso. La stessa scienza 
chiamano , o una certa comprensione , o un abito nel 
ricevere le fantasie non derivante dalla ragione. Né senza 
dialettica speculazione dover essere il savio stabile nel 
discorso } poiché da quella si riconosce il vero ed il falso,, 
e il probabile e l' ambiguamente asserito si discerne; né 
essere senz' essa nella via d' interrogare e rispondere; 
ma estendersi la temerità nelle risposte e nelle cose che k 
si fanno , sino a travolgere nel disordine e nella frivo- 
lezza colui clic non ha esercitate le fantasie ; nè altri* 
menti acuto e sagace e al tutto abile ne' discorsi il sa- 
piente mostrarsi } poiché è da lui il parlare dirittamente 
e dialogizzare, da lui discutere le cose proposte, rispon- 
dere a chi interroga; lo che è da uom perito nella dia- 
lettica. - Questo adunque nelle logiche tiensi, in com- 
pendio, da essi. 

XXX VI. Ma acciocché diciamo eziandio paratamen- 
te delle cose che da loro si estendono all'arte introdut- 
tiva , riferiscansi , secondo la lettera, anche quelle che 
Diocle magnesio pone nelle Escursioni de* filosofi, di- 
cendo così: Piace agli Stoici mettere in primo luògo il 
discorso della fantasia e del senso * poiché il criterio* 
al quale si conosce la verità delle cose* deriva da un 
genere di fantasia , e perchè il discorso del consenso* 
della comprensione t delP intelligenza* che va innanzi 
delP altre cose* non sussiste senza fantasia: però pre- 
cede la fantasia, succede P intendimento esponitore* il 
quale ciò che prova la fantasia* riferisce col di t corso. 
Differiscono poi fantasia e fantasmi; poiché il fantasma 



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XENÓNB. ' 90 

è un 5 opinione della mente, quale si genera nel sonno, 
e la fantasia è un 1 Impronta nell'anima, cioè a dire una 
mutazione, siccome Crbippo, nel duodecimo DélVarwtiQ^ 
sostiene. Né s' ha a tenere T impronta come impronta 
di sigillo, dacché é impossibile che molti tipi si faccia* 
no da uno stesso oggetto sopra ano stesso luogo. Ioten- 
desi per fantasia quella che da un oggetto esistente, se- 
condo che esiste, è impressa, e dentro figurata e sigil- 
lata, come non si sarebbe potuto fare da cosa non esi- 
stente. Delle fantasie, secondo essi, alcune sono sensibili, 5i 
alcune no. Sensibili quelle che per mezzo di uno* o più 
sensi si ricevono; non sensibili quelle che per mezzo del 
pensiero, come le incorporee e l'altre che pel discorso 
.si comprendono. Quelle che sono sensibili nascono da- 
gli oggetti esistenti per cessione e consenso. V'hanno 
fantasie anche di apparenza, le quali nascono come da 
cose esistenti. In oltre delle fantasie alcune sono razio- 
nali, alcune irrazionali. Razionali quelle degli animali ra- 
gionevoli ; irrazionali quelle degli irragionevoli. Le ra- 
zionali quindi sono della mente, le irrazionali non ebbero 
nome. Altre sono artificiali, qltre non delP arte; e però 
altrimenti si contempla V immagine dalP artista , altri- 
menti dal non artista. Senso, secondo gli Stoici, dicesi 5 2 
e lo spirito, che dalla parte principale dell'anima a' sensi 
proviene, e il comprendimento per mezzo, di questi, e 
la fabbrica degli organi pe* sensi, per la quale alcuni rie- 
scono manchi ; e chiamasi senso V aziooe. 11 compren- 
dimento detle cose bianche e nere , aspre e lisce si fa 
bensì, secondo loro, col senso; ma colla ragione quello 
delle cose che sono raccolte col mezzo della dimostra- 



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94 cìpo primo 

zione, come essere gli dei, e questi previdenti. Poiché 
delle cose che si intendono, aleune s' intendono per in* 
cidenza, alcune per similitudine, queste per analogia, 
quelle per trasposizione , le une per composizione , le 
altre per opposizione. Per incidenza si conobbero le oose 53 
sensibili ; per similitudine le cose da alcun che posto 
ad esse vicino, come Socrate dall' immagine ; per ana- 
logia dall' aumentare, come Tizio e Ciclope ^e col di* 
minuire, come Pigmeo; é si conobbe il centro della terra 
per analogia di altre sfere più piccole; per trasposizio- 
ne, come occhi sul petto ; per composizione si concepì 
V ippocentauro , e per opposizione la morte. Si pensa 
alcuna cosa anche per traslazione , come ciò che si è 
detto, ed il luogo; si conosce naturalmente il giusto ed 
il buono ; e per privazione, soltanto il monco. - Qual- 
che cosa di sì fatto dommatizzano sulla fantasia , sulla 
sensazione e sul comprendimento. 

XXXVII. Criterio della variti affermano essere la 54 
fantasia che ha la facoltà di comprendere , quella cioè 
che deriva dalle cose esistenti , secondo Crisippo , nel 
dodicesimo delle Fisiche , é Àntipatro e Apollodoro. 
Poiché anche Boeto tralascia parecchi criteri , mente , 
sensazione , appetito e scienza, Crisippo differendo da 
lui, nel primo Del discorso, dice essere criteri la sen- 
sazione e V anticipazione. L'anticipazione è un' intelli- 
genza naturale delle cose universali. Alcuni degli antichi 
Stoici ci lasciano a criterio la diritta ragione, siccome 
riferisce Posidonio nel primo Del criterio. 

XXXVIII. Pare concordemente ai più che la spe- 55 
culazione dialettica sia da iuepraiuciare dal luogo della 



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1BV0HB. <j5 

voce. È la voce, conforme si dice da Diogene babilonese 
nell'arte della voce, aria' percossa, ovvero il sensibile 
proprio dell 9 udito. La voce dell'animale è aria percossa 
con impeto , ma nelP uomo è articolata e mossa dalla 
mente, secondo Diogene, e questa voce è perfezionata 
di dodici anni. E corpo ò la voce secondo gli Stoici, al 
dire di Archedamo, nel trattato Della voce, di Diogene, 
di Antipatro e di Grisippo, nel secondo delle Fisiche; 
poiché tutto che opera è corpo , ed opera la voce che 56 
dai parlanti va agli uditori. Disione , afferma Diogene, 
è vóce scrivibile, come giorno. Discorso è voce signifi- 
cativa, derivata dalla mente, come è giorno. Dialetto è 
dizione caratterizzata alla maniera particolare di un po- 
polo e grecamente, o disione qnal siasi, cioè che abbia 
epatiti da un dialetto, come, all' attica Mare (e«A«tv#), 
ali 9 ionica Giorno ("Hptft). Elementi della dizione sono 
le ventiquattro lettere. In tre maniere appellasi la let- 
tera, elemento, figura dell'elemento e nome, come alfa; 
e degli elementi sette sono vocali, «* «» *, muti Sy 

sei, C, y, Ì, », », r. Differiscono poi voce e dizione, per- 
chè voce è nel vero anche suono, ma disione suono ar* 
ticolato soltanto. La dizione differisce dal discorso, per- 
chè il discorso è sempre significativo, e la dizione eziandio 
non significativa, come la parola BXtrft (Blitri\ ma non 
mai il discorso. Differisce anche il dire dal proferire , 
poiché si proferiscono le voci, ma si dicono le cose che 
per avventura si possono dire. % 

XXXIX. Cinque sono le parti del discorso, secondo 
Diogene, nel libro Della voce,e secondo Crisippo: nome, 
appellazione, verbo, congiuntone, Articolo. Antipatro , 



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96 CAPO PRIMO 

ne' suoi libri Della dizione e Delle cose che si dicono, 
pone anche il mezzo. Appellazione, secondo Diogene, è 58 
una parte del discorso che significa una qualità conra- 
ne, come nomo, cavallo; nome è una parte del discorso 
che esprime una qualità particolare, come Diogene, So- 
crate; verbo è una parte del discorso significante, secondo 
Diogene, un semplice attributo, e secondo taluni , un 
elemento del discorso / senza casi, il quale significa 
un che di composto in relazione ad una o più cose, 
come : io scrivo , io parlo ; congiunzione è una parte 
del discorso, senza casi, che collega le parti del di- 
scorso ; articolo è un elemento del discorso che ha 
casi, e che. distingue i generi dei nomi, ed i numeri, 
come ** i r#, #i, mi **. 

XL. Cinque sono i pregi del discorso: grecismo, per- 5c; 
spicuità, brevità , convenienza , grazia. Grecismo è la 
frase corretta, secondo arte, e non la imitazione della 
consuetudine ; perspicuità è una disione che da vicino 
s'accosta al pensiero; brevità è la stessa dizione non 
avente che ciò che è necessario alla chiarezza d'una 
cosa; convenienza è la dizione adatta . alla cosa; grazia 
è la dizione sfuggente l' idiotismo. Barbarismo, tra mo- 
di viziosi , è una dizione fuor dell' uso de' beati Greci 5 
solecismo un discorso mal ordinato nelle parti. 

XLI. Poema , secondo che dice Posidonio , nella fio 
Introduzione alla dizione, è una dizione misurata o rit- 
mica , con ornato eccedente la forma prosastica. Ritmi- 
ca affermano essere la frase massima terra , divo etere. 
Poesia è un poema significativo , che contiene un'i- 
mitazione delle cose diviue ed umane. 



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ZBWOHB 97 

XLIL La definizione è , come dice Antipatro nel 
primo Dette definizioni , un diacono perfettamente 
espresso per mezzo dell' analisi, o, come dice Crisi ppo, 
nel primo Dette definizioni , anche una reddizione. La 
descrizione è un discorso che conduce indigrosso alle 
cose , o una definizione che presenta in modo più sem- 
plice la forza della definizione. Il genere è un'unione di 
molli e inseparabili concetti , come animale ; poiché 
inesto ai contengono! singoli animali. Un concetto è un 61 
fantasma della mente ; non qualche cosa che esista od 
operi , ma come una cosa che esista, e come una cola 
che i operi , al modo che ci raffiguriamo un cavallo 
eziandio non presente. La specie è compresa sotto il 
genere, come sotto l'animale si comprende l'uomo. 
Generalissimo è poi ciò, che essendo genere, non ha ge- 
nere, come V esistente ; specialissimo ciò che, essendo 
specie, specie non ha , come Socrate. 

XL1II. La divisione è la spartizione del genere nelle 
specie affini , come: Degli animali alcuni sono ragio- 
nevoli, alcuni irragionevoli. La contro divisione èia 
separazione del genere in ispecie in modo opposto, 
quasi fosse per negazione , come : Delle cose esistenti 
alcune sono buone e alcune non buone. La sotto divi- 
sione è la divisione della divisione, per esempio: Delle 
cose esistenti alcune sono buone , alcune non buone, e 
delle non buone queste sono cattive, quelle indifferenti, 
La partizione, secondo Crini, è la distruzione del 6a 
genere per luoghi , come : Dei beni alcuni sono del- 
r anima , alcuni del corpo. 

XLIV. L'equivoco è una dizione significante due 
r Diogene Laerzio. Voi. IL 7 



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g$ CAPO PRIMO 

o piò cose nel discorso e al senso proprio e secondo 
P uso stesso , di modo che parecchie se ne possono ac- 
cogliere in una medesima dizione , come : JOa suona* 
trice di flauto è caduta} poiché si esprime con questa , 
ora : // palazzo tre volte (*vkn rftf ) è caduto: ora: La 
suonatrice di flauto (*»Airf n) è caduta. 

XLV. La dialettica, al dire di Posidonio, è la 
scienza delle cose vere, delle cose false, e di quelle 
che non sono né l'uno, nè P altro. Secondò Crisippo 
ha per iscopo i segni significativi e le cose significate. 
Questo pertanto si dice degli Stoici circa la teorica 
della voce. 

XLVI. Nel luogo spettante a* fatti e alle Cose che 63 
hanno significazione , collocano essi ciò che risguarda 
le espressioni, il perfetto in sé, gli assiomi, i sillogismi, 
e ciò che riguarda P imperfetto, i predicamenti, diritti 
e supini. 

XLV1L Affermano esprimibile ciò che sussiste per 
razionai fantasia , e delle cose esprimibili, alcune ten- 
gono essere perfette , altre imperfette. Imperfette sono 
quelle che non hanno compita l'espressione, come 
scrive} poiché chiediamo ancora chi? Perfètte quel- 
le che hanno compita P espressione , come Socrate 
scrive. Quindi nelle imperfette si collocano i predicati, 64 
nelle perfette gli assiomi e i sillogismi e le interrogazio- 
ni e le quistioni. Il predicato è ciò che si enuncia di 
alcun che, od una cosa che consta di una o di più, co- 
me dice Apollodoro, ossia un'espressione imperfetta 
costrutta in caso retto per la formazione di un assioma. 
Dei predicati alcuni sono accidenti come il na- 



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ZENONE. 99 

vigare tra gli scogli. Altri predicati sono retti, altri sa* 
pini, altri neutri. Retti sono quelli che si costruiscono 
con un caso obbli quo per la formazione del predicato, 
[come : Egli ode} vede} discorre} supini sono quelli che 
si costruiscono colla particella passiva come: Io sono 
udito ; sono veduto ,* neutri sono quelli che non hanno 
nè P un modo nè V altro, come: Sapere ' y passeggiare. 
Reciproci que' che non sono supini Ira supini; e sono 
azioni, come: Si tonde\ poiché colui che tonde vi com- 65 
prende sò stesso. I casi obliqui sono genitivo , dativo e 
accusativo. 

XLVIII. Proposizione dicesi ciò ch'è vero o falso, 
o una cosa compiuta per sé , dichiararle per quanto 
è in essa, o non dichiaratale, siccome afferma Crisippo, 
nelle Definizioni dialettiche: per esempio, è giorno , 
Dione passeggia. La proposizione (•{<*/*•) trae il suo 
nome dall'essere assentita («{<«vW>«j), o riprovata; da che 
nel dire è giorno, sembra che si assenta essere giorno. 
Ed essendo realmente giorno, il proposto assioma di* 66 
venta vero ; non essendo, falso. Differiscono poi propo- 
sizione , interrogazione, quistiope , e ciò che ha modo 
di comando , giuramento , imprecazione , supposizione, 
appellazione, e la cosa che ha 'somiglianza nella propo- 
• siziobe. Poiché proposizione é ciò che parlando si afc 
ferma che sia vero o falso. Interrogazione è una cosà 
compiuta per sé veramente , come la proposizione, ma 
che richiede una risposta al pari di è egli giorno? Que- 
sto non è né vero né falso $ di modo ehe la frase è 
giorno è una proposizione , la frase è egli giorno ? 
un'interrogazioue. Questione è una cosa alla quale non 



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10O CAPO PRIMO 

puossi rispondere distintamente il si , come ali 9 inter- 
rogazione , ma dire , egli abita in questo luogo. Co*- 67 
mando ò cosa che comandiamo dicendo, per esempio : 

Vanne JTInaco al fiume. 

appellazione è cosa che se da taluno si di- 
cesse, si pronuncerebbe un nome , come 

Gloriosiuimo Atride, Agamennone 
Re & uomini. 

Somiglianza nella proposizione è un prolungamento 
della proposizione , per l'abbondanza o passione di al- 
cune particelle , cadente fuor del genere delle proposi- 
zioni come : 

Bello il soggiorno verginale. Quanto 
Ai Pridmidi simile il bifolco. 

V ha anche nna cosa dubbia differente dalla proposi* 68 
zione , la quale se alcuno dicesse, mostrerebbe dubbio: 

Forse alcun che <f affine 
Non son dolore e vita ? 

Nè vere nè false sono le interrogazioni e le quistioni , 
e le cose a queste simili , essendo vere o false le pro- 
posizioni. Delle proposizioni poi alcune sono semplici , 
alcune non semplici, siccome affermano Grisippo e 
Archedamo e Atenodoro e Antipatro e Crini. Sem- 
plici sono quelle che constano di una proposizione o di 
proposizioni non ambigue , come questa : E giorno ; 



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ZENONE. 101 

non semplici quelle che constano di una proposizione 
o di proposizioni ambigue. Di una proposizione ambigua, 69 
come : Se è giorno; di più proposizioni, come: Se è gior- 
no, è chiaro. Nelle proposizioni semplici avvi e l'enun- 
ciativo e il negativo e il privativo e V attributivo e il 
definitivo e 1' indefinito; nelle non semplici il congiun- 
tò , l'aggiunto, il complicato, il diviso, il causale, e ciò 
che dichiara il più e ciò che dichiara il meno. E la 
proposizione enunciativa , come: Non è giorno. Specie 
di questa la sopraenunciativa. Sopraenunciativa è IV 
nunciativa dell' enunciativa , come : Non giorno non è, 
che stabilisce : Il giorno è. Negativo è ciò che consta di 70 
una particella negativa e di un attributo, come: Nes- 
suno passeggia. Privativo ciò che consta di una parti- 
cella privativa e di una proposizione, secondo la sua for- 
za , come : Inumano è costui. Attributivo è ciò che 
consta di un caso retto e di un attributo, come: Dione 
passeggia. DeGnitivo ò quello che consta eli un caso 
retto dimostrativo e di un attributo, comé: Costui pas- 
seggia. Indefinito è quello che consta di una particella 
indefinita, o di particelle indefinite, come: Qualcuno 
passeggia f uno si muove. Tra lè proposizioni non 
semplici è compresa, al dire di Crisippo , nelle Dia* 
fatiche, e di Diogene,' uelV Arte dialettica , quella 
che si compone della congiunzione copulativa se. Que- 
sta congiunzione dimostra seguitare un secondo ad un 
primo, come : Se è giorno, è chiaro. L'aggiunto è , se- 
condo che afferma Crini, nell'Arte dialettica , una pro- 
posizione che dalla congiunzione poiché si connette , 
cominciando dà una proposizione e finendo in una prò- 



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I 



ioa CAPO PRIMO 

posizione, come: Poiché è giorno, è chiaro. Questa con- 
giunzione dimostra, e seguire un secondo ad nn primo, 
ed un primo sussistere. La proposizione complicata è 7* 
quella che da certe congiunzioni copulative si compo- 
ne, come: Ed è giorno, ed è chiaro. Divisa è quella 
che la congiunzione disgiuntiva o divide , come : O è 
giorno, o è notte. Questa congiunzione dimostra che una 
delle proposizioni è falsa. La proposizione causale si com- 
pone a mezzo del perchè , come : Perchè è giorno , è 
chiaro , essendo il primo quasi cagióne del Secondo. 
Proposizione esprimente il piuttosto è quella che si 
compone della congiunzione che dichiara ciò che è più, 
e si pone tramezzo le proposizioni , come : È giorno 
piuttosto che notte. Proposizione esprimente il meno è j3 
quella eh 1 è il contrario delP anteriore, come : È meno 
notte che giorno. Anco vi ha proposizioni , in quanto 
al vero ed al falso , contrapposte fra loro , delle quali 
V Una è negazione delP altra , come : È giorno, e non 
è giorno. Dunque è vera una proposizione congiunta, 
della quale P opposto dell' inferior termine combatte 
coli 9 anteriore, come : Se è giorno* è chiaro. Ciò è ve- 
ro, poiché il non chiany, opposto alP inferior termine 
combatte lo è giorno. Falsa é poi la congiunta, di cui 
P opposto delP inferior termine non combatte colPante- 
riore , come : «Se è giorno* Dione passeggia } poiché il 
Dione non passeggia , non combatte colPé giorno. 
Vera Paggiunta, che incominciando dal vero, nel con- 74 
seguente finisce, come: Poiché è giorno, il sole è sulla 
terra. La falsa , o incomincia dal falso o non finisce nel 
conseguente , come: Poiché è notte, Dione passeggia , 



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ZENONE. io3 
se dicasi essendo giorno. La causale è vera che Inco- 
minciando dal vero, finisce nel conseguente , ma per 
altro non ha conseguente al fine il principio, come: 
Perchè è giorno, è chiaro ; poiché allo è giorno conse- 
gue è chiaro , ed allo è chiaro non è seguace lo è gior- 
no. La causale è falsa che, o incomincia dal falso, o non 
Gnisce nel conseguente, od ha al Boa inconseguente il 
principio, come: Perchè è notte, Dione passeggia. Pro* 75 
babile è la proposizione che ci induce all'assenso, come: 
Se una cosa ne partorì uri* altra y quella è madre di que- 
sta. Per altro ciò è falso; poiché l'uovo non é la madre 
dell'uccello. E ancora alcune proposizioni sono possibili, 
alcune impossibili \ alcune necessarie , alcune non ne- 
cessarie. Possibile è quello che si può ritenere per ve- 
ro, nulla di estrinseco contrastando che sia vero, co- 
me : Diocìe vive. Impossibile quello che non si può 
ritenere per vero , come : La terra vola. Necessario 
quello che essendo vero, non puossi ritenere per falso, 
o pur ritenere si può , ma quello eh 9 è ad esso estrin- 
seco si oppone a che sia falso, come: La virtù è utile. 
Non necessario è ciò che e v,ero è , e falso può essere, 
nulla opponendosi di estrinseco, come : il Dione pas- 
seggia. Proposizione verisimile è quella che ha più arr 76 
gomenli per essere vera , come : Vivrò domani. Altre 
differenze vi ha nelle proposizioni e trapassamenti di 
esse da vere in false, , e mutazioni , delle quali trafc 
tiamo ampiamente. 

XLIX Ragionamento , secondo Crini, è quello che 
consta della proposizione, della minore e della conclu- 
sione , come il seguente : Se è giorno , è chiaro; ma è 



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Io4 CkVO PRIMO 

giorno ; dunque è chiaro. Poiché è proposizione il se 
è giorno, è chiaro; minore il ma è giorno, e conclusione 
il dunque è chiaro. lì modo è come nna figura del ra- 
gionamento; tale è questo : Se il primo, il secondo; ma 
il primo; dunque il secondo. 11 modo-ragionamento 77 
(XéyèTpèWès) è un composto di entrambi, come : Se Pia- 
ione twe, Platone respira ; ma il primo; dunque il se- 
condo* S' introdusse il modo-ragionamento , Onde nelle 
prolisse costruzioni dei ragionamenti non pronunciare 
una minore ed nna conclusione lunga , ma brevemente 
inferire : // primo ; dunque il secondo. Dei ragiona- 
menti alcuni sono concludenti, alcuni no. I non conclu- 
denti sono quelli ne 1 quali V opposto della conclusione 
non combatte colla connessione delle premesse 5 per 
esempio : Se è giqrno , è chiaro ; ma èjgiorno; dunque 
Dione passeggia. De 9 ragionamenti concludenti alcuni 78 
chiamansi, a un modo col loro genere, conchiudenti, 
alcuni sillogistici. Sillogistici sono, o i non dimostrativi, 
o i conducenti a cose noti dimostrabili per mezzo (li 
una tale o di una tale proposizione , come i sì fatti : 
Se Dione passeggia , dunque Dione si muove. Sono 
copchiudenti specialmente que* che non conchiudono 
alla maniera sillogistica , come i sì fatti : Falso è che è 
giorno , e che è notte ; ma è giorno; dunque non è not- 
te. Non sillogistici sono que' che per la probabilità s'ac- 
eostano a 9 sillogistici , ma non concludono , come : Se 
Dione è un cavallo , Dione è un animale ; ora Dione 
non è un cavallo ; dunque Dione non è un animale. 
Anche de 9 ragionamenti alcuni sono veri , alcuni falsi. 7^ 
Veri sono que 9 che conchiudono per via di cose vere , 



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ZEJIONE. Io5 

come : Se la virtù giova, il vizio nuoce. Falsi que' che 
nelle premesse hanno alcun che di falso , o non sono 
conchiudenti, come: Se è giorno, è chiaro; ma è gior- 
no ; dunque Dione vive. E vi sono ragionamenti posti* 
bili e impossibili , e necf ssarj e non necessarj , e ve 
n'ha alcuni non dimostrabili a cui non è mestieri di- 
mostrazione. Altri sono appo altri , ma cinque presso 
Crisi ppo, per mezzo de' quali si tesse ogni ragionamen- 
to , e di 4ui si fa uso ne' concludenti , ne 9 sillogistici e 
ne' tropici. Primo è il non dimostrabile , in cui ogni 80 
ragionamento componesi del congiunto e dell' antece- 
dente , dal quale un congiunto incomincia , e quel che 
finisce cònchiude , come : Se il primo, il secondo ; ma 
il primo; dunque il secondo. Secondo è il non dimo- 
strabile, il quale, per via del congiunto e dell' opposto 
all' ultimo termine , ha la conclusione opposta all'ante- 
cedente, come : Se è giorno, è chiaro; ma è notte; don» 
que non è giorno. Poichà la minore nasce dall' opposi- 
zione nell' ultimo termine , e là conclusione dall'oppo- 
sizione nell'antecedente. Terzo è il non dimostrabile , 
che per mezzo di una negazione complessa , e di una 
parte di quella complicazione , inferisce I' opposto del 
resto, come : Non è morto Platone e vive Platone ; 
ora è morto Platone; Platon^ dunque non vive. Quar- 81 
to è il non dimostrabile, che per mezzo di separazione 
e di una parte esistente in quella separazione , con- 
chiude l' opposto del resto , come : O il primo o il 
secondo ; ma il primo ; dunque non il secondo. Quin- 
to è H non dimostrabile , nel quale ogni argomento 
si ordina per via di separazione e di una parte op- 



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lo6 CAPO t PRIMO 

posta di quelle che esistono nella separazione , ed in- 
ferisce il resto, come : O è giorno, o è notte; ma non 
è notte} dunque è giorno. - Ad un vero , secondo gli 
Stoici , segue un vero , siccome al giorno è, il chia- 
ro è ; ad un falso un falso , come al notte è , falso , il 
bufo è; e ad uri falso un vero', come al volare la terra^ 
lo esistere la terra. Ad un vero per altro non tiene 
dietro or falso, poiché all' esistere la terra non con- 
segue il volare la terra. V ha eziandio alcuni ragio- 8 
namenti imbarazzanti , coperti , a nascosti , e ammuc- 
chiati , e cornuti, e impersonali., Il coperto è di sì fatta 
maniera : Du$ non è poco^e nè purtre^ né manco que- 
sto certo, nè eziandio quattro, e così sino cC dieci. Ory, 
due è poco , dunque anche dieci- L'impersonale è nn 
ragionamento che ha forza congiuntiva, e consta del- 
l' indefinito e del definito, ed ha la minore e la conse- 
guenza, come : Se uno è qui, costui non è in Rodi. 

L. E tali sono gli Stoici nelle cose logiche da after- g 
mare con asseveranza che solo il sapiente è dialettico^ 
tulio per via di speculazione discernersi ne' ragiona- 
menti . e quante pertengono al tipo fisico, e quante 
eziandio al morate. Poiché che s'abbia a dire in logica, 
e circa la giusta applicazione de'nomi, e come per le 
opere statuirono le leggi , nulla si afferma. Ma che due 
essendo le consuetudini subordinale alla virtù, V una 
osserva che sia ciascuna cosa esistente, V altra come 
si deggia appellare. - E per essi tale è la logica. 

LI. La parte morale della filosofia dividono nel Ino- 8 
go dell' appetito e dei beni e dei mali, e in quello delle 
passioni e della virtù e del fine e della prima estimazio- 



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• ZBHDRB. IO7 

ne e delle adoni e dei dover! e delie esortazioni e dis- 
suasioni. Cosi sottodividono Crisippo, Archedaaio, Ze- 
none traseo, Àpollodoro , Diogene , Antipatro e Posi- 
donio. Poiché Zenone , quel da Cizio , e Cleante , sic- 
come più antichi , più semplicemente di queste cose 
trattarono. Costoro per altro divisero la parte logica e 
la fisica. 

LII. Primo istinto dicono essere nell'animale la con- 85 
seriazione di sè stesso, concigliatogli da natura in prin- 
cipio , siccome afferma Crisippo, nel primo Dei fini , 
dicendo : Primamente essere proprio di ogni animale la 
sua costituzione e Taverne coscienza : poiché non è ve- 
risimile che V animale sia alieno a sè, nò che possa esser 
fatto* o alieno o non attaccato. Quindi rimane a dirsi 
averlo quella costituito a sè stesso benevolo ; cosi e le 
cose nocévoli respinge e le convenienti riceve. £ ciò che 
alcuni affermano, essere la voluttà il primo appetito negli 
animali, dimostrano falso ; poiché dicono aggiunta , se 86 
tant 1 è che esista , la voluttà, quando natura per sè cer- 
cando , trovò ciò eh' era adatto al temperamento ; il 
che esilara gli animali e fa vegetare le piante. E la na- 
tura dicono di nulla differenziare le piante e gli 
animali , quando e quelle senza V appetito ed il senso 
governa, e in noi alcune cose avvengono a modo pianta. 
Ma dal superfluo ingenerandosi negli animali l'appetizio- 
ne, usando la quale s'accostano alle cose che loro sono 
proprie , ciò che in essi ò secondo natura governa ciò 
che in essi è secondo appetito. Ed a' ragionevoli essendo, 
con più perfetto reggimento, data la ragione, vivere se- 



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f 08 CAPO PRIMO 

rondo ragione può essere per chi vive seconda natura; 
addivenendo essa V artefice dell' appetito* 

LUI. Il perchè primo Zenone, nel libro Della no- 87 
tura deir uomo , disse fine il vivere conformemente a 
natura, che è vivere secondo virtù ; poiché a questa ci 
conduce la nostra natura: e la stessa cosa anche Cleante, 
nel libro Della voluttà, e Posidonio ed Ecatane, ne 1 libri 
Dei fini. E di nuovo, stessa cosa è il vivere secondo 
virtù del vivere secondo la sperienta delle cose òhe ac- 
cadono in natura , come dice Crisìppo , net primo Dei 
fini. Poiché parti delta natura universale sono quelle 
della nostra. Quindi essere fine il viver conseguentemente 88 
a natura, cioè secondo la propria e secondo quella chd- 
Pumverso, non facendo nulla di ciò cui la comun legge 
è solita proibire; la qual cosa è il retto discorso che ar- 
riva per tutto, lo stesso che è appo Giove, che con esso 
conduce il governo di quanto esiste. Quest' essa essere 
la virtù dell' uòmo felice e la felicità della vita , allor- 
quando cioè tutto si fa in consonanza del'genio di cia- 
scuno colla volontà del moderatore di ogni cosa. E però 
dice espressamente Diogene, esser fine il retto discorso 
nella scelta di ciò eh 9 è secondo natura; e Àrchedamo, 
il vivere adempiendo a tutti i doveri. Crisippo intende 89 
per riatura quella , in che s' ha a vivere conveniente- 
mente, la comune cioè, ed in particolare V umana. Ma 
Cleante ammette soltanto una natura comune , cui si 
dee seguire , non una che sia particolare ; e confessa 
essere la virtù una disposizione, e da scegliersi essa per 
sè , non per certi timori o speranze , od alcun che di 
estraneo; ed essere in essa la felicità, atteso che l'anima 



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j ZBHOtfS. 



109 



vi sia conformala pel consenso di talla la vita ; e per- 
vertirsi V animale ragionevole talvòlta per la verisimi- 
glianza delle cose esteriori , talvolta pei primi insegna- 
menti di coloro coi quali pratica; poiché la natura non 
dà occasioni perverse. 

LIV. Talvolta la virtù è una perfezione in comune 90 
a tutto , per esempio, di unì statua; talvolta non sog- 
getta a speculazione, come la salute ; talvolta specula- 
tiva, come la prudenza. Poiché dice Ecatone, nel primo 
Delle virtù, scientifiche e speculative essere quelle che 
sono costituite da speculazioni, come la prudenza e la 
giustizia; non {speculative quelle che per estensione si 
contemplano nelle costituite dalle speculazioni, come la 
salute e la forza. Il perché dalla temperanza, che consta 
dalla speculazione , accade che segua e si prolunghi la 
salute, al modo che dai vòlti nelle fabbriche proviene la 
forza. Chiamansi non speculative perchè non hanno un 91 
assentimento, ma sono addizioni, e si danno ne 1 viziosi, 
come la salute e la forza. Testimonio che la virtù sia 
uoa cosa esistente , dice Posidonio , nel primo del suo 
Discorso morale, è Tessere stata in progresso appo So- 
crate, Diogene ed Àntisteoe ; ed esistere anche il vizio 
per essere opposto alla virtù. Ed essere questa insegna- 
bile, dico la virtù, e da Crisippo si afferma, nel primo 
Dei fini) e da Cleante e da Posidonio, nelle Esortazioni) 
e da Ecatooe. E che sia da apparare é manifesto <Jal 
farsi buoni e cattivi. Perciò Panezio dislingue due virtù,, y a 
una speculativa ed una pratica ; una logica , una fisica 
ed una morale altri } quattro Posidonio, molte Cleante, 
Crisippo ed Àntipatro. Apollofane ne nomina uua , la 




HO CAPO PRIMO 

prudenza. Delle virtù altre sono prime, altre subordinate 
ad esse. Priorie queste i Prudenza , fortezza , giustizia , 
temperanza ; e tra le specie di esse, la magnanimità, la 
continenza , la pazienza, la destrezza, l'avvedutezza. La 
prudenza dicono essere la scienza dei mali e dei beni e 
di ciò che non è nè bene uè male; la giustizia la scienza 
delle cose da scegliersi e da fuggirsi e delle indifferenti; 
la magnanimità la scienza che rende l'abito dell' animo 93 
superiore agli avvenimenti comuni e ai buoni ed ai cat- 
tivi; la continenza una disposizioue che non lascia oltre- 
passare il retto discorso, od uua abitudine invitta contro 
le voluttà ; la pazienza una scienza od attitudine nelle 
cose in che s' ha a persistere e no, o che sono indiffe- 
renti ; la destrezza uua abitudine ritrovatrice issofatto- 
di ciò che esige il dovere; l'avvedutezza la scienza di 
considerare il che e il come faremo per operare util- 
mente. E in pari modo dei vizj alcuni essere primi, altri 
a questi subordinati, come l'imprudenza, la timidezza, 
l'ingiustizia, l'iiiteinperauza, tra primi; e l'incontinenza, 
la pigrezza, il mal volere, tra' subordinati a questi ; ed 
essere i vizj l' ignoranza di quelle cose , la conoscenza 
delle quali costituisce la virtù. 

LV. Beue in generale affermano essere, ona cosa utile, g4 
ed in particolare o questo o ciò che non è diverso dal- 
l'utilità. Il perchè e la stessa virtù, e il bene partecipe 
di quella dicono tripartiti così, per esempio : bene per 
le cose da cui deriva, come un' azione secondo virtù} 
per quello da cui , come I' uom probo che partecipa 
della virtù. Ma in altro modo particolarmente de6niscouo 
il beue così : ciò che, come ragionevole, è perfetto se- 



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ZENONE. 1 I l 

rondo la ua tura razionale: ed «ssere tale la virtù, poiché 
vi partecipano e le azioni virtuose e gli uomini probi ; 
e il gaudio, la letizia e simili, accidenti. E in pari modo 95 
essere anche tra vizj P imprudenza , la paura , P ingiù* 
Stizia e simili ; e partecipanti a 9 vizj le azioni viziose 
ed i vili. Accidenti poi P afflizione, P ambascia e simili. 

LVI. Di più tra' beni alcuni essere dell* animo, al- 
cuni esterni, alcuni nè dell'animo né esterni. Que' del- 
ibammo sono le virtù e le azioni ad esse conformi } gli 
esterni Pavere una patria degna è uu degno amico, e 
la felicità, che è congiunta a sì fatte cose ; non esterni 
né dell'animo Tessere uno per sè stesso felice. Del pari 96 
anche tra mali, que' dell' animo essere i vizj e le azioni 
ad essi conformi} gli esterni Pavere una patria stolta ed 
uno stolto amico, e l'infelicità che a queste cose è con- 
giunta } i non. esterni uè dell'animo l'essere uno per sè 
stesso cattivo e infelice. 

LVI I. Dei beni eziandio, dicono, alcuni essere fi- 
nali, altri efficienti , altri finali ed efficienti. Quindi un 
amico, e gli utili che da esso provengono, sono beni ef- 
ficienti } la fidanza, la prudenza, la libertà, il diletto, 
la letizia, la calma, e tutto che sia relativo alla pratica 
della virtù, finali*, beni ed efficienti e finali gli altri, che 97 
in quanto producono la felicità, sono efficienti, in quanto 
la compiono, come parte di essa, finali. Parimente dei 
mali alcuni sono finali , alcuui efficienti . alcuni di un 
111 od • è dell'altro. Uu nemico, e i danni che ne deriva- 
no, sono efficienti; la stupidezza, P abbiezione, la ser- 
vitù, la tristezza, l'affanno^ il dolore ed ogni azione vi- 
ziosa , finali } dell' un modo e dell' altro quelli che , iu 



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112 CiPO PRIMO 

quanto producono la felicità, sono efficienti, in quanto 
la compiono, .come sua parte, finali. 

LVIII. Beni dell'animo ancora sono V abito, la di- g8 
sposizione, e ciò che non è nè l'abito né la disposizione. 
Disposizione, le virtù; abito, le istituzioni; nè abito nè 
disposizióne, le azioni. Comunemente v )tra i beni misti, 
avvi una felice paternità e una vecchiaja felice; un sem- 
plice bene per altro è la scienza; e beni sempre presenti 
sono le virtù, e non sempre, per esempio, la letizia e il 
diportarsi. 

LIX. Dicono ogni bene essere profittevole , conve- 
niente, vantaggioso, comodo, facile , bello, utile, desi- 
derabile e giusto. Profittevole, perchè reca tali cose che 99 
tornano utili negli eventi; conveuiente, perchè contiene 
ciò eh' è d' uopo ; vantaggioso, perchè solve quello che 
in esso s' impiegò, così che Putita del contratto sorpassa 
la spesa; comodo, perchè procura il comodo delPutile} 
facile, perchè offre un comodo lodevole; bello, perchè 
nell'utile $uo ha giusta proporzione; utile, perchè è tale 
da esser utile; desiderabile, perchè è tale da potersi ra- 
gionevolmente scegliere; giusto, perchè concorda colla 
legge e costituisce la società. - Onesto («•*") appellano 100 
il perfetto bene, perchè accoglie tutti i numeri richiesti 
dalla natura , 0 ciò che è perfettamente simmetrico ; e 
dicono esservi quattro specie di onesto : giustizia , for- 
tezza, moderazione , scienza; poiché da queste si com- 
piono le belle azioni ; ed esservi del pari anche quattro 
specie di turpe, V ingiustizia, la paura, la rozzezza, la 
stoltezza; e chiamarsi l'onesto a una sola maniera, ren- 
dendo esso degni di lode coloro che possedono il bene Io- 



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ZENONE. 



n3 



devote; ed altra cosa essere ben naturato ad un'opera par- 
ticolare, altra Taverne ornamento, come allorché diciamo 
buono ed onesto il solo sapiente; ed affermano l'onesto 101 
solo esser buono , secondo che riferisce Ecatone , nel 
terzo Dei beni, e Crifeippo, ne' suoi libri DelV onesto z 
e questo essere la virtù e ciò che alla virtù partecipa; 
alla qual cosa risponde il dire, tutto il bene essere one- 
sto, ed all'onesto equivalere il bene che ad esso è eguale. 
In fatti: Da eh 1 è onesto & buono: ma è onesto} dunque - 
è> buono. 

LX. Pare ad essi che tutti i beni sieno eguali, e che 
ogni bene sia ornamento da desiderarsi, e che non am- 
metta né aumento né diminuzione. Delle cose esistenti 
alcune affermano essere beni, alcune mali , alcune nè 
beni nè mali. Quindi beni le virtù, prudenza, giustizia, ioa 
fortezza, temperanza, ec. ; mali le cose contrarie, stol- 
tezza , ingiustizia , ec. Quelli che non sono nè beni nè 
mali, nè giovano, nè nuocono, come vita, salute, voluttà, 
bellezza, forza, ricchezza , gloria, nobiltà ; e le cose ad 
esse contrarie, morte, infermità, fatica, disonore, debo- 
lezza, povertà, oscurità, ignobiltà e le sì fatte , siccome 
dice Ecatone, nel settimo Deijini, e Apollodoro , nel- 
P Etica , e Crisippo ; poiché queste non sono beni ma 
cose indifferenti , che in ispecialità conducono sino ad 
essi o non vi conducono. Imperciocché siccome è prò- io3 
prro del calore il riscaldare, non il freddare, Così anche 
del bene il giovare, non il nuocere \ e non giovano più 
che non offendano la ricchezza e la salute; dunque non 
bene nè ricchezza nè salute. E dicono ancora, ciò dì 
che si può usare bene e male non è un bene; ma la rie* 

Diogene Laerzio. T. IL 8 




1 14 CAPO PRIMO 

chezza e la salute è usabile bene e male ; dunque non 
bene la ricchezza e la salute. Posidonio dice per altro 
che anche queste cose sono beni. Ma che neppure hi 
voluttà sia un bene, lo affermano ed Ecatone, nel deci- 
monono libro Dei ieni, e Crisippo,in quelli Della voluttà. 
Poiché v' hanno delle voluttà turpi , e nulla di turpe è 
un bene, ed è utile muoversi e condursi conforme a virtù, 104 
nuoccvole muoversi e condursi secondo il vizio. In due 
maniere si chiamano le indifferenti. A un modo quelle 
(he non contribuiscono nè alla felicità uè aUa infelicità, 
come sono ricchezza, gloria, sanità, forza e simili; da 
che si può essere felice anche senza queste, contribuendo 
allà felicità ed alla infelicità secondo il modo di usarne. 
A uu altro si dicono le indifferenti che non muovono nè 
desiderio nè avversione, com'è l'aver pari i capelli sul 
capo o dispari, o il distendere o il ripiegare il dito r co$ì 
non avendosi a dire di quelle prime indifferenze, che 
sono abili a muovere desiderio ed avversione.il perchè 10S 
alcune di esse si eleggono per la scelta e la fuga dell'altre, 
essendo del pari. 

LXI. Delle cose indifferenti ve n'ha alcune che e' 
dicono preferite , alcune rejette ; preferite quelle che 
hanno un merito, rejette quelle che non hanno un me- 
rito. Merito dicono essere in una cosa quando contri- 
buisce alcun che ad un vivere convenevole, e sta in ogni 
maniera di bene; e merito essere certa forza media, od 
uso contribuente ad una vita secondo natura, al modo 
che si direbbe , se qualche cosa giovassero , nella vita 
secondo natura, le ricchezze e la salute; e merito la re- 
munerazione Ai chi è apprezzato, la quale può essere 



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ZEJIONB. Il5 

stabilita da quello che si conosce delle cose, come a dire, 
mutar frumento con gfzo, aggiuntovi un mulo. Essere ">6 
adunque le cose preferibili quelle che hanno un merito, 
come, in riguardo all'anima, P ingegno , P arte , il pro- 
gresso e simili ; in riguardo al corpo, la vita, la salute, 
la forza, la 'dispostela , Fuso di tutte le membra, ila 
bellezza; in riguardo a'beni esteriori, la ricchezza, la glo- 
ria , la nobiltà e simili. Da rigettarsi , circa quelle del- 
l'anima, P inettezza , la mancanza d' industri» e simili :> 
circaquelle del corpo, la morte, la malattia, la debé- 
lezza, la cachessia, la privazione di qualche membro, la 
bruttezza*, circa le esterne, la povertà, Poscurità, P igno- 
biltà e le affioi. Nè preferite uè rejette quelle che non 
sono nè nelPnn modo nè uelPaltro. Eziandio frale cose 107 
preferibili alcune seno preferibili per sé stesse, altre per 
alt te , altre e per sé stesse e per altre. Per sé stesse 
P ingegno, il progresso e simili ; per altre la ricchezza, 
la nobiltà e simili. Per sè stesse e per altre la forza, il 
vigore de' sensi, Puso di tutte le membra. Per sè stesse, 
perchè sono secondo natura; per altre, perchè procurano 
non poche utilità. Stessa cosa, per ragione contraria, di ' 
quelle che si rigettano. 

LXII. Dovere chiamano gli Stoici una cosa della 
quale, essendo preferita, possiamo dare un conto ragio- 
nevole, siccome conseguenza nella vita, il che pertiene 
anche alle piante ed agli animali ; potendosi iu questi 
eziandio notare alcuni doveri. Da Zenone primo fu cosi 10 8 
nomato il dovere (»• ««£««#r) prendendo la denominazio* 
ne dal venire ad alcune cose («*•• r» x«r« m*t •}«•*). Es- 
sere desso Pazione propria alle istituzioni naturali. Poiché 



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Il6 CAPO PRIMO 

delle cose operate a seconda dell'appetito, alcune sono 
doveri , alcune contro il dovere , alcune nè doveri nè 
contra il dovere. E però essere doveri quante la ragione 
elegge di fare, siccome onorare i genitori , i fratelli , la 
patria, compiacere agli amici; contro il dovere, quante 
non elegge la ragione, come queste , trascurare i geni- 
tori , non darsi briga dei fratelli , non esser d' accordo 
cogli amici, negligere la patria, ed altre affini. Nè con- 109 
forme nè contro al dovere, quanto la ragione non elegge 
di fare, nè vieta, CQtne raccogliere una paglia, possedere 
uno stilo, una stregghia, e simili a queste. Alcuni doveri 
poi essere senza necessità di. circostanze, alcuni con ne- 
cessita di circostanze. Senza necessità di circostanze, 
questi , curare la salute ed i sensi, e simili ; con neces- 
sità di circostanze, mutilare sè stesso, e dissipare gli averi. 
Lo stesso delle cose non conformi al dovere. Tra 9 do- 
veri anche ve n' ha taluno debito setqpre, taluno non 
sempre ; sempre , certo , è conveniente vivere secondo 
natura, non sempre interrogare e rispondere e passeg- 
giare e simili. Pari discorso anche di ciò che è fuor del 
dovere. Ed avvi non so qual dovere eziandio nelle cose no 
di mezzo, come V obbedire i fanciulli ai pedagoghi. 

LXIII. Dicono gli Stoici essere l'anima di otto parti} 
poiché sono parti di essa e i cinque sensi , e P organo 
per la voce, e la facoltà del pensiero, eh 7 è l'intelligenza, 
e quella della generazione. E dalle cose false prodursi 
il pervertimento del pensiero , donde pullulare molte 
passioui e cause di disordine. La stessa passione è, se- 
condo Zenone, od un movimento dell'anima irragione- 
vole e contro natura , od un appetito sovrabbondante. 



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ZEN OR E. 11^ 

Delle passioni più principali sono, secondo che afferma 
Ecatone, nel secondo libro Delle passioni, e Zenone in 
quello Delle passioni, quattro generi : tristezza, Umore, 
desiderio, voluttà. Secondo Crisippo , nel libro Dette ni 
passioni, tengono gli Stoici che le passioni sieno gin- 
dizj. Poiché è Pamor del danaro è una opinione che il 
danaro sia cosa onesta, ed è lo stesso dell'ebrietà, del» 
P incontinenza e di altre. Dicono essere il dolore uno 
stringimento di spirito irragionevole, ed una specie di 
esso la pietà, l' invidia, P emulazione , la gelosia , P an- 
goscia, la noja, il languore, la tristezza, la, costernazione. 
La pietà dunque essere un dolore per chi ingiustamente 
patisce un male ; P invidia un dolore per gli altrui beni; 
l'emulazione un dolore perchè si trovi in altrui ciò che 
si desidera per sé ; la gelosia un dolore perchè si trovi 
anche in altri quello che abbiamo pur noi; l'angoscia n a 
un dolore che opprime ; il Janguore un dolore perma- 
nente per raziocinii, o crescente; la tristezza un dolore 
penoso; la costernazione un dolore irragionevole, che 
consuma e toglie di vedere le cose presenti La paura 
è la preveggenza di un male. Alla paura si riferiscono 
eziandio Io spavento., il timor del lavoro , la vergogna , 
Io stupore, la confusione, P ansia. Lo spavento quindi 
è una paura che incute terrore ; il timor del lavoro la 
tema di futuri lavori ; la vergogna il timore delP igno- 
minia; lo stupore un timore per P immaginazione di cose 
insolite; la confusione un timore con cessazione di voce; n3 
Pansia un timore di cosa sconosciuta. -La concupiscenza 
è un desiderio irragionevole a cui sono subordinate anche 
queste cose, il bisogno, Podio, la discordia, Pira, l'amore, 



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Il8 CAPO PRIMO 

l'animosità, l'escandescenza. Il bisogno è una certa con- 
cupiscenza per cosa che ci sia rifiutata, e come separata 
da essa, cui invano tendiamo e seguiamo ; V odio è un 
desiderio del male di alcuno , con qualche aumento e 
prolungazione; la discordia una certa passione per l'opi- 
nion propria ; 1' ira un desiderio di punizione di chi 
crediamo averci offeso sconvenevolmente; l-amore è un 
desiderio che non è proprio degli uomini gravi, poiché 
è lo sforzo per farsi amica un 9 appariscente bellezza ; 
l'animosità è una collera inveterata, ed un rancore che 
sta in agguatò, come è dimostrato per questi versi: 

Poiché sebbene per un dì la bile 

E* digerisca, di vendetta pure 

Serba poscia il desio finché si compia. 

L' escandescenza è uno sdegno irrompente, da voluttà 
è una brama irragionevole verso ciò che sembra da de- 
siderarsi, alla quale sono subordinati il diletto, la gioja 
maliziosa , il piacere , la dissolutezza. II diletto è una 
voluttà che blandisce per mezzo delle orecchie; la giója 
maliziosa una voluttà che si prova pel male degli altri; 
il piacere, come piacere, un certo eccitamento dell'ani* 
mo al rilassamento; la dissolutezza il rilassamento della 
virtù. E in quel modo che diciamo alcune malattie del 
corpo, come podagra e artritide, così parimente diciamo 
dell'anima l'ambizione, l'amore alla voluttà, e simili. Poi- 
ché la malattia é un male con debolezza, ed è un male la 
forte preoccupazione che si ha per cosa che ci sembra 
desiderabile. E al modo 'che si dicono del corpo alcuni 



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ZEN ORE. lig 

accidenti, come catarri e diarree, così anche dell'animo 
*ono le inclinazioni, come invidia, compassione, querele 
e simili. Dicono esservi auche tre passioni buone, gioja, 
circospezione, volontà. La gioja affermano essere con- 116 
traria alla voluttà, essendo un'espansione ragionevole; la 
circospezione al timore, la quale è un ritrarsi ragionevole 
mente ; e il sapiente non può mai essere pauroso, ma 
circospetto. Contraria al desiderio dicono la volontà, es- 
sendo un appetito ragionevole* In quel modo adunque 
cbe sotto le prime passioni ne cadono altre , così an- 
che sotto le prime affezioni. Sotto la volontà la bene- 
volenza, la dolcezza, la civiltà, l'amabilità; sotto la cir- 
cospezione la verecondia , la castità ; sotto la gioja la 
letizia, la giocondità, la tranquillità dell 1 animo. 

LXI V. Gli Stoici affermano eziandio che il sapiente 1 1 7 
è senza passioni , perchè non vi precipita; ma che avvi 
auche un altro senza passioni , il cattivo , dicendosi lo 
stesso di chi è duro e non si lascia ammollire. Che il 
sapiente è senza vanità, perchò non tiene più alla gloria 
che al disonore. Esservi non per tanto un altro senza 
vanità il quale va annoverato col cattivo, ed è lo spre- 
gevole. Affermano che austeri sono tutti gli uomini probi, 
i quali, nè parlano essi stessi per voluttà, uè accolgono 
ciò che gli altri dicono per essa. E chè v' ha anche 
un? altra maniera di austero che diciamo a somiglianza 
del vino austero, cbe si usa per la fabbrica delle medici- 
ne, ma per bevanda non molto. Sinceri i sapienti e guar- 1 18 
dinghi di non apparire migliori di quel che sono, onde, 
ascondendo a disegno le cose cattive, far mostra di quello 
che sono buone. Nè simulati, perchè e dalla voce e dal 



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120 CAPO PRIMO 

volto tolgono ogni finzione. Alieni sono i sapienti dagli 
affari, perchè schivano di fare alcuna cosa oltre il do- 
vere. Bevono bensì vino, ma non s' ubbriacano; e nep- 
pure sono, presi da pazzia, quantunque accaggia ad essi 
talvolta di aver fantasie stravaganti,cagionate da atrabile, 
o delirio, non mai per ragionamento sulle cose da pre- 
ferirsi, ma per natura. I sapienti neppure si attristano, 
per essere la tristezza una contrazione irragionevole del- 
l' anima, siccome dice Apollodoro nell' Etica; e sono 119 
cosa divina , perchè hanno in sè stessi come un dio , e 
il malvagio è senza dio. Di due maniere per altro può 
essere chi è senza dio, di una quegli che dicesi avverso 
a dio , e di un' altra quegli che tiene dio per uulla , la 
qual cosa non è di tutti i cattivi; 1 sapienti, dicono essi, 
sono religiosi, perchè versati nelle leggi divine; e la scienza 
religiosa è il culto dei numi. I sapienti sagrificeno anche 
agli dei, e sono puri, perchè detestano i peccati conUep 
gli dei; e gli dei gli ammirano perchè santi e giusti sono 
verso di loro. Soli sacerdoti sono i sapienti, perchè esa- 
minano ciò che spetta a'sagrific), alle fabbriche de'templi, 
alle vittime espiatorie e all'altre cose particolari dei iyimi. 
Tengono dovere i sapienti venerare i genitori ed i fra- 120 
telli in secondo luogo dopo gli dei ; e dicono eziandio 
essere in essi la tenerezza verso I figli naturali , e non 
esistere ne' cattivi. - Gli Stoici, al dire di Crisippo, nel 
quarto Delle quistioni mirali, e di Perseo e di Zenone, 
affermano essere eguali i peccali , poiché se una verità 
non è più che una verità, nè una menzogna più che una 
menzogna , così nè una frode è più che una frode , nè 
un peccato più che uu peccato; e poiché chi essendo 



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ZENONE. 1 2 | 

lontano da Canopo cento stadj e chi uno, del pari non 
è in Canopo , così anche colui che pecca più o meno , 
non è egualmente in sul retto operare. Per altro Eraclide 1 2 1 
diJTarso, famigliare di Antipatro di Tarso, e Atenodoro, 
credono ineguali i peccati. Dicono gK Stoici, secondo 
l'asserzione di Crisippo, nel primo Delle w/e, potere il 
sapiente , se qualche cosa non lo impedisca , ammini- 
strare la repubblica, per allontanarne il male ed eccitare 
alla virtù ; e secondo l' asserzione di Zenone nella J!e- 
pubblica, anche ammogliarsi e fare dei figli. Il sapiente, 
dicono, ancora, non emetterà alcuna opinione, e con ciò 
non assentirà ad alcuna cosa falsa. E seguiterà i Cinici, 
poiché il cinismo, secondo Apollodoro nelP Etica, è 
una scorciatoia alla virtù. E potrà mangiare per neces- 
sità eziandio carni umane. Solo esso libero, e schiavi i 
cattivi , poiché la libertà é il potere di operare da sé , 
la schiavitù la privazione del potere di oprar da sè. Di- 122 
cono esservi anche un 1 altra maniera di schiavitù, che 
consiste nella suggezione, ed una terza che nell'acquisto 
e nella suggezione a cui é contrapposta la padronanza, 
che Anch' essa è un male. E non solo liberi i sapienti , 
ma anche re, essendo la regia autorità un potere asso- 
luto da non costituirsi che ne 9 soli filosofi, secondo che 
dice Crisippo nel libro Dello aver Zenone usato in senso 
proprio i nomi. Poiché chi impera dee conoscersi circa 
il bene ed il male, e nessuna ìli queste cose sannoi cat- 
tivi. E soli parimente abili al governo, al foro, ali 1 elo- 
quenza , ed a nulla i cattivi. Anco impeccabili , perchè 
non cadono in peccato} e innocui perchè non nuoconb 
né agli altri né a sé. Non per altro compassionevoli, 1 23 



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i CAPO PRIMO 

nè con alcuno indulgenti ; non rimettendo ie pene ap- 
plicate dalla legge} da che il cedere e la compassione e 
la clemenza stessa, non esistono in alcuna anima per ac- 
crescere dolcezza ad una pena ; nè per questo essere 
stimati più duri. Dicono il sapiente non meravigliare delle 
cose che pajono straordinarie, come caverne esalanti va- 
pori solforosi, riflusso , fonti d 1 acque termali e sòfij di 
fuoco. E nemmepo dover vivere, dicono, in solitudine, 
essendo il savio per natura socievole e capace d' agire; 
e dedicarsi egli air esercizio per indurare il corpo. E 
come afferma Posidonio, nel primo Dei doveri^ ed Eca- 
tone , nel decimo terzo Dei paradossi , dicono che il 
sapiente innalzerà preci per chiedere i beni dagli dei. 
Dicono del pari essere amicizia tra soli sapienti , per 
conformità; e aggiungono essere dessa una certa comu- 
nanza delle cose della vita, usando cogli amici come con 
noi medesimi. E dimostrano essere l'amico da eleggersi 
per sé ; e uu bene la pluralità degli amici; e ne' cattivi 
non essere amicizia; e nessuno dei cattivi avere u ir amico. 
Tutti gli stolti essere pazzi, perchè non sono prudenti, 
ma fare nella stoltezza ogni cosa con eguale pazzia. E 
tutto far bene il sapieote, come dicemmo Ismenia suo- 
nar bene tutte le arie del flauto. E ogui cosa essere dei 
sapienti, dando piena facoltà ad essi la legge. Alcuna 
per altro essere degli stolti, alla maniera che dei malvagi; 
tuttavia altrimenti intendiamo del governo , altrimenti 
dell' uso. 

LXV. Le virtù , dicono , seguirsi a vicenda le une 
l 'altre, e chi ne ha una averle tutte, perchè sono comuni 
le loro regole, siccome afferma Crisippo nel primo Delle 



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virtù, A poli od oro, nella Fisica secondo P antica scuola , 
ed Ecatone, nel terzo Delle virtù. Poiché Puom virtuoso 1 *6 
è speculativo e pratico nelle cose da farsi; e le cose da 
farsi sono quelle che si debbono e scerre e tollerare e 
distribuire e mantenere con perseveranza; a tal che se 
alcuna ne operi con scelta, alcuna con tolleranza, alcuna 
distributivamente, alcuna perseverantemente, egli e pru- 
dente è, e forte, e giusto, e temperante. Ogni virtù, se- 
condo essi, versa sommariamente in qualche particolar 
capo, come la fortezza nelle cose da tollerarsi, la pru- 
denza nelle cose da farsi e no e nelle neutre ; e pari- 
mente le altre s'aggirano sui proprj. Alla prudenza 
tengono dietro la saggia riflessione e l'avvedutezza; 
alla temperanza l'ordine e la moderazione; alla giustizia 
P equità e la lealtà ; alla forza la costanza e P efficacia. 
Credono gli Stoici non esservi mezzo tra la virtù ed il 127 
vizio, affermando i Peripatetici essere tra la virtù ed il 
vizio una progressione. Poiché dicono, come un legno 
deve essere o diritto o curvo, così o giusto od ingiusto 
un uomo, e non più giusto, né più ingiusto; e lo stesso 
in riguardo al resto; e Crisippo , che si pùò«perdere la 
virtù, e Cleante, non perdere; il primo, che si può per- 
dere per ubbriachezza e melancolia, questi, che non si 
può perdere per le ferme comprensioni ; e però essere 
da scegliersi. Noi quindi vergognare del male che fac- 
ciamo, quasi sapessimo solo bene essere P onesto. E la 
virtù bastare per sè sola alla felicità, secondo che dicono 
Zenone e Crisippo, nel primo Delle virtù 7 ed Ecatone, 
nel secondo Dei beni. Poiché, dice, se la magnanimità è 1 28 
bastevole perse a farci eminenti sopra tutti, ed è una parte 



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124 CAP0 PMM0 

di virtù, bastevole per sè alla felicità è anche la virtù, 
disprezzando essa pure quelle cose che ci pafono ino- 
leste % Panezio, per altro , e Posidonio tengono la virtù 
non bastevole per sé , ma affermano essere necessaria 
anche la salute e l'agiatezza e la robustezza. Sono essi 
di parere eziandio che, siccome afferma Cleante, della 
virtù abbiasi sempre ad usare , poiché non si può per- 
dere, e il saggio ne usa in ogni occasione, avendo l'a- 
nimo perfetto. 

LXVL Al dire di Crisippo tengono il giusto essere 
per natura, non una inslituzione, come la legge e il ret- 
to discorso} e pare adessi che per disparità di opinione 129 
non si abbia a desistere dalla filosofia, poiché, dice Po* 
sidonio negli Esortatorii , per questa ragione si ab* 
bandonerebbe l'intiera vita. Crisippo crede utili anche 
gli studi enciclici. Secondo Crisippo, nel primo Della 
giustizia, e secondo Posidonio, nel primo Degli affici, 
dicono pure nessuna giustizia esistere tra noi e gli altri 
animali, per dissomiglianza; e dicono, secondo Zenone, 
nel libro Della repubblica, secondo Crisippo, nel primo 
Delle vite, e secondo Apollodoro ne\V Etica, potere il 
sapiente innamorarsi di que' giovani che all' apparenza 
mostrano buona disposizione alla virtù. Ed essere Pa- i3o 
more un conato di far del bene a cagione di una bel- 
lezza apparente; e non provenire da concupiscenza, ma 
da amicizia. E di vero Trasonide , sebbene avesse in 
podestà l'amata, perchè essa lo odiava , se n'era aste- 
nuto. E però, come dice Crisippo, nel libro DelVamore, 
essere l' amore dall' amicizia; nè reprensibile questo, e 
la bellezza fiore di virtù. - Dei tre modi di vita che 



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ZENONE. Il5 

sono teorico^ pratico e razionale, tengono preferibile 
il terzo; poiché l'animai ragionevole è di natura proprio 
alla speculazione ed alla pratica. Affermano potere il 
saggio torsi ragionevolmente la vita di per sé stesso e 
a prò della patria e degli amici, ed anche se trovisi ne 9 
più duri spasimi, o privo di alcun ndembro, o preso da 
mali incurabili. Vogliono che le donne, presso i filosofi, J 3i 
debbano essere in comune, di modo che il primo arri- 
vato usi di quella in che s' abbattè , siccome dice Ze- 
none, nella Repubblica, e Crisippo, nel libro Sulla Re- 
pubblica, ed eziandio Diogene il cinico e Platone. E 
noi ameremo egualmente tutti i fanciulli al modo dei 
genitori, e sarà tolta di mezzo la gelosia per l'adulterio. 
Ottima la repubblica mista di democrazia , monarchia 
e aristocrazia. - Tali cose pertanto asseverano ne 9 loro 
dommi morali, e molte di esse con dimostrazioni con- 
venienti. Queste furono da noi, quasi per capi, prese 
spartitamente e a maniera elementare. 

LXVII. Dividono il discorso fisico nel luogo dei i3a 
corpi, dei principj , degli elementi, degli dei, dei fini, 
del luogo, del vuoto. Così per ispecie. Per generi poi in 
tre luoghi, quello del mondo, quello degli elementi e 
terzo quello delle cagioni. Il luogo del mondo dicono 
essere diviso in due parti. Una considerazione di esso 
farsi in comune co' matematici, colla quale si disputa 
sulle stelle fisse ed erranti, per esempio, se il sole è così 
grande come appare, e del pari se la luna, e intorno a 
loro giri, ed a ricerche simili a queste. L'altra conside* 1 33 
ragione di esso quella essere che spelta a 1 soli fisici , 
colla quale s' indaga e la sostanza sua , se generato o 



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ia6 CAPO primo 

non generato, se animato o inanimato, se corruttibile o 
incorruttibile, e se una previdenza lo governa, e l'altre 
cose. Anche quello che tratta delle cagioni dicono es- 
sere «loppio. Una considerazione di esso ha comuni le 
indagini defedici, per mezzo delle quali si va in trac- 
cia della parte principale dell'anima, di ciò che nasce 
nell'anima, dei semi e di cose simili a queste. L'altra 
la si arrogano pure i matematici, per esempio, del come 
veggiamo, della causa della visione nello specchio, del 
modo col quale si formano le nubi, i tuoni, l'iride, Pa- 
lone, le comete e simili. 

LXVIII. Stimano essi due* essere i principi di tutte i34 
le còse, l'agente e il paziente. Il paziente essere la so- 
stanza senza qualità, la materia; l'agente la ragion* ch'è 
in essa, dio. Poiché questo essendo immortale per essa 
tutta crea ciascuna cosa. Stabilisce un tal domma 
Zenone cizieo, nel primo Della sostanza , Cleante, in 
quello Degli atomi , Crisippo nel primo Delle fisiche, 
yerso il Gne, Archedamo , in quello Degli elementi, e 
Posidonio, nel secondo del suo Trattata di fisica. Dif- 
ferire, dicono, prìncipi ed elementi: quelli non generati 
essere ed incorruttibili, questi, gli elementi, potersi cor- 
rompere per infuocamelo, e anche corpi essere, e i princi- 
pi incorporei e senza forma, e con forma gli elementi. Cor- 1 35 
po dice Apollodoro, nella Fisica^ è quello che ha triplice 
dimensione, in lunghezza, in larghezza, in profondità, 
e chiamasi anche corpo solido. Superficie è l'estremità 
del corpo, e ciò che ha soltanto lunghezza e larghezza, 
ma non profondità. - Questo ci lasciò Posidonio , uel 
terzo Delle meteore , e circa V intelligenza e circa la 



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ZENONE. I27 

sostanza. - La linea è l'estremità della superficie, o 
lunghezza senza larghezza , a ciò che ha soltanto lun- 
ghezza. Il punto è l'estremità della linea, ed è il segno 
it più piccolo. - Dicono essere un solo dio e mente e 
fato e Giove, e con diversi altri nomi appellarsi. Da 1 36 
principio dunque essendo stato esso per se, tutta la es- 
senza aver tramutata d'aria in acqua; e che siccome nel 
frutto si contiene il seme , così anch' esso esseudo la 
ragione seminale del mondo, questa aver lasciato in- 
dietro nell' umido, rendendovi efficace la materia per 
la generazione delle cose con successione ordinata*, in 
seguito aver generato da prima i quattro elementi, fuoco, 
acqua, aria, terra. Trattano di essi e Zenone, nel libro 
DelV universo , e Crisippo , nel primo Delle fìsiche^ e 
Archedamo in alcuno de' suoi libri Degli elementi. 

LXIX. Elemento è ciò da cui primamente si forma 1 3^ 
quello che esiste, ed in cui da ultimo si risolve. Ora i 
quattro elementi insieme dicono essere la sostanza senza 
qualità, la materia; e il fuoco il caldo, l'acqua l'umido, 
l'aria il freddo , la terra il secco; e uon pertanto anche 
nell'aria esservi una parte di questo. Però stare nel 
luogo più alto il fuoco, che ancora è chiamato etere, 
in cui si formò da prima la sfera delle stelle fisse, po- 
scia quella delle erranti; e dopo di essa 1' aria , quindi 
> l'acqua e fondamento di tutto la terra, essendo nel 
mezzo di ogni cosa. 

LXX. In tre maniere chiamano il mopdo e dio stesso, 
che da tutta la sostanza particolarmente ha qualità, che 
è incorruttibile e non generato, artefice di tutto l'ordi- 
namento, che a certi periodi di tempo risolve in sè 



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128 CAPO PRIMO 

stesso ogni sostanza e di nuovo fuor di sé stesso la ge- 
nera. E chiamano mondo lo stesso ordinamento degli i38 
astri, e in terzo luogo ciò che da entrambi è composto. 
Ed è mondo particolarmente la qualità dell' essenza di 
tutte le cose, o, come dice Posidonio ne'suoi Elementi 
meteorologici^ l'unione del cielo, della terra e delle na- 
ture che sono in esso, o l'unione degli iddìi, degli uo- 
mini e delle cose che per essi furono generate. Il Cielo 
è P estrema circonferenza in cui è stabilmente locato 
tutto il divino. Il mondo è governato secondo una mente 
ed una previdenza, come dice Crisippo, ne'libri Della 
providertza'^ e Posidonio, nel t decimoterzo Degli dei\ 
cólP espandersi cioè della mente in tutte le sue parti, 
come dell'anima in noi; ma per le une più, per le altre 
meno. Imperciocché per le une s' iofuse a guisa di fa- i3g 
colta, come per le ossa e pe'nervi; per le altre a guisa 
di mente, come per la parte signòreggiante. Così dun- 
que tutto intero il mondo, ch'è un animale, e animato 
e ragionevole, secondo che afferma Antipatro tirio, nel- 
Pottavo Del mondo ^ ha per signòreggiante l'etere. Cri- 
sippo, nel primo Della previdenza , e Posidonio , nel 
libro Degli dei , chiamano il cielo il signòreggiante del 
inondo, Cleante il sole; non pertanto Crisippo, nello stes- 
so libro di nuovo, con più diverso parere, chiama tale la 
parte più pura dell'etere, la quale anche appellano primo 
dio, quasi penetrante sensibilmente perle cose che sono 
nell' aria , per lutti gli animali e le piante, ma per la 
stessa terra come una facoltà. - Credono essere uno il l4° 
mondo, e Gnito, e di forma sferica, essendo questa forma 
la più conveniente pel moto, secondo che afferma Po- 



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ZENONE. 129 

sidonio, nel decimoqointo del suo Trottato di fisica, e 
Àntipatro ne* suoi libri Del mondo. E esternamente ad 
esso circonfuso il vuoto infinito, il quale è incorporeo; 
e incorporeo ciò che , per esempio, può essere conte- 
nuto da corpi non ne contenendo. Nel mondo poi nulla 
essere vuoto, ma unizzato il vuoto , a questo necessi- 
tando V accordo e la continua tendenza delle celesti 
verso le terrene cose. Trattano del vuoto e Crisippo, 
nel libro Del vuoto e nel primo Delle arti fisiche , e 
Àpollodoro, nelle Fisiche, e Apollodoro e Posidonio , 
nel secondo del Trattato di fisica. Dicono essere si- i^i 
mili anche còleste cose incorporee; e di più incorporeo 
anche il tempo, essendo un intervallo del movimento 
del mondo, e il suo passato e il suo futuro infinito, fi- 
nito il presente. Tengono che i) mondo sia corruttibile, 
siccome generato per ragione di quelle cose che si com- 
prendono col mezzo del senso, e delle quali sonò cor* 
ruttibili le parti ed il tutto. Ora le parti del mondo 
sono corruttibili, perchè si tramutano fra loro ; duoque 
corruttibile il mondo. Che se una cosa, dimostrabile atta 
a mutare in peggio, è corruttibile, per certo è anche il 
mondo; poiché si dissecca e inumidisce. Dicono fatto 
il mondo, quando la sostanza, di fuoco, per mezzo dei- 
Paria, fu volta in umore; dopo la parte sua grossolana 
unitasi produsse la terra, e la parte leggiera si convertì in 
aria, e questa assottigliata di più produsse il fuoco, qùindi 
da cotesti, per mistione, e le piante e gli animali e gli 
altri generi. Della generazione dunque e della corru- 
zione del mondo tratta Zenone, nel libro Dell'universo, 
e Crisippo, nel primo Delle fisiche , e Posidonio nel 
Diogene Laerzio. Voi. IL q 



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l3o CAPO PRIMO 

primo Del mondo, e Cleante ed Antipalro, nel decimo 
Del mondo. Panezio per altro dimostra incorruttibile il 
mondo. Che poi il mondo sia e animale e ragionevole 
e animato e intelligente, lo dice Crisippo , nel primo 
Della providenza, e Apollodoro Io afferma, nelle Fisiche, 
e Posidonio. Animale per modo da essere sostanza ani- 
mata sensibile} poiché ciò che è animale è migliore di 
ciò che non è animale. Ora nessuna cosa è migliore 
del mondo, dunque il mondo animale. Animato poi 
come appare dalP anima nostra eh' è una parte stac- 
cata di là. Boeto per altro asseriva che il mondo non 
è un animale. Che sia uno , lo affermano Zenone, nel 
Jibro DeW universo, e Crisippo e Apollodoro, nelle Fi* 
siche, e Posidonio, nel primo del suo Trattato di fisica. 
Appellano tutto, al dire di Apollodoro , e il mondo e, 
in altra maniera, il sistema che proviene dal mondo 
esteriormente dal vuoto. Quello, il mondo, è Anito, que- 
to, il vuoto, infinito. 

LXXI. Tra gli astri, dicono, essere le stelle fisse 
portate in giro con tutto il cielo, le erranti muoversi 
con moto particolare. Il sole fare il suo viaggio pel cir- 
colo zodiaco, e parimente la luna a modo di elice. Es- 
sere il sole un fuoco purissimo , secondo che scrive 
Posidonio, nel settimo Delle meteore, e più grande 
della luna , secondo lo stesso , nel sedicesimo del suo 
Trattato di fisica., Ed eziandio sferoidale, come afferma 
egli medesimo , a somiglianza col mondo. E però essere 
fuoco } perchè fa tutti gli uffici del fuoco} maggiore della 
terra per essere questa tutta illuminata da lui , ed an- 
che il cielo *, e che il produrre che fa la terra V ombra 



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I 



ZEftOWE. l3l 

a forma di còno indichi essere desso pia grande; c per 
la sua grandezza dovunque visibile; aver più del terra* 
stre la luna, per essere più vicina alla terra. Nutrirsi poi 
questi corpi ignei e le altre stelle: il sole, dal gran mare, 
che è un fuoco intellettuale; la luna, secondo Posidooio, 
nel sesto del suo Trattato di fisica, dall'acque potabili, es- 
sendo mista all'aria e vicina alla terra; gli altri, dalla ter- 
ra. Tengono costoro che gli astri sieno sferici, e la terra 
immobile. Che la luna non abbia luce propria , ma ri- 
splenda prendendola dal sole. Che il sole si eclissi po- 
nendosi la luna avanti di esso dalfo parte che è verso 
noi , come scrive Zenone nel libro Dell* universo. Poi- ifò 
chè e' si vede quando, accostandosi alle congiunzioni, e 
si occulta e passa oltre di nuovo. E questo si può rico- 
noscere mediante una catinella che contenga dell'acqua. 
La luna poi cadendo nell'ombra della terra. Il perchè si 
eclissa ne' ioli plenilunii, sebbene situata, per tutto il 
mese , diametralmente contro al sole : poiché moven- 
dosi per obliquo contro il sole, varia alternativamente 
in latitudine, essendo o più boreale o più meridionale. 
Allorquando per altro la sua latitudine è giunta verso 
quella del sole e quella di mezzo, trovandosi dopo dia- 
metralmente contro il sole , allora si eclissa. Muovesi 
poi la sua latitudine , secondo Posidonio , per le medie 
nel Cancro , nello Scorpione, nelP Ariete e nel Toro. 

LXX1I. Dio, credono gli stoici, essere un animale 147 
immortale , ragionevole , perfetto o intellettuale nella 
beatitudine, non suscettivo affatto di male, previdente 
e al mondo e alle cose del móndo; non per altro avere 
umana forma. Essere artefice dell'uuiverso e come padre 



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i3a CAPO PRIMO 

di tuttó le cose, e in generale anche parte sua quella 
che espandesi per tutte le cose, la quale appellano con 
diversi nomi secondo le facoltà. Imperciocché A<« la 
chiamano, tutto essendo per essa; Zf p«, in quanto è ca- 
gione del vivere o nella vita condensi; la dicono A$«va», 
perchè coli 9 estendersi per l' etere ne èia reggitrice; 
'Hf#r, perchè lo è nell'aria ; ed *Hp*icT4éF, come quella 
eh 9 è nel fuoco artificioso; e llé*t/£»p«, come quella che 
è nelP umido ; e àvpnrp *», come quella ch'è nella terra. 
Parimente anche con altre denominazioni la designa- 
rono in relazione ad alcuna proprietà. Sostanza di dio i 
chiama Zenone il mondo intero* e il cielo. Stessa cosa 
anche Crisippo 9 nell'undecimo Degli dei, e Posidonio 
nel primo Degli dei. Àntipatro, nel settimo Del mondo, 
chiama la sostanza di lui aerea; Boeto, nel libro Della 
natura, sostanza di dio la sfera delle stelle fisse. 

LXXIII. Indicano per natura ora ciò che tiene in- 
sieme il mondo, ora ciò che fa germogliare le cose sulla 
terra. Natura è una facoltà che per se stessa ha movi* 
mento secondo la ragione seminale, e compie ed unisce 
ciò eh 9 essa produce in tempi determinati, oprando tali 
cose alla maniera di quelle da cui si separò. Ciò, dico- i 
no , tendere e all' utile e al piacere , siccome è palese 
dalla fabbrica dell' uomo. 

LXXIV. Ogui cosa essere soggetta al destino, af- 
ferma Crisippo , ne' libri Del destino , e Posidonio , 
nel secondo Del destino, e Zenone e Boeto, nell'unde- 
cimo Del destino. Il destino è la causa della connes- 
sione degli enti , o la ragione per la quale il mondo si 
governa. 



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ZENONE. l33 

LXXV. Anche affermano sussistere ogni maniera 
di divinazione; conciossiachè siavi ima providenza , e 
dimostrano esser quella un'arte per certi eventi, come 
dicono e Zenone e Crisippo, nel secondo Della divina- 
zione , e Atenodoro e Posidonio , nel dodicesimo del 
Trattato di fìsica, e nel quinto Della divinazione. Pa- 
nezio per altro afferma eh 9 essa non esiste. 

LXXVI. Sostanza di ogni ente dicono la materia i5o 
prima, siccome Crisippo, nel primo Delle fisiche , e 
Zenone. Materia è ciò di che qualunque cosa si fa. 
Chiamasi in due maniere e sostanza e materia , e 
sia di tutte le cose, sia delle particolari , e però quella 
della totalità non diviene né maggiore nè minore; mag- 
giore e minore quella delle parti. 

LXXV1I. Corpo, secondo costoro, è la sostanza fi* 
nita, come afferma Antipatro, nel secondo Della so- 
stanza, e Apollodoro nella Fisica 9 , e, al dire dello stesso, 
anche passibile : poiché, se fosse immutabile , le cose 
che si fanno da lei non si potrebbero fare ; quindi crede 
pure lo stesso che la sua divisione sia all'infinito. Non 
infinita la dice Crisippo, poiché ove accade la divisione 
nulla è infinito , ma incessante. 

LXXV1II. £ le mistioni farsi nel totale, come dice i5i 
Crisippo , nel terso Delle fisiche , e non per circonfe- 
renza e apposizione. Poiché se in mare gettisi un pò 9 
di vino, sino ad un eerto punto lotterà contro di quello 
estendendosi, dopo vi si disperderà. 

LXX1X. Affermano anche esservi alcuni demoni 
aventi simpatia cogli uomini, ispettori delle umane cose; 
ed eroi, che sono le anime dei buoni rimaste indietro. 



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i34 



CAPO PRIMO 



LXXX. Circa le cose che nascono in aria, Pin verno 
dicono essere P aere raffreddati tesi sulla terra pel lon- 
tano ritrarsi del sole; la primavera la buona tempera- 
tura dell'aria al ritorno del sole verso noi; Testate Paria i5a 
che si riscalda sulla terra alla partenza del sole pel 
norte; l'autunno il ricorso del sole che si fa allontanan- 
dosi da noi verso donde soffiano. 

LXXXI. Il sole evaporante le nubi tengono per 
càusa della formazione di quelle. Dicono l'iride essere 
raggi riflessi da umide nubi o, come crede Posidooio, 
nella sua Meteorologia, immagine di un ritaglio di sole 
o di luna in una nube rugiadosa , concava e continua 
in apparenza, rappresentata come in ispecchio pel giro 
del cerchio. Le stelle chiomate , barbate e somiglianti 
a lampadi , essere fuochi che esistono quando l'aere 
crasso è ricondotto in luogo etereo. Le stelle cadenti iS3 
accensione di fuochi raccolti, portati velocemente per 
Paria e mostranti un'apparenza di lunghezza. La piog- 
gia cangiamento di nube in acqua , dopo che o dalla 
terra o dal mare innalzata l'umidità non giugne ad es- 
sere elaborata dal sole. Questa raffreddata chiamano 
brina. La grandine nube congelata, spezzata dal vento. 
La neve umore uscente da nube congelata, come dice 
Posidouio, nell'ottavo del suo Trattato di fisica. 11 ba- 
leno accendimento di nubi sfregate insieme e rotte dai 
venti, come dice Zenone, nel libro DelVuniverso. Il tuo- 
no lo strepito di queste per isfregamento o rottura. Il 1 54 
fulmine violenta infiammazione delle nubi che si sfre- 
gano insieme o si rompono , cadente con molta forza 
sulla terra ; ovvero, secondo altri, aggiramento d' aria 




ZEN OHE. 1 35 

affocata violentemente cacciata in basso. II turbine fui- 
mine grande, violento e soffiante, o vento fumoso di 
nube spezzata. Prestère nube scissa intorno dal fuoco 
con vento nelle cavità della terra, o vento impri- 
gionato nella terra, come dice Posidooio nell'ottavo; da 
alcuno dei quali provenire i tremuoti, da alcuni le sfen- 
diture, da alcuni le arsioni, da altri i bollimenti. 

LXXXII. Credono gli Stoici che l'ordinamento sia i55 
di tal fatta: media la terra tenere la ragioue del centro, 
dopo della quale P acqua globosa, avente un medesimo 
centro colla terra, talché la terra stiasi nell'acqua; e do- 
po l'acqua Paria arrotondata a guisa di sfera. 

LXXXI1I. Esservi cinque circoli nel cielo, dei quali, 
primo Partico, sempre apparente; secondo il tropico es- 
tivo; terzo l'equinoziale; quarto il tropico vernale; quinto 
V antartico, che non appare. Diconsi paralleli , perché 
non convengono fra loro; nondimeno si descrivono in- 
torno allo stesso centro. Obliquo é il zodiaco percor- 
rendo i paralleli. Le zone sulla terra sono cinque: prima i56 
boreale, oltre il circolo artico, inabitabile per freddo ; 
seconda temperata; terza inabitabile per gran calore , 
che appellasi torrida; quarta temperata, rispondente al- 
l'altra; quinta australe, non abitabile pel freddo. 

LXXXI V. Pare a costoro essere la natura un fuoco 
artificiale, che tende in suo corso alla generazione, cioè 
uno spirito a maniera di fuoco e d'arte; e l'anima sen- 
sibile. Essere questa lo spirito nato insieme con noi , 
quindi e corpo essere e dopo morte perdurare, ma es- 
sere corruttibile. Incorruttibile per altro essere quella 
dell'universo, di cui sono parte le anime degli animali. 



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l36 CAPO PRIMO 

Zenone cixico e Antipatro, ne'lifcri DelP anima, e Posi- 15? 
donio , dicono essere P anima nno spirito riscaldante, 
poiché con questo noi respiriamo, e ci muoviamo per 
questo. Cleante crede che tutte V anime dorino in fin 
che duri il riscaldamento, Crisippo quelle dei soli sa- 
pienti. Otto dicono essere le parti dell'anima: i cinque 
sensi e le ragioni seminali che sono in noi, e la facoltà 
di parlare, e quella di ragionare. Vedere, come afferma 
Crisippo, nel secondo Delle fisiche^ e Apollodoro, chia- 
mano la tensione della luce in forma di cono fra la vi- 
sta e Tobbietto, ma colla parte conica verso là vista, la 
base verso ciò che si vede; come allorquando pel di- 
steso aere s'indica con un bastone quello che si osserva. 
Udire, Paria tra chi parla e chi ascolta, percossa in gi- 1 58 
vo, poscia ondante e cadente sulle orecchie, come è agi- 
tata l'acqua in uno stagno per circoli al cadervi dentro 
di un sasso. Il sonno credono farsi pel rilassamento del 
vigore dei sensi intorno alla facoltà signoreggiante. In- 
segnano essere causa delle passioni i rivolgimenti dello 
spirito. 

LXXXV. Seme dicono essere ciò che puà generare 
una cosa pari a quella da cui fu esso pure staccato. Il 
seme d'uomo, l'emesso dall'uomo, mescolarsi per meezo 
dell'umido alle parti dell'anima, secondo la mistione 
proporzionata dei genitori. Crisippo, nel secondo Delle 169 
fisiche^ dice essere uno spirito secondo sostanza , sic- 
come è manifesto dai semi che si gettano in terra , i 
quali, invecchiati , non mettono per lò svanimento del 
proprio vigore. Ch'esso discenda dal totale dei corpi è 
opinione di Sfero; quindi essere generative tutte le parti 



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tBNORB. I ?7 

del corpo. Dimostrano non atto alla generazione il seme 
delle femine, per essere, come dice Sfero, fiacco, poco 
e acquoso. 

LXXXVI. Essere signoreggiante, affermano, la parte 
principalissima dell'anima, in cui le fantasie e gli appe- 
titi si creano , e donde proviene il discorso ; ed essa 
stare nel cuore. - Anche queste fisiche dottrine ci par- 160 
vero bastevole considerate le proporzioni del libro. - 
Le cose in che alcuni di essi differiscono sono queste. 



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i38 



CAPO II. 

AttlSTOVE. 

I. Aristone il Calvo, da Chio, soprannomato Sirena, 
diceva il £ne essere questo, di vivere indifferentemente 
per le cose che stanno di mezzo tra la virtù ed il vizio, 
non lasciando in esse qual siasi differenza, ma del pari 
essendo per tutte. Poiché il sapiente è simile al buon 
attore, il quale, se assume il personaggio e di Tersite e 
di Agamennone, convenevolmente li imita. 

II. Toglieva di mezzo e il luogo fisico e il logico , 
dicendo quello essere superiore a noi, questo nulla per 
noi, e solo per noi il morale. 

III. I ragionamenti dialettici chiamava simili alle 
tele dei ragni, le quali sebbene ti pajono artificiose or- 
diture, sono per altro inutili. 

IV. Né introdusse molte virtù, come Zenone, nò 
una sola chiamata con molti nomi , come i Megaresi, 
ma ciò eziandio, che in qualche modo ha relazione 
con taluna. 

V. Cosi filosofando e disputando nel Cinosarge, potè 
farsi chiamare capo setta. E però Milziade e Difilo eb- 
bero il nome di Aristonji. 

VI. Avea costui qualche cosa di persuasivo, e che 
si accomodava alla plebe, ond'è che disse Timone di lui: 



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CAPO U, ARI8T0WE. 



E talun della stirpe <T Aristone 
CK attraea dolcemente. 

Dice Diocle magnesio, che s'accostò a Polemone, pas- 162 
sando da lui, quando Zenone cadde lungamente mala- 
to. S' attenne in particolare al domma stoico che il sa- 
piente dee essere senza opinione. Al quale Perseo, per 
contradire, fece che di due fratelli gemelli uno affidasse 
a lui un deposito, l'altro dopo lo ritirasse*, e per tal 
modo lo redarguì imbarazzandolo. Assaliva co' suoi di- 
scorsi Arcesilao. Il perchè osservando un toro che aveva 
una matrice mostruosa, Ohimè, disse, ecco dato ad Ar- 
cesilao un argomento contro V evidenza! - Ad un aca- i63 
demico che affermava nulla comprendere, Dunque nè 
colui vedi che f è seduto da presso, disse : e l'altro ri- 
spondendo che no , soggiunse : 

Chi ti accecò, chi la splendente lampa 
Tolse? 

VII. Si riportano questi suoi libri. ~ Di esortazioni, 
a - Dialoghi sui dommi di Zenone - Di scuole , 6 - 
Studj sulla sapienza, 7 - Studj amorosi - Commentar/ 
sulla vanagloria - Di commentar/ , 1 5 - Di cose memo- 
rabili, a - Di crie, 1 1 - Contro i retori - Contro le 
refutazioni di A lessino - Contro i Dialettici, 3 - Di epi- 
stole contro Cleante, 4. ~ Panezio e Sosicrate credono 
sue le epistole sole, l'altre cose di Aristone il peripatetico. 

Vili. È fama che questo filosofo, essendo calvo, mo- 164 



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l4o CAPO li, ARISTONB. 

risse abbruciato da] sole. E noi vi scherzammo sopra così 
in un jambo zoppo 



Perchè^ A risto ne, vecchio e calvo -, al sole 
La tua zucca ponesti ad arrostire? 
Tu, in ricercar , più che non era dfuopo, 
Il caldo, hai veramente ritrovato, 
Senza voler, delT altro mondo il freddo. 

IX. Fu anche un altro Aristone juliete, peripateti- 
co. - Un musico ateniese. - Quarto un poeta tragico. - 
Quinto uno d'Alea, che scrisse sull'arti retoriche. - Se- 
sto un peripatetico alessandrino. 



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»4i 

CAPO IH. 
Erillo. 

I. Erillo, il cartaginese, disse fine la scienza, che è i65 
vivere riferendo tntto al vivere seconda la scienza e non 
mai passando all'ignoranza; ed essere la scienza un abi- 
to nelle fantasie, ed accogliere le sommesse alla ragione. 
Talvolta diceva nulla esser fine, ma le circostanze e le 
cose mutarlo, come Io stesso metallo che diviene o la 
statua d'Alessandro o di Socrate; e differire fioe, e fiue 
subietto; poiché a questo mirano anche i non sapienti , 

a quello il'solo sapiente; ed essere indifferenti le cose 
che sono di mezzo tra la virtù ed il vizio. 

II. I suoi libri, per vero, sono brevi , ma pieni di 
forza e contenenti rifutazioni contro Zenone. 

III. È fama che essendo fanciullo e 9 fosse amato da 166 
molti, da 7 quali volendolo storre Zenone , sforzò Ertilo 

a tondersi , ed essi furono distolti. 

IV. I suoi libri sono questi : DelP esercizio - Dette 
passioni ~ DelVopinione - Il legislatore - ^ostetrico - 
// maestro contraddente - Il preparante — •// dirigente -» 
Mercurio - Medea - Dialoghi ~ Tesi morali. 



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i4* 

CAPO IV. 
Dionisio. 

L Dionisio il Disertore disse fine la voluttà per la 
grave circostanza di una malattia agli occhi: avvegnaché 
soffrendo assai, non osò chiamare indifferente il dolore. 

II. Èra 6glio diTeofrasto,ed era della città d'Eraclea. 

HI. Narra Diocle, che fu prima uditore di Eraclide, 
suo concittadino, poi di Àlessino e di Menedemo, 6oal- 
mente di Zenone. Che da principio, essendo amante 1 
delle lettere, intraprese ogni maniera di poemi, ma che 
dopo aderì ad Arato imitandolo. Che separatosi da Ze- 
none, si rivolse a 9 Cirenaici, e andò ne' bordelli e pale- 
semente si diede agli altri piaceri. 

IV. E' passò di vita per inedia nell'ottantesim'anno. 

V. Corrono questi suoi libri : Dell 'apatia , 2 - Del- 
V esercizio^ 2 - Della voluttà, 4 - Della ricchezza , e 
della grazia , e della pena - DelVuso degli uomini — 
Del buon successo - Degli antichi re - Delle cose che 
si lodano - Dei costumi dei barbari. - E questi sono 
i dissenzienti. Successe a Zenone Cleante del quale è a 
dirsi. 



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CAPO V. 



Cleante. 



I. Cleante di Fania era assio. Costui al dire di An- 168 
tistene, nelle Successioni, fu da prima atleta. Ito in 
Atene eon quattro dramme, come affermano alcuni, e 
accostatosi a Zenone, valorosamente filosofò , e persi- 
stette ne 1 costui dommi. 

IL Fu celebrato per laboriosità; poiché essendo por 
vero si applicava oltre il dovere a lavorar per mercede; 
e nottetempo attigneva acqua negli orti e di giorno 
esercitavasi negli studj. Il perchè fu chiamato \\ P'uota* 
pozzi. Raccontano che fu tratto in giudizio a dar ra- 
gione in qual modo e 9 vivesse per essere di una salute 
si florida; che dopo fu assolto dando a testimonio e 
Portolano pel quale attigneva, e la farinajuola a cui ma- 
cinava la farina d' orzo ; e che lodatolo , gli areopagiti 169 
decretarono ad esso dieci mine, cui Zenone gli vietò di 
ricevere. Narrasi che tre mila gliene donasse Antigono; 
e che conducendo alcuni giovanetti a non so quale spet- 
tacolo , essendo stato scoperto dal vento , fu veduto 
senza tunica; per la qual cosa gli Ateniesi, siccome dice 
Demetrio magnesio, negli Omonimi, ld onorarono d'ap- 
plausi. Fu dunque ammirato anche per questo. - Nar- 
rasi pure che Antigono, essendo suo uditore , Io inter- 
rogò del perchè attigneva acqua , e eh' e' rispose: Forse 




1 44 ^ * 

eh? io attingo, soltanto? e non zappo anche? e notrtnaf* 
fio? e non faccio ogni cosa perla filosofia? Poiché an- 
che Zenone lo esercitava in questi lavori ed esigeva 
portassegli un obolo del suo salario. - Una volta , tra i 
suoi famigliari, recò in mezzo le piccole monete di ra- 
me che avea accumulate , e disse : Cleante, se n'avesse 
voglia, sarebbe capace di nutrire un altro Cleante; ma 
coloro i quali hanno di che mantenersi cercano dagli 
altri le cose necessarie, sebbene dediti apertamente alla 
filosofia. Ond'è che un altro Ercole fu appellato Cleante. 

III. Era egli bensì studioso, ma senza natura, e 
straordinariamente tardo. Per la qual cosa Timone 
parlò così di lui: 

Chi è questo monton che per le file 
Degli uomini s* aggira, cianciatore, 
Stupido, assio, morta jo pusillanime? 

IV. Posto in canzone da 1 condiscepoli , il compor- 
tava, e udendo chiamarsi asino , lo approvò , dicendo , 
lui solo poter portare il fardello di Zenone. E un gior- i 
no biasimandolo quelli come timido, rispose: Perciò po- 
che volte pecco. - Preferendo la propria vita a quella 
dei ricchi, diceva : Mentre costoro giuocano alla palla, 
io zappando lavoro la terra dura e sterile. - Spesso an- 
che rimproverava sé stesso: il che udendo Aristone, gli 
chiese: chi rimproveri? ed egli ridendo: Un vecchio co 1 
capelli bianchi, ma ^senza giudizio. - Dicendo un tale 
che Arccsilao non faceva le cose debite, Finiscila , sog* 
giunse, e non censurare; poiché se col discorso distrug* 



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CLEANTE. l45 

ge itdovere, certo e' lo stabilisce colPopere. E Arcesi- 
lao interrompendolo: Io non mi lascio adulare} e Clean- 
te : Davvero ci? io non ti odalo affermìindo che altro 
dici, altro fai! - Uno lo interrogò, che cosa dovesse 172 
insegnare b suo figlio ; Ciò che Elettra , rispose , 

Taci) taci) legger vestigio. 

- Dicendo un Lacedemone che la fatica era buona, egli 
proruppe con espansione : 

Tu sé 1 di buona razza, figliuol mio» 

- Narra Ecatone, nelle Crie, che ad un giovine di Del- 
l' aspetto il quale dissegli: Se chi batte nel ventre ven- 
treggia, anche quello che batte nelle cosce cosceggia \ 
rispose : E tu abiti gli scosciameli, chè le voci analo- 
ghe non sempre indicano le cose analoghe. - Una volta 
disputando chiese ad un giovine s'egli sentiva} e accen- 
nando quegli di sì, Perchè dunque , soggiunse , io non 
sento che tu senta? - Il poeta Sositeo dicendogli sulla 1 ?3 • 
faccia in teatro : 

Color che di Cleante la pazzia 
Stimola a guisa buoi. 

E' non mutò aspetto. Per la qual cosa ammirati gli udi- 
tori e applaudirono lui e discacciarono Sositeo. Penti- 
tosi questi d' averlo ingiuriato , disse Cleante , essere 
sconvenevole che mentre Bacco ed Ercole non si adira- 
vano per le baje de' poeti , egli mal comportasse una 
Diogene Laerzio. Voi. IL 10 



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146 CAPO V 

maldicenza volgare. - Diceva i Peripatetici provare 
qualche cosà di simile alle cetre, le quali suonano ot- 
timamente, maT non odono sè medesime. - Raccontano, 
che dicendo egli, potersi, secondo Zenone, conoscere 
dall'aspetto i costumi, alcuni giovinotti spiritosi gli con- 
dussero un bagascione, allevato duramente in campagna, 
onde pronunciasse quanto e 1 stimavalo circa il costume; 
che standosi egli in dubbio, ordinò che quelP uomo se 
ne andasse; e che nell'andare esso starnutò, e Cleante 
disse : lo Vhoi è un effeminato. - Ad uno che era soli- 
tario e parlava con sè stesso disse : Parli ad uomo non 
cattivo, - Un tale gli rimproverava la sua vecchiezza ; 
AncKio, dissegli, voglio andarmene ; ma da che sono 
sano per tutto , e scrivendo e leggendo concepisco , in 
cambio rimango. — E lama ch'egli scrivesse, ciò che 
udiva da Zenone, sui cocci e sulle scapule dei bovi per 
dtffalta di denari a comperare la carta. 

V. .Tale essendo Cleante, potè, sebbene vi fossero 
molti altri scolari di Zenone degni di lode, succedergli 
nella scuola. 

VI. Lasciò molti libri bellissimi, che sono questi : 
Del tempo - Della fisiologia di Zenone, due - Esposi* 
zioni dei dommi di Eraclito , quattro - Del senso - 
DeWar'te - Contra Democrito - Contro Aristarco — 
Contro Ertilo - Degli appetiti , due - Archeologia - 
Degli dei - Dei giganti - Delle nozze - Del poeta - Del 
dovere, tre - DeW accortezza - Della grazia - Esorta* 
torio ~ Della virtù - Del buon naturale - Di Gorgippo — 
DelV invidia - Dell'amore - Della libertà - Arte amo- 
rosa - Deironore - Della gloria - Politico - Del con- 



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4 



CLEANTE. 

j/g/#o - Delle leggi- Del giudicare - Del modo di con- 
dursi - Del discorso , Ire - Del fine Dell'onesto - 
Ue//e azioni - Zte//a scienza - JDe/ regno - DelVamici- 
zÀa - ZW convito - Su//' essere una medesima la virtù 
e degli uomini e delle donne - SulF usare sofismi il sa- 
piente - Z?e//e cr/e - Di diatribe, due - Z>e//a voluttà 
Zte//e co .re particolari - Zte//e ambigue - Zte/Az dialettica - 
Uei modi - Dei predicati. ~ Questi sona i suoi libri. 

VII. Egli morì di lai modo. Gli si gonfiò la gengi- \j& 
va; per divieto dei medici si antenne due giorni dal cibo*. 
E quantunque stesse bene al punto da concedergli i 
medici ogni cosa a cui fosse avvezzo , e' non volle per 
altro cessare, ma dicendo essere già innanzi nel viaggio, 
astenendosene anche i giorni successivi , morì , avendo 
vissuto, come dicono alcuni, ottani 9 anni , e diciannove 
udito Zenone. E noi pure abbiamo sopra di lui scher- 
zato-cosi: 

Lodo Cleante, ma più T Orco io lodo , 
Che vistol vecchio, comportar non volle 
Ch' ei non avesse in seguito riposo 
Tra morti, quanto tempo in vita attinse. 



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CAPO VI. 
Sfero. 

I. Di costui, come si raccontò sopra, dopo aver udito 1 ny 
Zenone, fu discepolo anche Sfero bosforiano. 

IL 11 quale avendo fatto grande profitto di studj, si 
recò in Alessandria presso Tolomeo Filopatore. £ nato 
Un giorno il discorso circa all'avere il sapiente una opi- 
nione, e affermandosi da Sfero che non l'avrà, il re, vo- 
lendo redarguirlo, gli fece porre dinanzi delle melagrane 
di cera. Tratto Sfero in errore , il re si mise a gridare 
eh' e 9 si era ingannato consentendo alla fantasia. Al quale 
Sfero avvedutamente rispose dicendo aver dato a questo 
modo il suo assenso, non perchè fossero melagrane, ma 
per essere probabile che quelle fossero melagraue*, e dif- 
ferire dal probabile la fantasia che comprende. - A Mne- 
sicrate che lo rimprocciava perchè diceva che Tolomeo 
non* era re,, rispose : Ma Tolomeo i re per essere quel- 
r uomo eh* egli è. 

III. Scrisse questi libri : D e l mondo , due - Degli 178 
elementi del seme - Della fortuna - Delle cose minime - 
Contro gli atomi ed i fantasmi*- Degli organi dei sensi - 
Di Eraclito, cinque dispute - Della disciplina morale -~ 
Del dovere - Degli appetiti - Delle passioni - Del re- 
gno - Della repubblica lacedemone - Di Licurgo e di 
Socrate, tre - Della legge - Della divinazione - Diali- 



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CAPO VI , SFERO. 



*94 



ghi amatorii _ Dei filosofi, éretrici, tre _ De* simili - 
Delle definizioni - DelF abitudine - Delle cose soggette 
a contradizione, tre - Del discorso - Della ricchezza - 
2>e//a gloria ~ Zte7/a mor/e - Di arti dialettiche, due - 
Ztei predicati - Z>e/fc coxe ambigue - Lettere. 




i5o , 



CAPO VII. 



Catsippo. 



I. Crisippo figlio d'Apollonio, nato a Soli od a Tarso, i 
come dice Alessandro, nelle Successioni, fu discepolo dì 
Cleante. Egli da principio si esercitò nella corsa, dopo, 
scrivono Diocle « molti altri, divenne uditore di Zenone 

o di Cleante , dal quale , vivo tuttora , si separò , e 
riuscì non volgare per filosofia. 

II. Uomo in tutto ingegnoso ed acutissimo per modo 
che nel più delle cose dissentiva da Zenone e, da Cleante 
medesimo , a 9 quali anche diceva spesso, solo aver egli 
mestieri della dottrina dei dorami , ma quanto alle di- 
mostrazioni , saperle esso trovare. Ogni qual volta per 
altro si alzava contro di lui se ne pentiva a segno da 
allegare continuamente queste parole : 

Oom beato nacqui io nel resto, fuori 
Che con Cleante; in ciò non son felice. 

FnCrisippo si rinomato nelle dialettiche, che ai più pa- 180 
reva , che se presso gli dei vi fosse stata la dialettica , 
non avrebbe potuto essere altra che la crisippea. Era 
fecondo nelle cose, ma non felice nella dizione. 

III. Fu, sopra qualunque, amantissimo della fatica, 
siccome appare da 9 suoi libri , il cui numero oltrepassa 



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Dùcerti? Zaerzti> T.lT.jMjp.aSe 




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CAPO VII CfllSIPPO. l5l 

i settecento e cinque. Ma quelli riempiva di frequente 
argomentando su di uno slesso domina, e scrivendo tutto 
in che s' abbatte a , e facendo correzioni superflue , e 
usando grande apparato di (estimoni. A segno che una 
volta , dopo che in certa sua opera per poco non mise 1 
intiera la Medea di Euripide, uno che tenea in mano il 
libretto, richiesto da un tale che cosa avesse , rispose , 
La Medea di Grisippo. Ed anche l'ateniese Apollodoro, 181 
nella Collezione dei dom mi , volendo mostrare che le 
rose di Epicuro, scritte di forza propria e senza recarvi 
l'altrui, sono infinitamente più numerose dei libri di 
Grisippo , così , in proprii termini , si esprime : Poiché 
se alcuno togliesse dai libri di Crisippo quanto vi fu 
messo d? altrui lascerebbe la sua carta vuota. Cosi Apol- 
lodoro. E la vecchia che lo assisteva raccontò, come af- 
ferma Diocle, eh' e' scrivesse giornalmente cinquecento 
righe. - Narra Ecatone essersi volto Crisippo alla fi* 
losofia quando la sua sostanza paterna gli fu tolta dal 
fisco. 

IV. Aveva il corpicciuolo esile, come si vede dalla i8a 
statua eh 1 è nel Ceramico , la quale è coperta quasi da 
un cavaliere che le sta vicino. Il perchè Cameade lo 
chiamava Cripsippo (nascosto-dal-cavaìlo). - Rimpro- 
verandolo alcuni perchè non istudiasse con molti presso 
Aristone, disse: S*io avessi atteso ai molti 9 non mi sarei 
posto a filosofare. - A un dialettico avversario di Cleante 
e che proponeva a questo dei sofismi , disse : Cessa di 
togliere il più vecchia dalle cose più reali, e a noi gio- 
vani proponi queste. - Un* altra volta , ad uno che in* 
Ieri orandolo, essendo solo, ragionava seco placidamente, 



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1 5% CAPO VII 

ma poi che vide accostarsi gente incominciò a conten- 
dere con calore, disse : 

Ohimè) fratello, t occhio tuo si turba : 
Presto smetti la rabbia , rettamente 
Pensando. 

-Nonostante che e 1 fosse tranquillo quando si avvinai- i83 
zava, pure dimenava le gambe, così che la fante diceva: 
Le gambe sole di Crisippo s' ioebbriano. - Tale era nel- 
V alterigia , che uno interrogandolo , a chi egli avrebbe 
raccomandato il figlio? rispose: A me} poiché / io sa- 
pessi esservi alcuno migliore di me , io andrei a stu- 
diare filosofìa da luL Onde raccontano essersi cretto sul 
conto suo : 

Solo ei sa* gli altri mos fransi com? ombre* 

e 

Senza Crisippo il portico non fora, 

VI. Finalmente, secondo Soztone, nell'ottavo, pas* 184 
sati Arcesilao e Lacide nelFAcadeima, si pose a filoso- 
fare con essi. A cagione di che n e contro la consuetudine 

e a favore di està, e delle grandezze e delle moltkudiai 
disputò, usando le prove degli Af ademiej. 

VII. Narra Ermippo che filosofando costui nelPQdeo, 
fu dagli scolari invitato ad un sagrificio, ove fattogli 
prendere del vin dolce, colto da vertigine, il quinto 
giorno se ne parli dagli uomini , di settanta tre auni , 
nella cenquarantesima terza Olimpiade , siccome dice 
Apollodoro, nelle Cronache. - Ed è nostro sopra di lui: 



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CHIAPPO. 



i53 



Preso dalle vertigini , Crisippo, • 
^/ mo/fo berti portico non cura, 
O patria, od alma, e scende a casa Piato. 

t 

-Narrano alcuni eh 9 egli morì per riso prolungato; poi- i85 
chè avendogli un asino mangiato dei fichi , ed avendo 
detto alla vecchia di dare all'asino da ingollare del vino 
puro, smascellandosi dalle risa$ morì. 

Vili. Pare eh 9 egli avesse una certa alterezza, poi- 
ché tante opere non dedicò a nessun re. E , come dice 
anche Demetrio, negli Omonimi, stavasi contento alla 
sua vecchietta sola. E Tolomeo avendo scritto a Cleante 
o di venir esso o di mandargli qualcuno, Sfero vi andò, 
ma Crisippo lasciò fare. 

IX. Avendogli poscia mandati i figli della sorella , * 
Aristocreonte e Filocrate, gli educò alla filosofia. - Pri- 
mo uel Liceo ardì avere una scuola al sereno, siccome 
narra il prefato Demetrio. 

X. Vi fu un altro Crisippo medico di Cnido, dal 186 
quale dice Erasistrato di aver apprese molte cose. - Un 
altro , figlio di costui , medico di Tolomeo , che calun- 
niato subì la pena del flagello. - Un altro, discepolo di 
Erasistrato, ed uno scrittore di cose campestri. 

XI. Il filosofo usava , con certe interrogazioni , ar- 
gomenti di questo tenore: Colui che racconta i misteri 
a % non iniziati è un empio ; ma Tjerofante li racconta 
a* non iniziati ; dunque T jerofante è un empio. Altro : 
Chi non è in città, nè pure è in casa; ma il pozzo non 
è in città; dunque nè in casa. Altro : ha una certa 



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1 54 CAP <> vn 

tetta; ma quella tu nón hai; ora avvi qualche testa che 
tu non hai; dunque tu non hai una ietta. ÀI Irò: Se uno iSj 
è in M egara , non è in Atene} ora un -uomo è in Me- 
gara; dunque non v-ha un uomo in Atene. E di nuovo: 
Se tu dici qualche cosa, questa passa per la tua bocca; 
ora tu dici carro; dunque un carro passa per ha tua 
bocca. E: se tu non getti una cosa, questa cosa tu Vhai; 
ma tu non getti corna; dunque tu hai le corna. Questo, 
altri lo dicono di Eubulide. 

XII. V'ha chi biasima Crisippocome scrittore dimoile 
cose tarpi e da non raccontarsi} poiché nell'opera Sugli 
antichi fisiologi finge turpemente cose che risguardano 
Giarionc e Giove, e narra per seicento versi quello che 
nessuno saprebbe pronunciare senza lordarsi la bocca* 
Turpissima, sebbene e 9 la lodi come naturale, dicono 188 
che si finge da lui questa istoria, piuttosto conveniente 
a prostitute che ad uomini, anzi non noverata da coloro 
che scrissero delle figure, poiché uè presso Polentone, 
né presso Ipsicrate, e né anche presso Antigono si 
trova, ma fu da esso fiuta. - Nel libro Della repubblica 
permette con giungersi colle madri, colle figlie e co' 
gli; e le stesse cose, subito da principio, dice in quello 
Di ciò che non è preferibile di per sè stesso. Nel termo 
Del giusto^ per mille versi, esorta anche a mangiare i 
morti. E nel secondo Del procacciarsi sussistenza ed 
utile, dice come il sapiente debba cercare Putite: Ora 189 
per qua! cagione sarà esso cercato™ deW utile? Poiché 
se per vivere, il vivere è indifferente; se per la voluttà, 
anch'essa è indifferente; se per la virtù* essa basta da 
sà stessa alla felicità. Ridicoli poi anche i modi se- 



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CMSIPPO. l5* 

puerili del profitto, quelli che si hanno dal re< poiché 
è necessità sottomettersi a lui; quelli che dagli amici \ 
poiché r amicizia vantaggiosa sarà venale; e quelli die 
dalla filosofia, poiché la filosofia sarà mercenaria. Que- 
ste cose gli si rimprocciano. - E poiché celebratissimi 
sono i suoi libri, parvemi di dover collocarne qui il ca- 
talogo per ispecie; e sono qnesli: Di luoghi logici - T esi — 
Cose logiche e contemplazioni del filosofo - Di defini- 
zioni dialettiche a Metrodoro, 6 - //e 1 nomi secondo la 
dialettica a Zenone, i - Arte dialettica ad Aristago- 190 
ra, 1 - Di probabili riuniti a Dioscoride, 4 " Del luogo 
logico intorno le cose, classe prima; Degli assiomi, 1 - 
Degli assiomi non semplici - Del connesso pervia di 
Congiunzioni ad Atenade, 1,2 - Delle negazioni ad Àri- 
stagora, 3 - Dei dimostrabili ad Atenodoro, 1 - Delle 
cose che si dicono per privazione a Tearo, 1 - Degli 
ottimi assiomi a Dione 1, 2, 3 - Della differenza 'de* 
gli indefiniti, 1,2, 3. 4 " Delle cose che si dicono se* 
condo i tempi, 1, 2 - Degli assiomi perfetti, 2. - Classe 
seconda: Del vero disgiunto a Gorgippide, 1 - Del vero 
congiunto * Gorgippide, 1, 2. 3, 4 - Setta a Gorgip- 
pide, 1 _ A ciò che è per conseguenza, 1 - Di ciò che 1 9 1 
è per tre, nuovamente a Gorgippide, 1 - Delle cose pos» 
sibili a Gito, 4 " A ciò che è delle significazioni di 
Filone, 1 - Quali sieno le co se false, 1.- Classe terza: 
Di precetti, 2 - Della interrogazione, 2 - Della inchie- 
sta, 1 Epitome cf interrogazione e d'inchiesta, 1 - Di 
risposta. 4 - Epitome di risposta, 1 - Di quistione, 2. - 
Classe quarta: Di predicameli a Metrodoro, 10 - Dei 
retti e obliqui a Filarco, 1 - Delle congiuntioni ad 



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l56 CAPO TU 

Àpollonride, i - A Pasilo, Dei predicameli, 4- - Classe 192 
quinta : Dei cinque casi, 1 - Degli enunciati definiti 
secondo il subietto, 1 - Della rappresentazione a Sle- 
sagora, 2 ~ Degli appellativi, 2. - Del luogo logico 
circa la dizione e il discorso che da essa deriva, classe 
prima: Di enunciati singolari e plurali, 6 - Di dizioni 
aSosigene e Alessandro, 5- Dell anomalia nelle dizioni 
a Dione , 4 - s <>riti spettanti alla voce , 3 - Dei 
discorsi solecizzanti a Dionisio, 1 ~ Discorsi fuor del- 
l'uso, I - Dizione a Dionisio, i.~ Classe seconda: De- 
gli elementi del discorso e di ciò che si dice, 5 Della 
costruzione di ciò che si dice, 4 - Della costruzione e 
degli elementi di ciò che si dice a Filippo , 3 - Degli ig3 
elementi deìV orazione a Nicia, 1 - Di ciò che si dice 
ad altri, 1. - Classe terza: Contro quelli che non usano 
divisione, 2 - Delle cosè ambigue ad Apolla, 4 - Delle 
ambiguità tropiche, 2 - DélVambiguità tropica riuni- 
ta, 2 - Su ciò che scrisse Pantodico delle cose ambi- 
gue, 2 - DeW introduzione alle ambiguità, 5 - Epitome 
delle ambiguità ad Epicrate, 1 - Cose riunite per Fin- 
traduzione alle materie ambigue, 2. - Dei luoghi logici 
pei discorsi e pe 1 tropici , classe prima: Arte dei dì- 1^4 
scorsi e dei tropi a Dioscoride, 5 - Dei discorsi , 3 - 
Della composizione dei tropi a Stesagora, 2 - Para- 
gone di assiomi figurati, 1 - Di ragionamenti reciproci, 
e congiunti, 1 - Ad Agatone ovvero dei problemi che 
si succedono, 1 - Di alcune cose sillogistiche e con al- 
tra e con altre, 1 - Delle conchiusioni ad Aristagora, 1 - 
Del potersi ordinare uno stesso ragionamento in più 
maniere, 1 - Sulle cose che si oppongono a che il me- 



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crisippo. 1 57 

desimo ragionamento si ordini in forma e sillogistica 
e non sillogistica, 2 - Sulle cose che si oppongono ' al- 
Vanalisi dei sillogismi, 3 - A Timostrato, Su ciò che 
scrisse Filone dei tropi, 1 - Logica congiunta a Ti- 
tnocrate e Filoraate, nelle cose dei ragionamenti e dei 
tropi,* 1. - Classe seconda: Dei ragionamenti concia* ig5 
denti a Zenone, 1 - Dei sillogismi primi e non dimo- 
strabili a Zenone, 1 * Delt analisi dei sillogismi* 1 - 
Dei ìxigionameiiti sovrabbondanti a Pasilo , 2 - Dei 
precetti sui sillogismi, 1 - Dei sillogismi introduttivi a 
Zenone, 1 - Dei tropi per f introduzione a~ Zenone, 3 - 
Dei sillogismi secondo le false figure , 3 - Ragiona- 
menti sillogistici secondo analisi nelle cose non dimo- 
strabili, 1 - Quist ioni figurate a Zenone e Filomale, 1 
- Questo sembra un falso titolo. - Classe terza: Dei 
ragionamenti incidenti ad Àtenade (titolo falso) - Ra- 
gionamenti cadenti verso il mezzo (titolo falso). - Con- 196 
tro le cose disgiuntive di Aminia, 1. - Classe quarta: 
Delle questioni a Meleagro, 3 - Ragionamenti ipotetici 
sulle leggi a Meleagro di nuovo, 1 - Discorsi ipotetici 
prr introduzione, 2 - Ragionamenti ipotetici di pre- 
cetti, 2 - Soluzione degli ipotetici di Edito, 2 - Solu- 
zione degli ipotetici di Alessandro , 3 (falso titolo) - 
Delle esposizioni a Laodamante, 1. - Classe qninta : 
D'introduzione al fallace ad Aristocreonte, 1 - Discorsi 
fallaci per introduzione, 1 - Del fallace ad Aristocra- 
te, 6. - Classe sesta: A coloro che stimano esistere e 197 
falso e vero, 1 - A coloro che colla divisione sciolgono 
un ragionamento fallace ad Àristocreonte, 3 - Dimo- 
strazione del non doversi dividere gli infiniti, 1 - Alle 



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i58 capo vii 

cose che si dicono incontro a quelle contro la divisione 
degli infiniti a Pasilo, 3 - Soluzione secondo gli anti- 
chi a Dioscoride, i - Della soluzione di un ragiona" 
mento fallace ad Aristocreonte., 3 - Soluzione degli ipo- 
tetici di Edilo ad Aristocreonte ed Apolla. - Settima 
classe : A coloro che dicono avere le premessi false 
T argomento fallace , i - Del negante ad Aristocreon- 
te, 2 - Ragionamenti negativi a Gimnasia , 1 - Del 
quasi ragionamento a Slesagora, 2 - Dei ragionamenti 
contro le opinioni, e dei quiescenti ad Oneloie, 2 - Del 
coperto ad Aristobulo, 2 - Del nascosto ad Atenadc, 1. 
- Classe ottava: Dell impersonale a Menr crale, 8- De- 
gli argomenti tratti dall'infinito e dal finito a Pasilo, 2 
: Del discorso impersonale ad Epicrale 1. - Classe 
nona : De' 1 sofismi ad Ecaclide e Pollide, 2 - Dei ra* 
gionamenti ambigui dei Dialettici a Dioscoride, 5 - Con» 
tro r artifizio di Arcesilao a Sfero, 1. - Classe decima: 
Contro la consuetudine a Metrodoro, 6 - Della con- 
suetudine a Gorgippidc, 7 - Del luogo logico, ciò che 
è oltre le quattro differenze predette e contiene, spar- 
samente e non in corpo, quistioni logiche - Delle qui* 
stioni numerate, trenta nove. Tutte insieme del logico 
trecento undici. - Del trattato morale che s'aggira sulla 
spiegazione per articoli delle nozioni morali., classe pri- 
ma : Descrizione del ragionamento a Teofraslo, 1 - 
Tesi morali, 1 - Minori probabili pei donimi a F1I0- 
mate, 3 - Di definizioni delP urbano a Metrodoro, 2 - 
Di definizioni del vile a Metrodoro, 2 - Di definizioni 
dei medii a Metrodoro, 2 - Di definizioni per generi a 
Metrodoro, 7 - Definizioni secondo altri art ifizj a Me- 



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crisippo. i59 
tiodoro, i, a, - Classe seconda: Dei simili ad Aristo- 
eie, 3 - Delle definizioni a Melrodoro, 7. - Classe ter- 200 
2a: Delle cose che non rettamente si dicono contro le 
definizioni a Laodamante , 7 - Probabili nelle defini- 
zioni a Dioscoride, a - Delle specie e dei generi a Cor- 
gippide, a - Delle divisioni 1 - Dei contrari a Dioni- 
sio, a - Probabili nelle divisioni, generi e specie - Dei 
contrai] , 1. - Classe quarta: Di cose etimologiche 
a Diocle, 7, - Di etimologici a Diocle, 4* - Classe 
quinta: Dei proverbf a Zenodoto , a - Dei poemi a 
Filomate, 1 - Del come debbansi ascoltare i poemi, 
2 - Contro 1 critici a Diodoro, 1. - Del luogo aoi 
morale circa i ragionamenti comuni , secondo le da 
esso costituite arti e virtù , classe prima : Contro il 
rinnovamento delle pitture a Timonacta, 1 - Del come 
ciascuna cosa diciamo e pensiamo , 1 ~ Delle nozioni 
a Laodamante, a - DelVopinione a Pitonatte. 3 - Di- 
mostrazioni sul non dovere il sapiente aver una opi- 
nione, ì - Della comprensione^ della scienza e delVi- 
gnoranza, 4 - discorso, a - DeWuso del discorso 
a Leptine. " Classe seconda: Che gli antichi approva- 
rono la dialettica con dimostrazioni a Zenone , a - 
Della dialettica ad Aristocreonte, 4 " Delle cose che si aoa 
oppongono a? dialettici, 3 - Della retorica a Dioscori- 
de, 4» " Classe terza: Dell "abitudine a Cleoue, 3 - Del- 
Varte e del difètto cT arte ad Aristocreoute, l\ - Della 
differenza delle virtù a Polli, a. - Del luogo morale 
circa i beni ed i mali, classe prima: DeWonesto e della 
voluttà ad Aristocreonte, 10 - Dimostrazioni del non 
esser fine la voluttà, 4 ~ Dimostrazioni del non esser 
un bene la voluttà, t\ - Delle cose che si dicono. 



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ANNOTAZIONI 

i 



LIBRO SETTIMO 



CAPÒ PRIMO , 

* * 

Zeuore. 

« L'erma del museo valicano che do intagliato è da me 
» reputato la quasi certa immagine di Zenone. La piegatura 
» del collo, difetto naturale di questo filosofo, par mi un c*- 
w ratiere proprio per farcelo riconoscere. La fronte solcata 
* dalle rughe, front contraete, il triste sopracciglia, Tana 
» severa, sono tulle particolarità cfce in questa figura qon man- 
» cano, e gli antichi notarono nella sua fisonoiuia. - Una mo#sa 
» del capo Y sì strana in un erme e sì poco conforme al- ca- 
li ratiere di quiete e di semplicità che gli antichi ponevano per 
» consueto ne' lavori di simil genere, mi ha (atto credere che 
« non, abbiasi dato alla testa di quest'erme un'attitudine 
». così forzata senza gravi ragioni, e fra l'altre per quella di 
» reudere con maggiore esattezza la verità e fare più agevol- 
» mente riconoscere il personaggio rappresentalo. » - E* Q. 
Visconti, 

II. Sarmento egizio. - Altri voltò palmitem aegyptitim, altri 
negyptiuin malleolwn\ il Menagio vorrebbe aegy-ptiatn cleimitida, 
eh' è una specie di pervinca, pianticella gracile, nerastra ec. 
Diogene Laebzio. T. IL 1 1 



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■ 62 Aft ROTAZIONI. 

1 fichi verdi e là starsi ài sole. - *«i «Xiv *«**#?. Pare 
che F. Ambrogio leggesse ì \t»**t*t se tradusse ad solcm pas- 
sis, inteodeodo del fichi. Il Faber crede che s'abbia a leg- 
gere rvKéèt %x*$éii x+4 iXmtMis » cioè fichi verdi e olite. - 
11 Borheck traduce /rutta solatie» 

III. Se fosse di un colore co' morii. - Il Borheck se 
avesse passato il tempo co* morti. 

IV. E* scrisse , la Repubblica, sulla coda del cane» - 
Casauhnono traduce sotto , lenendo ciò un' allusione alla co- 
stellazione del cane. Questa sua repubblica, celebratissima 
dagli antichi , fu lavoro giovanile e , a quanto pare , dettata 
per combattere. Platone, sebbene, tra l'altre cose, vi si ap- 
provi , al pari di lui , la comunanza delle donne e dei beni. 

Questi sono i suoi libri. - Alle opere di Zenone si può 
forse aggiugnère adesso un frammento che il Mai trasse da 
una, raccolta vaticana (Script, veter. nova collodio). Sembra 
che questo passo facesse parte di qualche Lettera, non men- 
zionata dagli antichi. Il Mai per altro, secondo Ledere, ha 
torto di attribuire a Zenone le epistole di Aristone cbio ri-, 
ferite dal nostro Diogene, le quali Panezio e Sosicrate te- 
nevano per la sola opera di cui veracemente fosse autore 
Aristone. 

Vf. Portico vario ce. - Le pitture di Polignoto e Paneno 
avevano procacciato questo nome («••*« i a? #*•«*) al ptà hel- 
l' edilizio d'Atene. Zenone co' suoi discòrsi purificò quel luogo 
lordato dall'uccisione di mille e quattrocento cittadini, vittime 
de' trenta tiranni, e lo rese frequentato di nuovo* - Secondo 
il Borheck pare eh' e' lo scegliesse per essere un posto al tutto 
quieto. 

VII. Immagine di bronzo. - « Questa fu la sola statua 
» che Catone u licerne, impossessandosi per la repubblica del- 
» l'isola di Cipro, non mise in vendita; perchè era, come 



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ABMTAZ1MI. ]£3 

» dice Plinio, là stàtua di, un filosofo» Poteva aggiugnere di 
» uno Stoico. » if Visconti* 

XIII. fladb usò con fanciulli *c. - Questo passo sarebbe 
in ep|msimione con ciò che «Aerina Caligano Caristia, presso 
Ateneo, nella ri la di Zenone: évh+*ti fjgswtr* * * 
nmtiiKéif # «u. Par. conciliare i «due passi,. lo. Sohireighaeu- 
ser forrebbe che si scrivesse cosi; wm^^tSi ?i i&#*r» • 

XIV. JBe Antigono facea bagordi da lui. r La eondiscen- 
denaa dei filosofi pei re, dice il Ledere, non era poi somma 
come si potrebbe credere ; dà che Antigono un giorno, colmo 
più del dovere di vino, promettendo a Zenone compiacerlo di 
qualunque cosa lo avesse richiesto, udì risponderai dal fi- 
losofo; Dunque va a recere. Lo che mostra in che specie di 
frateria osa • tvessero fra loro re e sapienti ! 

XV. E ne profittasse por un'altra parlo di molestia* - 
Perchè dall' infimo loogo nessuno moveagli quistione, nè gli 
ambiziosi volentieri vi si assidevano» 

XVI. Quale teatro ho io perduto l -> Cioè quale, teatro 
vten tolto alle mie imprese» 

XIX. Quol pensi che /osse il patire ile'' tuoi commensali ec* 
t$ « », fvf €wpC$*ft èia «-«*£<#» np%p** , •# w 

/uà* f$9 i*9*rm* w r« A. — Emendazione deiriacobilsio. 

Molti filòsofi insipienti io molte cose oc* - Il Borbeck : 
Molti filosofi sapere le grandi cose, nelle ordinarie e pìccole 
essere senta esperienza. 

XXV. Fimi di otC anni wopra i novanta. - Tulle le date 
solla vita di Zenone , secondo Killer , sono incerte* Secondo 
il P. Corsini, nei* Fasti attici, morì di oltre novant' anni. . 

XXXII. Vi tutti in comune i dotami stoici ec. ~ Lo sloii- 
cistno, il più legittimo figlio delle doUrine socratiche, suc- 
cede aggrandì sistemi di Platone, di Aristotele, di Epicuro. 
Msso tenta una via più semplice e naturale per {sciogliere le 



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alte quistioni dell» filosofia ; oppone un argille alia sregola- 
tetta ile tempi in cai le società andavano sciogliendosi; viene 
a conforto della libertà e della gloria che si etano smarrite. 
Però qnesta setta si collega alla t ita, la qua! cosa non feecroi 
uè la platonica , né l'aristotelica , troppo - etèra te pei popolo; 
Lo stoicismo combattei pel giusto, pei «drillo contro i danni 
dell' errore; e la sua rigidezza è' figha dell' aver esso; dovuto 
azzuffarsi col pirronismo e T epicureismo, le eoi dottrine 
erano snervataci delia me aie e dell? animo* Opera confor- 
memente alla nattmi ; ecco la sentenza che 'testimonia della 
semplicità, della 4 moderatezza de' suoi priucipj , tendenti t -a . 
frenare, non ad estinguere, le passioni; non a creare una 
scuola, Ina una nazione d'uomini virtuosi, - Tra i sistemi 
della 'greca filosofia questo di t preferenza adottarono i do- 
mani. Era il solo sistema chef potesse » ritardare la cadala 
della libertà; rialzare* gli animi dajla molle tirannia di An- 
gusto. 1- più celebri giureconsulti romani l'avevano professato; 
furono suoi seguaci Scipione, Lelio, Bruto, Catone; e Tacito 
ne «muoverà nna lunga serie di martiri, le virtù de 1 quali 
sono malleveria della boutà di una setta, a danno di cui 
Angusto favorì ricade ratea e l'epicurea, gli effetti delle quali 
non avversano l'assoluto potere. Le stoicismo romano, osserva 
un illustre francese,* si potrebbe stimare un'ostentazione, se 
non avessimo riguardo al carattere di que' conquistatori del 
mondo. Modificato col tempo connumerò altri segnaci illustri 
in Epiteto, Seneca, M. Antonino, Gli Stoici successivi si se- 
questrarono dagli antichi, in particolare pel -domina ddP im- 
mortalità dell'anima, del quale per altro Seneca nòe era 
convinto, sebbene gli paresse una credenza consolatrice nelle 
sventure. La speranza di un avvenire felice pareva ad esso 
un sogno da considerarsi almeno come un bel sogno. - Alle 
dottrine stoiche non mancarono piò tardi seguaci. Moderna- 



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APHfOTAZiOWL. l65 

mente r ipocrisia, l'egoismo, la viltà , faltnra di altre istitu- 
zioni , sostituirono le antiche sette, massime la stoica. 

XXXLU, Paragonano la filosofia ad un animale ec. - 
Divisione ordinaria della filosofia» Qni per altro, osserva 
Ritter, gli Stoici esprimono assai chiaramente il pensiero, 
che, le parti della filosofia formano un tetto indi risibile , e 
sono cónte impiantate dalla natuva le one nelP altre. - 
Al modo eoe il guscio non è che un inviluppo di ciò che 
contiene, che le ossa e i nervi non sono che istro mento del 7 
T anima, anche la logica non è che un organo per le altre 
parti della filosofia. Ali 1 incontro di Platone, che teneva la dia- 
lettica come il punto centrale di tutta, la sua filosofia , e di 
Aristotele, che vedeva nelle ricerche logiche, non solo sopra 
la scienza, ma anche sni principj generali delle cause e dei 
fenomeni fisici ed umani, ciò che v'ha di più eccellente e 
sicuro nelle conoscenze. 

XXXIV. Dividere la parte logica. - « Molto più estesa 
» di quella d'Aristotele, perchè forma parte integrante della 
» scienza del savio; perchè si propone per oggetto la materia 
» stessa della verità, e perchè essa abbraccia in sè una parte 
» della psicologia , della logica propriamente detta , della 

* grammatica e della retorica. - Si fonda sopra una teorica 
» delle percezioni. Ogni percezione primitiva risulta da im- 

* pressioni prodotte sull'anima, est chiama, a questo rispet» 
» to, Qxpt**4* , visitai. Da queste prime percezioni sensibili 
» la ragione, forza attiva, superiore e dirigente, té «pi/»»»*- 
» «••> {il signoreggiante), genera, tutte le altre nostre nozioni e 
» giudizj. Le vere sono 0»rr«r«M «*r**i«r7#«#« ; , altrimenti 
» *«r«*«^i#, ?ale a dire quelle, che sono verificate dal loro 

* oggetto stesso , e corrispondenti a questo oggetto, alle quali 
» è sempre congiunto un libero assentimento, e che formano 
» la base della scienza. La regola del vero è per conseguenza 



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ì 66 AWltOTAMOtlI*. 

i la retta ragione, ip&ét X«y«*, cfie concepisce l'oggetto con- 
» forraemèrite 'a qneHo che è. » - ' 7*enneman. 

XXHV. Dividersi Iti dialettica nel luogo èa - Secondo 
la divisione che ne facevano, pare che non sólamente trat* 
tasserò In essa delle idee, dei giudizj , dei ragionamenti , 
ma anche del criterio e dell'origine della verità , al pari 
che delle determinazioni generali degli oggetti dei nostro 
pensiero, cioè a dire delle categorie. Rapportavano in Vece 
alla fisica le ricerche sui principj delle cose, sii Dio e la* 
materia Cosi, osserta Ritte* , tògliendo alla logica le sue 
parti piò importanti, ne stringevano il dominio. 

La dimostrazione essere un discorso ec. Tf» 8t m*èJt$~ 
|#t . . . xifi v*tr*. G. Herman no corregge n> ìrj9i<f#r. . . 
*-«fj?r«»r« ; correzione che, a capello, consuona coli* Inter* 
prelazione di Cicerone. 1 

La fantasia* -G*tT**<«, visione; rappresentazione; idea 
netta, immagine viva di una cosa assente; immaginazione. — 
Fantasia è veder mentale; potenza immaginativa delt anima. 
Cr. - Ho serbato il greco vocabolo, poiché nella parola rafr 
presentazione, nsata dal Ritter e da altri, non è reso, o m'in- 
ganno, il vero senso che ad esso davano gli Stoici. - « GH 
» Stoici , nelle loro ricerche , partivano dalla snpposizioné 
» della preesistenza delle idee in noi, e cérca? ano di far ve- 
i» dere come queste idee si sviluppano necessariamente, pas- 
» sarido dal particolare ài generale, e , quand'elle son vere; 
» qnal sia fa natura della loro verità, e commesse possano es^ 
*i sere distinte dalle vane immagini della nostra immagina* 
» zione. Questa teorica è In generale semplice e facile ad 
• intenderti; pure essi la rendevano lunga e difficile per tigni 
s> maniera tfi ricerche sapienti; e per mezzo di divisioni fàtté 
» con piò scrupolo che precisione ne 9 loro termini tecnici; 
» Pare' che gli Stoici abbiano inteso per rappresentazione , 
» ?«>r«ri«, tutto ciò che si trova nell'anima, considerato come 




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» coscienza; poicbv essi estendevano la rappresentazione non 
a solo alla coscienza degli uomini dolati di ragione, ma an~ 
a che a ((nella degli animali;* non solamente alla sensazione, 
» ma anche, al pensiero del non sensibile; finalmente non solo 
• alla rappreseDtaxione.cbeprodncono in noi gli oggetti reali 
» e presenti, ma eziandio all'idea che formasi in boi sen- 
1» V essere prodotta da un oggetto somiglievole. Ma la rap- 
ii presentazione dee avere nn obbietta corrispondente, suscet- 
a- tifo di essere rappresentato (?»fr«rr#*), ed ella dee essere 
e concepita come nn patire (*?ȣ>*> dell'anima ; il che sup- 
» pone qualche cosa di attSto che Ja produce nell'anima; 
a questo qualche cosa d'attivo è un obbietto esterno che, 
» per mezzo degli organi, produce una sensazione nell'anima. 
» - I primi Stoici riducetaoo il criterio della verità a questa 
» forza interna dell'anima, che si manifesta nell' atto di af- 
a ferrare la sensazione; ma Crisippp la cerca piuttosto . nel- 
a l' energia e nell 1 evidenza empirica dell' impulso esteriore. 
» - Era mestieri collocare nelle rappresentazioni medesime 
a il criterio della loro verità o della loro falsità, se si vo- 
li leva derivare dalle rappresentazioni la verità della cono- 
■ scenza* Tale pare che fosse anche l'opinione di Crisippo, 
a quand'egli pretendeva che la rappresentazione vera o con- 
» cepibile ( Q*9TmrA* *»T#Ai«r<»« ) non manifesti solo 
a sé slessa ; ma eh' ella manifesti ancora il suo obbietto. 
a Essa, dice egli, non è altra cosa che la rappresentazione 
a che è prodotta da un oggetto reale, e in modo analogo alla 
a sua natura. Ciò per vero, non è considerar*, che l'evidenza 
a empirica del rinapress ione sensibile, come criterio di verità; 
a sua da che si voleva derivare dall'impressione sensibile la eo» 
» noscenza della verità, alcun altro mezzo non era realmente 
» possibile 4 e la spiegazione di Criaippo , in questo propo- 
li aito, dove essere considerata come uno sviluppamento con- 
» seguente del corso delia dottrina stoica. » ~ Bitter. - 



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3 68 AMIOTAZtOm. 

XXXVI, Differiscono fittila* la e fnntastnf. - La distin- 
zione di 4«*r»*-<« e Q*fr*€p* non risgnarda in realtà che 
la Q**r*n* *«r«A«*r#«*» essendo I* idea della prima presa 
in un senso al tutto generale, e i richiudendo quella di 
' T«tyt«. Anche Vttfnp* è chiamato un <patr**p* ; ma per 
ciò che si disse è anche una ?«f**rj«. 

Parte principale delT anima* - Gli Stoici rfcondncevano 
ad una forca generale r fenomeni psicologici, poiché ammet- 
tevano nell'animo una (orsa signoreggiati le, 'dominante ( iyt* 
/km***»)* che si doveva considerare come la sorgente di tutte 
le facoltà dell'anima* Essi, dice Hitler, sonò forcati natural- 
mente ad ammettere una facoltà di tal • natura, da che si stu- 
diano conservare Tonila dell'anima* Il perchè Crisi ppo con- 
siderava la forca dominante dell'anima siccome una cosa Sola 
coirlo. Ella e, secondo la definizione degli Stoici , ciò che 
domina snlla sensazione e snli 'istinto, cioè; sulla sensazione 
come sorgente della conoscenza, e sull'istinto come sorgente 
del desiderio e dell'azione» Egli è per ciò che anche riguar- 
davano questo principio dominante nell'anima come l'intendi- 
mento (8i come il principio della parola, -d'ogni pen- 
siero e d'ogni senso nel discorso, al pari che di ogni risolu- 
zione. 

Alcune s'intendono per inciderne, alcune per similitudine 
ec. - « Cercando di mostrare che le loro dottrine erano d'ac- 
» cordo colla maniera di vedere naturale e ordinaria, si pro- 
» varono gli Stoici di stabilire che tutte le idee che non ci 
» vengono immediatamente dall' impressione sensibile non' 

* sono formate da noi che > a mezzo di una trasformazioné 
» delle rappresentazioni sensìbili. Poiché, dicono, tutti i no* 
» stri pensieri risultano, o da ciò che noi gli incontriamo, o 
» «fa ciò che noi, partendo da rappresentazioni che cosi ab- 

* biamo incontrale , ci eleviamo: ad altre. E indicano molte 
a maniere di passare per tal modo da rappresentazioni fanme- 



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* ANNOTA 21 ORI. 1 69 

ìi diale ad akre, cioè" per rassomiglianza a analogia, per tra- 
» syJasizionc ec. » - Bitter. 

XXX IX. Cinque sono le parti del discorso. - Alle quat- 
tro parti del discorso, sole ammesse da' primi Stoici, ne ag- 
giunse Crisippo una quinta, dividendo il nome sostantivo in 
proprio e ootnnne. QneHi che vennero dopo contribuirono 
del péri a moltiplicare le divisioni del discorso. - Non è in- 
verisimile, dice Rtìter, che alle forme del linguaggio fosse 
anche applicala la divisione delle categorie * per la ragione 
che iir generale la logica degli antichi era attaccala alla loro 
grammatica; iultavolta P aggiunta fatta ad esse da Crisippo, 
della quinta parte già detta, potrebbe indurci a credere in- 
gannevole questa supposizione, non essendo che di sole qoat^ 
Irò il nomerò delle Categorie, 

XL. Cinque sono i pregi del discorso, - Tra questi pregi 
o virtù del discorso, il buon Diogene annovera primo il Gre- 
cismo — P ellenismo , come dicono i moderni ~ e la spiega- 
zione eh' e 1 ne dà, per certo non sua, contradice ad alcone 
moderne dottrine! Qpmnt «&j«*r«r»r, frase corretta ; «&*«- 
wrvft che non cade; che non può cadere; solido. Cioè la 
frase sicura, secondo i principi delP arte , non seguace del- 
l'' uso. 

XLII. La definizione è un discorso ec. - Questo passo 
è incompilo. Crisippo chiama la definizione P indicazione 
del particolare senza che vi sia qoistione del generale. % Of*t 
•#ri i ré» tJtév «aW«rif. - Bekker anecd. gr. 

Specialissimo è ciò, che essendo specie ec. - La specie 
propriamente detta è, per gli Stoici, Pindividuo. - Secondo 
'essi, dice Bitter, le idee generali non sono nè intieramente 
vere, nè intieramente false, perchè non esprimono il carat- 
tere individuale delle cose particolari , che sole hanno ve- 
rità, e perchè non disegnano una cosa qualunque; anzi cre- 
dono non esistere idee che nel nostro pensiero. 



I 

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ÌJO 



ANNOTAZIONI. 



XLIV. Dittane significante due cose. — AftXetfts *t«**sr, 
cosi come sta, significa , La suonatrice di flauto è caduta 4 
diviso, in questo modo, wftt wt wr»*i, il palanto, /W&i, 

la sala è caduta tre volte. 

XLIX. // coperto è dt siffatta' maniera* ~< Questo esem- 
pio essendo di sorite, non di iy«t*«At7*/»tf«», indica mutilo 
il Inogo. Tolti sanno che cosa è sorile; tediatilo mi esempio 
dell' altro : Conosci tu il padre tuo? ~ Lo conosco» Conosci 
tu questo che è coperto da un lenzuolo? - Noi conósco. Dan* 
que non conosci tuo padre» 

V impersonale che ha forui congiuntiva» ~ Otrir, nessuno. 
Argomento impersonale, o cavillo preso d» Omero, Ja cui 
storia di Poliremo non è chi ignori» Se alcuno brama sa- 
perne da vantaggio , legga il passo del Ctijacio riferito da 
E. Menagio. - Gli argomenti impersonali sono quelli che 
non indicano nessuno» 

s L. Solo il sapiente dialettico. — Gli Stoici prendendo a 
modello Aristotele , cercarono fondere la seienca per meno 
del ragionamento. {X$y§t). 

Poiché che s'abbia a dire in logica e circa le opere oc» 
su ptr yp A v* «» 9%tit Umtéw. Quid dicerie 

oportet de rectitudine nominum, quo pacto statuerunt leges in 
operibns non possum dicere. Ambr. Nàm et quid dicere opor- 
teai et de recto nominum ratione loqui pértinet ad disserendi 
raiipnem ; quid pero de rebus ipsis leges constiluerint % non 
habere eam quid dicere possit. Aldobrand. - Veggansi le note 
4ello Stefano, del Kùefanio e del Casaubueoo, dopo le quali 
IHuebnero cocchi ode : Locus insanmbilis sino codkikm m*Jio~ 
ribus. 

LI. La parte morale. - « Lo morale degli, Stoici è stret- 
» tamente unita colla loro fisica» Lo eoe fece dire. 0 Cri- 
9 sippo, non potersi trovare la cagione, V origine della giti- 
li stizia che in Giove e netta natura universale, e che quegli 




AMtofAziom. 171 
n che tuo! parlare del bene, del male, della Tiriti e delle fe- 
ti lidia dee cominciare dalla natura universale, dall'organizza- 
n eione del mondo. Anzi pretendono gli Stoici non dorerei noi 
» occupare di fisica che per distinguere il bene ed il male, 
» non essendo la vita wtoosa che' una vita regolata secondo » 
» (^esperienza di ciò che accade in natura, non altro essendo 
» la nostra natura che una parte delfiniera natura. E però 
11 la loro morale si rannoda alle idee più generali e più de- 
li vate della fisica. Un altro legame di queste cine parti di 
» filosofia stoica consiste ne!P idea dell' inclinatone; poiché 
» quésti filosofi, al pari di Aristotele, consideravano tutte le 
* virtù fondate sulP istinto. Ora questo istinto è una pro- 
li prietà fisica dell'animale, un movimento verso qualche cosa, 
» movimento unito naturalmente e necessariamente colf ani* 
11 ma. La morale degli Stoici ha qualche legame eziandio 
» colla loro logica, ma un legame meno stretto che colla fi* 
» sica, un legame mediato, non operando la logica sulla mo- 
ti' rale che col contribuire alla conoscenza della fisica. - Bit' 
» ter. » Zenone stabilì la legge del dovere traendola da un 
profondo convincimento, e parlando come di una verità geo- 
metrica. - « I principj più osservabili del sistema pratico 
» degli Stoici sono questi: L'onesto, è il solo bene 

» che abbia valore: il vizio il solo male positivo; indifferente 
» il resto. La virtù posa snlla sapienza, netti il tizio è 
» una maniera di agire inconseguente, che risulta dalla ra- 
ri gione sdegnata o pervertita. La virtù, come solo bene, pnò 
» sola farne giugnere alla felicità, iv^m^*»*». Non v* ha che 
» una sola virtù ed un solo vizio, non suscettivo, né l'una 
» nè l'altro, di accrescimento o di diminuzione. Tutte le buòne 
» azioni sono equivalenti fra loro, e così le cattive. L'uomo 
» virtuoso è esente da passione, ma non insensibile; 

» (così vuol esser intesa V degli Stoici). - Distinguono 

» due specie d'Uomini, buoni, cattiti, 9«vA«i. senza 



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ANUQTAStOfM; 



» > ammettere; fra quéste, classi intermedie, e senta considerare 
*. nel ritratto del loro sapiente la differenza che è tra Ti- 
» deale e la realtà. » - Tennemaniu 

LIt. Aggiunta* se .ta